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Giulia Di Rocco alla Fiera ‘Didacta Italia’ – Abruzzo: la prima donna Rom italiana a partecipare come relatrice
“UN TRAGUARDO STORICO E DI ALTO VALORE SOCIALE E CULTURALE SEGNA L’EDIZIONE ABRUZZESE DEL PIÙ IMPORTANTE APPUNTAMENTO FIERISTICO NAZIONALE DEDICATO ALL’INNOVAZIONE SCOLASTICA E ALLA DIDATTICA”, ANNUNCIA L’ASSOCIAZIONE AMICI DI ZEFFERINO, CHE COMUNICA: > Venerdì 23 ottobre presso il polo fieristico di Lanciano a partire dalle ore > 16:50 all’interno del ricco programma di eventi e convegni prenderà la parola > Giulia Di Rocco, attivista per i diritti umani, giurista e figura di spicco > delle comunità Rom, assistente legale mediatrice culturale e membro del Forum > istituito dall’UNAR (Ufficio Nazionale Anti Discriminazione) presso il > Ministero delle Pari Opportunità, inoltre presidente della Commissione per > l’inclusione presso la Provincia di Teramo, della Romanì Kriss e > dell’associazione Amici di Zefferino. > > La sua presenza riveste un significato di straordinaria rilevanza: è infatti > la prima volta nella storia della manifestazione che una donna Rom italiana > partecipa in qualità di relatrice, portando la propria voce, le proprie > competenze e un contributo fondamentale sui temi dell’inclusione, dei diritti > e della cittadinanza attiva nel mondo della scuola. > > La partecipazione di Giulia Di Rocco a Didacta Abruzzo rappresenta > un’occasione preziosa di crescita e riflessione per l’intera comunità > educante. Attraverso il suo intervento, si intende stimolare il dibattito sul > ruolo cruciale dell’istruzione e della formazione come leve indispensabili per > superare stereotipi, discriminazioni e barriere culturali, promuovendo una > scuola sempre più aperta, plurale e accessibile a tutti. > > La presenza di una personalità di tale calibro a Lanciano conferma la fiera > non solo come vetrina di eccellenze tecnologiche e metodologiche per la > didattica, ma anche come uno spazio di confronto civile sui grandi temi > dell’uguaglianza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Redazione Italia
October 20, 2026
Pressenza
Roma 1570: quando San Filippo Neri difese gli zingari dalla galera di Lepanto
Roma, 1570. Papa Pio V deve allestire una flotta contro i Turchi. Si stava infatti preparando la Lega Santa che vincerà la battaglia navale di Lepanto contro l’impero Ottomano. Papa Pio V ha bisogno di rematori per le triremi dello Stato Pontificio. La soluzione è semplice: svuotare le prigioni e rastrellare vagabondi e nomadi. Per farlo, Pio V autorizza il nobile romano Paolo Giordano Orsini a rastrellare zingari nel suo feudo di Bomarzo e dintorni e rinchiuderli a Tor di Nona, il carcere di Roma, per mandarli a remare come schiavi nelle galere (forse non tutti sanno che “essere condannati alla galera” significava questo). Era prassi: la galera come pena sostitutiva per vagabondi e zingari. Non era una condanna penale, era un arruolamento forzato. I bandi papali contro gli zingari (popoli rom e sinti) iniziarono a essere emanati in modo sistematico a partire dal 1566, imponendo l’espulsione immediata dei nomadi dai territori dello Stato Pontificio. Nel XVI secolo, a seguito della Controriforma e del Concilio di Trento, la Chiesa cattolica e le autorità statali in Italia avviarono una dura politica di controllo sociale contro i gruppi marginali o non stanziali. I bandi imponevano ai nomadi di abbandonare lo Stato della Chiesa entro un lasso di tempo ridottissimo. Chi non rispettava l’ordine rischiava severe punizioni corporali, i lavori forzati in galera (come rematori sulle navi pontificie) o la forca. Gli zingari venivano descritti nei documenti dell’epoca come una “genia di gente vagante colma di ogni empietà”. Erano accumunati a girovaghi, attori teatrali e scommettitori, e venivano accusati di non vivere secondo i precetti cristiani, di praticare la divinazione e di vivere di espedienti. Questo era il contesto e il fatto specifico fu che otto