Tag - halloween

Halloween a Odessa: una giornata di festa senza il suono delle sirene e l’eco di esplosioni lontane
Oggi Odessa era in festa: una tregua di fatto o il frutto di trattative? Le notizie di agenzia confermano le mie impreszioni: situazione tranquilla a Odessa questa. Le ultime notizie di oggi 1 Novembre riportano un raro periodo di calma: 4 giorni senza sirene, droni o esplosioni nel sud dell’Ucraina, grazie a una tregua localizzata intorno a al villaggio di Oleshky, dove un villaggio ucraino era rimasto accerchiato dall’esercito russo ed era ormai privo di scorte alimentari. Nessun nuovo allarme aereo, attacco o blackout segnalato per la città di Odessa e per il suo Oblast nelle ultime ore. Musica, balli con i costumi tradizionali e ragazzi e ragazze mascherati come a Roma o a New York: Streghe, zombie, diavoli, scheletri ma anche altre maschere ironiche e divertenti. Centinaia di persone nella via principale di Odessa il cui numero cresceva con il passare delle ore: anziani, adolescenti, ragazzi e ragazze, famiglie con bambini in carrozzina… alla fine si contavano migliaia di persone. Al centro di capannelli si esibivano band con canzoni conosciute e cantate daile ragazze e dai ragazzi. Spiccavano tre maschere che rappresentano i personaggi di una serie televisiva di cartoni animati del periodo sovietico. Ogni tanto dagli altoparlanti partivano canzoni italiane, un po’ datate, ma molto amate: “Pedro” di Raffaella Carrà ad esempio che si presta ad essere ballata. Bancarelle vendono il Vin brulè rosso tradizionale oppure preparato con vino bianco alla pesca e infine analcolico per i bambini. Ottimo rimedio per scaldarsi perché inizia a far freddo (alle 18 c’erano 11*). Tavoli di legno con le panche smontabile ricordano le feste dell’Unità (quelle a cui ho partecipato io erano le feste del quotidiano Liberazione, il quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista che fu diretto da Alessandro Curzi… Scusate l’inciso, ma sono bei ricordi). Le bancarelle cuociono alla brace carne, pesce, peperoni, zucchine… Nella rotonda che è il cuore di Odessa si esibisce un cantante: da solo o con balli eseguiti da ragazze con costumi tradizionali o da marinaio. C’è la bancarella dello zucchero filato e alcuni laboratori per i più piccoli. I loro disegni sono appesi e sventolano tra un albero e l’altro. Gli alberi e le foglie cadute hanno i colori dell’autunno. Prevale la voglia di divertirsi, di stare insieme, anche se molti qui hanno un famigliare o un amico caduto al fronte o costretto a combattere “nemici” costretti a loro volta a combattere una guerra insensata. La guerra è disumana, prova ne è il fatto che molti per resistere assumono sostanze stupefacenti e tornano dal fronte psicologicamente devastati da ciò che hanno visto o da ciò che sono stati costretti a fare. Gli esaltati sono minoranza, sono malati nell’anima come i serial killer in tempo di pace. La guerra del Vietnam ci ha insegnato quanto siano pericolosi questi soggetti per la società… altro che dare la caccia ai renitenti alla leva e ai disertori. La gente comune vuole vivere in pace e basta poco per essere felici: ballare, mangiare insieme agli amici e conoscere ai tavoli altre persone con cui scambiare due chiacchiere o cazzeggiare per fare quattro risate. Vado anche io a mangiare e a provare questo vin brulè al vino bianco e alla pesca che per noi in Italia è una eresia… devo ammettere che è buono. Come direbbe Snoopy sulla sua cuccia biplano: “Sia maledetta questa stupida guerra!”. Un brindisi ai portuali di tutto il mondo che bloccano i traffici di armi e al milione di persone, soprattutto giovani, che ieri hanno manifestato in decine di piazze italiane. Ad un amico Ucraino ho mostrato le loro foto e le ha guardate commosso. Cessiamo il fuoco! Mauro Carlo Zanella
November 1, 2026
Pressenza
Halloween, il perturbante abita qui
