Halloween, il perturbante abita quiIl genere horror e weird gode in Italia di una stagione di forte vitalità, e non
soltanto per la spinta dei grandi gruppi editoriali. Rizzoli infatti propone la
collana BUR Weird e Feltrinelli la collana Oscura: entrambe curate da Massimo
Scorsone, nome – garanzia di qualità – tra i maggiori conoscitori italiani della
letteratura fantastica. Le due recenti collezioni hanno un merito preciso:
rendono di nuovo disponibili, in volumi economici e di facile reperibilità, i
classici del genere, con nuove traduzioni, apparati critici approfonditi e una
veste grafica accattivante.
Proprio la loro natura, però, ne definisce anche il limite. Una collana di
grande distribuzione deve garantire un ritorno commerciale, e tende quindi a
privilegiare gli autori già noti, i titoli canonici, i testi che il lettore ha
già incontrato in antologie, citazioni, adattamenti cinematografici. Le scelte
risultano di conseguenza in buona parte prevedibili: ottime per chi intenda
costruirsi un canone di base o rileggere i capisaldi del genere in edizioni
affidabili, meno per chi cerca la scoperta vera.
Chi vuole proposte realmente originali deve rivolgersi alle piccole case
editrici specializzate, che lavorano su cataloghi più audaci e su un pubblico di
lettori competenti. Tra queste c’è Edizioni Hypnos, da anni il punto di
riferimento italiano per il weird e il fantastico di ricerca, organizzatrice
della manifestazione Stranimondi ed editrice della rivista Hypnos. Il suo
catalogo, di quasi cento titoli, comprende, tra gli altri, autori di nicchia
eppure fondamentali come Ramsey Campbell, Stefan Grabinski, William Hope Hodgson
e Jean Ray, ma l’impresa più ambiziosa e impegnativa dell’editore è quella
dedicata a Robert Aickman. Con l’appena uscito Voci notturne, settimo e ultimo
volume della serie Tutti i racconti fantastici, curata da Andrea Vaccaro, si
chiude infatti la pubblicazione integrale dei suoi racconti, durata quattordici
anni: Sentieri oscuri (2012), I poteri delle tenebre (2014), Sub rosa (2019),
Brividi crudeli (2021), Storie d’amore e di morte (2023), Intrusioni (2025) e
infine Voci notturne (2026). A questi si aggiunge il romanzo Il ballo esplosivo
(2025), così che l’opera narrativa di Aickman è oggi interamente disponibile in
italiano presso un solo editore.
Robert Aickman (Londra, 1914 – 1981) era nipote di Richard Marsh, autore del
romanzo occultista di successo The Beetle (1897), rivale del coevo Dracula. Non
visse di scrittura: lavorò come agente letterario, critico teatrale e redattore,
e fu soprattutto, nel 1946, tra i fondatori dell’Inland Waterways Association,
l’associazione che si batté per la salvaguardia della rete fluviale dei canali
inglesi. Alla narrativa approdò nel 1951 con We Are for the Dark, raccolta di
ghost stories firmata insieme a Elizabeth Jane Howard – scrittrice in seguito
famosissima che ebbe una breve e tormentata relazione con lui – mentre il primo
libro interamente suo, Dark Entries, è del 1964. In vita pubblicò otto raccolte,
l’ultima delle quali, Intrusions, nel 1980, e nel 1975 vinse il World Fantasy
Award. Dal 1964 al 1977 curò inoltre i Fontana Book of Great Ghost Stories,
serie antologica di riferimento per la ghost story britannica.
Rispetto a quel genere, tuttavia, Aickman preferiva definire le proprie
narrazioni strange stories, e la distinzione è sostanziale. Nei suoi racconti
l’elemento soprannaturale non è mai accompagnato da una spiegazione né da una
risoluzione. Il protagonista, spesso un uomo medio e insicuro, viene coinvolto
in una situazione di cui non comprende le regole, che riguardi una casa, una
comunità, una relazione, l’enigma mai viene sciolto. L’orrore nasce
dall’accumulo di dettagli realistici e dall’impossibilità di decifrarli, e il
finale lascia il lettore in uno stato di inquietudine senza chiarire cosa sia
accaduto davvero. Fritz Leiber lo definì «meteorologo dell’inconscio»; Peter
Straub lo giudicò il più profondo scrittore di storie dell’orrore del Novecento.
Questi caratteri si ritrovano nel volume conclusivo – aperto dalla prefazione di
Andrea Vaccaro e chiuso da un approfondito saggio di Giacomo Ortolani – che
comprende dieci testi: «Macchie», novella del 1980 che vinse il British Fantasy
Award ed è l’ultimo scritto di Aickman prima della morte, «Laura», «Il pergolato
di Rosamund», «Mark Ingestre: la storia del cliente», «Il caso della tigre di
Wallingford», «Il fischio», «Un seguace di Platone», «La casa bara»,
«L’Anglo-Olandese Volante» e «La visita guidata». Il volume mette insieme
racconti tardi e giovanili, e conferma ciò che più distingue l’autore:
l’ambiguità non risolta, il disorientamento del protagonista, un turbamento che
nessuna spiegazione dissolve.
