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La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra
«Se Pinochet fosse vivo voterebbe per me». Questa frase, da sola, basterebbe per descrivere la portata di quello che è successo in Cile domenica 14 dicembre 2025, giorno delle ultime elezioni presidenziali. A pronunciarla, qualche anno fa, nel 2021, fu José Antonio Kast, che oggi è il nuovo Presidente della Repubblica. Leader dell’estrema destra, Kast proviene da una famiglia tedesca emigrata in Cile dopo la seconda guerra mondiale. Suo padre, Michael Kast, fu membro del Partito Nazista e servì nella Wehrmacht durante la guerra, mentre uno dei suoi fratelli, Miguel Kast, fu ministro durante il regime di Pinochet. Tuttavia, per il nuovo Presidente questo pedigree non è affatto imbarazzante. Così come per una parte consistente della popolazione cilena non sono un’eredità imbarazzante i quasi 17 anni di dittatura. Ma l’assenza di una memoria condivisa, a 52 anni dal golpe, non è l’unico motivo che ha portato alla vittoria dell’ultradestra. Il Cile in cui Kast si è affermato è un Paese prima di tutto dominato dalla paura, ma soprattutto dalla delusione. Una delusione che, per essere compresa fino in fondo, richiede un passo indietro di quasi sei anni. LE PROTESTE DEL 2019 Nel 2019, 30 anni dopo il ritorno alla democrazia, il Cile continua a fare i conti con l’eredità del modello neoliberista imposto durante la dittatura di Pinochet: uno stato sociale debole e frammentato e una distribuzione della ricchezza profondamente diseguale. L’economia cilena è tradizionalmente considerata come una delle più solide dell’America Latina, ma l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, mentre il 50% più povero appena il 2%. A questa situazione si aggiungono un sistema sanitario pubblico limitato e un sistema pensionistico gestito da compagnie assicurative private, con pensioni che spesso non raggiungono i 400 euro mensili. Le diseguaglianze economiche logorano la coesione sociale e il Paese è una pentola a pressione pronta a esplodere. > Il 7 ottobre 2019, dopo l’entrata in vigore dell’aumento delle tariffe del > sistema di trasporto pubblico, Santiago diventa l’epicentro delle proteste che > saranno poi conosciute come “estallido social”, a partire dal 18 ottobre. Le e gli studenti iniziano a rifiutare in massa di pagare il biglietto e a occupare le fermate della metro. Scendono in strada manifestando contro le disuguaglianze, il carovita e la corruzione. Il 18 ottobre la situazione si aggrava, alcune linee della metropolitana vengono chiuse a causa di forti scontri tra carabineros e manifestanti. Le proteste si fanno sempre più violente, nella notte la capitale è in preda a incendi e saccheggi, mentre incominciano a verificarsi episodi di rivolta in tutto il Paese. La mattina del 19, il Presidente Sebastian Piñera sospende l’aumento della tariffa della metro e dichiara lo stato di emergenza, con un coprifuoco in tutta l’area metropolitana di Santiago. Ma ormai è troppo tardi, la bomba cilena è già esplosa. > Lo stato d’emergenza viene esteso in quasi tutte le città capoluogo e > l’esercito viene dispiegato per le strade per far rispettare l’ordine e > reprimere le rivolte. Il 21 ottobre Piñera dichiara: «Siamo in guerra contro > un nemico potente e implacabile». Quel nemico è il suo stesso popolo. Il 25 ottobre, più di un milione di persone scendono in strada a Santiago, in quella che sarà considerata da autorità e stampa come «La marcha más grande de Chile». Non è noto con certezza il numero dei manifestanti che hanno partecipato in tutto il Paese. L’estallido raggiunge la sua fase più intensa tra novembre e dicembre del 2019, affievolendosi nei primi mesi del 2020 con l’arrivo della pandemia di COVID-19, ma i suoi effetti sulla società cilena sono destinati a perdurare nel tempo. Accanto ai casi di rivolte violente e saccheggi, sono molteplici le segnalazioni di abusi e violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti: torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e verbali. Echi da un passato oscuro. Un passato che la società cilena credeva di aver lasciato alle