Tag - autodeterminazione

Un passato da preservare. Gli archivi distrutti e ricostruiti di Gaza
L’eccezionalità nel territorio palestinese, occupato da Israele dal 1967, sta nella durata, ma non solo. Di solito quando una parte in conflitto invade ed occupa l’intero territorio dell’altra parte, il conflitto si risolve nel giro di qualche anno con la … Leggi tutto L'articolo Un passato da preservare. Gli archivi distrutti e ricostruiti di Gaza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo
Quello che chiedo sempre a me stesso come marxista è analizzare le questioni senza pregiudizi o moralismi, perché solo così si colgono le contraddizioni e si capisce la realtà. In questi giorni leggo articoli giornalistici e relativi commenti nei “social” di estremo disprezzo verso i curdi del Rojova, sottoposti all’attacco […] L'articolo Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo su Contropiano.
February 21, 2026
Contropiano
L’inganno della Fase Due: la Palestina nel mirino del Nuovo Ordine Coloniale
Quello che i media mainstream celebrano come il trionfo della diplomazia e il ritorno alla razionalità geopolitica è, in realtà, l’atto finale di un’operazione di ricolonizzazione chirurgica. La cosiddetta “Fase Due” dell’accordo sulla Palestina non è l’inizio di un cammino verso la liberazione, ma la formalizzazione di un protettorato gestito dal capitale internazionale, sotto la guida degli Stati Uniti e sulle ceneri di un martirio collettivo. Sotto la patina della stabilità e della ricostruzione, si nasconde un disegno inquietante che punta a sottrarre definitivamente al popolo palestinese il diritto inalienabile di decidere del proprio destino, consegnando le chiavi di Gaza a un direttorio di banchieri, generali e potenze imperialiste. Il fulcro di questa operazione è il “Board of Peace”. L’idea stessa che un organismo di tale portata sia presieduto direttamente da Donald Trump chiarisce, senza margine di errore, la natura dell’operazione. La tragedia palestinese viene declassata a una transazione commerciale, un “deal” dove la giustizia è l’unica variabile esclusa dal bilancio. Questo consiglio non è un arbitro imparziale, ma un club esclusivo di interessi geopolitici che riunisce i protagonisti della normalizzazione con Israele e i finanziatori storici dell’occupazione. Vedere i nomi di amministratori delegati di fondi d’investimento globali e dirigenti della Banca Mondiale sedere accanto a monarchi del Golfo svela l’inganno primordiale: Gaza non viene liberata, viene “messa a bando”. L’obiettivo dichiarato è la ricostruzione, ma la realtà è la trasformazione di una terra martoriata in un’immensa zona economica speciale, un laboratorio di neoliberismo estremo dove il profitto delle multinazionali del cemento e delle tecnologie di sorveglianza peserà più della vita umana. Mentre il Board decide le strategie dall’alto dei salotti di Washington, il controllo quotidiano della striscia viene delegato a un comitato di tecnocrati palestinesi che agiscono, di fatto, come una curatela fallimentare. Parlare di “esperti indipendenti” è l’eufemismo borghese per indicare una leadership svuotata di ogni potere politico reale, incaricata solo di amministrare la miseria, garantire i servizi minimi e assicurarsi che la rabbia degli oppressi non disturbi i flussi di capitale. Questi funzionari rispondono ai diktat del Board e non al mandato popolare. Rappresentano il braccio amministrativo di un’occupazione che ha cambiato volto, ma non sostanza. È la sostituzione della sovranità politica con la gestione manageriale, in una logica che mira a silenziare la lotta per l’autodeterminazione attraverso il ricatto del pane e degli aiuti umanitari. A sorvegliare questa “pace dei cimiteri” interviene la Forza Internazionale di Stabilizzazione. Sostituire l’uniforme dell’esercito israeliano con quella di una coalizione multinazionale non cambia la realtà di un territorio che resta un’enclave sotto assedio. Gaza rimane una prigione a cielo aperto, dove il movimento è sorvegliato da sensori stranieri e ogni velleità di resistenza viene etichettata come una minaccia alla sicurezza globale. Si esige la smilitarizzazione unilaterale della resistenza palestinese, mentre lo Stato occupante mantiene intatto il suo arsenale nucleare e convenzionale, godendo di un’impunità totale garantita proprio dai membri di quel Board che oggi si erge a giudice e garante. E’ evidente che non si possa parlare di pace quando si disarma la vittima, lasciando al carnefice il