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Referendum giustizia, un NO per salvare e ristabilire la democrazia contro le derive autoritarie
Premesse Secondo quanto disposto dall’art. 138 Cost., le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione (nella prima è sufficiente la maggioranza semplice, come per tutte le leggi). Qualora nella seconda votazione non si raggiunga la maggioranza qualificata dei 2/3, alcune minoranze – 1/5 dei membri di ciascuna Camera, 5 Consigli regionali, 500.000 elettori – possono richiedere che sia il popolo, tramite “referendum straordinario” senza quorum, a decidere se la legge entrerà effettivamente in vigore. Dato che nel processo di approvazione parlamentare non ha raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi in ciascuna Camera, ai sensi dell’art. 138 della Costituzione italiana, sono state raccolte le firme necessarie alla richiesta di indizione del referendum costituzionale. Dopo una petizione ufficiale che ha superato il quorum delle 500.000 firme, il Governo ha stabilito che il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura ordinaria si terrà domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo 2026. Si tratta del quinto referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana che ha come oggetto il disegno di legge costituzionale di iniziativa governativa, noto nel dibattito pubblico come “Riforma Nordio”, approvato in via definitiva dal Senato della Repubblica il 30 ottobre 2025. Il testo della riforma, presentato il 13 giugno 2024, avente come oggetto la revisione del Titolo II e del Titolo IV della Parte II della Costituzione della Repubblica Italiana, mira a introdurre due elementi chiave: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). I punti salienti sono: – Carriere separate: i magistrati saranno divisi in due ordini, giudicante e requirente, con percorsi distinti e senza possibilità di interscambio, salvo eccezioni limitate. – Doppio CSM: nasceranno due organi di autogoverno – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. – Metodo del sorteggio: un terzo dei componenti dei due CSM sarà selezionato tramite sorteggio da liste di professori di diritto e avvocati con oltre 15 anni di attività; i restanti due terzi saranno estratti tra magistrati giudicanti e requirenti. – Funzioni del nuovo CSM: gestione di assunzioni, trasferimenti e valutazioni professionali. La competenza disciplinare sarà invece affidata a un nuovo organismo. – Introduzione nuovo organo denominata Alta Corte Disciplinare: composta da 15 membri (magistrati, avvocati e professori di diritto), avrà il compito di giudicare sulle condotte disciplinari dei magistrati. Una riforma costituzionale della giustizia a colpi di “maggioranza” Dal punto di vista formale il percorso di approvazione della legge costituzionale di riforma della magistratura è stato sostanzialmente corretto, anche se va segnalata come un’anomalia il fatto che la proposta sia venuta dal governo, anziché dal Parlamento, e che nemmeno una virgola di tale proposta sia stata cambiata nel corso del dibattito parlamentare, che dunque è risultato sostanzialmente inutile. L’anomalia consiste in ciò: poiché la Costituzione contiene le regole che disciplinano le basi del vivere comune, la sua modifica dovrebbe essere discussa 7dall’organo che rappresenta l’insieme del popolo italiano, il Parlamento, e non decisa dal governo che è espressione solo di una parte. Purtroppo, è stata ignorata la saggezza con cui statisti come Calamandrei o De Gasperi, solo per fare due nomi, invitavano con le parole e con i fatti a far sì che il governo non interferisse nelle vicende costituzionali. Oltretutto, oggi la parte governativa, che pure gode dell’appoggio della maggioranza assoluta dei parlamentari in entrambe le Camere, non è tale in forza della maggioranza dei voti espressi dagli elettori. Per essere più precisi, a causa della legge elettorale, l’attuale maggioranza ha il 59% dei seggi alla Camera e il 56% dei seggi al Senato. Ma alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 aveva ottenuto, nel suo complesso, il 44% dei voti, corrispondenti grosso modo a 12 milioni di votanti, a fronte di 14 milioni di voti per l’opposizione e circa 17 milioni di astenuti. In parole povere, un