spalle. di Luca Profenna IL GOVERNO BORIC E IL PROCESSO DI RIFORMA COSTITUZIONALE Tuttavia, l’estallido social ha portato con sé anche una serie di promesse e speranze: riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento dello stato sociale, giustizia sociale, riconoscimento delle popolazioni indigene, una nuova costituzione. Queste speranze hanno consentito, nel 2022, l’elezione del governo Boric e l’avvio di un tentativo di riforma costituzionale teso a superare la Carta del 1980, un’ulteriore eredità del regime di Pinochet. L’11 marzo del 2022, Gabriel Boric raccoglie il 56% dei voti al ballottaggio, battendo proprio José Antonio Kast, diventando il presidente più giovane nella storia recente del Cile. Proveniente dai movimenti studenteschi e portatore di un linguaggio radicalmente diverso da quello della politica tradizionale, Boric conquista la presidenza a capo di una coalizione di partiti e movimenti sinistra. Il suo programma prevede la sostituzione del sistema pensionistico privato con uno pubblico, l’introduzione di tasse più progressive, l’aumento del salario minimo e la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, la riforma delle forze di polizia e investimenti nella lotta contro il cambiamento climatico. In poche parole, un nuovo Cile. L’assemblea costituente, intanto, redige una nuova costituzione, che per alcuni osservatori sarebbe stata una delle più progressiste del mondo. Sicuramente più progressista di quanto la maggior parte dei cileni si aspettasse: ampi diritti alle popolazioni indigene, protezione ambientale, disposizioni sulla parità di genere, impegni più ampi in materia di welfare e un significativo intervento economico statale. La destra sale sulle barricate, inizia una massiccia campagna mediatica contro la riforma costituzionale. A peggiorare la situazione, la lunghezza e la complessità della nuova Carta, di fatto uno dei progetti costituzionali più estesi al mondo, con 388 articoli e numerose disposizioni transitorie, che rendono difficile per molti cittadini capire come e quando le riforme sarebbero entrate in vigore. Ampia tematicamente e complessa nel linguaggio, la proposta introduce concetti innovativi e ostici per l’elettorato cileno: come lo Stato plurinazionale e i sistemi di giustizia paralleli per le popolazioni indigene. Concetti sostenuti dai settori progressisti, ma percepiti come radicali da una parte rilevante dell’elettorato. > Al referendum del 4 settembre 2022, gli elettori respingono la proposta con > quasi il 62% dei voti: una sconfitta schiacciante. A meno di un anno > dall’inizio del suo mandato, Boric si trova così ad affrontare il primo grande > fallimento del suo governo. Non è soltanto il fallimento di un testo > costituzionale, ma il collasso del principale veicolo simbolico del > cambiamento. L’opposizione, rinvigorita, cerca di avviare un nuovo processo costituzionale, producendo un secondo documento, più conservatore. Ma anch’esso viene affossato nel referendum del 17 dicembre del 2023. Ma quel giorno, a Santiago del Cile, non ci sono folle festanti. La costituzione voluta da Pinochet è ancora in vigore. Dopo il primo referendum, il governo Boric entra in una nuova fase. La spinta riformista lascia il posto alla necessità di governare in un contesto istituzionale ostile, con un Parlamento frammentato e un’opinione pubblica più prudente, se non addirittura diffidente. Boric rimescola il governo, apre agli esponenti più moderati della sinistra tradizionale e abbassa il tono della sua agenda. Questo passaggio produce una frattura profonda. I settori che avevano visto in lui il rappresentante politico dell’estallido iniziano a percepirlo come normalizzato, assorbito dalle logiche del potere che aveva promesso di cambiare. Al tempo stesso, i settori moderati continuano a giudicarlo inesperto e indeciso. Il risultato è un governo che fatica a costruire una maggioranza sociale solida e riconoscibile. di Luca Profenna Uno dei punti di maggiore attrito riguarda il tema della sicurezza. L’estallido nasce anche come reazione agli abusi delle forze dell’ordine e alla repressione statale. Boric aveva promesso un nuovo approccio, più