possesso delle sue armi. Siamo di fronte a un esperimento di “bantustanizzazione” in versione digitale e finanziaria. Mentre le diplomazie discutono di valichi aperti e protocolli di intesa, il silenzio scende sulla sistematica cancellazione dei diritti storici: il diritto al ritorno dei profughi, lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania e la fine del regime di apartheid. Questo accordo mira a creare una calma apparente utile solo al transito delle merci lungo i nuovi corridoi energetici regionali. La dignità di un popolo non può essere amministrata da un consiglio d’amministrazione straniero, né la libertà può essere barattata con un piano di investimenti a lungo termine. Il paradosso della Fase Due è che essa pretende di “curare” le ferite di Gaza eliminando chiunque possa testimoniare l’ingiustizia. L’attacco alle organizzazioni internazionali indipendenti e la loro sostituzione con enti filantropici legati al Board è funzionale a questo disegno, ossia trasformare la solidarietà in uno strumento di controllo politico. Peccato che il popolo palestinese non chieda elemosine gestite da banchieri, ma giustizia e terra. Ogni dollaro investito in questa ricostruzione condizionata servirà a costruire muri più alti, telecamere più intelligenti e una dipendenza economica ancora più feroce. Accettare questa governance significa abdicare all’idea stessa di diritto internazionale, accettando che la forza bruta e la ricchezza possano riscrivere la geografia e la storia a proprio piacimento. Il futuro della Palestina non può essere deciso nei resort del Mar Rosso o negli uffici della Casa Bianca. Finché non verrà riconosciuta la piena sovranità palestinese su ogni centimetro del territorio occupato, ogni accordo non sarà altro che una tregua armata, una sospensione temporanea del conflitto per permettere al capitale di consolidare le sue posizioni. La “Fase Due” è l’ultima maschera di un imperialismo che non sa più nascondere la propria ferocia, un tentativo disperato di normalizzare l’anormale e di rendere accettabile l’inaccettabile. La resistenza di un popolo che da quasi un secolo lotta per la propria esistenza non si lascerà soffocare da un regolamento di conti tra potenze. La vera pace non nascerà dai tavoli del Board, ma dalle strade, dalle piazze e dalla volontà incrollabile di chi sa che esistere, in Palestina, è l’atto di resistenza più puro che ci sia. Ogni tentativo di gestire questa dignità come se fosse un asset finanziario è destinato al fallimento, perché non esiste board, generale o fondo d’investimento capace di comprare la memoria e la speranza di chi, pur vedendo la propria terra calpestata, non ha mai chinato il capo. Giovanni Barbera
February 11, 2026
Pressenza
“Senza consenso è stupro”, il 15 febbraio presidio a Napoli in piazza del Plebiscito
Mobilitazione promossa dal Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania” per difendere la centralità del consenso nelle norme sulla violenza sessuale Napoli e la Campania si preparano a scendere in piazza domenica 15 febbraio alle ore 11 in piazza del Plebiscito per difendere la centralità del consenso nelle norme che regolano il reato di violenza sessuale. L’iniziativa si svolgerà in contemporanea con altre città italiane e precederà una manifestazione nazionale prevista a Roma il 28 febbraio. Per comprendere il senso della mobilitazione è necessario chiarire il contesto. L’articolo 609 bis del Codice Penale è la norma che definisce il reato di violenza sessuale. Negli ultimi mesi la Cam era dei Deputati ha approvato all’unanimità un testo che introduce in modo esplicito il concetto di “consenso libero e attuale”. In termini semplici, significa che per stabilire se vi sia stata violenza non è più necessario dimostrare una costrizione fisica o una minaccia, ma verificare che non sia stato espresso un sì libero, consapevole e presente nel momento dell’atto. Il testo approvato alla Camera, tuttavia, non è ancora definitivo perché deve essere esaminato dal Senato. Ed è proprio in questa fase che si inserisce il dibattito. Alcune proposte di modifica, secondo le realtà promotrici del presidio, rischierebbero di spostare l’attenzione dal consenso al cosiddetto dissenso, cioè alla necessità di dimostrare di aver rifiutato o resistito. Il timore espresso è che ciò possa riportare il peso della prova sul comportamento della vittima piuttosto che sulla responsabilità di chi compie l’atto. La mobilitazione del 15 febbraio non chiede quindi una nuova legge, ma di