governo che rappresenta meno del 23% degli elettori, ha cambiato la Costituzione a colpi di maggioranza e lo ha fatto tramite di un disegno di legge presentato non dal Parlamento, ma dalla presidente del Consiglio. Se dal punto formale il procedimento è legittimo, dal punto di vista sostanziale una minoranza ha imposto uno stravolgimento costituzionale. Una riforma ispirata alla “separazione delle carriere” del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, “venerabile” della P2  Nel 1994, l’attuale Ministro Carlo Nordio firmava un appello per difendere l’indipendenza della magistratura, diceva no alla separazione delle carriere, sì all’unicità della giurisdizione come garanzia di giustizia eguale per tutti. Oggi, da ministro della Giustizia, firma la riforma che introduce proprio quella separazione. Il suo è un cambio di idea, ma anche un cambio di fronte. La sua “riforma” non è né tecnica né tantomeno neutrale, ma l’attuazione strategico-politica di un progetto eversivo, partorito oltre 40 anni fa nelle stanze opache della Loggia P2. Nel Piano della P2 c’erano tutti gli ingredienti: indebolire il Parlamento, addomesticare la stampa, normalizzare i sindacati, sottomettere la magistratura al controllo governativo. Una contraddizione in termine anche solo pensare che un piano politico scritto da massoni aspiranti golpisti nel 1977 possa essere il moto regolativo di una riforma costituzionale della magistratura di un governo di un Paese, come l’Italia, che si presuppone essere una democrazia. In realtà sembra proprio così. Il Piano di Rinascita Democratica – rinvenuto il 4 luglio 1981 in un doppiofondo della valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio Gelli, scritto nel lontano 1977 – è il documento di carattere politico in cui Gelli e la P2 esplicitano gli interventi che vorrebbero fare su ogni parte della Costituzione dopo un eventuale colpo di Stato militare contro la Repubblica italiana. Sebbene si autodefinisca “democratico”, nulla ha di democratico e, tra gli obiettivi a medio e lungo termine, vengono citati i suggerimenti sull’ordinamento giudiziario, tra cui compare la separazione delle carriere. A pagina 3 si legge: ” Provvedimenti istituzionali a1) Ordinamento giudiziario I. Unità del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M. è distinto dai Giudici); Riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile”.  Separare per comandare: come se Gelli fosse ancora vivo oggi, a dettare l’agenda. La separazione delle carriere e dei Csm ritorna nel programma elettorale di Forza Italia del 2001 (partito fondato dal piduista Silvio Berlusconi), del 2006 e del 2008 (Pdl), nella controriforma della giustizia Alfano del 2009, nel governo guidato da Giorgia Meloni. Affermava Licio Gelli nel 1981: “Il punto fondamentale è il controllo del potere esecutivo sulla magistratura da raggiugere con la separazione delle carriere”. La riforma del Ministro Nordio sembra proprio realizzare il sogno del massone golpista Licio Gelli. Chi giura di servire la giustizia non può servire un altro padrone: il progetto piduista della restaurazione dell’autorità va a scapito delle libertà. Quella libertà che la Costituzione ha costruito con le cicatrici del fascismo, ora viene erosa articolo dopo articolo. In nome della sicurezza, della rapidità, della guerra alle “toghe rosse”. Un copione vecchio, scritto nei sotterranei dell’eversione, e oggi messo in scena da un governo post-fascista. La separazione delle carriere è l’atto finale di una strategia golpista. La classe politica di oggi non sopporta più i magistrati che indagano sul potere. E allora li divide, li isola, li rende dipendenti con la scusa del contrasto alla politicizzazione della magistratura. Oggi, con la scusa dell’efficienza, della meritocrazia, della “fine delle correnti”, si tagliano i nervi alla magistratura. La magistratura – come voluto prima da Gelli, poi dai tentativi della destra berlusconiana e in seguito da Nordio – deve diventare impotente, addomesticata, prona (ovviamente con i potenti). Un giudice senza un Pm libero è un giudice zoppo; mentre Pm sotto gerarchia politica è un Pm asservito. Questa è la verità. E il cittadino, che già non è uguale davanti alla legge, è più esposto davanti al potere. Nordio è la persona