zingari vennero prelevati da Tor di Nona “pro contravventione bannimentis” per aver violato uno di questi bandi. I Rom vennero quindi destinati alle triremi. È allora che un prete fiorentino che viveva a San Girolamo della Carità, famoso per far ridere i ragazzi e per visitare gli ammalati, si mise di traverso. Si chiamava Filippo Neri. Non fece un proclama, ma insieme al teologo Gerolamo Finucci (cappellano della flotta papale e consigliere di Pio V), ai domenicani Paolino Bernardino da Lucca e Alessandro Franceschi, scrisse al governatore di Roma invocando carità e compassione. La risposta di Pio V? Sospese a divinis Finucci e minacció di provvedimenti disciplinari anche Filippo Neri. Lo riporta l’enciclopedia Treccani: “per equipaggiare le navi da inviare contro il Turco, Pio V fece sequestrare un certo numero di zingari… Alcuni teologi criticarono l’atto abusivo: tra loro, oltre a Filippo Neri, Alessandro Franceschi e Paolino Bernardini”. Filippo Neri venne considerato un disfattista. Perché la ragion di Stato, disse Pio V, viene prima della coscienza. Amareggiato pare volesse persino andarsene da Roma, per raggiungere la Milano del Cardinal Carlo Borromeo, tanto era schifato dall’atteggiamento disumano del Papa. Negli “Annales Oratorii” c’è la sua frase esatta, resa al processo di canonizzazione da Antonio Gallonio: Filippo disse al Papa, “discretamente e sommessamente”, che “non li pareva si potessero mandare in galera senza legitima causa”. Quella frase di San Filippo Neri — “non si possono mandare in galera senza legitima causa” — è la prima obiezione di coscienza alla leva forzata che conosciamo a Roma. 455 anni dopo, la stessa logica è tornata in Ucraina e nella Federazione Russa. Non servono più rematori condannati alle galere, ma centri di reclutamento e di nuovo, come allora, ci sono persone che rischiano di persona per nasconderli. San Filippo Neri oggi li riconoscerebbe e li chiamerebbe, come chiamava tutti: “ancora e sempre uomini, da giudicare in base alle proprie azioni, e non per la loro condizione sociale”. Mauro Carlo Zanella
October 3, 2026
Pressenza
L’A.I.Z.O. con i sinti e i rom da 55 anni. Oggi in festa e domani a convegno
Stasera una serata di musica e cultura gipsy e nella giornata di venerdì 3 ottobre il 34° Convegno Internazionale promossi dall’Associazione Italiana Zingari Oggi, che celebra il 55° anniversario della fondazione. Entrambe le iniziative sono in svolgimento a Torino. L’incontro di oggi, giovedì 1° ottobre, si tiene dalle h 21 nella sede dell’A.I.Z.O. – via Foligno 14. Il convegno in programma domani, venerdì 2 ottobre, si tiene dalle 9 alle 13 e dalle 14.30 alle 19.30 nella Sala Incontri del Servizio Adulti in Difficoltà della Città di Torino – via Bruino 4. ROM E SINTI, TRA ABITARE, DIRITTI E INCLUSIONE DOMANI La mattinata sarà dedicata ai temi dell’abitare, con l’intervento della professoressa Marianna Filandri dell’Università di Torino sulla questione dell’abitare l’illegale, e del lavoro, con interventi di referenti dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) e del Consiglio d’Europa, Mattia Perdadotto e Angela Longo, inoltre a un confronto tra politiche e prassi attuate in Serbia, Spagna, Svezia, Germania e Croazia. Al centro dell’attenzione sarà il ‘superamento dei campi’, argomento su cui l’architetto Dario Guazzo presenterà alcune proposte orientate verso la forma del “villaggio di comunità”, e verranno proposte le testimonianze di Rom inseriti nella scuola e di volontari che hanno prestato servizio nell’associazione, tra cui Pio Caon, Mariangela Marengo e l’assessore torinese Francesco Tresso. Nel pomeriggio è in programma una tavola rotonda dedicata alle esperienze e alle prospettive di Genova, Ivrea, Milano, Napoli, Roma e Torino. Quindi si focalizzerà l’attenzione alla protezione europea delle minoranze, con l’intervento di Maya Bova. Infine verrà affrontata la questione tema delle teorie e strategie del rifiuto sociale etnico, su cui interverrà Mariella Delle Donne. Il convegno si concluderà con la rassegna di testimonianze ed esperienze di Antonietta De Rosa, Costantino Salkanovic, Nikita e Naomi Barbulovic. Per la partecipazione non sono richieste la registrazione o l’iscrizione preventiva e non è necessario l’accredito per gli operatori della comunicazione, che nell’occasione potranno intervistare i relatori. Per informazioni: tel. 011 7496016 / 348 8257600, email info@aizo.org   Redazione Torino