garantista e rispettoso dei diritti umani. Tuttavia, durante il suo mandato, la percezione di insicurezza cresce: criminalità organizzata, narcotraffico e violenza urbana diventano temi centrali nel dibattito pubblico. La destra cilena alimenta questa percezione e riesce a far breccia. Di fronte a questa pressione, il governo è costretto a rafforzare polizia ed esercito, adottando misure che contraddicono la narrativa originaria. Un altro nodo cruciale, profondamente legato alle aspettative dell’estallido, è la questione mapuche. Durante la campagna elettorale, Boric aveva promesso un cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e popoli indigeni: dialogo politico, riconoscimento dei diritti territoriali e fine della militarizzazione del Wallmapu, territorio mapuche che comprende la cosiddetta “Macrozona sur”. Una promessa che si inscriveva perfettamente nella narrativa di rottura con il passato e nella visione di uno Stato plurinazionale. Una volta al governo, però, queste aspettative si sono scontrate con le esigenze politiche. L’esecutivo ha prorogato più volte lo stato d’emergenza, mantenendo la presenza militare nell’area. Questo ha generato una forte delusione tra le comunità indigene e parti della società cilena che avevano sostenuto Boric, alimentando l’accusa di continuità con le politiche securitarie dei governi precedenti. > Sul piano sociale ed economico, i risultati del governo appaiono parziali, con > riforme promesse come epocali e poi annacquate dal compromesso parlamentare. > Mentre il mandato di Boric sta per finire, pensioni, sanità, istruzione e > costo della vita restano problemi centrali per ampi settori della popolazione > cilena. È innegabile la sproporzione tra le aspettative nate nel 2019 e l’impatto concreto delle politiche pubbliche sulla vita quotidiana. La sensazione diffusa è che il cambiamento promesso non si sia tradotto in miglioramenti tangibili. L’estallido aveva alimentato l’idea di una svolta storica, mentre il governo Boric appare invece intrappolato nella gradualità e nei limiti del sistema che voleva superare. Tuttavia, il fallimento più profondo dell’era Boric non è misurabile in leggi o riforme, ma nella sfera simbolica. Gabriel Boric rappresentava una generazione che chiedeva un nuovo modo di fare politica: più vicino ai movimenti, più empatico, più trasparente. Con il passare del tempo, questa promessa si è scontrata con la realtà delle istituzioni e del potere. Per molti giovani e per una parte della società scesa in piazza nel 2019, la delusione non riguarda solo un programma mancato, ma la sensazione che un momento storico irripetibile sia stato sprecato. Non tanto perché il Cile non sia cambiato abbastanza, ma perché l’energia collettiva che sembrava poterlo trasformare si è dissipata senza trovare una forma duratura. di Luca Profenna IL TRIONFO DELL’ESTREMA DESTRA È in questo clima di sconforto che prende il via la campagna per l’elezione del 37° Presidente della Repubblica del Cile. Al primo turno, gli avversari principali di Kast sono: Jeannette Jara, candidata della sinistra unitaria, espressione del Partito Comunista del Cile ed ex-ministra del Lavoro del Governo Boric; Evelyn Matthei, esponente della destra moderata, ma comunque conservatrice su economia e ordine pubblico; Johannes Kaiser, figura di destra radicale, con posizioni più conservatrici e controverse dello stesso Kast; infine, Franco Parisi, del “Partido de la Gente”, figura populista di centro-destra con posizioni anti-establishment. > La campagna viene fin da subito dominata dai temi della sicurezza, della > criminalità e dell’immigrazione. Questioni che la destra cilena è riuscita a > far percepire all’elettorato come prioritarie, nonostante le statistiche > offrano una descrizione del Cile come uno dei paesi più sicuri del continente. Inizialmente i sondaggi sembrano dare Evelyn Matthei come favorita, ma un esercito di bot inizia a intraprendere una campagna tesa a minare la sua credibilità, sostenendo addirittura che fosse affetta da Alzheimer. Evelyn Matthei denuncia la presenza di gruppi dell’estrema destra vicini a Kast dietro le diffamazioni. La guerra sucia