perfetta per presentare questa riforma: non è un ministro qualsiasi il volto rassicurante di una controriforma autoritaria. Chi meglio di un ex magistrato – che critica ferocemente i colleghi – può scardinare la magistratura? Chi meglio di un uomo che ha indossato la toga per decenni per toglierla, sputarci sopra e consegnarla al potere politico? Il suo mantra – “rendere la magistratura indipendente da se stessa” – è la formula perfetta per consegnarla all’esecutivo: una colonizzazione istituzionale e un’interferenza sistematica dell’esecutivo nel potere giudiziario. Obiettivo della riforma non è la separazione delle carriere, ma indebolire la magistratura La riforma è stata divulgata come separazione delle carriere in sè, ma questo è non il suo obiettivo principale. In Italia, come ricordava il professor Barbero – in un video vergognosamente censurato da META – la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (PM) è già esistente. Sebbene il concorso in magistratura è unico, è pur vero che una volta vinto il concorso, dopo un periodo di formazione comune, i giovani magistrati devono scegliere se svolgere la funzione di giudice o di PM; potranno poi chiedere al CSM di cambiare ruolo, ma per una sola volta, nei primi 9 anni di lavoro, e alla stringente condizione di cambiare distretto di Corte d’Appello (cioè, regione), in modo da non ritrovarsi coinvolti nei medesimi giudizi con il loro precedenti colleghi. Ciò fa sì che i passaggi da un ruolo all’altro siano appena una quarantina all’anno, su un totale di circa 9.000 magistrati. Ed è davvero ingenuo pensare che si possa cambiare la Costituzione per impedire a 40 persone all’anno di passare da una funzione all’altra, tanto più che, come segnalato dalla Corte Costituzionale, a eliminare tale possibilità sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria. La proposta di riforma costituzionale della giustizia di Nordio implica la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ovvero che non siano più colleghi tra loro: che i concorsi d’accesso alla professione siano separati e che nessun collegamento possa esservi tra un ruolo e l’altro. Stiamo parlando di un’assurdità in termine logici: una persona studia 6 anni giurisprudenza e, pur avendo la possibilità di provare l’esperienza sia come PM sia come giudici – in quanto i percorsi di studi rimangono uguali – non potrebbero più farlo. Se fosse una riforma seria con fondamenta solide, Nordio dovrebbe avere la decenza almeno di spiegare il senso e infine spingere per una riforma delle facoltà di giurisprudenza, pensando percorsi di studi diversi per giudici e PM. Ma questo non solo è illogico e ulteriormente assurdo, ma francamente stupido essendo che la giurisprudenza è una materia unica: chiunque viene formato in tale settore, scegli per forza ed inevitabilmente il suo percorso, pur sapendo come funziona l’intera macchina giudiziaria. L’obiettivo principale della riforma costituzionale di Nordio è bene altro. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha denuncia il rischio di “indebolimento dell’indipendenza della magistratura”, sostenendo che la riforma possa isolare i pubblici ministeri e aumentare l’influenza della politica sull’organo di autogoverno. Per la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati: “La riforma costituzionale approvata oggi toglierà garanzie ai cittadini, questa è la nostra principale preoccupazione. Ed è chiaro che l’intento di questa riforma sia quello di avere una magistratura addomesticata e subalterna, che rinunci al proprio compito di controllo di legalità”.  “Giovanni (Falcone, ndr) era contrario alla separazione delle carriere. Semmai era un sostenitore della cosiddetta separazione delle funzioni o quantomeno della necessità di una specializzazione per l’ufficio del pubblico ministero” – ha dichiarato Alfredo Morvillo, cognato di Giovanni Falcone. Se Falcone e Borsellino fossero vivi, caro Ministro Nordio, oggi denuncerebbero il nuovo Piano. Il ridimensionamento dell’indipendenza del potere giudiziario attuata mediante l’indebolimento della magistratura, divisa in due corpi separati e gestita da due Consigli superiori ridotti a organi meramente burocratici, è un cambiamento di assetto giudiziario. La modifica della disciplina costituzionale