October 1, 2026
Pressenza
Amico Rom 2026
Torna uno degli appuntamenti più prestigiosi del mondo rom in Italia con celebrazioni, musica, spettacoli, premi e sfilata di alta moda con stilista e modelle rom. L’Amico Rom si svolge a Lanciano (Chieti) da ben 33 anni consecutivamente. È un evento consolidato che richiama nell’omonimo  Concorso Artistico Internazionale partecipanti da tutto il mondo sia rom che non rom per un incontro interculturale di altissimo livello e valore artistico. La manifestazione si apre domenica 27 settembre a Orsogna (Chieti) con l’annuale Romheritage, l’Itinerario Rom della Pace che si snoda da Via Borgo Romano, 34 fino al Parco delle Memorie di Lanciano per circa 12 km. Durante il percorso 2 postazioni di rinfresco e racconti, storie, poesie, canti sul mondo rom. Il 30 settembre alle ore 10.30 a Orsogna in Via Borgo Romano, 34 di fronte alla casa dove nacque Gennaro Spinelli (1937-2021), deportato da bambino dai fascisti, la celebrazione dei bambini Rom e Sinti deportati dai nazifascisti e mai tornati. Il 7 ottobre a Pescara alle ore 11 nell’Istituto Alberghiero De Cecco la presentazione dell’opuscolo Pillole di Storia in Memoria del Samudaripen a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Fisciano/Roma. Giovedi 8 ottobre alle ore 21.00 nella Cattedrale Madonna del Ponte di Lanciano, il gran Concerto Etnosinfonico di Musica Rom dell’Orchestra Europea Per la Pace con Alexian Santino Spinelli alla fisarmonica solista, Tania De Giorgio, la soprano che canta in lingua romani e con la straordinaria partecipazione di Ostalinda Suarez Montaño, la flautista di fama internazionale come ospite d’onore. Venerdi 9 ottobre, la giornata più intensa a chiusura della manifestazione. Tutti gli eventi si svolgeranno a Lanciano. Alle ore 10.30 al Parco delle Memorie la deposizione della corona d’alloro al Monumento al Samudaripen e il cuscinetto di fiori al Roma Memorial Naj sen Bistarde (Non siete dimenticati) e all’albero dedicato a Gennaro Spinelli (1937-2021). Alle ore 15 alla Sala Lanci della Casa di Conversazione, la presentazione del nuovo docufilm del Parlamentare croato Veljko Kajtazi, in presenza dell’autore, vincitore della categoria video e film del 33^ Concorso Artistico Internazionale Amico Rom. Alle ore 17.00 presso l’Auditorium Diocleziano la sfilata di alta moda rom con la stilista Sara Cetty che presenterà la sua nuova collezione con la partecipazione di modelle rom. A seguire, sempre all’Auditorium Diocleziano alle ore 18.00, lo spettacolo del marionettista rom Rašid Nikolić. Alle ore 21.00 al Teatro Mazzini la solenne cerimonia di Premiazione del 33^ Concorso Artistico Internazionale Amico Rom il cui vincitore assoluto è il professore universitario rumeno Gheorghe Sarau, romanologo di fama mondiale. Tra i premiati più importanti il direttore dell’Istituto di Cultura Gitana di Madrid Ismael Cortés, già parlamentare spagnolo, Premio Eccellenza Romanì 2026, Gabriela Hrabanova direttrice di ERGO che ha sede a Bruxelles presso il Parlamento Europeo, Eccellenza Romanì 2026, Rocco Lanatà e Renato Ongania della Cattedra della Pace di Assise e Paolo Dossena patron della Casa Discografica CNI, per i Premi Phralipe 2026. Tra gli ospiti d’onore il grande compositore e direttore d’Orchestra Paco Suarez e sua figlia Ostalinda, Premio Eccellenza Romanì 2026. Tutti gli eventi sono a partecipazione libera e gratuita. Redazione Italia
September 11, 2026
Pressenza
Villaggio delle Rose e Comune di Milano: dialogo, buon senso e buona volontà. Chi c’è l’ha e chi no.
