Tag - discriminazione

8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti, l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente, e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali. L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le migliori stime, non superano il 7%. Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale, dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie nelle loro indagini statistiche ordinarie.  Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un 39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale. Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta. > Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a > rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno > pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.  «Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%, rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza. «L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi». Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7% nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili – come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».  In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere: «Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento. Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori».  Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne, persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno di vivere e chi può essere sacrificato. In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8 marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra». Immagine di copertina di Silvia Cleri SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo 8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
DINAMOpress
Raccolta firme contro la discriminazione di una studentessa di seconda generazione
Protestare e manifestare il dissenso in Italia è diventato più difficile per tutti, ma se una ragazza di seconda generazione, partecipa ad una protesta diventa un problema ancora più complicato. Questa è la vicenda di Haji, ragazza di 17 anni che studia a Firenze. L’8 novembre 2025 aveva partecipato ad una manifestazione a Firenze, insieme ai suoi compagni di scuola, promossa dal sindacato Sudd Cobas in difesa degli operai della stireria L’Alba di Montemurlo, che non venivano pagati da agosto 2025. Haji non era l’unica studentessa minorenne che avesse partecipato alla manifestazione, ma era l’unica di origine marocchina. I suoi compagni e alcuni sindacalisti, hanno dichiarato che recentemente la ragazza è stata convocata dai servizi sociali allertati dalla procura dei minori dopo una segnalazione delle forze dell’ordine. Sembrerebbe che il colloquio sia stato “quasi un interrogatorio”. I servizi sociali, è stato riferito, hanno effettuato una “ispezione” a casa della ragazza e parleranno con gli insegnanti e con il personale della palestra che frequenta. Ci sarebbe stato anche un invito “a non partecipare più a manifestazioni paventando conseguenze più gravi”.  I ragazzi del Collettivo Autonomo K1, (https://www.instagram.com/collettivo_k1/)  nato a Firenze nel Liceo Macchiavelli Capponi, hanno deciso di denunciare l’accaduto con il sostegno del sindacato SUDD Cobas (Sindacato Unione Democrazia Dignità) che opera prevalentemente nel settore tessile/moda (in particolare a Prato) e della logistica. Sostengono l’iniziativa anche i consiglieri dei gruppi di maggioranza del Quartiere 3 (Gavinana-Galluzzo). Pertanto, è stata convocata un’assemblea pubblica per domenica primo marzo alle 15:00 in Piazza Santo Spirito a Firenze, a sostegno della loro compagna e per difendere il diritto al dissenso. I ragazzi del collettivo autonomo K1 hanno lanciato anche una raccolta firme in sostegno alla studentessa che al momento ha già superato le 1200 firme. Segue il link: https://secure.avaaz.org/community_petitions/it/la_comunita_scolastica_sosteniamo_haji/?utm_source=whatsapp&utm_medium=social_share&utm_campaign=1763113&utm_term=zYfhTub%2Bit&share_location=do_landing&utm_content=link_in_bio&fbclid=PAZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMjU2MjgxMDQwNTU4AAGnAzlAsU42Iwt0oZ5X9ix70Rw644oFv_g2F52LXV5k03swgpB0c_-XYqdVBOQ_aem_mypCwgwnz6TxXoQr_aXMfQ Sudd Cobas evidenzia come gli studenti del Collettivo del liceo abbiano partecipato sempre  alle loro iniziative, ma che non era mai accaduto un episodio del genere. Si evidenzia un “segnale molto pericoloso”, lesivo della libertà di partecipare alle manifestazioni politiche e di esercitare i propri diritti: “Non dovrebbe accadere in un paese democratico”.  Redazione Italia