mantenere il principio del consenso così come votato alla Camera oppure di evitare modifiche che ne riducano la portata. Il Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania”, nato dopo precedenti iniziative davanti al Senato, riunisce centri antiviolenza, associazioni femministe, cooperative sociali, sindacati e organizzazioni civiche del territorio. La data scelta ha anche un valore simbolico. Il 15 febbraio ricorre infatti l’anniversario della legge n. 66 del 1996, che trasformò la violenza sessuale da reato contro la morale a delitto contro la persona, segnando un passaggio storico nel diritto italiano. A trent’anni da quella riforma, le organizzazioni coinvolte dichiarano di voler difendere un percorso considerato non solo giuridico ma anche culturale. Il tema del consenso non riguarda esclusivamente il linguaggio delle leggi. Coinvolge il modo in cui una società interpreta le relazioni, l’educazione al rispetto e la responsabilità individuale. Il presidio napoletano invita alla partecipazione associazioni, collettivi e singole persone con l’obiettivo dichiarato di mantenere alta l’attenzione pubblica su una questione che intreccia diritto, cultura e vita quotidiana. Lucia Montanaro
February 10, 2026
Pressenza
Donne in Nero Prato: “Non in nostro nome: il nostro grido sarà il silenzio”
Sabato 31 gennaio 2026, alle ore 10.30 in Piazza del Mercato Nuovo, a Prato, ci sarà un nuovo appuntamento performativo del gruppo Donne in Nero: “Non in nostro nome: il nostro grido sarà il silenzio”. “Ancora una volta come ogni … Leggi tutto L'articolo Donne in Nero Prato: “Non in nostro nome: il nostro grido sarà il silenzio” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La Groenlandia non è vuota: uno sguardo umanista su ghiaccio, potere e autodeterminazione
> Vista dall’esterno, la Groenlandia appare spesso come uno schermo di > proiezione: enorme, ricoperta di ghiaccio, apparentemente disabitata. Nei > dibattiti geopolitici, l’isola emerge come avamposto strategico, giacimento di > materie prime o fattore climatico. Ciò che viene regolarmente ignorato è una > semplice verità: la Groenlandia non è uno spazio vuoto. È una patria. Questa idea di “terra vuota” non è casuale, ma è una classica narrativa coloniale. Chi pensa che un territorio sia vuoto può rivendicarne più facilmente il possesso, amministrarlo e sfruttarlo. In Groenlandia questo modo di pensare persiste ancora oggi, in modo più sottile rispetto al passato, ma non per questo meno efficace. UN NOME CHE LA DICE LUNGA Già il nome “Groenlandia” porta tracce coloniali. Risale a Erik il Rosso, un vichingo nordico nato in Norvegia e cresciuto in Islanda. Dopo aver commesso un omicidio, fu bandito da un Thing islandese (antica assemblea di governo, N.d.T.) e, nel corso di questo esilio, giunse in Groenlandia intorno all’anno 982. Lì esplorò la costa sud-occidentale e in seguito dichiarò l’area zona di insediamento. Il nome Groenlandia (“terra verde”) non era una descrizione neutrale della realtà, ma una scelta pubblicitaria consapevole: Erik il Rosso voleva attirare altri coloni nordici. Il nome segna quindi l’inizio dell’egemonia interpretativa europea su una terra che era già abitata da millenni e che da quel momento in poi fu descritta e rivendicata sempre più da una prospettiva coloniale. I primi esseri umani vissero qui millenni prima dell’arrivo dei vichinghi. Gli attuali Kalaallit, parte dei popoli Inuit, discendono principalmente dalla cultura Thule, che si diffuse nelle regioni artiche a partire dal XIII secolo circa. La loro conoscenza del ghiaccio, del mare, degli animali e delle stagioni è il risultato di generazioni di convivenza con un ambiente estremo, non di lotta contro di esso. COLONIALISMO IN VESTE ARTICA Con la colonizzazione danese a partire dal XVIII secolo, la Groenlandia fu sistematicamente integrata nei sistemi di potere e di conoscenza europei. La evangelizzazione, l’amministrazione, la lingua e l’istruzione seguivano standard stranieri. Gli stili di vita indigeni erano considerati carenti, le forme di conoscenza tradizionali obsolete. Il colonialismo si manifestava qui meno attraverso la violenza aperta che attraverso il controllo paternalistico: “modernizzazione” significava adeguamento agli standard europei. Le conseguenze furono profonde, dal punto di vista culturale, sociale e psicologico. Fino a gran parte del XX secolo, le decisioni sulla Groenlandia venivano prese senza riconoscere ai Kalaallit lo status di soggetti politici con pari