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«Il mondo è diventato palestinese»: da Sarah Mustafa a Luigi de Magistris, Napoli interroga la coscienza dell’Occidente
Al Festival del Giallo di Napoli la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso si trasforma in un confronto su Palestina, diritto internazionale, informazione, resistenza e responsabilità dell’Occidente Non è stata una semplice presentazione letteraria. Al Festival del Giallo di Napoli, il nuovo romanzo di Sarah Mustafa, Il giorno che non ti ho ucciso, è diventato il punto di partenza per una riflessione che ha attraversato memoria, occupazione, diritto internazionale, informazione e resistenza. Sul palco, accanto all’autrice, l’editore Aldo Putignano e Luigi de Magistris. Le letture di Brunella Caputo hanno accompagnato la serata, restituendo voce alle pagine del romanzo e portando il pubblico dentro l’atmosfera del racconto. Sarah Mustafa ha aperto il suo intervento ringraziando Napoli per la vicinanza dimostrata alla causa palestinese e per le mobilitazioni di studenti, associazioni e cittadini che fin dai mesi successivi al 7 ottobre 2023 hanno mantenuto alta l’attenzione su Gaza e sui territori palestinesi occupati. L’autrice ha raccontato anche le proprie esitazioni nel periodo in cui stava per pubblicare il suo primo romanzo. Mentre la guerra occupava quotidianamente le prime pagine dei giornali, temeva che non ci fosse più spazio per una narrazione diversa. Fu proprio Aldo Putignano a incoraggiarla a proseguire. Per Mustafa la letteratura rappresenta uno strumento per raccontare ciò che raramente trova spazio nella narrazione dominante occidentale: il punto di vista palestinese. Il giorno che non ti ho ucciso si colloca all’inizio degli anni Settanta e racconta l’incontro, a Pavia, tra Carla, giovane operaia italiana impegnata nelle lotte sindacali, e Omar, profugo palestinese segnato da una storia di perdita e violenza. Due destini lontani che si scoprono accomunati dalla ricerca della libertà e della giustizia. Ma il romanzo affonda le proprie radici anche nella storia personale dell’autrice. Nata in Italia, Mustafa ha vissuto da bambina in un campo profughi palestinese. Durante l’incontro ha ricordato il passaggio da una realtà occidentale a una vita fatta di acqua trasportata nelle taniche, servizi essenziali assenti e precarietà quotidiana. «Non è facile scegliere di lasciare la propria terra. In quella casa ci sono i ricordi, la propria storia, la propria vita». Il dibattito ha assunto un tono ancora più politico con l’intervento di Luigi de Magistris, chiamato da Aldo Putignano a riflettere sul rapporto tra informazione e realtà. «Credo che sia stato fatto molto in questi anni per provare a rompere la narrazione della propaganda occidentale». Secondo l’ex sindaco di Napoli, molte delle mobilitazioni nate in questi mesi hanno contribuito a riportare al centro aspetti della questione palestinese spesso rimossi dal dibattito pubblico. «Si dimentica la Nakba. Si dimentica un secolo di occupazione. Si dimentica un secolo di apartheid. Si dimentica il diritto internazionale». Per de Magistris il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma investe direttamente il rapporto tra potere e diritto nelle democrazie occidentali. «Prima c’era più ipocrisia. Formalmente il diritto internazionale esisteva, anche se veniva calpestato. Adesso si sta togliendo perfino il velo dell’ipocrisia. Si dice apertamente che il diritto vale fino a un certo punto». L’ex sindaco ha ricordato anche il clima che, a suo giudizio, si respirava nei primi mesi della guerra. «Quando andavi in