Chi decidesse di fare una passeggiata nella periferia Sud di Milano potrebbe imbattersi in un grazioso quartiere di case di legno; noterebbe specchiate verande, aiuole ben curate e vialetti ordinati. Lo stile potrebbe forse ricordargli una certa edilizia tipica degli States o del Tirolo, ma mai e poi mai penserebbe di essere finito in un “campo di diseredati”. Non così la vede il Comune di Milano che, indossata la tuta del paladino del progresso e della dignità per tutti, pretende di applicare la politica del “superamento del campo” senza andar per il sottile e spazzare via il Villaggio delle Rose. Il caso è ben spiegato nell’articolo di Paolo Cagna Ninchi. Secondo i piani del Comune il 15 giugno la comunità rom che vive al civico 351 di via Chiesa Rossa avrebbe dovuto alzare le tende e spostarsi in alloggi temporanei (contratto da 2+2 anni), per poi, con facilitazione, entrare nelle liste richiedenti casa popolare. Il popolo rom, notoriamente pacifico e refrattario alla violenza, non è però stupido, e da oltre un anno gli interessati hanno avviato un tavolo di trattative con l’ente pubblico. Nel dialogo la comunità ha preso atto di una serie di passi necessari per regolarizzare la propria posizione abitativa e si è impegnata a cercare soluzioni concrete e presentare preventivi e garanzie. Il fulcro dell’idea è la creazione di una cooperativa che gestirebbe la situazione e collaborerebbe con gli enti pubblici preposti alla riqualificazione dell’area. Una proposta più che fattibile – con tutte le cooperative edili che ci sono sulla piazza perché non una rom? Diciamo dunque che da parte del cittadino i compiti a casa sono stati fatti. Vediamo ora l’amministrazione comunale. Come si diceva una volta “l’interrogato ha fatto scena muta”. Il Comune da tempo non risponde più, si nega ai propri cittadini e tace sul loro futuro. Costretta da tale atteggiamento e con un cappio al collo, il 15 giugno una piccola delegazione rom, guidata dall’attivista Dijana Pavlovic e sostenuta da Anpi Milano, Architetti senza Frontiere, Naga e personalità pubbliche come Moni Ovadia (che ha presenziato all’evento), ex assessori e altri intellettuali della sinistra milanese, si è presentata davanti a Palazzo Marino per chiedere conto della situazione al Consiglio Comunale. A causa dell’ennesimo litigio in aula, il Consiglio viene sospeso e alcuni consiglieri, Diana De Marchi, Simonetta D’amico, Alessandro Giungi e Bruno Ceccarelli accettano di uscire a incontrare il “popolo” (mi chiedo se senza l’imprevisto avrebbero trovato il tempo per due parole con le famiglie o se al termine dei lavori, stanchi, si sarebbero dileguati verso le loro case, di certo non in pericolo). Attorno si assiepa una piccola folla e anch’io cerco di farmi strada per ascoltare ciò che dicono – non c’è un microfono. Parla un uomo alto, dall’aspetto sportivo. Indossa una camicia bianca e nera, pantaloni corti bianchi e un berretto nero; potrebbe essere diretto a un campo di golf. È Aldo Deragna ma tutti lo conoscono come Iaio. Tiene in mano fogli e fotografie e parla della propria casa come fosse un componente della famiglia. Parla accorato, ma non sento livore nella sua voce, piuttosto amore e una certa commozione, che cerca di nascondere dietro gli occhiali scuri. Si rivolge ai messi: “Tornare a casa propria non è una delle cose più belle che ci siano? Puoi andare in vacanza nei posti più fantastici del mondo ma poi torni a casa e ti senti felice perché capisci che quello è il tuo posto, che lì c’è qualcosa di te che ti aspetta sempre, che ti riaccoglie ogni volta. Ma non è così anche per voi quando tornate a casa? Quando siete stanchi e sapete che solo lì riuscirete davvero a riposarvi? Ma guardatela quanto è bella! –  indica le fotografie – Ma davvero volete buttarla giù? Ma piuttosto datela a qualcun altro se proprio avete deciso che io devo vivere da un’altra parte”. Quale italiano non si riconosce