Il genere horror e weird gode in Italia di una stagione di forte vitalità, e non soltanto per la spinta dei grandi gruppi editoriali. Rizzoli infatti propone la collana BUR Weird e Feltrinelli la collana Oscura: entrambe curate da Massimo Scorsone, nome – garanzia di qualità – tra i maggiori conoscitori italiani della letteratura fantastica. Le due recenti collezioni hanno un merito preciso: rendono di nuovo disponibili, in volumi economici e di facile reperibilità, i classici del genere, con nuove traduzioni, apparati critici approfonditi e una veste grafica accattivante. Proprio la loro natura, però, ne definisce anche il limite. Una collana di grande distribuzione deve garantire un ritorno commerciale, e tende quindi a privilegiare gli autori già noti, i titoli canonici, i testi che il lettore ha già incontrato in antologie, citazioni, adattamenti cinematografici. Le scelte risultano di conseguenza in buona parte prevedibili: ottime per chi intenda costruirsi un canone di base o rileggere i capisaldi del genere in edizioni affidabili, meno per chi cerca la scoperta vera. Chi vuole proposte realmente originali deve rivolgersi alle piccole case editrici specializzate, che lavorano su cataloghi più audaci e su un pubblico di lettori competenti. Tra queste c’è Edizioni Hypnos, da anni il punto di riferimento italiano per il weird e il fantastico di ricerca, organizzatrice della manifestazione Stranimondi ed editrice della rivista Hypnos. Il suo catalogo, di quasi cento titoli, comprende, tra gli altri, autori di nicchia eppure fondamentali come Ramsey Campbell, Stefan Grabinski, William Hope Hodgson e Jean Ray, ma l’impresa più ambiziosa e impegnativa dell’editore è quella dedicata a Robert Aickman. Con l’appena uscito Voci notturne, settimo e ultimo volume della serie Tutti i racconti fantastici, curata da Andrea Vaccaro, si chiude infatti la pubblicazione integrale dei suoi racconti, durata quattordici anni: Sentieri oscuri (2012), I poteri delle tenebre (2014), Sub rosa (2019), Brividi crudeli (2021), Storie d’amore e di morte (2023), Intrusioni (2025) e infine Voci notturne (2026). A questi si aggiunge il romanzo Il ballo esplosivo (2025), così che l’opera narrativa di Aickman è oggi interamente disponibile in italiano presso un solo editore. Robert Aickman (Londra, 1914 – 1981) era nipote di Richard Marsh, autore del romanzo occultista di successo The Beetle (1897), rivale del coevo Dracula. Non visse di scrittura: lavorò come agente letterario, critico teatrale e redattore, e fu soprattutto, nel 1946, tra i fondatori dell’Inland Waterways Association, l’associazione che si batté per la salvaguardia della rete fluviale dei canali inglesi. Alla narrativa approdò nel 1951 con We Are for the Dark, raccolta di ghost stories firmata insieme a Elizabeth Jane Howard – scrittrice in seguito famosissima che ebbe una breve e tormentata relazione con lui – mentre il primo libro interamente suo, Dark Entries, è del 1964. In vita pubblicò otto raccolte, l’ultima delle quali, Intrusions, nel 1980, e nel 1975 vinse il World Fantasy Award. Dal 1964 al 1977 curò inoltre i Fontana Book of Great Ghost Stories, serie antologica di riferimento per la ghost story britannica. Rispetto a quel genere, tuttavia, Aickman preferiva definire le proprie narrazioni strange stories, e la distinzione è sostanziale. Nei suoi racconti l’elemento soprannaturale non è mai accompagnato da una spiegazione né da una risoluzione. Il protagonista, spesso un uomo medio e insicuro, viene coinvolto in una situazione di cui non comprende le regole, che riguardi una casa, una comunità, una relazione, l’enigma mai viene sciolto. L’orrore nasce dall’accumulo di dettagli realistici e dall’impossibilità di decifrarli, e il finale lascia il lettore in uno stato di inquietudine senza chiarire cosa sia accaduto davvero. Fritz Leiber lo definì «meteorologo dell’inconscio»; Peter Straub lo giudicò il più profondo scrittore di storie dell’orrore del Novecento. Questi caratteri si ritrovano nel volume conclusivo – aperto dalla prefazione di Andrea Vaccaro e chiuso da un approfondito saggio di Giacomo Ortolani – che comprende dieci testi: «Macchie», novella del 1980 che vinse il British Fantasy Award ed è l’ultimo scritto di Aickman prima della morte, «Laura», «Il pergolato di Rosamund», «Mark Ingestre: la storia del cliente», «Il caso della tigre di Wallingford», «Il fischio», «Un seguace di Platone», «La casa bara», «L’Anglo-Olandese Volante» e «La visita guidata». Il volume mette insieme racconti tardi e giovanili, e conferma ciò che più distingue l’autore: l’ambiguità non risolta, il disorientamento del protagonista, un turbamento che nessuna spiegazione dissolve. Un lavoro di recupero altrettanto mirato, ma rivolto soprattutto al fantastico francofono, è quello di Agenzia Alcatraz, che pubblica la collana Bizarre curata da Max Baroni e La Biblioteca di Lovecraft, curata da Jacopo Corazza e Gianluca Venditti. In Bizarre esce in