è talmente violenta da indurre Janette Jara a prendere le sue difese, nonostante siano politicamente agli antipodi. José Antonio Kast riesce ad arrivare secondo con il 23% dei voti, a pochi punti di distanza da Janette Jara, che ottiene il 26%. Evelyn Matthei arriva quinta e, visibilmente contrariata, viene costretta dal suo partito ad appoggiare pubblicamente e far convergere i propri voti su Kast. Passerà il resto della campagna elettorale postando sui social contenuti con oggetti di colore rosso, chiaro riferimento alla candidata di sinistra. Janette Jara tenta di affrontare nel migliore dei modi un’elezione che la vede partire sfavorita fin dall’inizio. Mantenendo l’impostazione progressista del suo programma, cerca di presentarsi come un profilo moderato, la giusta via di mezzo tra l’entusiasmo giovanile dell’estallido e la concretezza di una dirigente di esperienza pronta a governare il Paese. Incalza Kast, che rifiuta persino di partecipare ai dibattiti. Riprende alcune proposte di Evelyn Matthei, come quella di coprire l’intero acconto per l’acquisto della prima casa per i giovani tra i 25 e i 40 anni. Cerca di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma non ci riesce. Il 14 dicembre 2025, Kast ottiene il 58% dei voti. L’estrema destra vince in tutte le regioni del Paese, dal deserto di Atacama ai boschi australi, dalle Ande al mare. Il Cile che nel 2019 riempiva le piazze chiedendo dignità, diritti e giustizia sociale è oggi un Paese diverso, profondamente cambiato. Un Paese che vota ordine e sicurezza, dove la paura è diventata programma politico. La Cordigliera, che da sempre osserva Santiago come una madre silenziosa, resta lì, immobile. Ma i sogni che ai suoi piedi avevano preso forma sembrano oggi più lontani che mai. Copertina a cura dell’autore. Immagini nell’articolo di Luca Profenna SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra proviene da DINAMOpress.
Cile, il dado è tratto
Ormai il Cile avrà ufficialmente alla presidenza un discendente dei nazisti tedeschi: Juan Antonio Kast. Nel suo programma elettorale e nel suo percorso politico ha mostrato chiaramente di essere degno erede dei suoi antenati. Limitazioni al diritto di sciopero, togliere le tasse ai super ricchi, porre deroghe al matrimonio ugualitario […] L'articolo Cile, il dado è tratto su Contropiano.
“LATINOAMERICA”: UN NOSTALGICO DI PINOCHET, KAST, NEOPRESIDENTE DEL CILE. LA PUNTATA DI LUNEDI’ 15 DICEMBRE 2025
LatinoAmerica, trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto. 30 minuti in volo libero e ribelle tra il border di Tijuana e gli orizzonti sconfinati della Patagonia, dentro il ciclo della “Cassetta degli Attrezzi”. Appuntamento ogni due lunedì, alle ore 18.45, e in replica il giorno dopo, il martedì, alle ore 6.30. La puntata di lunedì 15 dicembre 2025 ci porta in Cile, con i risultati del ballottaggio delle elezioni presidenziali, le prime con obbligo di votare e con multe per chi resta a casa. Vince nettamente Josè Antonio Kast, l’estremista di destra, nostalgico di Pinochet e nemico dichiarato di donne, poveri e migranti, che ha ottenuto più del 58%, cioè 7,2 milioni di voti. La candidata del Partito Comunista e del centrosinistra, Jeannette Jara, si è fermata sotto il 42%, 2 milioni di voti in meno rispetto a Kast. CHI E’ KAST – José Antonio Kast è nato nella capitale, Santiago del Cile, nel 1966. La sua famiglia è arrivata dopo la Seconda Guerra Mondiale in SudAmerica dalla Germania. Il padre, Michael Kast, fu membro del Partito nazista e ufficiale delle SS. Il fratello, Miguel Kast, economista dei cosiddetti “Chicago Boys”, è stato ministro del lavoro dal 1980 al 1982 e direttore della Banca Centrale del Cile durante la dittatura militare di Augusto Pinochet, di cui il neopresidente cileno è esplicito ammiratore e nostalgico. Di Cile parliamo in “LatinoAmerica” con Rodrigo Andrea Rivas, compagno cileno, ex deputato di Unitad Popular, costretto all’esilio in Italia a seguito del golpe Pinochet. Rivas è giornalista, economista, già docente universitario e attento analista di questioni sudamericane. L’intervista a Rodrigo Andrea Rivas in “Latinoamerica”. Ascolta o scarica.
Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile
Lo scorso 16 novembre si è tenuto il primo turno elettorale delle presidenziali cilene: seppure è arrivata al primo posto la candidata della sinistra, Jeannette Jara, del Partito Comunista – Unidad por Chile, con il 26,78%, gli altri candidati della destra, divisi in almeno tre liste, rendono assolutamente complicato il ballottaggio del prossimo 14 dicembre. Al secondo posto, l’estrema destra di José Antonio Kast, del Partito Repubblicano, con il 24,02%, che andrà al ballottaggio contro Jara. Al terzo e quarto posto, rispettivamente, altri candidati di destra, Franco Parisi Fernández, del Partido de la Gente, al 19% e Johannes Kaiser Barents con il 13%. Indicativamente sosterranno tutti Kast, uscito sconfitto quattro anni fa dal ballottaggio contro Boric e oggi principale candidato alla vittoria presidenziale. Pubblichiamo un testo di analisi dello scenario politico ed elettorale cileno a cura di Rordrigo Karmy Bolton, docente dell’Università del Chile. Quanto destituito dalla rivolta del 2019 è stato capitalizzato dalla nuova destra. La sinistra ha finito per espellere la moltitudine che si era mobilitata al punto di arrivare a redigere una nuova Carta Fondamentale, depoliticizzando tutto il processo e infarcendolo di discorso giuridico (il ripristino di un sapere giuridico che ha oscurato la dimensione politica dei sentimenti), al punto che il “legalismo” della sinistra si è concentrato molto più sul contenuto esatto che sull’effetto politico della Nuova Carta redatta da quell’entità, tanto sfuggente quanto problematica nella storia cilena, chiamata “il popolo”. La sinistra ha sostituito il popolo con il diritto. In questo scenario, la destra ha fatto la sua parte e, attraverso i meccanismi oligarchici del Senato, lo ha spogliato del suo potere costituente. Però il processo costituente è rimasto aperto, nonostante molte proposte siano state respinte sia nella prima che nella seconda Assemblea Costituente. Tuttavia, tra le due Assemblee Costituenti [2020 e 2022 – ndt] si è verificata una congiuntura decisiva: le coalizioni tradizionali, sia progressiste che neoliberiste conservatrici, sono state rimaste fuori dai giochi. Altri attori sono entrati in scena, altri volti sono emersi. È in questo “fuori dai giochi” che irrompe sulla scena il Frente Amplio con al timone. Gabriel Boric [Presidente della Repubblica dal 2022 – ndt] e Daniel Jadue [candidato sconfitto alle primarie del Frente Amplio – ndt] Tuttavia, la situazione affrontata dal governo Boric ha fatto sì che, anziché essere un governo di trasformazione, diventasse un governo di “normalizzazione”, replicando così la razionalità politica concertativa degli ultimi 30 anni, ma in un momento storico in cui il governo era stato destituito dalla rivolta del 2019. Da allora, non potendosi fondare su alcun patto costituzionale, il governo Boric è rimasto un governo etereo. Con il pretesto delle “divergenze” su questioni di sicurezza, il governo ha accettato l’agenda della destra con l’ingresso di Carolina Tohá [ex Ministra dell’Interno,  candidata alle presidenziali per il PPD – Partito per la Democrazia – ndt] e per questo, invece di munirsi di un nuovo patto giuridico e istituzionale, hanno concertato un accordo performativo per la sicurezza. La sicurezza (ovvero il meccanismo fondamentale della guerra civile globale) si è trasformata in un sostitutivo della Costituzione, nonostante fosse stata respinto per ben due volte da una cittadinanza in agitazione. > Il progressismo (o la sinistra, per i più ottimisti) è rimasto intrappolato > dal governo per quattro anni: nella misura in cui ha optato per la razionalità > “transitoria” già destituita, non ha potuto rinnovare il proprio immaginario > politico e, non potendolo fare, ha ceduto alla destra il terreno della > mobilitazione emotiva. A questo proposito, è fondamentale affrontare la questione del contatto. Per quanto sia stato decisivo nella rivolta del 2019, nella misura in cui non è stato altro che un incontro affettivo che ha generato una connessione erotica all’interno