in Iaio? Non siamo infatti famosi per essere il popolo che ama con passione il proprio nido? Che lo decora con gusto? Pronto a rinunce pur di pagare mutui pluriennali e poter dire con orgoglio “sono a casa mia”? E come si fa a rispondere a Iaio e ai suoi compagni “bisogna rispettare le normative”? Quando ogni italiano dai quattro anni in su sa che il nostro Paese straripa di abusi edilizi di ogni tipo, che lo stesso comune di Milano è invischiato in affari edilizi, di grande caratura quanto opachi, di cui deve dare conto alla magistratura. Oppure, con supponenza, spiegargli, come fosse un bambino, che, per variare le decisioni prese, tutta la maggioranza deve essere d’accordo. Mi verrebbe da urlare che loro sono i diretti interessati e che nessuno può decidere cose tanto fondamentali per la vita di un altro basandosi su un’alzata di mano; che loro sono parte della città e se si chiedesse agli altri milanesi, al tramviere, al professore, alla massaia, tutti capirebbero al volo il da farsi. Nella democrazia il dialogo è uno strumento fondamentale per risolvere conflitti e di pari diritto del voto, altrimenti queste maggioranze che votiamo ogni x anni diventano piccole forme di dittatura. È una questione di dialogo, di buon senso e di buona volontá; tre elementi fondamentali per un buon governo e una buona convivenza che oggi ho visto presente solo in una delle parti. Attorno a noi ci sono diversi bambini, forse non capiscono tutto ma sono attenti, ci ascoltano. Del resto molte cose faccio fatica anch’io a capirle. Com’è possibile che un’istituzione che si vanta di essere di sinistra e progressista è miope verso una realtà virtuosa qual è il Villaggio delle Rose e si ostina a perseguire un’ideologia? (Ma guai a farglielo notare.) E poi cosa c’è di sbagliato in un campo in sé? Ciò che è da contrastare e risolvere sono le situazioni di degrado – che qui non c’è. Ma se uno volesse vivere in una roulotte o su un albero dove starebbe il problema? Forse l’amministrazione comunale non sa che una nuova frontiera dell’abitare di lusso è il “glamping”. Chi ci dice che fra cinquant’anni non ci saranno intere città fatte di liane e su palafitte? E intanto dei cittadini avrebbero subito un sopruso: ad alcuni verrebbe tolta con forza la casa dei sogni mentre ad altri, quelli in lista per l’alloggio popolare, negata; e, in quanto rom, per la comunità sarebbe l’ennesima violenza alla sua cultura, le famiglie verrebbero infatti separate le une dalle altre. Ma più di tutto mi chiedo, ma secondo il Comune, visto che ravvisa nelle piazzuole di via Chiesa Rossa un campo nomade increscioso e non un decoroso quartiere residenziale, queste famiglie avrebbero dovuto vivere per ventisei anni in precarie condizioni? Non poteva dargliele prima le case popolari? Milla (Marina) Redazione Milano
June 16, 2026
Pressenza
«Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative»
«Se sei povero, possono farti qualunque cosa.» Lo dice un abitante della baraccopoli di Lungo Stura Lazio a Torino. È una frase che sintetizza la logica che Manu Cencetti documenta e decostruisce nel suo saggio Sgomberi dolci, edito da Eris edizioni, collana BookBlock+. Il titolo è un ossimoro dichiarato. Uno sgombero non è mai dolce: è sempre un atto violento, militare, che distrugge case, oggetti, documenti, legami, territorio. Eppure da quindici anni – a partire da Torino, città che ha inventato questo «modello», poi adottato da amministrazioni di ogni colore politico in tutta Italia, in particolare a Milano e Roma – gli sgomberi vengono raccontati come gesti umanitari. Come interventi necessari, persino benefici per chi li subisce. Il saggio nasce da anni di osservazione, ricerca e lotta condotta direttamente accanto alle comunità che vivono nei cosiddetti «campi», nelle baraccopoli e nelle occupazioni abitative sistematicamente sgomberate. L’autore mostra come la violenza che colpisce questi luoghi