questi giorni Kavar il ratto di Thomas Owen, pseudonimo di Gérald Bertot (Lovanio, 1910 – Bruxelles, 2002), che con Jean Ray e Gérard Prévot rappresenta il culmine del fantastico belga e con Claude Seignolle quello del fantastico francofono. Laureato in diritto nel 1933, fu per quarantatré anni direttore di un mulino a Vilvorde e, accanto al lavoro industriale, critico d’arte, con il nome di Stéphane Rey, per «La Libre Belgique» e «L’Écho». Esordì come autore di romanzi polizieschi, incoraggiato da Stanislas-André Steeman, e prese il nome d’arte da quello del commissario protagonista dei suoi gialli. Nel 1942 passò al fantastico, scrivendo in seguito oltre trecento racconti. Di Owen Alcatraz aveva già pubblicato in Bizarre tre raccolte: Cerimoniale notturno (2021, traduzione di Luca Fassina), La cantina dei rospi (2022, con un’introduzione di Jean Ray, traduzione di Fassina) e Pietà per le ombre (2024, traduzione di Camilla Scarpa). Kavar il ratto, anch’esso nella traduzione di Scarpa, riprende l’edizione Marabout del 1975 e comprende quindici racconti in cui la morte è il tema dominante e il perturbante nasce da situazioni comuni, una casa, un oggetto, un incontro, improvvisamente ostili. Il racconto eponimo ha per protagonista un orologiaio senza clienti, detto il Ratto per l’aspetto, che vive di piccoli risparmi e di rancori e passa il tempo a scorgere forme nelle macchie di muffa del muro: come in molta narrativa di Owen, il fantastico si innesta su un ambiente di miseria quotidiana e non su scenografie gotiche. La collocazione di Owen all’interno del fantastico belga è l’oggetto del volume di Anna Soncini-Fratta, Thomas Owen et le fantastique de la «belgité» (Clueb, 1996). L’autrice parte dall’idea che il fantastico sia un dominio tipicamente belga, e lo inserisce nell’evoluzione della cultura del paese, della «belgitudine», la «belgité», termine con cui si indica una passione, quasi un mito, della propria identità. In questo quadro il fantastico appare come un viaggio alla ricerca della propria essenza, che nella generazione successiva a Jean Ray, Franz Hellens e agli altri pionieri, si accompagna a un ripiegamento su sé stessi. Soncini-Fratta ne analizza anche la lingua, che resta ancorata a un modello classico e lo altera con scarti interni ed esterni e con effetti retorici precisi. Per Owen, di cui ricostruisce la formazione di narratore orale e la doppia identità di Bertot e di Rey, descrive mondi organizzati su tre livelli: lo strano nel reale, con i suoi spazi chiusi; l’immaginario che sta al di qua del reale; il meraviglioso che va oltre. I temi ricorrenti sono la morte e l’oltremorte, la paura, le donne, l’infanzia, il doppio e la casa, e il lettore è chiamato a dialogare con la morte per imparare a dominare la paura. Sempre in ambito francese si muove, nella Biblioteca di Lovecraft, I racconti del Grand Guignol (traduzione di Lucio Besana), dedicato al teatro dell’orrore parigino attivo dal 1897 al 1962 in un’ex cappella dell’impasse Chaptal, nel quartiere di Pigalle. Il fondatore, Oscar Méténier, era stato segretario di un commissario di polizia ed era autore naturalista legato al Théâtre Libre di André Antoine; dal 1898 la direzione passò a Max Maurey, che definì la formula del teatro: atti unici di orrore realistico, con effetti di scena di grande crudezza, alternati a farse, secondo il principio della «doccia scozzese». Il teatro drammatizzò spesso narrativa esistente, da Poe a Maupassant, da Stevenson a Mirbeau; l’antologia procede in senso inverso: i racconti inclusi sono tratti da copioni teatrali, ma questi erano testi originali, concepiti per la scena e non adattamenti di opere preesistenti. Gli autori inclusi sono cinque. Maurice Level, Maurice Renard, André de Lorde e Tristan Bernard sono presenti con racconti, Jean Sartène con un testo ancora in forma teatrale. Lo spunto per il volume nasce da un giudizio di Lovecraft, che in Supernatural Horror in Literature indicava in Level, cugino dello scrittore Marcel Schwob, un maestro del conte cruel, il cui realismo oscuro si prestava con facilità agli adattamenti per il Grand Guignol. Di André de Lorde, definito «principe del terrore», che collaborò con lo psicologo Alfred Binet, è compreso poi il racconto «All’alba», mai tradotto prima in Italia. A lungo liquidato come spettacolo di cattivo gusto, questo repertorio, centrato su manicomi, chirurghi, delinquenti ed esecuzioni, è