della magistratura non accelera il buon funzionamento dell’amministrazione della giustizia, non rende la giurisdizione più efficiente, né più resistente nella tutela dei diritti fondamentali dei cittadini a fronte dei possibili abusi di poteri pubblici o privati. In conclusione, siamo in presenza di un mutamento istituzionale profondo, una vera “riforma epocale” che concorre con altre riforme a demolire i tratti salienti dell’ordinamento repubblicano cancellando i lasciti della resistenza. Il sogno di Licio Gelli si potrebbe avverare da un momento all’altro. In un periodo in cui già fatichiamo a guardare al nostro Paese come democrazia – ma piuttosto come una post-democrazia che pur mantenendo gli aspetti formali viene spogliata dei suoi aspetti sostanziali – è fondamentale fare argine contro le continue derive autoritarie in nome dei valori della nostra Costituzione antifascista e contro ogni sopruso.   Per informazioni per il NO alla Riforma costituzionale della giustizia: Separazione carriere e nuovo Csm. Cosa prevede la riforma costituzionale – Opuscolo ANM Vademecum per il No alla riforma della magistratura PICCOLO VADEMECUM SULLA LEGGE DI RIFORMA COSTITUZIONALE «NORME IN MATERIA DI ORDINAMENTO GIURISDIZIONALE E DI ISTITUZIONE DELLA CORTE DISCIPLINARE» 25 DOMANDE & RISPOSTE REFERENDUM COSTITUZIONALE 2026 – opuscolo ANPI Lorenzo Poli
January 29, 2026
Pressenza
Firmiamo per fermare Meloni – di Effimera
È partita la raccolta firme promossa da un comitato autonomo di giuristi e attivisti sindacali perché si tenga un referendum per cancellare la legge di modifica costituzionale in tema di giustizia varata dal governo Meloni (si veda n. 295 del 20 dicembre 2025: la Cassazione ha comunicato di avere ricevuto in data 19 dicembre 2025 [...]
December 23, 2025
Effimera
La riforma della giustizia: un attacco alla democrazia e alla separazione dei saperi
Disabituatə a capire cosa sia la politica, rimaniamo disorientatə di fronte alle scelte che dall’alto irrompono sulla nostra realtà sociale. Il coinvolgimento della cittadinanza è minimo e la politica appare distante, come se le decisioni restassero chiuse nei palazzi istituzionali. Tuttavia le cittadine e i cittadini sono portatori di diritti e di interessi legittimi e comprendere che la realtà è eminentemente politica significa riconoscere i rischi e i pericoli legati a determinate riforme, leggi o scelte politiche. > Per esercitare davvero questo ruolo serve un’educazione politica di base, > radicata nei luoghi della formazione, per evitare che la politica diventi un > surrogato burocratico. Infatti una politica ridotta a mera amministrazione > genera apatia e distanza. Mentre fare politica significa occuparsi dei bisogni > delle persone e assumersi la responsabilità etica di decisioni orientate al > bene comune. Possiamo affermare ciò per chi ha promosso la riforma della giustizia? Il disegno di legge di revisione costituzionale di iniziativa governativa, intitolato “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, rispecchia ciò che può essere definito agire in nome della responsabilità pubblica? La legge è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, il 30 ottobre scorso, e la Corte di Cassazione ha accolto le quattro richieste di referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. Da cittadine e cittadini è importante comprendere cosa si andrà a votare e le conseguenze di questa riforma sulla tenuta democratica dello Stato, sulla Magistratura e più in generale sulla Costituzione. I rischi e le minacce che oggi gravano sulla nostra forma di governo ci chiamano ad assumerci la responsabilità di difendere e preservare l’impianto costituzionale. IL DISEGNO DI LEGGE PER LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA Il fascismo, proseguendo la tradizione dello Stato monarchico aveva concepito la Magistratura come un organo controllato dal potere politico, prevedendo che il Pubblico ministero dipendesse dal Governo. Oggi l’obiettivo è devitalizzare la Costituzione e attribuire alle maggioranze politiche il potere di indicare discrezionalmente alle procure quali procedimenti trattare e quali accantonare per farli cadere in prescrizione. Il disegno di legge Nordio vorrebbe modificare la Costituzione nella parte dedicata alla