sia strutturale e pervasiva: non riguarda solo le forze dell’ordine e le istituzioni, ma anche parti del Terzo settore, fondazioni bancarie e filantropiche, la cittadinanza stessa. Una lunga guerra contro la popolazione povera e senza casa, che si inserisce in un più ampio dispositivo nazionale di gestione repressiva della povertà. Le persone che abitano campi, baraccopoli e occupazioni vengono trattate come «umanità in eccesso»: più o meno etnicizzate, prive di reddito sufficiente o dei documenti necessari per accedere al mercato dell’affitto. Eppure in questi spazi marginali costruiscono relazioni, reti sociali, forme di solidarietà, un luogo da chiamare casa. Lo sgombero cancella tutto questo. Il risultato è la perdita totale: della casa, degli oggetti, dei legami, del territorio. Un nuovo sradicamento che lascia famiglie e individui ancora più soli e vulnerabili. Sgomberi dolci è però anche una storia di resistenza. Di chi non si arrende passivamente, di chi nella lotta riscopre complicità, solidarietà e persino gioia. Un libro che restituisce dignità e complessità a vite sistematicamente cancellate dal discorso pubblico. L’AUTORE Manu Cencetti nasce a Torino. Si occupa da tempo di sgomberi e violenza contro persone povere e senza casa, considerate sempre fuori posto, da cacciare o da sfruttare. Video-maker. Nel 2020 insieme a Jean Diaconescu e Stella Iannitto realizza il film documentario La versione di Jean, proiettato al TFF 2020. Il progetto ha posto le basi per il successivo sito laversionedijean.it sulla storia del Platz, una grande baraccopoli di Torino, e della sua distruzione. Scrive e fa ricerca in modo indipendente. BOOKBLOCK E BOOKBLOCK+ Ogni titolo di queste due collane è uno strumento per interpretare la realtà – affrontando nuove tematiche o approfondendo singoli argomenti tramite focus specifici – e per immaginare e intraprendere percorsi diversi da quelli canonici. BookBlock e BookBlock+ nascono per dare spazio a quelle voci che esplorano, con riflessioni attuali, temi chiave della contemporaneità.
Rom: Memoria che brucia, memoria che libera
Viorica Bunduc per la «Giornata Internazionale dei Rom» a Terni (*) L’8 aprile è la Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti. Una data che la maggior parte dei calendari ignora. Una data che io stessa, per vent’anni di lavoro sociologico e clinico, ho ignorato. Non per negligenza. Per qualcosa di più difficile da ammettere: per distanza. Una distanza costruita
Torino: «Sgomberi dolci»
Gianni Boccardelli (*) sul libro di Manu Cencetti; in coda un prezioso Q Code permette di guardare il documentario «La versione di Jean». «Impegno, dialogo e fermezza sono le tre parole d’ordine per la polizia a Torino […] Qui a Torino c’è un metodo: quello degli sgomberi dolci»: così Luciana Lamorgese, ministra degli Interni nel governo Conte 2. Il sottotitolo
Verso la fine della stagione dei  “campi rom”
Il report “Cento Campi” dell’Associazione 21 Luglio mostra come il sistema dei campi rom in Italia stia progressivamente scomparendo, segnando la fine di un modello segregante che ha inciso per decenni sui diritti umani. E’ quanto sottolinea il report annuale sulla situazione di rom e sinti in Italia dell’Associazione 21 Luglio, dal titolo “Cento Campi”, un nome che racchiude una storia lunga e complessa, ma che porta con sé anche un messaggio di speranza senza precedenti: la stagione dei “campi rom” in Italia sta finalmente volgendo al tramonto in un processo che appare ormai inarrestabile. Per anni, infatti, l’Italia è stata tristemente nota come “il Paese dei campi”. Un sistema nato decenni fa, spesso basato sull’equivoco del “nomadismo culturale” per gestire flussi migratori che erano, in realtà, fughe disperate dalle guerre balcaniche. Oggi, i dati ci dicono che quella logica segregante sta crollando: negli ultimi dieci anni, il numero degli insediamenti formali è diminuito del 34% e la