stato rivalutato dalla critica francese, a partire dal critico Agnès Pierron, che lo colloca nella continuità del naturalismo teatrale e vi legge un documento delle paure della Belle Époque. Dalla Parigi del Grand Guignol la stessa collana ci trasporta poi ad Haiti con L’isola magica di William Seabrook, traduzione di The Magic Island, pubblicato nel 1929 e subito entrato tra i bestseller di saggistica. Seabrook (Westminster, Maryland, 1884 – 1945) fu giornalista, viaggiatore e occultista, e fu amico personale di Aleister Crowley, sul quale scrisse nel 1923 una serie di articoli dal taglio sensazionalistico per i giornali americani, tradotta in italiano come Gli oscuri segreti di Aleister Crowley (2024), quando La Biblioteca di Lovecraft era ancora con Arcoiris e non con Alcatraz; in Witchcraft (1940) tornò poi ad occuparsene. Il successo di Adventures in Arabia (1927), resoconto di un viaggio tra beduini, drusi e yazidi, gli permise di recarsi ad Haiti, dove soggiornò nel 1927 per studiare il vudù. Il libro che ne trasse è considerato la prima opera divulgativa in lingua inglese a descrivere lo zombie, definito da Seabrook come un cadavere privo di anima, tolto alla tomba e dotato dalla stregoneria di un’apparenza meccanica di vita. Il libro ebbe un’influenza diretta sul film White Zombie (1932) di Victor Halperin, capostipite del florido filone cinematografico che porta fino a George A. Romero, autore dell’introduzione alla ristampa recente statunitense del volume inclusa anche in questa edizione. Con La notte dei morti viventi (1968) Romero trasformò lo zombi seabrookiano, un morto asservito e privo di volontà, nel morto vivente cannibale, più vicino al ghoul della tradizione orientale che al modello haitiano. Il tema cannibalesco ci riporta così a Seabrook stesso, che dopo The Magic Island pubblicò Jungle Ways, reportage in cui racconta un’esperienza di cannibalismo in Costa d’Avorio, salvo ammettere in seguito che la tribù non gli aveva consentito di partecipare al rito finale. Sostenne però di aver assaggiato lo stesso carne umana, non in Africa ma negli Stati Uniti, facendosela procurare da un medico consenziente e ben retribuito in un obitorio: sapeva di vitello. Nel 1933 si fece ricoverare per alcolismo nella clinica di Bloomingdale, vicino a New York, e ne trasse il memoriale di successo Asylum (1935). Il taglio piacevolmente sensazionalistico degli articoli su Crowley, caratteristico di tutta la produzione di Seabrook, si ritrova anche nel libro haitiano, dove ha forse più peso dello sguardo coloniale. L’indagine fu condotta rigorosamente sul campo, ma non mirava all’attendibilità etnologica: cercava l’iniziazione, il rito, il sangue, e costruiva il racconto sull’effetto. La critica anglofona, da Joan Dayan in Haiti, History, and the Gods (1995) in poi, osserva come, durante l’occupazione americana di Haiti (1915-1934), un complesso sistema di credenze religiose e sociali sia stato trasformato in materia di intrattenimento. Una lettura alternativa è offerta da Tell My Horse (1938) di Zora Neale Hurston, frutto di una ricerca di impianto antropologico. L’isola magica resta comunque un documento di interesse storico e letterario: va letto per la sua efficacia narrativa e per la sua influenza sull’immaginario horror, tenendo conto dei limiti che la critica ha messo in luce. Dal grande catalogo alle piccole edizioni, il weird di quest’anno offre così a Halloween un percorso completo: oltre ai prevedibili classici, l’inquietudine senza spiegazione di Aickman, il quotidiano deformato di Owen, il teatro del sangue parigino e l’orrore esotico di Seabrook. William Buehler Seabrook, L’Isola magica – Edizione Integrale, Traduzione e cura di Gabriele Scalessa, Postfazione di Fabrizio Foni, Agenzia Alcatraz, Pagine: 560 – euro 25.00 Edward Frederic Benson, I racconti del Grand Guignol, Traduzioni di Lucio Besana, Nota introduttiva di Martin Schirenc (leader dei Pungent Stench), Postfazione di Fabrizio Foni, Agenzia Alcatraz, Pagine: 304 – euro 18.00 Thomas Owen, Kavar il ratto, Traduzione di Camilla Scarpa, Agenzia Alcatraz, Pagine: 192 – euro 17.00 Robert Aickman, Voci notturne, Tutti i racconti fantastici 7, Traduzione Elena Furlan, Introduzione Andrea Vaccaro, Postfazione Giacomo Ortolani, Hypnos Edizioni, Pagine : 268 – euro 24,90     L'articolo Halloween, il perturbante abita qui proviene da Pulp Magazine.
October 29, 2026
Pulp Magazine