March 1, 2026
Pressenza
Limitazione degli spazi di democrazia e discriminazione degli interventi al Liceo Scientifico “Dini” di Pisa
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università di Pisa esprime la propria posizione in merito ai recenti e incomprensibili ostacoli frapposti alla partecipazione all’assemblea degli studenti e delle studentesse del Liceo Scientifico “Dini”. In primo luogo, desideriamo ringraziare sentitamente il Comitato Studentesco del Liceo “Dini” per averci invitato al fine di portare un contributo critico e documentato su temi di stringente attualità, come il Riarmo e i processi di militarizzazione che attraversano i nostri territori. Gli studenti e le studentesse, esercitando il diritto di assemblea garantito dal Testo Unico sulla Scuola, hanno espresso il bisogno di approfondire alcune tematiche, onorando con questo interesse la funzione educativa dell’istituzione scolastica. Dobbiamo, tuttavia, prendere atto con sconcerto della decisione del Consiglio d’Istituto, il quale ha scelto di operare una selezione arbitraria tra gli attivisti dell’Osservatorio disponibili a intervenire, decidendo chi potesse accedere ai locali scolastici e chi no. Riteniamo tale scelta una grave forma di discriminazione, in aperta violazione dell’Articolo 3 della Costituzione, che impone la pari dignità senza distinzione di opinioni politiche e condizioni personali. Questa “selezione dei relatori” appare come un atto di censura istituzionale inspiegabile, specialmente se confrontato con la recente “vicenda” riguardante Francesca Albanese, per la quale il Ministero aveva evitato ispezioni a questo Liceo proprio in virtù dell’autonomia decisionale del corpo studentesco. Limitare oggi tali spazi rappresenta non solo un pericoloso arretramento della democrazia scolastica, ma anche una chiara dichiarazione di resa di fronte alle pressioni politiche subite negli ultimi mesi dal corpo docente. L’Osservatorio è un comitato, forma associativa orizzontale fondata sulla libertà di partecipazione (Art. 18 Costituzione) il cui scopo è monitorare le iniziative di militarizzazione nelle scuole e nelle università, sensibilizzare e diffondere la cultura della pace, della nonviolenza e dell’antimilitarismo. La presenza di più relatori era finalizzata esclusivamente ad approfondire tematiche diverse in base alle specifiche competenze dei/delle volontari/e come si evince anche dalle pubblicazioni disponibili in rete. Dal momento che non esistono gerarchie tra i/le militanti ed essendo quella dell’Osservatorio un’attività volontaria e senza scopo di lucro, la scelta dei partecipanti si basa sulle disponibilità personali per garantire la massima qualità del contributo offerto. Imporre veti sui nomi dei relatori non solo lede la libertà di pensiero, ma ferisce mortalmente l’autonomia degli studenti e delle studentesse e la loro libertà di approfondimento. Una censura peraltro coerente con i processi di militarizzazione oggi in atto, nella società in generale e nella scuola con sempre maggiore frequenza. Alla luce di queste considerazioni non accettiamo l’invito alle condizioni imposte perché siffatta scelta sarebbe altamente diseducativa e lesiva della dignità degli studenti, delle studentesse e degli stessi aderenti all’Osservatorio. Attendiamo spiegazioni precise e formali da parte della Dirigenza e del Consiglio d’Istituto su questa scelta discriminatoria. Restiamo a completa disposizione delle studentesse e degli studenti per un incontro in qualunque spazio democratico, rammaricandoci profondamente del fatto che, oggi, la Scuola Pubblica sembra aver rinunciato a essere il luogo primario di tale confronto. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università  di Pisa -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Togliere la reversibilità alle unioni civili? Un annuncio che apre un interrogativo sui diritti.