televisione e parlavi di genocidio, ti interrompevano e ti chiedevano se ti assumevi la responsabilità di quello che stavi dicendo. Ti collocavano immediatamente tra i fiancheggiatori di Hamas o tra gli antisemiti». Uno dei passaggi più significativi della serata ha riguardato il tema della resistenza. Richiamando la storia antifascista della città, de Magistris ha stabilito un parallelo tra la lotta palestinese e la Resistenza italiana. «Credo che nessuno si sogni di ritenere i partigiani napoletani delle Quattro Giornate dei terroristi. Francesco Amoretti, presidente dell’ANPI, a sedici anni prese il fucile e sparò contro i cecchini fascisti che coprivano l’avanzata dei carri armati tedeschi. Nessuno avrebbe mai definito terrorista Francesco Amoretti». Da qui la distinzione che ha voluto ribadire con forza: «Il terrorismo va sempre condannato. Io ho fatto il magistrato, sono un giurista. Ma la resistenza è un’altra cosa». E ancora: «Se ti rubano la terra, se ti distruggono le famiglie, se ti negano l’acqua, se ti bombardano, se uccidono bambini, giornalisti, medici e infermieri, la resistenza non diventa soltanto un diritto. Diventa un dovere». Le parole più dure sono arrivate quando il discorso si è spostato sulle responsabilità dell’Occidente. De Magistris ha raccontato il lavoro svolto insieme ad altri giuristi per documentare quelle che definisce «complicità economiche, finanziarie, istituzionali, tecnologiche e militari». «Se noi vediamo che aziende, tra l’altro italiane, impegnate nella produzione di armi stanno al +500% di profitto, diciamoci la verità: il genocidio senza il sostegno delle forze occidentali, e non soltanto di quelle americane, non sarebbe stato possibile». «In questo Paese si stanno processando portuali che hanno fatto disobbedienza per non imbarcare merci dove c’erano armi. Si stanno processando giovani che sono scesi in piazza contro il genocidio». Secondo de Magistris, il rischio è che venga meno la fiducia stessa nelle istituzioni. «Se iniziano a dirci che il diritto internazionale non esiste o che esiste solo quando conviene ai potenti, allora avremo un problema enorme». Nel corso dell’incontro de Magistris ha ricordato anche il progetto fotografico B Twin for Gaza, che mette a confronto la vita quotidiana di una bambina palestinese e quella di una bambina napoletana, sottolineando come la solidarietà tra Napoli e Gaza trovi espressione anche attraverso la cultura e l’arte. Sul tema Pressenza aveva già pubblicato un approfondimento: L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta. Un ponte fotografico tra Gaza e Napoli In questo contesto ha sottolineato quella che considera una profonda distanza tra il sentimento popolare e le scelte dei governi. «Io credo che ci sia una dicotomia fra gli italiani e i governanti». A suggellare il senso della serata sono state anche le parole della prefazione firmata da Mario Capanna, lette da Aldo Putignano. Capanna definisce il romanzo «utile» perché contribuisce a mantenere viva la coscienza del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e richiama i pericoli rappresentati dalla guerra in corso a Gaza, dall’apartheid denunciata in Cisgiordania e dal rischio di un’ulteriore escalation nella regione. Nelle battute finali il confronto è tornato sul tema della pace. Sarah Mustafa ha sostenuto che non può esistere alcuna prospettiva di pace senza giustizia. «Per arrivare alla pace ci vuole innanzitutto libertà per il popolo palestinese». Ha ricordato l’assenza di diritti fondamentali, dalla disponibilità di acqua potabile alla continuità territoriale, e ha definito il superamento dell’occupazione