diritti. AUTONOMIA, MA CON RISERVA Sebbene oggi la Groenlandia goda di un’ampia autonomia amministrativa, la dipendenza dallo Stato danese persiste, dal punto di vista finanziario, giuridico e di politica estera. Il dibattito sulla completa indipendenza è quindi ambivalente: è espressione di un legittimo desiderio di autodeterminazione, ma è anche insito in nuove dipendenze. Infatti, mentre le vecchie strutture coloniali si sgretolano, entrano in scena nuovi attori. Gli interessi delle materie prime, le strategie militari e la competizione globale per il potere, in particolare nel contesto del cambiamento climatico, riportano la Groenlandia al centro delle brame straniere. Lo scioglimento dei ghiacci diventa un invito, non un avvertimento. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO COME IMPOSIZIONE COLONIALE Per molte persone nel Nord del mondo, il cambiamento climatico è uno scenario futuro astratto. Per i Kalaallit è la realtà quotidiana. Il ghiaccio marino instabile, i cambiamenti nelle migrazioni degli animali e gli insediamenti minacciati interferiscono direttamente nel tessuto sociale e culturale. La caccia e gli stili di vita tradizionali diventano difficili o impossibili. Particolarmente problematica è la doppia ingiustizia: le cause del cambiamento climatico risiedono principalmente nei paesi industrializzati del Nord del mondo, mentre le sue conseguenze colpiscono in modo sproporzionato le comunità indigene. Allo stesso tempo, queste comunità – che sono le principali vittime di un cambiamento climatico causato dall’esterno – si trovano tra i fronti degli interessi geopolitici a causa delle nuove ambizioni relative alle rotte marittime, alle materie prime e alla presenza militare. Se oggi la Groenlandia viene discussa come “area di opportunità” per l’espansione economica e strategica, il pensiero coloniale continua sotto il segno dell’ecologia. NONVIOLENZA SIGNIFICA DARE SPAZIO AD ALTRE REALTÀ Una visione umanista della Groenlandia richiede più che semplici riforme politiche. Richiede un cambiamento radicale di prospettiva: dal controllo alle relazioni. In questo contesto, nonviolenza significa anche prendere sul serio il sapere indigeno, invece di folclorizzarlo o ignorarlo. I Kalaallit ricordano che la sopravvivenza non è garantita dal dominio, ma dall’adattamento, dal rispetto e dalla moderazione. In un’epoca di crisi globali, questo non è un romantico sguardo al passato, ma un insegnamento di grande attualità. La Groenlandia non è vuota. È un luogo vivo – culturalmente, storicamente e politicamente. Chi parla della Groenlandia dovrebbe prima ascoltare. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Reto Thumiger
January 25, 2026
Pressenza
Rete Saharawi: “Il diritto all’autodeterminazione per il popolo Saharawi non è negoziabile”
A seguito dell’adozione della Risoluzione n. 2797 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione del Sahara Occidentale, la Rete Saharawi accoglie con favore il rinnovo del mandato della MINURSO, la Missione di Pace dell’ONU nel Sahara Occidentale e la riaffermazione del diritto inalienabile del popolo Saharawi all’autodeterminazione e all’indipendenza, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e la Risoluzione 1514 (XV) dell’Assemblea Generale sulla decolonizzazione. La Rete esprime tuttavia profonda preoccupazione per l’inserimento, su impulso di alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, del cosiddetto “piano di autonomia” proposto dal Regno del Marocco come possibile base negoziale. Tale riferimento — sebbene privo di valore vincolante — costituisce un vulnus politico e giuridico rispetto ai principi fondamentali del diritto internazionale e un grave precedente nella gestione dei processi di decolonizzazione ancora irrisolti. La Risoluzione omette inoltre ogni riferimento alla crisi umanitaria nei campi dei rifugiati Saharawi, al progressivo indebolimento degli aiuti internazionali e alle violazioni sistematiche dei diritti umani nei territori occupati, documentate da organismi delle Nazioni Unite e da organizzazioni indipendenti. Nonostante tali criticità, il popolo Saharawi continua a distinguersi per un alto livello di istruzione, coesione e resilienza, pur vivendo separato da un muro di sabbia lungo oltre 2.700 chilometri, che divide le zone occupate da quelle liberate. La Rete Saharawi, che riunisce oltre trenta organizzazioni e enti del terzo settore italiani, denuncia la diffusione di informazioni inesatte o non verificate circa la natura e