La proposta annunciata dal senatore Borghi non è ancora un emendamento, ma solleva interrogativi importanti sul rispetto dei diritti acquisiti e sulla necessità di monitorare con attenzione ogni tentativo di riduzione delle tutele per le unioni civili. Nei giorni scorsi, durante la discussione sulla legge di bilancio, il senatore della Lega Claudio Borghi ha dichiarato di voler proporre un emendamento per togliere alle coppie unite civilmente il diritto alla pensione di reversibilità. Ha detto: «Se vuoi la reversibilità, ti sposi». Ad oggi non risulta depositato alcun testo in Parlamento. Non si tratta quindi di una norma in esame, ma di un’intenzione politica resa pubblica. Ciò non riduce però la rilevanza del tema, perché i diritti civili non si mettono in discussione solo attraverso leggi approvate: spesso l’inizio del dibattito pubblico è il primo indicatore della direzione che una società può prendere. L’Italia ha riconosciuto le unioni civili nel 2016. Da allora, secondo i dati ISTAT, ne sono state celebrate poco più di 26.000, con un’età media intorno ai 48 anni. La questione previdenziale non è teorica: riguarda già coppie in una fase avanzata della vita lavorativa. Nonostante questo, l’impatto economico della reversibilità nelle unioni civili è estremamente ridotto. L’INPS stima che i beneficiari complessivi delle pensioni ai superstiti siano circa 1,3 milioni, per una spesa annuale intorno ai 40 miliardi di euro. La quota riconducibile alle unioni civili sarebbe inferiore allo 0,01 per cento, una cifra statisticamente irrilevante. Il valore della discussione non è quindi contabile, ma simbolico: l’idea che un tipo di famiglia possa vedersi tolta una tutela riconosciuta per legge. La normativa attuale è chiara. La legge 76 del 2016 garantisce alle unioni civili piena equiparazione con il matrimonio anche sul piano previdenziale. La Corte Costituzionale, nelle decisioni come la 138 del 2010, la 170 del 2014 e la 221 del 2015, ha più volte affermato che non può essere creato uno status inferiore per le coppie omosessuali. Il diritto alla reversibilità rientra nella protezione economica della famiglia tutelata dagli articoli 3 e 36 della Costituzione. Modificandolo selettivamente produrrebbe un trattamento discriminatorio difficilmente compatibile con l’ordinamento. Anche il confronto europeo è chiaro. Ventiquattro Paesi dell’Unione Europea riconoscono piena equiparazione tra matrimonio, unioni civili e matrimoni egualitari in materia di pensioni ai superstiti. L’Italia, con la legge del 2016, si è inserita in questo quadro. Un arretramento normativo significherebbe allontanarsi dagli standard europei oggi consolidati. È importante considerare il punto essenziale. Anche in assenza di un emendamento depositato, il fatto che un diritto possa essere messo in discussione nel dibattito politico merita attenzione immediata. Le modifiche non arrivano mai all’improvviso: nascono dichiarazioni, segnali, ipotesi che testano la disponibilità dell’opinione pubblica a un cambiamento. Monitorare questi passaggi significa evitare che un’idea marginale diventi, nel tempo, una proposta concreta. Non si tratta di allarmismo, ma di consapevolezza: un quadro di diritti stabili necessita di vigilanza continua, soprattutto quando si parla di tutele che incidono sulla vita quotidiana delle persone, come reversibilità, successioni, congedi o assistenza sanitaria. Nella discussione aperta da questa dichiarazione, la questione centrale è semplice. Non riguarda i conti pubblici, dove i numeri mostrano l’irrilevanza economica della misura, ma il modello culturale e giuridico che si vuole costruire. La reversibilità non è un beneficio aggiuntivo: deriva dai contributi versati nel corso della vita. Domandarsi se una parte della popolazione possa esserne esclusa significa interrogarsi sul valore che attribuiamo, come Paese, all’uguaglianza delle famiglie