una condizione imprescindibile per qualsiasi percorso politico futuro. «Bisogna essere in due a voler dialogare». L’ultimo intervento di Luigi de Magistris ha assunto il tono di una riflessione più ampia sul presente. «Pensavano di cancellare per sempre i palestinesi dal mondo. Però non si sono accorti di una cosa. E questo è il bel segreto dell’umanità. Il mondo, un po’ alla volta, è diventato palestinese». Poi la conclusione. De Magistris ha richiamato le parole di Vittorio Arrigoni, «restiamo umani», aggiungendo però la necessità di interrogarsi su quale umanità si voglia difendere. «Dobbiamo chiederci che umani vogliamo essere. Perché Netanyahu è umano. Trump è umano. E non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di dire che quello che stanno facendo è “da bestie”: io, sinceramente, non ho mai visto le bestie fare genocidi». La presentazione di Il giorno che non ti ho ucciso si è trasformata così in una riflessione collettiva sul rapporto tra diritto, giustizia e memoria. Una discussione che, partendo dalla Palestina, ha interrogato direttamente anche le coscienze occidentali. Sarah Mustafa Napoli ascolta la Palestina: Sarah Mustafa al Festival del Giallo Il pubblico segue la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso di Sarah Mustafa sullo scalone panoramico della Villa Floridiana, a Napoli. Lucia Montanaro
June 7, 2026
Pressenza
CESENA: LOTTA SPAZI E CULTURA / FESTIVAL ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA [2 GIUGNO]
Riceviamo e diffondiamo: CESENA, MARTEDÌ 2 GIUGNO 2026 👉🏿 Dalle ore 11 e per tutta la giornata al Jurassic Skate Park, via Fausto Coppi, Cesena. [in caso di pioggia l’evento sarà spostato al Magazzino Parallelo – Via Genova 70, Cesena] ■ Programma: * Ore 11 Presentazione del libro “PARTIGIANE” (People edizioni, 2023) e laboratorio … Leggi tutto "CESENA: LOTTA SPAZI E CULTURA / FESTIVAL ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA [2 GIUGNO]"
May 30, 2026
Brughiere
TARANTO: PROSFYGIKA. LOTTE E TERRITORI A CONFRONTO [30/31 MAGGIO]
Riceviamo e diffondiamo: Prosfygika, comunità occupata e autogestita nel cuore di Atene da 16 anni, con oltre 400 abitanti e costantemente in prima linea nelle lotte sociali, politiche e internazionaliste, è oggi sotto sgombero. Alcune compagnx, sono in giro per l’Italia, per presentare il progetto della comunità di Atene, raccogliere fondi, costruire e rafforzare una … Leggi tutto "TARANTO: PROSFYGIKA. LOTTE E TERRITORI A CONFRONTO [30/31 MAGGIO]"
May 30, 2026
Brughiere
FIRENZE: DI DISAGI COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPSICHIATRICHE
Diffondiamo: Confronto su quali sono i limiti e le possibilità della cura e della gestione collettive di situazioni di malessere psicologico/psichiatrizzazione. A seguire cena benefit per la cassa transfemminista queer di sostegno economico per il supporto psicologico. Info sulla cassa: L’idea di questa cassa nasce dalla costatazione che moltx di noi o persone vicino a … Leggi tutto "FIRENZE: DI DISAGI COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPSICHIATRICHE"
May 30, 2026
Brughiere
Il 28 maggio Roma scende in piazza: “Cuba per la pace e contro l’aggressione USA”
CUBA PER LA PACE! CONTRO L’AGGRESSIONE MILITARE USA! Cuba è sotto assedio. Quella che era una minaccia costante si sta trasformando nel rischio concreto di un’aggressione militare. L’ennesima contro un popolo che ha fatto della solidarietà la sua bandiera, in piena violazione del diritto internazionale. Un embargo violento e criminale […] L'articolo Il 28 maggio Roma scende in piazza: “Cuba per la pace e contro l’aggressione USA” su Contropiano.