della moltitudine, ha però sofferto le pene dell’inferno durante la pandemia di Covid19, visto che , con il senno di poi, il contatto non è stato semplicemente oggetto della repressione giuridico-statale, ma piuttosto di gestione biopolitica nella quale bisognava imporre il “distanziamento sociale” e utilizzare le mascherine. Il “contatto” è stato doppiamente pericoloso: per la polizia durante la rivolta e per motivi sanitari durante la pandemia. Di conseguenza, la sinistra intrappolata al governo è stata piuttosto il sintomo di una situazione in cui l’affetto cristallizzato nel “contatto” era stato criminalizzato e patologizzato e, in questo senso, completamente dis-affezionato. Così, il governo di Gabriel Boric ci ha proposto uno scenario ormai vecchio e non ha generato altro che “rabbia” (emozione gioiosa che grida giustizia), immediatamente trasformata dalla destra in “odio” (emozione triste e xenofoba). > La sicurezza ha prevalso. Sia a livello “legale” che “medico”. Ma non come un > punto all’ordine del giorno, bensì come un macchinario mitologico che potuto > compensare con fantasia, attraverso una serie di meccanismi statali, grandi > società di sicurezza private e mezzi di comunicazione in mano agli oligarchi, > lasciando incompiute le trasformazioni costituzionali. Torniamo al punto precedente: il progressismo è stato manchevole di immaginazione politica perché, intrappolate al governo, le masse erano già state tagliate fuori da ogni “contatto”. Tutto è diventato individuale,  tutto apparteneva a “ognuno”, e “l’altro” è diventato un nemico assoluto. La giustizia è stata cancellata dalle priorità e il cammino verso il fascismo internazionale è iniziato proprio in questi anni. L’eventuale vittoria di José Kast [candidato di estrema destra del Partito Repubblicano, fondato nel 2019 da alcuni fuoriusciti dall’UDI Unione Democratica Indipendente – ndt] al secondo turno delle elezioni presidenziali non farà che confermare formalmente il seguente punto: il progressismo ha trovato conforto nella freddezza del Leviatano (lo Stato, secondo Hobbes), ma la nuova destra ne ha catturato l’anima (le emozioni). In breve, il progressismo ha governato seguendo una razionalità politica (la transizione dalla dittatura) che non è riuscita a mobilitare le emozioni. E, di conseguenza, è stata proprio la destra a gestire le anime dei cileni. Stiamo assistendo alla fine del progressismo neoliberista e della visione di transizione che ha rappresentato. La democrazia è diventata così profondamente securitaria che funzionerà come nuova forma di dittatura “civile” (o cibernetica, se vogliamo), precipitando il Paese nella dilagante guerra civiles globale. Ovviamente, tutto questo deve essere spiegato nel contesto globale del trionfo delle destre. Ma nulla può essere spiegato se non si analizza l’impatto locale della mobilitazione emotiva del fascismo alimentata dalla paralisi governative e delle istituzioni. Nulla può essere spiegato se non riconosciamo la sua metamorfosi in quella ragione politica di transizione che la cittadinanza stessa aveva rifiutato. Lo spettro di Portales [Diego Portales, politico cileno durante la Repubblica Conservatrice, ucciso durante un’insurrezione contro la guerra contro la Confederazione Perù-Bolivia del 1836-1839 – ndt], (immagine che riassume il panorama politico della storia cilena) è più attuale che mai: Diego Portales ha instaurato una dittatura e in caso di vittoria al secondo turno, José Kast non eserciterebbe una dittatura nel senso tradizionale del termine, ma intensificherà l’intero apparato securitario che la democrazia fornisce già per iniziare a interferire in spazi ed erodere diritti un tempo considerati inalienabili. Immaginare che la “democrazia liberale” sia l’unico orizzonte politico per la sinistra non è soltanto ingenuo, ma anche complice della trappola in cui è stata catturata. La copertina ritrae Gabriel Boric dopo l’elezione presidenziale (wikimedia) Articolo pubblicato originariamente sul sito lavozdeloquesobra.cl. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile proviene da DINAMOpress.