Il rinoceronte nella stanza
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Dalla pag. Instagram itamargov
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Il 29 agosto ricorre il quarantaseiesimo anniversario della morte di Franco
Basaglia. Per ricordarlo, viene in mente un animale: un grande cavallo azzurro.
Si chiamava Marco Cavallo e nacque nel 1973 dentro l’ospedale psichiatrico di
San Giovanni, a Trieste, dall’incontro tra gli internati, gli operatori e gli
artisti che lavoravano con loro. Era fatto di cartapesta, alto quasi quattro
metri. Il 25 febbraio di quell’anno varcò i cancelli del manicomio e uscì per le
strade della città. Non era soltanto una scultura: era il tentativo di portare
fuori ciò che per decenni era stato tenuto nascosto, le persone che
l’istituzione aveva separato dal mondo, le loro storie, i loro desideri, la loro
voce. Marco Cavallo diventò così il simbolo visibile di una rivoluzione
culturale che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi.
A più di cinquant’anni di distanza, un altro animale enorme sta attraversando
una regione europea. Questa volta è un rinoceronte bianco, alto dieci metri e
lungo sedici. In questi giorni gira per la Sassonia, fermandosi nelle piazze,
davanti ai musei e ai teatri. Si chiama The Rhinoceros in the Room — Il
rinoceronte nella stanza.
L’espressione inglese “the elephant in the room” indica qualcosa di ingombrante,
evidente, impossibile da ignorare, di cui però tutti fingono di non parlare.
L’artista Itamar Gov ha sostituito l’elefante con un rinoceronte, richiamando
direttamente Eugène Ionesco e il suo dramma del 1959, in cui gli abitanti di una
tranquilla cittadina cominciano, uno dopo l’altro, a trasformarsi in
rinoceronti. All’inizio sembra un fatto assurdo, poi accade di nuovo, poi sempre
più spesso, finché ciò che sembrava inconcepibile diventa la norma e la
maggioranza si ritrova trasformata. Il vero problema non è soltanto la comparsa
del rinoceronte: è la nostra capacità di abituarci alla sua presenza.
Ed è per questo che oggi quel gigantesco corpo bianco attraversa la regione. Non
è solo un’opera d’arte: è il punto focale di una mobilitazione. Alla vigilia
degli appuntamenti elettorali, con l’avanzata di Alternative für Deutschland, la
posta in gioco non riguarda più soltanto le provocazioni o i toni della
propaganda, ma un programma politico con proposte precise: ridimensionare il
peso della memoria sui crimini nazisti nei programmi scolastici per dare spazio
a una narrazione identitaria; tagliare i fondi alle istituzioni culturali che
non si allineano; mettere in discussione il Bauhaus e l’inclusione scolastica
dei bambini con bisogni particolari; fermare le iniziative antirazziste e
prevedere classi separate per i figli dei richiedenti asilo.
Molte di queste misure toccano ambiti in cui i Länder hanno piena competenza
decisionale. Per questo la risposta è arrivata prima. Da Magdeburgo è nata una
rete a cui hanno aderito più di cento realtà: musei, teatri, centri culturali,
artisti, comunità religiose e persino la radio-televisione pubblica. La campagna
“La cultura è diversità e patria”, promossa tra gli altri dal Kunstmuseum di
Magdeburgo, non è una semplice reazione di parte, ma la rivendicazione della
cultura come spazio di pluralità e di libertà. Perché quando la politica
stabilisce quali storie meritano di essere raccontate, quali idee possono
entrare nelle scuole e chi fa parte della comunità, la cultura smette di essere
un settore per diventare una questione democratica centrale.
Come ha sintetizzato Sabine Schramm, direttrice del Teatro delle marionette di
Magdeburgo: «Fermarlo prima che inizi».
Prima. È questa la parola decisiva. Aspettare che una deriva autoritaria mostri
i suoi effetti compiuti significa spesso accorgersene quando gli spazi di
agibilità e di dissenso si sono già azzerati. Perfino la Mitteldeutscher
Rundfunk, la TV pubblica regionale, ha scelto un segnale insolito, interrompendo
la programmazione con una scritta sui monitor: «Non vedete più nulla? Presto
potrebbe succedere».
È un monito inquietante che parla del rischio di oscuramento delle voci libere,
ma anche di una cecità più profonda: la possibilità di smettere di vedere. Le
trasformazioni più pericolose avvengono per gradi. Cominciano dalle parole, da
ciò che viene ridefinito “buon senso”, dalla distinzione tra un “noi” e un
“loro”, fino ad arrivare all’assuefazione. Ci si può indignare davanti
all’orrore improvviso; è molto più difficile cogliere il momento esatto in cui
ci si sta abituando all’inaccettabile.
Forse è questo che il rinoceronte bianco ci chiede: guardare quello che sta
accadendo mentre sta accadendo. Non aspettare che diventi storia o che qualcuno
chieda come sia stato possibile. Guardare adesso, leggere i programmi, difendere
i luoghi in cui una società può ancora discutere e ricordare, senza confondere
la vigilanza con la paura. Vigilare non significa vedere nemici ovunque;
significa non smettere di guardare.
In questo 29 agosto, ci piace far camminare insieme questi due animali
simbolici. Marco Cavallo e il rinoceronte. Il primo è uscito da un luogo
recondito per riportare nella città chi era stato escluso. Il secondo attraversa
la città per mostrare ciò che rischia di entrarvi. Uno porta fuori gli
invisibili; l’altro rende visibile il pericolo. Sono immagini opposte ma
complementari, che ci ricordano la stessa verità: la facoltà di guardare è una
responsabilità democratica.
Quel rinoceronte è ancora lì, enorme e bianco. È il momento di riscoprire una
parola antica e necessaria: vigilanza. Non quando il rinoceronte sarà già dentro
la stanza. Adesso.
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