May 26, 2026
Contropiano
Il 28 maggio in piazza per l’autodeterminazione di Cuba e contro le aggressioni USA
Il 28 maggio è stata chiamata una mobilitazione nazionale per difendere Cuba dall’aggressione statunitense, con la Casa Bianca che vuole strozzare un popolo che ha fatto della propria bandiera il simbolo della solidarietà internazionale. Del resto, non c’è frase che esprima meglio il senso di cosa rappresenti Cuba nel mondo […] L'articolo Il 28 maggio in piazza per l’autodeterminazione di Cuba e contro le aggressioni USA su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
Nuove sanzioni contro Cuba, a centinaia di migliaia rispondono in piazza per il Primo Maggio
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato venerdì primo maggio un nuovo ordine esecutivo che amplia significativamente il regime di sanzioni che colpiscono Cuba. La mossa mira a intensificare la pressione politica ed economica nei confronti dell’isola, colpendo individui, entità e affiliati che sostengono l’apparato di sicurezza di […] L'articolo Nuove sanzioni contro Cuba, a centinaia di migliaia rispondono in piazza per il Primo Maggio su Contropiano.
May 3, 2026
Contropiano
Comunità Mapuche in Cile: cosa cambia con il governo Kast?@0
Dal dicembre 2025 si è insediato in Cile il governo di José Antonio Kast, espressione dell’estrema destra. Fin dalle prime ore del suo mandato, il governo ha adottato una linea dura: rafforzamento della presenza militare alle frontiere, smantellamento di diverse misure di protezione ambientale — dalla creazione di parchi nazionali alle normative su clima, emissioni e qualità dell’aria e dell’acqua — e nuovi accordi internazionali per lo sfruttamento di risorse strategiche come litio e rame. In questo contesto si inserisce anche la soppressione dell’Unità dei Popoli Indigeni del Ministero dei Beni Nazionali, parte di una più ampia riorganizzazione istituzionale. Per provare a delineare un quadro della situazione delle comunità indigene in questo periodo, siamo messe in contatto con Max Reuca werken (portavoce) della comunità mapuche Juan Ignacio Reuca di Puren, Araucania, Chile. In questa prima parte dell’approfondimento, gli abbiamo chiesto com’è la situazione per le comunità indigene, in particolare per il popolo Mapuche, all’inizio del governo di José Antonio Kast: tra l’eliminazione di diritti e concessioni ottenute nel governo precedente, sia in tema di protezione ambientale sia di diritti umani e di proprietà delle comunità Mapuche (oltre che del popolo cileno nel suo complesso). Tra repressione militare e burocratica, emerge anche quella che potrebbe essere una nuova stagione di mobilitazioni e lotta. Nella seconda parte, ci concentreremo sul tema degli incendi, sulle responsabilità dei grandi latifondisti e sulla criminalizzazione dei popoli indigeni. Entrevista completa en español:
April 17, 2026
Radio Blackout - Info
Comunità Mapuche in Cile: cosa cambia con il governo Kast?@1
Dal dicembre 2025 si è insediato in Cile il governo di José Antonio Kast, espressione dell’estrema destra. Fin dalle prime ore del suo mandato, il governo ha adottato una linea dura: rafforzamento della presenza militare alle frontiere, smantellamento di diverse misure di protezione ambientale — dalla creazione di parchi nazionali alle normative su clima, emissioni e qualità dell’aria e dell’acqua — e nuovi accordi internazionali per lo sfruttamento di risorse strategiche come litio e rame. In questo contesto si inserisce anche la soppressione dell’Unità dei Popoli Indigeni del Ministero dei Beni Nazionali, parte di una più ampia riorganizzazione istituzionale. Per provare a delineare un quadro della situazione delle comunità indigene in questo periodo, siamo messe in contatto con Max Reuca werken (portavoce) della comunità mapuche Juan Ignacio Reuca di Puren, Araucania, Chile. In questa prima parte dell’approfondimento, gli abbiamo chiesto com’è la situazione per le comunità indigene, in