davanti alla legge. ISTAT – Dati sulle unioni civili https://www.istat.it/it/matrimoni-separazioni-divorzi INPS – Osservatorio sulle pensioni ai superstiti https://www.inps.it/dati-e-banche-dati/osservatori-statistici Legge Cirinnà (Legge 76/2016) – Testo ufficiale https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2016-05-20;76 Agenparl – Dichiarazioni di Claudio Borghi sulla reversibilità https://agenparl.eu/2025/11/10/manovra-borghi-emendamenti-vendere-mes-vale-15-miliardi-proporro-togliere-reversibilita-pensioni-unioni-civili-affitti-brevi-cancelliamo-o-cambiamo-decisamente/ Lucia Montanaro
November 11, 2025
Pressenza
Dugo e le stelle: memoria e giustizia per il popolo Rom
All’Eirenefest Napoli, ospitato dal Presidio Permanente di Pace della libreria IoCiSto, sabato 20 settembre si è chiusa la rassegna con la presentazione dell’ultimo romanzo di Francesco Troccoli, Nel romanzo, Troccoli racconta una storia che parte dal presente, da un Nord Italia segnato dalla paura e dall’odio razziale: un campo rom in fiamme, bambini spaventati, adulti invisibili che lottano per sopravvivere. Questo presente si intreccia con la memoria più profonda della persecuzione, della deportazione, dello sterminio. Ferdi, un bambino di sette anni, sopravvive al rogo che devasta il suo campo, fugge, si nasconde, attraversa quaranta paure. Non è solo la sua vicenda individuale a emergere, ma un ritratto collettivo: di chi ha vissuto, resistito, ricordato. Durante la presentazione, Valentina Ripa ha guidato Troccoli in un dialogo che non si è limitato alla trama, ma ha aperto la riflessione sulla storia e sulle responsabilità di un Paese che ha troppo a lungo dimenticato. Dal palco sono emerse ricostruzioni di giustizia: il riconoscimento del Porrajmos, lo sterminio dei Rom e dei Sinti, ancora poco presente nel discorso pubblico; la consapevolezza che la Resistenza antifascista italiana non fu solo “bianchi e rossi”, ma anche altre voci, marginalizzate nei libri di storia. Nel corso della serata, l’autore ha ricordato come le comunità rom abbiano spesso scelto una resistenza non armata, fondata sulla nonviolenza. Ha citato racconti tramandati secondo cui alcuni fascisti catturati avrebbero chiesto di arrendersi solo in mano loro, per avere certezza di sopravvivere. Una memoria scomoda, che rompe la narrazione ufficiale e che restituisce dignità a chi è stato doppiamente escluso: perseguitato e poi dimenticato. Il Porrajmos è il termine che designa la persecuzione e lo sterminio dei Rom e dei Sinti sotto il nazismo e nei territori controllati dall’Asse. Si stima che circa 500.000 persone furono uccise nei lager, bruciate nei forni crematori, vittime delle stesse dinamiche che colpirono gli ebrei: ghettizzazione, internamento, lavoro coatto, fama, malattia, disumanità. In Italia, sotto il fascismo e durante l’occupazione, Rom e Sinti furono internati in campi di detenzione, spesso cancellati dai documenti ufficiali. Usciti “formalmente” indenni dalla guerra, persero tutto: la casa, le carovane, la dignità. La memoria di queste perdite è rimasta in gran parte inascoltata. Uno dei momenti più toccanti della serata è stato il confronto sul presente: il popolo Rom è cittadino italiano, ha passaporto e diritti formali, ma è ancora oggi relegato in “campi”, spesso non ufficiali, a margini sociali che si trasformano in invisibilità. L’Italia è stata più volte richiamata e sanzionata dall’Europa per questa situazione, che contrasta con i principi stessi di cittadinanza e democrazia. Francesco Troccoli Valentina Ripa e Francesco Troccoli   Stefania De Giovanni
September 21, 2025
Pressenza
“Questa Lega è una vergogna”