Un lavoro di recupero altrettanto mirato, ma rivolto soprattutto al fantastico
francofono, è quello di Agenzia Alcatraz, che pubblica la collana Bizarre curata
da Max Baroni e La Biblioteca di Lovecraft, curata da Jacopo Corazza e Gianluca
Venditti. In Bizarre esce in questi giorni Kavar il ratto di Thomas Owen,
pseudonimo di Gérald Bertot (Lovanio, 1910 – Bruxelles, 2002), che con Jean Ray
e Gérard Prévot rappresenta il culmine del fantastico belga e con Claude
Seignolle quello del fantastico francofono. Laureato in diritto nel 1933, fu per
quarantatré anni direttore di un mulino a Vilvorde e, accanto al lavoro
industriale, critico d’arte, con il nome di Stéphane Rey, per «La Libre
Belgique» e «L’Écho». Esordì come autore di romanzi polizieschi, incoraggiato da
Stanislas-André Steeman, e prese il nome d’arte da quello del commissario
protagonista dei suoi gialli. Nel 1942 passò al fantastico, scrivendo in seguito
oltre trecento racconti.
Di Owen Alcatraz aveva già pubblicato in Bizarre tre raccolte: Cerimoniale
notturno (2021, traduzione di Luca Fassina), La cantina dei rospi (2022, con
un’introduzione di Jean Ray, traduzione di Fassina) e Pietà per le ombre (2024,
traduzione di Camilla Scarpa). Kavar il ratto, anch’esso nella traduzione di
Scarpa, riprende l’edizione Marabout del 1975 e comprende quindici racconti in
cui la morte è il tema dominante e il perturbante nasce da situazioni comuni,
una casa, un oggetto, un incontro, improvvisamente ostili. Il racconto eponimo
ha per protagonista un orologiaio senza clienti, detto il Ratto per l’aspetto,
che vive di piccoli risparmi e di rancori e passa il tempo a scorgere forme
nelle macchie di muffa del muro: come in molta narrativa di Owen, il fantastico
si innesta su un ambiente di miseria quotidiana e non su scenografie gotiche.
La collocazione di Owen all’interno del fantastico belga è l’oggetto del volume
di Anna Soncini-Fratta, Thomas Owen et le fantastique de la «belgité» (Clueb,
1996). L’autrice parte dall’idea che il fantastico sia un dominio tipicamente
belga, e lo inserisce nell’evoluzione della cultura del paese, della
«belgitudine», la «belgité», termine con cui si indica una passione, quasi un
mito, della propria identità. In questo quadro il fantastico appare come un
viaggio alla ricerca della propria essenza, che nella generazione successiva a
Jean Ray, Franz Hellens e agli altri pionieri, si accompagna a un ripiegamento
su sé stessi. Soncini-Fratta ne analizza anche la lingua, che resta ancorata a
un modello classico e lo altera con scarti interni ed esterni e con effetti
retorici precisi. Per Owen, di cui ricostruisce la formazione di narratore orale
e la doppia identità di Bertot e di Rey, descrive mondi organizzati su tre
livelli: lo strano nel reale, con i suoi spazi chiusi; l’immaginario che sta al
di qua del reale; il meraviglioso che va oltre. I temi ricorrenti sono la morte
e l’oltremorte, la paura, le donne, l’infanzia, il doppio e la casa, e il
lettore è chiamato a dialogare con la morte per imparare a dominare la paura.
Sempre in ambito francese si muove, nella Biblioteca di Lovecraft, I racconti
del Grand Guignol (traduzione di Lucio Besana), dedicato al teatro dell’orrore
parigino attivo dal 1897 al 1962 in un’ex cappella dell’impasse Chaptal, nel
quartiere di Pigalle. Il fondatore, Oscar Méténier, era stato segretario di un
commissario di polizia ed era autore naturalista legato al Théâtre Libre di
André Antoine; dal 1898 la direzione passò a Max Maurey, che definì la formula
del teatro: atti unici di orrore realistico, con effetti di scena di grande
crudezza, alternati a farse, secondo il principio della «doccia scozzese». Il
teatro drammatizzò spesso narrativa esistente, da Poe a Maupassant, da Stevenson
a Mirbeau; l’antologia procede in senso inverso: i racconti inclusi sono tratti
da copioni teatrali, ma questi erano testi originali, concepiti per la scena e
non adattamenti di opere preesistenti.
Gli autori inclusi sono cinque. Maurice Level, Maurice Renard, André de Lorde e
Tristan Bernard sono presenti con racconti, Jean Sartène con un testo ancora in
forma teatrale. Lo spunto per il volume nasce da un giudizio di Lovecraft, che
in Supernatural Horror in Literature indicava in Level, cugino dello scrittore
Marcel Schwob, un maestro del conte cruel, il cui realismo oscuro si prestava
con facilità agli adattamenti per il Grand Guignol. Di André de Lorde, definito
«principe del terrore», che collaborò con lo psicologo Alfred Binet, è compreso
poi il racconto «All’alba», mai tradotto prima in Italia. A lungo liquidato come
spettacolo di cattivo gusto, questo repertorio, centrato su manicomi, chirurghi,
delinquenti ed esecuzioni, è stato rivalutato dalla critica francese, a partire
dal critico Agnès Pierron, che lo colloca nella continuità del naturalismo
teatrale e vi legge un documento delle paure della Belle Époque.