particolare per il popolo Mapuche, all’inizio del governo di José Antonio Kast: tra l’eliminazione di diritti e concessioni ottenute nel governo precedente, sia in tema di protezione ambientale sia di diritti umani e di proprietà delle comunità Mapuche (oltre che del popolo cileno nel suo complesso). Tra repressione militare e burocratica, emerge anche quella che potrebbe essere una nuova stagione di mobilitazioni e lotta. Nella seconda parte, ci concentreremo sul tema degli incendi, sulle responsabilità dei grandi latifondisti e sulla criminalizzazione dei popoli indigeni. Entrevista completa en español:
April 17, 2026
Radio Blackout - Info
I gruppi curdi del “Rojhelat” non vogliono essere le pedine degli Stati uniti contro Teheran
Una delle principali questioni rimaste aperte nel disegno di guerra americano-israeliano contro l’Iran, a partire dal 28 febbraio 2026, riguarda il perché non si sia aperto in un fronte terrestre nel Rojhelat, l’Est Kurdistan, denominazione usata nella letteratura politica curda per indicare le regioni curde dell’Iran occidentale, nonostante la presenza di organizzazioni armate e una geografia di confine con la Regione del Kurdistan in Iraq (KRI) che, almeno in teoria, offrirebbe un margine operativo significativo. Una lettura puramente militare, tuttavia, non basta a spiegare questa assenza. La questione presenta una stratificazione politica, strategica e ideologica che coinvolge organizzazioni e figure curde che operano in tutte le quattro parti del Kurdistan. È vero, ad esempio, che Teheran ha immediatamente lanciato minacce dirette contro il Governo Regionale del Kurdistan (KRG), mettendo in guardia da qualsiasi tentativo di movimento armato dai campi dei partiti curdi iraniani, la maggior parte dei quali si trova in aree da esso controllate. Spingendo il KRG a intensificare il controllo su queste basi. Ma la dinamica che si è sviluppata nei primi giorni della guerra è stata ben più complessa. IL GIOCO DELLE INFLUENZE GEOPOLITICHE Al sesto giorno del conflitto, Donald Trump commenta le indiscrezioni su una possibile «invasione terrestre» da parte di gruppi curdi iraniani basati in Iraq. La sua prima reazione è spiazzante: definisce un eventuale attacco «meraviglioso». All’ottavo giorno, però, cambia posizione: «Non vogliamo che i Curdi entrino», afferma a bordo dell’Air Force One. «Ho escluso questa opzione». «Il Kurdistan deve essere un ponte, non un campo di battaglia. I Curdi si trovano in una posizione unica, essendo vostri grandi alleati, partner e vicini dell’Iran. Credo che siamo nella posizione ideale per svolgere un ruolo nella de-escalation, quando sarà il momento opportuno» – afferma, il giorno successivo alla prima dichiarazione, in un’apparizione su Fox News (scelta chiaramente indirizzata anche alla base elettorale di Trump) Bafel Talabani, leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (YNK), cercando di allontanare l’ipotesi di un coinvolgimento diretto. «Siamo pronti, come sempre, insieme ai nostri alleati, a cercare di portare stabilità, pace e prosperità in questa regione che ha sofferto fin troppe guerre». > Nel frattempo, missili e droni iraniani colpivano ripetutamente il Kurdistan > iracheno, inclusa la regione di Sulaymaniyya, governata proprio da YNK. > Teheran, di fatto, stava rispondendo alle dichiarazioni di Trump. Attacchi contro basi occidentali, ambasciate, infrastrutture energetiche e strutture civili si sono susseguite con cadenza quotidiana, colpendo anche i campi in cui si trovano in esilio le fazioni curde iraniane. Allo stesso tempo, Stati Uniti e Israele hanno bombardato ripetutamente milizie affiliate all’Iran presenti sul territorio iracheno, autrici di molti di questi attacchi. Molte di queste formazioni operano sotto l’egida di Hashd al-Shaabi, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), riconosciute istituzionalmente attraverso il decreto n. 40 del 2016 del Consiglio dei Rappresentanti e della