Pino Daniele e il coraggio di dire no al razzismo nei manifesti rimossi a Roma C’è una fotografia che oggi non vedrai in copertina. Non perché non esista, ma perché ogni replica non contestualizzata è una nuova diffusione del messaggio d’odio. Per questo non vogliamo contribuire a diffonderla. È l’immagine di un manifesto affisso in varie zone di Roma e firmato dalla Lega. Uno slogan gridato in maiuscolo: “Occupi una casa? Ti buttiamo fuori in 24 ore”. Accanto, una scena costruita con cura inquietante: persone visibilmente non italiane, con tratti che evocano lo stereotipo del “diverso”, neri, rom, volti caricaturali, vengono fermate dalla polizia davanti a un portone. Non è solo propaganda. È un attacco visivo e narrativo alla dignità umana. Per questo, abbiamo scelto di aprire con un altro tipo di immagine: la copertina dell’album ‘O scarrafone di Pino Daniele, che nel 1991 cantava: Un uomo in blues “Questa Lega è una vergogna”. Un verso che oggi suona come un monitor ancora attuale. Trentaquattro anni dopo, quella denuncia sembra ancora necessaria. Gli stessi pregiudizi, le stesse campagne denigratorie, le stesse immagini stereotipate restano affisse sui muri delle nostre città. Non è solo un ritorno nostalgico a una canzone del passato, ma il segno di una memoria viva e resistente. Una memoria che parla ancora, come quella Napoli profonda e meticcia che ha sempre saputo dire no al razzismo anche quando non faceva notizia. Non è solo un manifesto. È una battaglia del nemico La fotografia, visibile nell’articolo solo per scopi critici, non è documentazione giornalistica. È un set narrativo in scena per alimentare una percezione falsa e pericolosa: che l’abusivismo, l’illegalità, il pericolo per “la brava gente” hanno un volto preciso. E quel volto, guarda caso, non è mai bianco. Manifesto della Lega con contenuti discriminatori Si tratta di razzismo visivo, e la parola non è abusata. È esatto. Quando si usano immagini che assimilano minoranze etniche a comportamenti criminali, si viola un principio fondamentale: l’uguaglianza di tutte le persone davanti alla legge e alla dignità. La rimozione da parte del Comune: censura o responsabilità? Il Comune di Roma ha deciso di rimuovere quei manifesti. Una scelta che ha scatenato l’ira della Lega, che ha parlato di “bavaglio comunista” e attacco alla libertà d’espressione. Ma la libertà di espressione non è il diritto di diffondere odio. Non è il diritto di costruire narrazioni che identificano etnie con criminalità, povertà con pericolosità, disperazione con minaccia. La decisione del Comune non è censura. È difesa della Costituzione, che all’articolo 3 garantisce pari dignità sociale senza distinzione di razza, lingua o opinioni. È una presa di posizione civile, in un’epoca in cui anche l’indifferenza può essere complicità. In un contesto europeo in cui il razzismo è in crescita, come riportato dalla FRA (Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali), la difesa attiva dei principi costituzionali non è una forzatura ideologica, ma un obbligo morale. E lo è ancor di più in Italia, dove articoli come il 3 e il 21 della Costituzione stabilizzano che l’espressione libera non può mai tradursi in incitamento alla discriminazione. Propaganda che semplifica, divide, colpisce Il manifesto affisso a Roma è solo l’ultimo esempio di una strategia comunicativa fondata sulla costruzione di un nemico semplice: lo straniero, il povero, l’abusivo, che minaccia l’ordine. Nessun riferimento a cause strutturali, nessuna proposta di inclusione sociale, nessuna complessità, solo paura e repressione. Chi ha costruito quella fotografia, con ogni probabilità in un set o con un intervento di post-produzione, non ha scelto a caso i volti, gli abiti, le posture. Ha voluto che parlassero da soli. Ha iniettato razzismo nelle immagini, contando sulla rapidità con cui lo sguardo assorbe e giudica. Secondo l’ultimo rapporto dell’Unione Inquilini, in Italia nel 2023 sono stati eseguiti oltre 29.000 sfratti, il 90% dei quali per morosità incolpevole. La vera emergenza abitativa riguarda famiglie italiane e straniere senza mezzi, non criminali o “furbetti”. Ma questa complessità non fa notizia. Meglio ridurre tutto a uno slogan da affissione. Il paradosso di CasaPound A rafforzare l’ipocrisia di certe narrazioni, c’è il caso di CasaPound. Fondata nel 2003, CasaPound è un’organizzazione politica di estrema destra che si definisce “fascista del terzo millennio”. È conosciuta per le sue azioni provocatorie e per l’occupazione di spazi pubblici. A Roma, in via Napoleone III, questo movimento occupa da oltre vent’anni un palazzo di proprietà pubblica senza pagare affitto, trasformandolo nella propria sede nazionale. Un’occupazione illegale mai realmente sanzionata. Nonostante le denunce, gli appelli e le mozioni approvate dal Consiglio Comunale, lo stabile non è mai stato sgomberato. È solo il caso più noto: altre occupazioni e concessioni opache si sono susseguite negli anni. Una realtà che mostra come le regole, in Italia, sembrano valere in modo diverso a seconda del colore della pelle o della bandiera che si sventola. Qualcuno ha suggerito, con amarezza, che forse la Lega dovrebbe affiggere un manifesto diverso: “Occupi un palazzo da vent’anni a Roma senza pagare affitto? Ti portiamo anche il caffè, basta che sei nostro amico”. Sarebbe più onesto. Fonti e approfondimenti: Unione Inquilini – Rapporto sugli sfratti in Italia 2023 https://www.unioneinquilini.it/index.php/rapporti-sfratti-2023/   Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) – Relazione annuale 2023 https://fra.europa.eu/it/publication/2023/fundamental-rights-report-2023   Costituzione della Repubblica Italiana – Articoli 3 e 21 https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=3 https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=21   Movimento del Comune di Roma sullo sgombero di CasaPound (2020) https://www.romatoday.it/politica/casa-pound-via-napoleone-mozione-sgombero.html   Rimozione manifesti Lega a Roma – Notizia ANSA https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2025/07/27/roma-rimossi-i-manifesti-lega-stereotipi-razzisti Lucia Montanaro
July 28, 2025
Pressenza
Mozione IC “Sauro-Errico-Pascoli” di Napoli contro discriminazione, segregazione e colonizzazione del popolo palestinese
Il Collegio Docenti dell’IC “Sauro-Errico-Pascoli” si dichiara CONTRO la politica di discriminazione, segregazione e colonizzazione che lo Stato di Israele utilizza nei confronti del popolo palestinese e che viola i principi e i dettami del diritto internazionale e le risoluzioni ONU sui Diritti Umani. Oggi in particolare, di fronte ai massacri ed al genocidio in atto nella striscia di Gaza ad opera dell’esercito israeliano, vogliamo evidenziare questa posizione in modo chiaro, aderendo alla campagna internazionale “Spazi Liberi dall’apartheid israeliana” che promuove la creazione di una rete di strutture pubbliche e private libere da ogni forma di discriminazione. Questi luoghi, che prendono ispirazione dalla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, e rappresentano una Rete oggi attiva in diversi paesi del mondo, sono contro l’occupazione militare e le politiche di apartheid in Palestina come in ogni parte del globo, e si impegnano a non contribuire in alcun modo alle gravi violazioni delle libertà fondamentali del popolo palestinese. Come Istituzione scolastica impegnata da sempre nella lotta contro ogni tipo di razzismo, discriminazione e segregazione e ispirata, com’è doveroso che sia, ad educare le giovani generazioni ai valori di rispetto, solidarietà, giustizia, spirito critico, propri della nostra Costituzione, intendiamo quindi prendere posizione rispetto al genocidio in atto, impegnandoci a non restare in silenzio ed a continuare nella nostra missione di costruttori di pace e dialogo tra le persone ed i popoli. Napoli, 13/05/2025 Mozione-PalestinaDownload
Russofobia e discriminazione in Lettonia, Alexei Roslikov: “Siamo in molti e la lingua russa è la nostra lingua!”