Magistratura intaccando alcuni principi cardini che l’Assemblea Costituente pose come inderogabili. Tuttavia uno degli obiettivi dichiarati dalla destra, dai governi Berlusconi fino a oggi, è stato quello di riportare il potere giudiziario sotto il controllo governativo. La caccia alle toghe “rosse” è sempre stato un obiettivo di queste forze reazionarie che non hanno mai accettato la Costituzione. > Il disegno di legge vuole impedire alla Magistratura di intromettersi nelle > questioni del potere e suggerirle quali reati perseguire e quali no. La riforma è l’ultimo tassello di una serie di interventi volti a porre sotto controllo il potere giudiziario: dal decreto sicurezza che introduce 19 nuovi reati, orientati contro specifiche categorie, all’eliminazione del reato di abuso d’ufficio, ai limiti alle intercettazioni preventive che rende più difficile perseguire reati gravissimi o attivare nuovi percorsi d’indagine, come ad esempio quelli inerenti le stragi avvenute in Italia, comprese quelle del 1992-1993 su cui nuovi filoni d’inchiesta sono in atto. I temi su cui ruota la proposta sono: la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura e l’istituzione di una nuova Corte disciplinare che assumerà gran parte delle competenze del Consiglio Superiore della Magistratura attuale. La Costituzione ne uscirebbe pesantemente rimodulata per quanto riguarda l’indipendenza e l’autonomia del potere giudiziario con la conseguenza di mettere in serio pericolo lo Stato di diritto, la separazione e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. PIANI DI RINASCITA DEMOCRATICA «Il punto fondamentale è il controllo del potere esecutivo sulla magistratura, da raggiungere con la separazione delle carriere». Così si leggeva nel Piano di Rinascita Democratica della loggia massonica P2. Il fine era spezzare l’indipendenza della magistratura e trasformare i Pubblici ministeri in strumenti del potere politico. Oggi, a più di 40 anni di distanza, quello stesso disegno ritorna ripulito, ma uguale nella sostanza. Il sogno di Gelli e Berlusconi sembra avverarsi. Infatti il ministro degli esteri Antonio Tajani ha affermato che: «con la riforma della giustizia si compie un grande sogno perseguito con tenacia dal Presidente Berlusconi e da Forza Italia. Un sogno di libertà e di garanzie per i cittadini». Su questo versante è nota la battaglia di Berlusconi, tessera numero 1816 della Loggia massonica P2, che screditò a più riprese l’operato della Magistratura, facendo della legge uno strumento di difesa privata. Secondo il governo un Pubblico ministero, come magistrato indipendente sottoposto solo alla legge per principio costituzionale, è pericoloso, perché ha la stessa cultura giuridica dei magistrati giudicanti. L’insofferenza nei confronti della Magistratura risponde a una necessità politica: ridurre l’autonomia dell’azione penale e avvicinare la magistratura requirente al potere politico. Che la riforma della Magistratura sia un tema caro alla destra è risaputo; che il potere esecutivo vuole essere libero di operare senza limiti è invece alquanto pericoloso per la tenuta democratica dello Stato e per l’impianto costituzionale. L’impianto normativo delineato rappresenta l’ennesimo esempio di come il governo Meloni voglia tagliare i fili con l’antifascismo, la Resistenza, la Costituzione e la cultura democratica; elementi imprescindibili a cui ancorarsi di fronte a una deriva autoritaria che si sta diffondendo nel Paese. LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA E IL CSM Punto fondamentale della riforma è la separazione delle carriere tra organi giudicanti (giudici che emettono sentenza) e organi requirenti (Pubblici ministeri e i procuratori che coordinano le indagini e rappresentano l’accusa). I promotori affermano che la riforma garantirebbe maggiore imparzialità, perché verrebbe meno la vicinanza di categoria che influenza le decisioni dei magistrati giudicanti. Chi si oppone, denuncia un tentativo di limitare l’autonomia dei magistrati rispetto al potere politico. In verità le carriere di Pm e giudice sono già separate: la riforma Cartabia del 2022 ha imposto che il passaggio da una funzione all’altra possa accadere soltanto una volta entro nove anni dalla prima assegnazione; a oggi i magistrati che