Presidenza irachena. Da qui nasce una contraddizione spesso rimossa nel dibattito: molti attacchi che colpiscono il Kurdistan iracheno provengono da gruppi che, formalmente, sono parte dell’apparato statale iracheno e finanziati dal governo federale. Ignorare questa realtà equivale a consentire una costante deresponsabilizzazione politica di Baghdad. Affrontare il nodo, invece, implica riconoscere che lo Stato iracheno è direttamente implicato nella gestione e nel finanziamento di un conflitto in cui alcune delle sue forze armate si combattono a vicenda. Una dinamica non meno rilevante riguarda l’ingerenza turca: Ankara ha lanciato fin dall’inizio della guerra avvertimenti contro qualsiasi mobilitazione curda in Iran. Secondo quanto riportato da Daily Sabah, ampiamente considerato un megafono del partito di Erdoğan, l’AKP, il presidente turco avrebbe espresso a Trump, in una telefonata di inizio marzo, la sua netta opposizione a qualsiasi supporto a favore di gruppi curdi contro l’Iran. Ankara avrebbe inoltre esercitato pressioni dirette sui leader del Kurdistan iracheno, con minacce di ritorsioni militari ed economiche. > Una situazione tutt’altro che inedita. Alla vigilia dell’invasione del 2003, > il piano statunitense prevedeva il Kurdistan iracheno come base operativa, in > un contesto allora diviso tra Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e Unione > Patriottica del Kurdistan (YNK). Una divisione che, nelle sue linee > essenziali, sopravvive ancora oggi. «A est c’era l’Iran. Gli iraniani non erano amici e non avrebbero aiutato. A ovest c’era la Siria. Non c’era alcuna possibilità che Assad ci aiutasse a rovesciare Saddam. Pensava che sarebbe stato il prossimo della lista. Rimaneva la Turchia. Se volevamo entrare nel nord dell’Iraq e sostenere un’operazione lì, avremmo avuto bisogno dell’approvazione dei Turchi e del loro continuo supporto. Ma i Turchi non erano semplicemente scettici all’idea di inviare armi ai Curdi; erano furiosi», scriveva Sam Faddis, comandante della squadra CIA incaricata dell’apertura del fronte nel Kurdistan iracheno, nel libro The CIA War in Kurdistan. All’epoca, il rifiuto turco di concedere l’autorizzazione per l’apertura di un fronte nord attraverso il proprio territorio, al fine di escludere le forze curde da qualsiasi successo politico o militare, costrinse Washington a rivedere profondamente l’architettura dell’intervento, con conseguenze operative e strategiche rilevanti. Oggi, secondo diverse interpretazioni, la posizione di Ankara potrebbe aver nuovamente inciso sulle valutazioni relative a un’eventuale operazione terrestre, contribuendo a rafforzare l’ipotesi di un approccio più cauto, almeno nella fase attuale. LA MOTIVATA DIFFIDENZA CURDA Un altro nodo riguarda il livello di sfiducia politica che i partiti curdi iraniani ripongono negli Stati Uniti. Un’ipotesi sempre più diffusa è che l’esperienza recente in Siria, maturata sotto la supervisione dell’inviato statunitense Tom Barrack, abbia funzionato da deterrente politico transnazionale. Non tanto perché le forze curde diffidino del possibile successo di un intervento militare in sé, quanto perché diffidano delle sue conseguenze. > In una parte consistente della comunità curda, i recenti sconvolgimenti nel > Nord-Est della Siria hanno consolidato una percezione: se questo è stato il > destino del Rojava dopo anni di collaborazione con Washington, quale garanzia > potrebbe esistere per il Rojhelat? Le organizzazioni curde in Iran, infatti, non leggono la guerra come un evento tattico, ma come l’apertura di una fase politica successiva. Ed è proprio il “giorno dopo” a costituire la principale fonte di timore, radicata anche nella memoria storica della rivoluzione del 1979 e delle successive repressioni operate in Rojhelat per mano della neonata Repubblica Islamica. Il repentino venir meno del sostegno occidentale ha rappresentato la causa principale di alcuni dei fallimenti politici