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La rinascita del movimento sindacale britannico fra governo neo-blairiano e pericolo Farage
«The coal strike has cost the industry a year… Mr. Chairman, the strike is over. This dark shadow has passed from our industrial landscape». Così si espresse Margaret Thatcher il 23 marzo 1985 in un discorso al Comitato centrale del Partito conservatore. La prima ministra aveva ragione: la sconfitta dei minatori chiudeva un periodo, aperto con un’altra sconfitta, quella delle operaie della Grunwick di Londra nel 1976, in cui, passo dopo passo, la capacità di mobilitazione e resistenza del movimento sindacale britannico era stata letteralmente rasa al suolo. A distanza di circa 40 anni da quel discorso, e dopo l’avvicendarsi di governi conservatori e laburisti c. he di fatto hanno proseguito nel solco tracciato da Thatcher (Blair, Cameron, Johnson e ora Starmer), si è assistita a una progressiva rinascita del movimento operaio (da intendersi nella sua accezione anglosassone estesa, come working class movement, movimento della classe lavoratrice). Nel maggio-giugno 2022 questa rinascita ha raggiunto un suo primo punto di caduta, con l’ondata di scioperi che hanno interessato i trasporti (ferrotranviari, aeroportuali e su gomma), le comunicazioni (soprattutto i servizi postali e le telecomunicazioni), la sanità, la scuola, la nettezza urbana, addirittura gli avvocati e tanti altri settori. > Nel 2022 l’interesse per l’adesione a un sindacato nel Regno Unito ha > registrato un forte aumento: secondo quanto riportato dal Trades Union > Congress (Tuc), le richieste online relative all’adesione sono aumentate di > circa il 700% solo nel mese di giugno. L’ondata iniziata nel 2022, che sicuramente ha contribuito alla fine di circa 15 anni di governi conservatori, non si è arrestata. Dall’agosto 2021 al dicembre 2025, il solo sindacato Unite ha indetto 1.500 scioperi, con più dell’80% delle vertenze vinte e aumenti salariali pari a complessivi 625 milioni di sterline. Nel dicembre 2025 vi erano 159 vertenze in corso, che mobilitavano 269.000 fra iscritti e iscritte. Ancora nel mese di aprile 2026, quasi 3.000 membri di Unite, attraverso votazioni presso 88 datori di lavoro in 18 settori, stanno partecipando a degli scioperi. L’agitazione nel settore della nettezza urbana a Birmingham, che da quasi un anno e mezzo sta vedendo opposti lavoratori e lavoratrici contro il Comune della città (a guida laburista) è la dimostrazione plastica di come attualmente per buona parte del movimento sindacale non esistono “governi amici”, anzi proprio questi presunti ultimi sono considerati i principali responsabili delle politiche di austerity che colpiscono salari e condizioni della popolazione lavoratrice, mentre ingrassano i profitti delle grandi aziende. Non si può in questa occasione ricostruire la storia e le caratteristiche del movimento del lavoro britannico, per molti aspetti diverse da quelle del corrispettivo movimento nel nostro Paese. Basti al momento ricordare che nel Regno Unito esistono due grandi Federazioni sindacali, alle quali sono affiliate decine di organizzazioni di categoria o generali. La più grande è il Trade Union Congress (Tuc), la federazione sindacale costituitasi nel 1868 ma che ha assunto questa denominazione dopo la fine della Prima guerra mondiale. Attualmente è composta da 47 sindacati membri, dei quali 11 sono affiliati anche al Partito laburista, con complessivi 5 milioni e 300 mila iscritti e iscritte. La General Federation of Trade Unions (Gftu) è stata fondata nel 1899 e a essa sono affiliate 29 organizzazioni sindacali per un totale di più di 500.000 membri. Dieci organizzazioni sindacali facenti parte del Tuc sono affiliate al Labour Party, nessuna fra quelle componenti la Gftu. Poi ci sono alcuni sindacati autonomi fra i quali spicca l’Independent Workers Union of Great britain (Iwgb). Le due maggiori organizzazioni sindacali del Tuc, Unison e Unite, sono fortemente orientate a sinistra e hanno due segretarie generali (rispettivamente Andrea Egan e Sharon Graham). Altre sigle sindacali su posizioni radicali sono la National Union of Rail, Maritime and Transport Workers (Rmt) e la National Education Union (Neu). PLURALISMO DELLE SIGLE E DELLE TEMATICHE DI LOTTA Tutte queste sigle hanno portato e portano avanti vertenze molto grosse