Dalla Parigi del Grand Guignol la stessa collana ci trasporta poi ad Haiti con
L’isola magica di William Seabrook, traduzione di The Magic Island, pubblicato
nel 1929 e subito entrato tra i bestseller di saggistica. Seabrook (Westminster,
Maryland, 1884 – 1945) fu giornalista, viaggiatore e occultista, e fu amico
personale di Aleister Crowley, sul quale scrisse nel 1923 una serie di articoli
dal taglio sensazionalistico per i giornali americani, tradotta in italiano come
Gli oscuri segreti di Aleister Crowley (2024), quando La Biblioteca di Lovecraft
era ancora con Arcoiris e non con Alcatraz; in Witchcraft (1940) tornò poi ad
occuparsene. Il successo di Adventures in Arabia (1927), resoconto di un viaggio
tra beduini, drusi e yazidi, gli permise di recarsi ad Haiti, dove soggiornò nel
1927 per studiare il vudù. Il libro che ne trasse è considerato la prima opera
divulgativa in lingua inglese a descrivere lo zombie, definito da Seabrook come
un cadavere privo di anima, tolto alla tomba e dotato dalla stregoneria di
un’apparenza meccanica di vita. Il libro ebbe un’influenza diretta sul film
White Zombie (1932) di Victor Halperin, capostipite del florido filone
cinematografico che porta fino a George A. Romero, autore dell’introduzione alla
ristampa recente statunitense del volume inclusa anche in questa edizione. Con
La notte dei morti viventi (1968) Romero trasformò lo zombi seabrookiano, un
morto asservito e privo di volontà, nel morto vivente cannibale, più vicino al
ghoul della tradizione orientale che al modello haitiano.
Il tema cannibalesco ci riporta così a Seabrook stesso, che dopo The Magic
Island pubblicò Jungle Ways, reportage in cui racconta un’esperienza di
cannibalismo in Costa d’Avorio, salvo ammettere in seguito che la tribù non gli
aveva consentito di partecipare al rito finale. Sostenne però di aver assaggiato
lo stesso carne umana, non in Africa ma negli Stati Uniti, facendosela procurare
da un medico consenziente e ben retribuito in un obitorio: sapeva di vitello.
Nel 1933 si fece ricoverare per alcolismo nella clinica di Bloomingdale, vicino
a New York, e ne trasse il memoriale di successo Asylum (1935).
Il taglio piacevolmente sensazionalistico degli articoli su Crowley,
caratteristico di tutta la produzione di Seabrook, si ritrova anche nel libro
haitiano, dove ha forse più peso dello sguardo coloniale. L’indagine fu condotta
rigorosamente sul campo, ma non mirava all’attendibilità etnologica: cercava
l’iniziazione, il rito, il sangue, e costruiva il racconto sull’effetto. La
critica anglofona, da Joan Dayan in Haiti, History, and the Gods (1995) in poi,
osserva come, durante l’occupazione americana di Haiti (1915-1934), un complesso
sistema di credenze religiose e sociali sia stato trasformato in materia di
intrattenimento. Una lettura alternativa è offerta da Tell My Horse (1938) di
Zora Neale Hurston, frutto di una ricerca di impianto antropologico. L’isola
magica resta comunque un documento di interesse storico e letterario: va letto
per la sua efficacia narrativa e per la sua influenza sull’immaginario horror,
tenendo conto dei limiti che la critica ha messo in luce.
Dal grande catalogo alle piccole edizioni, il weird di quest’anno offre così a
Halloween un percorso completo: oltre ai prevedibili classici, l’inquietudine
senza spiegazione di Aickman, il quotidiano deformato di Owen, il teatro del
sangue parigino e l’orrore esotico di Seabrook.
William Buehler Seabrook, L’Isola magica – Edizione Integrale, Traduzione e cura
di Gabriele Scalessa, Postfazione di Fabrizio Foni, Agenzia Alcatraz, Pagine:
560 – euro 25.00
Edward Frederic Benson, I racconti del Grand Guignol, Traduzioni di Lucio
Besana, Nota introduttiva di Martin Schirenc (leader dei Pungent Stench),
Postfazione di Fabrizio Foni, Agenzia Alcatraz, Pagine: 304 – euro 18.00
Thomas Owen, Kavar il ratto, Traduzione di Camilla Scarpa, Agenzia Alcatraz,
Pagine: 192 – euro 17.00
Robert Aickman, Voci notturne, Tutti i racconti fantastici 7, Traduzione Elena
Furlan, Introduzione Andrea Vaccaro, Postfazione Giacomo Ortolani, Hypnos
Edizioni, Pagine : 268 – euro 24,90
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