8 Marzo: la festa delle discriminazioni di genere
«La parità è un diritto non una concessione» tuona Giorgia Meloni in un convegno
dedicato agli 80 anni del voto alle donne. E quindi le donne non devono chiedere
concessioni come il sistema delle quote o un welfare agevolato. Ma non si sa
bene a quali concessioni si riferisca Meloni, in Italia, infatti, non ci sono
quote obbligatorie nelle elezioni politiche, ma solo nella composizione delle
liste elettorali. Questo sistema non è particolarmente efficiente, infatti,
l’attuale Parlamento Italiano ha meno parlamentari donne rispetto al precedente,
e in ogni caso la percentuale delle donne nell’organo legislativo non ha mai
superato il 35%, ben lontano dalla parità. E non va meglio negli enti locali.
L’altra legge che esiste sulle quote per le donne riguarda la composizione dei
Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (L.120/2011), oggi in
questi C.d.a la percentuale di donne si attesta intorno al 40%, ma se cerchiamo
quanto donne oggi sono CEO nelle grandi società noteremo che, anche secondo le
migliori stime, non superano il 7%.
Ma non è verso il soffitto di cristallo che dobbiamo guardare per renderci conto
di quanto siamo distanti dalla parità, ma nel mercato del lavoro in generale,
dove i risultati sono agghiaccianti. E lo si evince dal Rendiconto di genere
elaborato da Inps e CIV per il terzo anno consecutivo. Premessa necessaria è che
i dati continuano a riportare solo ed esclusivamente due generi, e né l’Inps né
l’Istat includono o prendono in considerazioni le persone trans e non binarie
nelle loro indagini statistiche ordinarie.
Il rendiconto ci spiega che le donne nel nostro Paese studiano di più e hanno
risultati migliori in tutti i livelli educativi. Le ragazze si iscrivono
maggiormente ai licei: il 61% delle iscrizioni ai licei sono ragazze contro un
39% di maschi, vale il contrario nella filiera tecnica e professionale.
Concludono il percorso di studi con successo in numeri superiori rispetto ai
ragazzi (52,6% di diplomate e 47,4% di diplomati). Si iscrivono maggiormente
all’università e la concludono più facilmente (il 57,8% di laureate magistrali
sono donne) e stanno aumentando anche i numeri nelle discipline STEM. Ma appena
arriviamo al capitolo sul mondo del lavoro la situazione si ribalta.
> Le donne trovano meno lavoro, sono più precarie, guadagnano di meno, sono a
> rischio licenziamento nel periodo precedente e successivo la gravidanza, hanno
> pensioni più basse, nonostante siano più longeve, e sono quindi più povere.
«Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3%,
rispetto al 71,1% degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo
pari al 17,8%. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il
42,2% del totale». Praticamente, in Italia lavora una donna su due, e la
situazione rispetto all’anno precedente è stabile. E qui ritornano in mente le
parole della Presidente del Consiglio «La vera libertà però rimane potersi
guadagnare sul campo la propria posizione e quello che lo Stato può fare è
garantire che la partita non sia truccata». Ecco, però, i numeri ci raccontano
proprio di una partita truccata, e di quanto la meritocrazia sia una parola
vuota che corre lungo le linee della discriminazione di genere e di razza.
«L’instabilità occupazionale coinvolge soprattutto il genere femminile in
quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7% sono donne, a
fronte del 63,3% di uomini. Le lavoratrici con un contratto a tempo parziale
sono il 67,2% del totale e anche il part time involontario è prevalentemente
femminile, rappresentando il 13,7% degli occupati, rispetto al 4,6% dei maschi».
Il gap retributivo è importante: le donne guadagnano fino a un 25% in meno. «In
particolare, fra i principali settori economici, la differenza è pari al 19,7%
nelle attività manifatturiere, 23,6% nel commercio, 15,7% nei servizi di
alloggio e ristorazione, 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative». E
sono meno presenti nei ruoli apicali. Ma certo oggi sono molte le voci maschili
– come il giornalista nella sala stampa di San Remo – che si alzano per dire «è
colpa loro: le donne hanno poca voglia di lavorare».
In effetti, le donne nel nostro paese non solo si sobbarcano il lavoro di
produzione, ma anche quello di riproduzione. Continua il Rendiconto di genere:
«Nel 2024, le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state
15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini». E il 2026 non sarà l’anno
in cui avremo un congedo parentale equiparato tra uomini e donne perché è stato
appena affossato dalla maggioranza parlamentare per fondi insufficienti. I soldi
però si sono trovati per gli aerei da guerra della Leonardo, ma non per dare il
giusto spazio al ruolo di padre nella nostra società. Meglio continuare a
sobbarcare tutto sulle spalle delle madri. Peccato che le voci maschili su
questo siano state flebili, mentre proprio quei primi mesi di vita sono centrali
per instaurare una relazione significativa con figli e figlie. E potremmo
continuare con la situazione degli asili nido, delle scuole primarie senza tempo
pieno, delle attività per il tempo libero per l’infanzia tutte a pagamento.
Basterebbe questo per comprendere perché da dieci nel nostro paese l’8 marzo non
è più una festa ma un giorno di sciopero lanciato dal movimento transfemminista
Non una di meno. Leggiamo nell’appello: «Siamo noi i soggetti che la società
patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio
funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa
crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro
riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di
genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui
territori».
Uno sciopero che chiede pieni diritti e piena partecipazione per tutte le donne,
persone trans, non binarie, con qualsiasi orientamento sessuale, non solo
ricche, non solo bianche. In questi giorni, gli Usa e gli Stati Uniti hanno
cominciato una guerra contro l’Iran che rischia di portare il mondo intero
sull’orlo del baratro, dopo due anni di genocidio in Palestina, e quattro anni
di guerra in Ucraina. La guerra è una sistema che ridefinisce confini
territoriali tra cosa è dentro e cosa è fuori, riorganizza i ruoli di genere tra
chi andrà al fronte e chi starà a casa, ristabilisce gerarchie tra chi è degno
di vivere e chi può essere sacrificato.
In questo scenario buio, risuonano forte le parole di Non una di meno nel loro
appello ai sindacati: «Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia
fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere
lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro
stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per
uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una
sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə». L’8
marzo sarà una giornata di mobilitazione, e il 9 marzo è convocato lo sciopero
transfemminista: «Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la
cura e la vita, non il profitto e la guerra».
Immagine di copertina di Silvia Cleri
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