popolazione residente è calata drasticamente del 63%, passando da 28.000 a circa 10.200 persone. Il 2025 è stato un anno di svolta, con il superamento definitivo di cinque insediamenti, tra cui le baraccopoli di Asti e Reggio Calabria e il centro di raccolta di Latina. Come ha sottolineato il presidente dell’Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, stiamo vivendo un momento paragonabile alla fine dei manicomi con la legge Basaglia: lo smantellamento di un’architettura della discriminazione che ha ferito per troppo tempo i diritti umani nel nostro Paese. Nonostante i successi, però, il Rapporto non nasconde le ferite ancora aperte. Vivere oggi in una baraccopoli significa avere un’aspettativa di vita di 12,5 anni inferiore rispetto al resto della popolazione italiana. È una realtà giovane, dove il 55% dei residenti è minorenne, e paradossalmente integrata a metà, dato che circa il 70% degli abitanti ha la cittadinanza italiana. La sfida più difficile si concentra ora nell’Area Metropolitana di Napoli, dove vive circa il 30% della popolazione totale delle baraccopoli italiane. È qui che nei prossimi anni dovremo concentrare i nostri sforzi maggiori per garantire che nessuno venga lasciato indietro in questo percorso di fuoriuscita verso abitazioni convenzionali. Il superamento fisico dei campi è possibile grazie a modelli innovativi come MA.REA. (Mappare e Realizzare Comunità), che abbandonano le etichette etniche per puntare su percorsi partecipati. Tuttavia, la strada verso una vera inclusione è ancora ostacolata da un profondo pregiudizio sociale. I dati Eurobarometro ci ricordano che l’82% degli intervistati percepisce la discriminazione verso i rom come molto diffusa. Gli episodi di violenza e odio registrati nel 2025, come gli spari a Cossoine o l’incendio doloso a Giugliano, dimostrano che, mentre i muri dei campi cadono, dobbiamo ancora lavorare duramente per abbattere i muri del pregiudizio. Secondo il report, in Italia si stima che circa 12.200 rom e sinti vivano in insediamenti monoetnici, tra formali e informali, una cifra che rappresenta appena lo 0,02% della popolazione nazionale. Attualmente si contano 98 insediamenti formali all’aperto, tra baraccopoli e macroaree, distribuiti in 64 comuni di 12 diverse regioni. La maggior parte di queste persone, circa 10.200 unità, risiede in contesti formali, suddivisi tra i 5.800 rom presenti nelle baraccopoli e i 4.400 sinti delle macroaree, mentre circa 2.000 rom occupano insediamenti informali. Nonostante si tratti di una popolazione dove circa il 70% possiede la cittadinanza italiana e meno di 600 persone siano a rischio apolidia, le condizioni di vita restano allarmanti: l’aspettativa di vita nelle baraccopoli è di almeno 12,5 anni inferiore alla media nazionale, con un’età media di soli 25,7 anni a fronte dei 48,2 registrati nel resto del Paese nel 2025 e una presenza di minori che tocca il 55% della popolazione totale. Dal 2018, l’Associazione 21 luglio collabora attivamente con diverse amministrazioni comunali fornendo consulenza tecnica per il superamento delle baraccopoli istituzionali, un impegno che nel 2021 ha portato allo sviluppo del già citato modello operativo MA.REA. (MAppare e REAlizzare comunità). Questo metodo segna una netta discontinuità rispetto al passato basandosi su due pilastri fondamentali: l’abbandono di ogni impostazione di tipo etnico e l’adozione di un approccio integrato e partecipativo che coinvolge direttamente i membri delle comunità. L’efficacia di tale modello, ormai punto di riferimento per le politiche di inclusione, ha permesso nel solo 2025 il superamento definitivo di cinque insediamenti: le baraccopoli di via Guerra 26 ad Asti e dell’ex Polveriera a Reggio Calabria, le macroaree Mira di Marco a Rovereto e via delle Tagliate a Lucca, e il centro di raccolta Ex Rossi Sud a Latina. Mentre si sta ultimando il passaggio verso abitazioni