la portata della Risoluzione n. 2797, le quali rischiano di alterare il quadro giuridico internazionale e di favorire la normalizzazione di un’occupazione illegale e dello sfruttamento delle risorse naturali di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. La Rete ribadisce che: * Il Sahara Occidentale è e rimane un territorio non autonomo ai sensi del Capitolo XI della Carta delle Nazioni Unite; * Il Fronte Polisario è riconosciuto dalle Nazioni Unite come unico rappresentante legittimo del popolo Saharawi; * Qualsiasi soluzione che non contempli l’esercizio del diritto all’autodeterminazione mediante un referendum libero e regolare non può essere considerata conforme al diritto internazionale. La Rete Saharawi invita le Nazioni Unite e i loro Stati membri a ristabilire la piena centralità del diritto all’autodeterminazione nel processo politico, in coerenza con i principi di legalità internazionale. Il ripristino di tale centralità rappresenta una condizione imprescindibile per garantire una soluzione giusta, duratura e conforme alle aspettative del popolo saharawi, nonché per evitare il consolidamento di pratiche che rischiano di legittimare occupazioni illegali e lo sfruttamento delle risorse di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. Il popolo Saharawi non rivendica concessioni, ma l’attuazione del diritto internazionale. Nadia Conti, Presidente RETE SAHARAWI Solidarietà Italiana con il Popolo Saharawi ETS Per informazioni e contatti scrivere a: info@retesaharawi.it   Redazione Italia
January 22, 2026
Pressenza
Quando si nega l’autodeterminazione si ferisce il futuro umano
Da COPEHU affermiamo che l’autodeterminazione dei popoli non è solo un principio politico, ma una necessità profonda dell’esperienza umana. Nel contesto dei fatti che oggi attraversano il Venezuela — segnati dall’intervento esterno e dalla violenza — questa affermazione assume un’urgenza storica e umana. Quando l’autodeterminazione viene negata attraverso sanzioni, blocchi, ingerenze o guerre, non si violano solo territori: si violenta la coscienza e il senso delle persone. Si interrompe il processo interno dei popoli e si impone la paura come forma di controllo. La storia mostra che l’imposizione esterna genera perdita di orizzonte e sofferenza sociale nei popoli colonizzati. Nessuna democrazia nasce dalla forza, nessuna pace nasce dalla minaccia, nessuna trasformazione autentica può essere costruita sulla violenza. Queste dinamiche non danneggiano solo il presente: condizionano il futuro. Quando la violenza politica, economica o militare viene normalizzata, le nuove generazioni vengono educate alla paura, alla sfiducia e alla rassegnazione, indebolendo la loro capacità di proiettare senso, futuro e speranza. Dall’Umanesimo Universalista, riconosciamo nell’esperienza interna e nella nonviolenza la base di ogni trasformazione personale e sociale, e affermiamo che ogni cambiamento autentico inizia nel contatto interno, là dove l’esperienza di senso fonda la vita personale. Da lì, l’intenzionalità umana si orienta verso la vita e il futuro, e solo allora può proiettarsi in società giuste e in relazioni dignitose tra i popoli. Solo le società che custodiscono questo processo interiore — soprattutto nei bambini, nelle bambine e nei giovani — sono capaci di maturare, proiettare futuro e generare pienezza, gioia e senso nella propria gente. Rifiutiamo ogni forma di intervento che rompa il senso umano, utilizzi le persone come mezzi e degradi i popoli a semplici oggetti del potere. La pace non si esporta. La coscienza non si impone. L’autodeterminazione è un atto umano profondo, non una concessione del potere. COPEHU scommette su un’educazione che protegga e rafforzi le nuove generazioni, risvegli il senso, custodisca il legame e affermi la coerenza e la nonviolenza attiva come cammino di futuro per l’America Latina, in direzione della Nazione Umana Universale. COPEHU Perù di fronte all’intervento e alla violenza in Venezuela e America Latina. COPEHU
January 6, 2026
Pressenza
Ignacio Ramonet intervista Nicolàs Maduro
Molti media occidentali ieri hanno ripreso questa intervista di Ignacio Ramonet a Nicolas Maduro, presidente del Venezuela. Non stranamente, di questa lunga chiacchierata gli ignobili “giornalisti” mainstream hanno ripreso soltanto un paio di frasi, completamente decontestualizzate — “Noi abbiamo detto al governo degli Stati Uniti — ai suoi rappresentanti — […] L'articolo Ignacio Ramonet intervista Nicolàs Maduro su Contropiano.