e delle tragedie più traumatiche del recente passato del popolo curdo, specialmente in Iraq. «Stiamo entrando in Kurdistan per convincere persone molto scettiche, i Curdi, che questa volta facciamo davvero sul serio. Che non stiamo semplicemente venendo per far arrabbiare Saddam e poi andarcene di nuovo lasciando uomini, donne e bambini del Kurdistan ad affrontarne le conseguenze. Che questa volta metteremo fine alla cosa», scriveva ancora Faddis nel suo diario. Evidentemente più consapevole dei disastri causati dai suoi governi di quanto non lo siano oggi alcune delle élite curde. Ancora una volta, ad esempio, nell’autunno del 2017, Washington non ha sostenuto il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno e non ha fatto alcuno sforzo per fermare l’offensiva delle PMF, che ha portato alla cattura di quasi il 50% del territorio della regione autonoma, inclusa la città simbolo di Kirkuk. Da questa prospettiva, diventano chiare anche le parole di Qubad Talabani, fratello di Bafel e vice-primo ministro del KRG, pronunciate nei giorni più tesi della guerra e rivolte alla Coalizione dei Partiti Curdi: «Comprendi il territorio. Comprendi cosa c’è dall’altra parte di questo confine. Non precipitarti in nulla che possa causarti danni significativi, o che possa causarne alle aree curde dell’Iran». > Il 6 aprile, la questione curda ritorna nel dibattito pubblico dopo nuove > dichiarazioni di Trump, rilanciate da Fox News, secondo cui «armi sarebbero > state inviate ai manifestanti iraniani attraverso i Curdi, che però le > avrebbero tenute per sé». Le reazioni sono immediate e nette. La coalizione > curda nega. «Non abbiamo ricevuto alcun supporto militare dagli Stati Uniti. Le armi in nostro possesso provengono da decenni di conflitto o dal mercato nero», ha affermato Amjad Hossein Panahi, membro dell’ufficio politico di Komala. Dopotutto, se non è stato nemmeno possibile inviare dispositivi Starlink, promessi per mesi, quanto è realistico che siano stati inviati carichi di armi e munizioni? L’assurdità dell’idea secondo cui le forze curde potrebbero aver svolto un ruolo da distributori di armi è evidente, anche solo dal punto di vista logistico. COME SONO ANDATE VERAMENTE LE COSE L’accesso dell’opposizione curda al Rojhelat è in gran parte limitato a tunnel e percorsi di contrabbando tra le montagne, rendendo quasi impossibili trasferimenti di armi su larga scala. I partiti curdi, inoltre, hanno possibilità di manovra nelle regioni a maggioranza curda, non a Teheran, Tabriz o Isfahan. La geografia e il livello di militarizzazione delle aree di confine, specialmente del Kurdistan, renderebbero impossibile in ogni caso consegnare spedizioni di armi in queste città. Anche qualora si superassero questi ostacoli, già di per sé quasi insormontabili, non esiste un’entità politica coerente che potrebbe ipoteticamente ricevere una spedizione di armi dal Kurdistan. L’opposizione iraniana non curda è altamente frammentata e manca di leadership. Come si identifica un «manifestante»? Trump decide tuttavia di ribadire i commenti fatti il giorno precedente a Fox News, senza nominare esplicitamente i partiti curdi, aggiungendo: «Sono molto arrabbiato con un certo gruppo di persone e pagheranno un prezzo molto alto». Secondo molti analisti, l’ipotesi più plausibile per questo continuo cambio di posizione è che Trump volesse un intervento curdo immediato all’inizio della guerra, ma che le forze curde abbiano rifiutato di agire. > Pensare che l’ingresso in guerra dei partiti curdi in Iran sia una questione > che dipende dalla volontà di soggetti esterni, significa non conoscere la > realtà politica del Rojhelat, che vanta alcune delle organizzazioni più > antiche, radicali e radicate di tutte le quattro parti del Kurdistan. Rıvar Abdanan, membro del Consiglio direttivo del Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), ha risposto alle dichiarazioni del presidente USA affermando che è già di per