hanno scelto di farlo sono meno dell’1%. La separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole utile a concretizzare lo smembramento dell’organo giudiziario. > Il dato rilevante è che nei Paesi dove le carriere sono separate, i Pm sono > quasi sempre sottoposti al controllo politico e di conseguenza viene meno > l’obbligatorietà dell’azione penale. La separazione delle carriere come prevista dalla riforma sarà funzionale a sdoppiare l’organo di autogoverno della Magistratura: il Consiglio Superiore della Magistratura. Dato che verrebbero a crearsi due carriere separate, esse finirebbero per dipendere da organi direttivi differenti, con il risultato di minare l’indipendenza e l’autonomia, oltre a generare due percorsi opposti e potenzialmente conflittuali all’interno dell’amministrazione della giustizia. Così facendo controllare l’azione dei Pm e dei giudici sarà più semplice e di conseguenza gli organi requirenti potranno essere sottoposti più facilmente a una pressione esterna. Inoltre per gli organi requirenti e giudicanti si prevede l’abrogazione del sistema elettivo e la sua sostituzione con un sistema di estrazione a sorte. Questo metodo potrebbe condurre al sorteggio di tutti o quasi tutti giudici e PM vicini o iscritti a una singola corrente oppure quasi tutti giudici e PM provenienti dallo stesso territorio o da uno stesso ufficio. Infine l’aumento dei componenti laici (eletti dal Parlamento), da un terzo fino al 50%, all’interno degli organi divisi per funzioni condurrebbe a un preoccupante sconfinamento del potere politico sulla Magistratura. > L’ultimo punto controverso della riforma è l’istituzione di un organo > disciplinare: l’Alta Corte. Questa andrà a sottrarre la funzione disciplinare > al CSM. I rischi riguardano anche la sua composizione interna poiché potrebbe > riservare posti esclusivamente a magistrati di legittimità (come i componenti > della Corte Suprema di Cassazione), rischiando di minare il principio di > autonomia della magistratura. LA STORIA CI INSEGNA A DUBITARE DEL POTERE La riforma sulla separazione delle carriere odierna riprende uno dei punti centrali del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. Questa analogia non può essere derubricata come dettaglio tecnico poiché la riforma appare una prosecuzione di quella visione di rinascita che la P2 voleva imporre per rovesciare lo Stato. Nordio stesso ha dichiarato che: «l’opinione di Gelli era giusta». Detto ciò, vale la pena ricordare che Licio Gelli e la Loggia Massonica P2 sono stati riconosciuti dalle ricostruzioni storiche e dalle indagini giudiziarie come i finanziatori e i soggetti responsabili dei piani eversivi e delle stragi che hanno caratterizzato l’Italia nel dopoguerra, almeno fino a quella della strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Dire che la riforma non è un problema significa ignorare da dove arrivano certe idee e cosa volevano davvero produrre. Vuol dire trattare come neutrale ciò che neutrale non è mai stato, perché influenzato da una visione antidemocratica. Sottovalutare questi segnali significa non conoscere la storia del Paese. Disegni come questi somigliano troppo a quelli di chi voleva un Paese più controllato e meno libero. È in atto un colpo di mano spacciato per riforma tecnica, che tende a riscrivere i rapporti tra la magistratura e il potere che essa esercita e gli altri poteri dello Stato. Il serio rischio di compromettere l’autonomia e l’indipendenza dell’organo giudiziario e l’equilibrio dei poteri, secolare principio della nostra democrazia, è più che una realtà. Come la storia ci insegna, l’opera di degenerazione della democrazia è un processo che fa apparire come legittima la progressiva erosione dello Stato di diritto e l’equilibrio dei poteri. L’elemento preoccupante è che in primavera si voterà su una questione tanto delicata, ma di cui le forze politiche, che dovrebbero difendere la Costituzione, non si stanno occupando. Questo Paese ha un grave problema con la memoria. E senza memoria, non c’è democrazia. Non c’è giustizia. Non c’è futuro. La copertina è di Massimiliano Calamelli (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La riforma della giustizia: un attacco alla democrazia e alla separazione dei saperi proviene da DINAMOpress.