January 3, 2026
Contropiano
SIRIA: SULLA COSTA MANIFESTAZIONI PER “FEDERALISMO E AUTODETERMINAZIONE”. DURA REPRESSIONE DI DAMASCO, ALMENO 8 VITTIME
In Siria, ieri, domenica 28 dicembre 2025, migliaia di abitanti delle città lungo la costa e dell’area centrale del Paese sono scesi in strada dando vita a imponenti manifestazioni contro le politiche del governo di transizione di Damasco (retto dall’autoproclamato presidente Al Sharaa). In particolare, i manifestanti chiedono la fine delle violenze nei confronti delle minoranze e rivendicando un sistema federale, che garantisca il diritto all’autodeterminazione a tutte le componenti linguistiche, culturali e religiose che vivono in Siria. Le manifestazioni si sono svolte a Latakia, Jableh, Tartous e Homs. Sui cartelli e gli striscioni portati in piazza dai manifestanti si leggevano scritte come: “Alawiti, sunniti, cristiani, curdi e druzi: siamo tutti fratelli”, “Federalismo non significa divisione, ma diritti per tutti i popoli”, “No alla guerra civile, sì al federalismo” e “Vogliamo la decentralizzazione politica”. Alcuni video mostrano manifestanti bruciare bandiere della Turchia, principale sostenitore del governo di transizione dell’ex-qaedista Al-Sharaa. Fin dal mattino di ieri, la presenza di forze di sicurezza del governo di Damasco era stata massiccia, con blocchi stradali in diverse zone e tentativi di impedire ai manifestanti di raggiungere i punti di concentramento delle manifestazioni. Diverse agenzie di stampa locali riferiscono di violenze, pestaggi, arresti e distruzioni di telefoni cellulari dei manifestanti da parte delle milizie fedeli ad Al-Sharaa. Nelle immagini che circolano online si vedono scene di scontri, con i manifestanti che rispondono alla repressione governativa con il lancio di pietre e la costruzione di barricate nelle strade. Alla fine della giornata, il bilancio sarebbe di almeno 8 vittime e decine di feriti tra i manifestanti. La versione del regime di Damasco – e del suo principale alleato, la Turchia – è che sostenitori dell’ex presidente siriano Assad (ora rifugiato in Russia) avrebbero attaccato le forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni. L’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) – che da anni propone il modello del confederalismo democratico e dell’autonomia dei popoli all’interno di una Siria unita – ha condannato con un comunicato l’intervento del governo di transizione per reprimere le manifestazioni pacifiche, che ha causato vittime tra i civili e costituisce “una palese violazione del diritto dei siriani di esprimere pacificamente le proprie opinioni e avanzare le proprie legittime richieste”. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani oggi, lunedì 29 dicembre, nelle località interessate dalle manifestazioni e dagli scontri di ieri è tornata una calma tesa. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Michele Giorgio, direttore di Pagine Esteri, corrispondente de Il Manifesto da Gerusalemme, rientrato pochi giorni fa da un viaggio-reportage in Siria. Ascolta o scarica.
December 29, 2025
Radio Onda d`Urto