sé un errore considerare il popolo curdo come una forza militare. «I Curdi sono una comunità politica con specifiche rivendicazioni politiche democratiche. Il PJAK non vuole che il Kurdistan diventi un campo di battaglia». Anche Komala ha rilasciato una lunga dichiarazione in cui riafferma la propria distanza da qualsiasi coordinamento con Stati Uniti o Israele, rivendicando una linea centrata sull’organizzazione dal basso e sulla mobilitazione sociale, non sulla militarizzazione della lotta politica. All’indomani del nuovo cessate il fuoco, sebbene le organizzazioni politiche curde abbiano scelto di non entrare in guerra, consapevoli dell’assenza di qualsiasi garanzia politica, non sono comunque rimaste al riparo dalle conseguenze del conflitto. Undici peshmerga, tra combattenti del Rojhelat e soldati regolari del KRI, sono stati uccisi da droni e missili iraniani. La pressione internazionale e regionale per spingerli dentro lo scontro, inoltre, insieme al moltiplicarsi di notizie infondate su presunte offensive curde, ha finito per trasformare il loro spazio politico in un bersaglio ancora più esposto. In questo clima si è inserita anche l’ingenuità di alcune formazioni minori e più recenti, come il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), che ha provato a capitalizzare la visibilità del momento con una retorica nazionalista più dura, a fronte però di una base limitata e di una forza militare poco più che simbolica. L’8 aprile, Teheran ha chiesto a Baghdad e al Governo Regionale del Kurdistan di espellere i gruppi di opposizione curdi iraniani presenti nel territorio. L’accusa, ribadita da anni, è quella di una collaborazione con Stati Uniti e Israele. «Lo sconsiderato presidente degli Stati Uniti, agendo come voce di Satana, si è smascherato», si legge nella nota del Consolato iraniano a Erbil, «parlando apertamente della cooperazione tra apparati militari e di intelligence americani e alcuni gruppi curdi separatisti nella regione». LA TRAIETTORIA DEI PARTITI CURDO-IRANIANI Dei sette principali partiti di opposizione curdi iraniani, sei mantengono oggi uffici politici nel Kurdistan iracheno. Il PJAK rappresenta un’eccezione: radicato nelle aree montuose lungo il confine tra Iran e Iraq, opera in una regione in cui la conformazione geografica ha storicamente favorito tanto la protezione quanto l’isolamento, limitando la capacità di controllo da parte delle autorità del Kurdistan iracheno. Negli ultimi anni, diverse di queste organizzazioni hanno progressivamente ridotto la propria attività militare, abbandonando in parte la lotta armata e riconfigurando le proprie strutture. I loro uffici a Erbil, Sulaymaniyya e Koya restano tuttavia attivi, e al tempo stesso esposti alle pressioni dei governi della regione. In questo contesto, la questione non riguarda soltanto la loro partecipazione o meno al conflitto armato, ma la collocazione stessa di questi gruppi in uno spazio politico incerto: abbastanza vicini ai centri di potere per essere considerati rilevanti, e quindi bersagli, ma non sufficientemente da essere riconosciuti come attori politici autonomi. È forse qui che si intravede il nodo più profondo, che va oltre la posizione curda in questa guerra. La difficoltà del sistema regionale e internazionale di riconoscere al popolo curdo uno spazio politico che non sia immediatamente ricondotto a una dimensione militare. Finché questa ambiguità resterà irrisolta, il Kurdistan continuerà a essere considerato un fronte mancato e il suo popolo svuotato dalle proprie aspirazioni ed escluso dal principio di autodeterminazione. Un campo di battaglia permanente, in cui anche la neutralità è una forma di esposizione. La copertina è di Kurdish struggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo I gruppi curdi del “Rojhelat” non vogliono essere le pedine degli Stati uniti contro Teheran proviene da DINAMOpress.
April 14, 2026
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