December 12, 2025
DINAMOpress
FOCUS GIUSTIZIA: LA RIFORMA, LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, IL REFERENDUM. ANALISI, COMMENTI E PUNTI DI VISTA
Il 30 ottobre 2025 il Senato ha approvato – con 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astensioni – la riforma costituzionale della giustizia proposta dal ministro Nordio e fortemente voluta dal governo Meloni. Dopo il quarto e ultimo passaggio parlamentare, il testo ha quindi ottenuto il via libera auspicato dalla maggioranza, tuttavia per essere approvato in via definitiva, visto il mancato raggiungimento di una maggioranza dei due terzi, occorre passare per un referendum popolare confermativo. Sarà la Suprema Corte a indicare i termini e i contorni precisi di questo quesito referendario che, con tutta probabilità, già in primavera chiederà a cittadine e cittadini italiani di esprimersi su un tema, quale quello della giustizia, tutt’altro che semplice in assoluto e, nello specifico, molto tecnico. Al centro della riforma, infatti, spicca la proposta di separazione delle carriere tra giudici e magistrati e la conseguente creazione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) con membri sorteggiati. Proposte che stanno già facendo molto discutere. Tuttavia, come spesso accade in questi casi, a emergere sono due piani, tanto distinti quanto compenetrati: da un lato, quello che afferisce alla forma e alla sostanza giuridica di questa proposta di riforma, dall’altro un piano strettamente politico e sociale. Proprio per sviscerarli, e per capire di più su quella che già si preannuncia una lunga campagna referendaria, Radio Onda d’Urto sta raccogliendo opinioni, commenti, posizionamenti e punti di vista da parte di addetti ai lavori e non. Le interviste verranno mandate in onda, due a due, ogni lunedì mattina, alle ore 12, all’interno dello spazio approfondimenti con un focus dedicato. Di seguito le puntate già trasmesse: * 24 NOVEMBRE 2025: le interviste a Domenico Gallo, già magistrato e già presidente di sezione di corte Cassazione e a Gianluca Vitale, co-presidente del Legal Team italia e del neonato Gap – Giuriste e giuristi, Avvocate e avvocati per la Palestina Ascolta o scarica * 17 NOVEMBRE 2025: gli interventi di Mirko Mazzali, avvocato e membro del direttivo delle Camera Penale di Milano e di Nicola Cannestrini, avvocato penalista e refente italiano dell’ong Fair Trials International Ascolta o scarica * 10 NOVEMBRE 2025: le interviste a Fabio Marcelli, Giurista di diritto internazionale e co-presidente del CRED – Centro di Ricerca ed elaborazione per la democrazia e a Davide Steccanella, avvocato del foro di Milano Ascolta o scarica Tutti gli interventi in ordine alfabetico: * Nicola Cannestrini, avvocato penalista e refente italiano dell’ong Fair Trials International Ascolta o scarica * Domenico Gallo, già magistrato e già presidente di sezione di corte Cassazione Ascolta o scarica * Fabio Marcelli, Giurista di diritto internazionale e co-presidente del CRED – Centro di Ricerca ed elaborazione per la democrazia Ascolta o scarica * Mirko Mazzali, avvocato e membro del direttivo delle Camera Penale di Milano Ascolta o scarica * Davide Steccanella, avvocato del foro di Milano Ascolta o scarica * Gianluca Vitale, co-presidente del Legal Team Italia e del neonato Gap – Giuriste e giuristi, Avvocate e avvocati per la Palestina Ascolta o scarica
November 24, 2025
Radio Onda d`Urto