In Lettonia, un deputato della Saeima (Parlamento) lettone è stato rimosso da una sessione parlamentare per dichiarazioni in lingua russa e “comportamento non etico”, riporta LSM. Il 5 giugno, parlando dall’aula della Saeima, il leader del partito Stabilità! Alexei Roslikov ha criticato una bozza di dichiarazione sulla “riparazione dell’eredità della russificazione”. Il provvedimento avrebbe stabilito il dovere dello Stato lettone di porre rimedio agli “effetti delle politiche di russificazione”, che secondo i sostenitori “continuano a erodere il prestigio della lingua lettone”. La dichiarazione includeva anche proposte per limitare l’uso del russo negli spazi pubblici. Roslikov ha protestato contro la proposta di legge razzista che prevedeva l’inclusione della “Dichiarazione sulla russificazione criminale della Lettonia da parte del regime di occupazione sovietico e sulla prevenzione delle sue conseguenze linguistiche” nell’ordine del giorno della riunione. Opponendosi a questa dichiarazione, Roslikov ha sostenuto che “i russofoni erano sulle barricate insieme ai lettoni”. Prima di concludere il suo intervento, Roslikov è passato dal lettone al russo, dichiarando: “Siamo in molti e il russo è la nostra lingua!” facendo un gesto di protesta mentre lasciava il podio. È stato successivamente espulso dall’aula. Ecco di seguito la dichiarazione del deputato Alexei Roslikov: “Forse farete una legge che mi impedisca di chiamare mio figlio con un certo nome perché è russo? Ci sarà qualcosa di semplicemente obbligatorio: John, Peter, Christoph. Alexey, Victor e Natalya non esisteranno più, perché sarà proibito. Perché qui siete odiati se avete chiamato vostro figlio Victor. Non è vero? Dovete chiamare vostro figlio John. E ora, colleghi? Attaccherete le nostre famiglie ogni giorno con qualche vostra decisione? Siete coinvolti in atti terroristici, solo all’interno del vostro Paese. E questo è un fatto assoluto, cari colleghi. Ora volete qualcosa di più serio, vero? Proibirmi di parlare in un luogo pubblico, per strada, in un negozio, in riva al fiume, vicino a casa mia, proibire di parlare russo, perché ai vostri occhi questo è un reato. Ai vostri occhi, è un reato che mi chiamo Alexey e so che la mia lingua è il russo. Probabilmente dormite molto male per questo. Metà della popolazione della Lettonia parla russo. Metà della Lettonia parla russo non solo a casa. Ogni giorno! Senza di noi, senza i Russi, non avrete nulla, perché noi siamo metà del Paese. Siamo metà del Paese! Ogni giorno vi siamo accanto, ogni giorno aiutiamo lo sviluppo del nostro Paese, ogni giorno contribuiamo affinché il nostro Paese si sviluppi e progredisca. Ma voi cercate con tutte le vostre forze di portarci via qualcosa! Senza esitazione, ci mostrate il nostro posto! In chi dovremmo credere, cos’è Dio, cos’è il Natale, cos’è il Capodanno! Con chi possiamo parlare, con chi non possiamo parlare!  “Anche i russofoni sono saliti sulle barricate insieme ai lettoni. Cos’altro verrà inventato per i russofoni? Zone chiuse separate, una legge in base alla quale i russofoni non potranno chiamare i propri figli con un certo nome solo perché è russo?” – ha dichiarato Roslikov – “Ricordate una cosa: siamo in tanti! E la lingua russa è la nostra lingua!”. Per queste parole il Servizio di Sicurezza dello Stato lettone ha avviato un’indagine sul parlamentare Alexey Roslikov con l’accusa di incitamento alle tensioni etniche e di “assistenza” alla Russia in azioni contro la Lettonia. L’agenzia ha informato i media locali che i suoi funzionari hanno avuto diversi “colloqui cautelativi” con Roslikov in merito alle sue dichiarazioni pubbliche e lo hanno avvertito di potenziali ripercussioni legali.  Roslikov rischia oggi il divieto di presenziare a sei sessioni parlamentari. Alexey Roslikov è a capo del partito lettone “Stabilità!”, che ha ottenuto circa il 7% dei voti alle elezioni parlamentari del 2022. Il partito ha ottenuto una quota simile alle elezioni del Consiglio comunale di Riga del 7 giugno 2025. “Stabilità!” è un partito di sinistra – considerato “populista” dalle forze di destra – noto per essere espressione della minoranza russofona insieme al partito Unione Russa di Lettonia. Questo è il clima di macchartismo, di russofobia e di discriminazione che si respira in Lettonia, Estonia e Lituania e che le forze neoliberali e le destre etnonazionaliste baltiche continuano a fomentare. Poco tempo fa anche l’Estonia ha dichiarato che riconoscerò il russo come una lingua “straniera” entro il 2030, pur avendo più di 400mila cittadini estoni di lingua russa. > RUSSOFOBIA E DISCRIMINAZIONE IN LETTONIA https://meduza.io/en/news/2025/06/09/latvian-state-security-service-investigates-parliament-member-for-inciting-ethnic-hatred-after-heated-defense-of-russian-speakers  Lorenzo Poli
June 12, 2025
Pressenza