convenzionali per gli abitanti di Cupa Perillo a Scampia, le azioni di superamento sono attualmente in corso in altri 13 siti, che comprendono 4 macroaree e 9 baraccopoli. Nello specifico, i processi interessano le macroaree di via della Fornace a Ivrea, via della Chiesa Rossa a Milano, via Guerra 27 ad Asti e via Tomba Forella a San Lazzaro di Savena, oltre alle baraccopoli di Pitz’e Pranu a Selargius, via Carrafiello a Giugliano in Campania, Scordovillo a Lamezia Terme e ben cinque siti nell’area di Roma, ovvero Candoni, Castel Romano, Gordiani, Salone e Salviati. A questo elenco si aggiungerebbero le 4 macroaree di Prato, il cui percorso avviato nel 2024 risulta tuttavia momentaneamente congelato a causa del commissariamento della città toscana. Qui il Report: https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2026/04/report-2026-sito.pdf. Giovanni Caprio
April 11, 2026
Pressenza
Status di rifugiata a donna di origine Rom: l’esistenza di alcuni procedimenti penali non sono di ostacolo al riconoscimento
Il Tribunale di Roma riconosce lo status di rifugiata a donna di origine Bosniaca, ritenendo fondato il rischio di persecuzione in caso di rimpatrio in Bosnia Erzegovina, a causa della sua appartenenza all’etnia Rom. Invero, la ricorrente, nata e cresciuta in Italia, sorella di cittadina italiana e con altri parenti in Italia regolarmente soggiornanti, assumeva nella propria domanda di protezione internazionale di temere persecuzioni nel proprio Paese, in virtù della propria origine etnica e per la circostanza di non essere mai vissuta nel proprio Paese di origine. Il Tribunale di Roma, valorizzando la tesi della difesa richiamava numerosi fonti nelle quali veniva sottolineata la criminalizzazione in Bosnia per i cittadini di etnia Rom, ex multis: “La criminalizzazione della diffamazione in Repubblica Srpska e le misure progressivamente più restrittive in tutto il Paese si sono riflesse in un posizionamento significativamente più basso nel World Press Freedom Index. I Rom e i rimpatriati dalla guerra in Bosnia hanno continuato a subire discriminazioni diffuse. Le condizioni di accoglienza per migranti e rifugiati sono migliorate. La negazione del genocidio e la glorificazione dei criminali di guerra condannati hanno continuato a persistere”. […] “I Rom continuavano a subire esclusione sociale e discriminazione. La maggior parte viveva in povertà cronica, in alloggi inadeguati e aveva un accesso limitato al lavoro formale o ai servizi pubblici, tra cui assistenza sanitaria e istruzione. Il Comitato CERD ha esortato le autorità ad adottare misure urgenti per affrontare la discriminazione razziale sistemica nei confronti dei Rom”. Ed ancora: “I diritti politici in Bosnia-Erzegovina dipendono in larga parte dall’origine etnica e dal luogo di residenza. Ebrei e rom sono costituzionalmente esclusi dalla presidenza e dall’appartenenza alla Camera dei Popoli, nonostante le sentenze della Corte EDU contrarie a tali disposizioni”. Per tali motivi, anche l’esistenza di alcuni procedimenti penali, secondo i giudicanti, non ostano al riconoscimento della forma più ampia di protezione internazionale, statuendo la Corte che “Le condanne penali riportate in passato dalla ricorrente e ancora in parte in fase di esecuzione non appaiono ostative al riconoscimento della protezione in quanto relative a condotte di furto risalenti ad anni addietro ed invero neppure nel provvedimento amministrativo di diniego si fa riferimento ad esse come ad un elemento impeditivo della protezione internazionale.” Per quanto sopra esposto, il Tribunale di Roma, riteneva che nel caso di specie ricorrevano “i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiata per appartenenza ad un determinato gruppo sociale, donna di etnia rom.” Tribunale di Roma, decreto del 25 settembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Armando Maria De Nicola per la segnalazione e il commento.