e significative sia nei settori pubblici (Sanità e Scuola su tutte), sia private (industria metalmeccanica, logistica, trasporti). Inoltre – e questo è un elemento di estremo interesse – queste sigle sono interne a praticamente tutte le coalizioni dei movimenti sociali che si sono costituite negli ultimi anni: una ventina di sindacati, fra i quali tutti quelli maggiormente rappresentativi, e tutta la Gftu, sono affiliati alla Palestine Solidarity Campaign, che da anni promuove campagne e mobilitazioni massicce in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio israeliano a Gaza. Un Trade Union Network si è costituito all’interno della coalizione Stand Up to Racism, protagonista delle iniziative antirazziste e antifasciste, in particolare contro l’avanzata di Reform Uk e le provocazioni di Tommy Robinson. Ne fanno parte una decina di organizzazioni sindacali, fra cui Unison e Unite. Il 28 marzo 2026, a Londra, la Together Alliance, una coalizione di più di 300 fra associazioni e organizzazioni contro la retorica dell’estrema destra, ha visto una massiccia partecipazione di rappresentanti e membri dei sindacati britannici, in uno spezzone unitario. > I e le maggiori leader sindacali, insieme a membri di Communication Workers > Union (Cwu), Unite, Unison e Neu, hanno sfilato per sostenere la lotta al > razzismo e i diritti di lavoratori e lavoratrici. Rappresentanti sindacali > hanno svolto e svolgono un ruolo fondamentale nel movimento LGBTQIA+, in > particolare integrando i diritti delle persone queer nella sicurezza sul > lavoro e nell’organizzazione sindacale. Al Congresso del Tuc del 2025, i sindacati affiliati hanno approvato all’unanimità la mozione «Active support for trans and non-binary workers», affermando che i diritti delle persone trans sono diritti umani, che le persone trans e non binarie hanno il diritto di vivere e lavorare senza subire pregiudizi e che la discriminazione riflette una rigida conformità di genere che, in ultima analisi, opprime tutte le donne. I rappresentanti sindacali in Gran Bretagna difendono attivamente i lavoratori migranti dallo sfruttamento. Attualmente, nella sanità e nella scuola, Unison e Neu si stanno adoperando contro le riforme del governo, relative allo status di lavoratori e lavoratrici migranti, che rischiano di provocare un altro scandalo simile a quello del caso Windrush. Infine, il piccolo ma molto combattivo sindacato Igwb è attivissimo in vertenze in quei settori ad alta composizione di classe migrante, come nei servizi di pulizie, nei trasporti privati (Uber) o nelle consegne a domicilio (Deliveroo). GLI EFFETTI SUL VOTO AI PARTITO Lo stato di salute del partito laburista a guida neo-blairiana si potrà acclarare non tanto sulla base dei processi di costituzione di Your Party o della crescita elettorale e di aderenti del Green Party (peraltro notevole), ma su come avrebbe reagito il movimento sindacale, in particolare quello affiliato al partito. Perché, non dimentichiamolo mai, il Labour Party fu costituito nel 1900 (Labour Representation Committee) dalle organizzazioni sindacali e fino a poco tempo fa di fatto sostenuto economicamente soprattutto da queste. La divaricazione, se non lo scontro aperto, con il Labour Party di Keir Starmer sembra abbia superato i livelli di guardia. La situazione critica è stata certificata nel marzo scorso, quando il Consiglio esecutivo di Unite ha deciso di tagliare i finanziamenti (l’«affiliazione») al Partito Laburista per ben 580.000 sterline, il 40% del totale. La segretaria Graham ha dichiarato: > «I lavoratori si stanno grattando la testa chiedendosi da che parte stia il > Partito Laburista, chi rappresenti realmente, perché di certo non sono i > lavoratori. Sono i lavoratori e le comunità a pagarne il prezzo. Il Partito > Laburista deve svegliarsi e aprire gli occhi. Il taglio della quota > associativa dimostra la rabbia dei membri di Unite. Smettete di dare i > lavoratori per scontati, tirate fuori il coraggio, fate il vostro lavoro e > siate un vero Partito Laburista». Ancora, la Neu è il più grande sindacato del settore dell’istruzione nel Regno Unito e in Europa, con oltre 450.000 iscritti tra insegnanti, docenti, personale di supporto e dirigenti scolastici. Il segretario generale Daniel Kebede all’inizio di aprile ha accusato il governo laburista di non mantenere le promesse e di lasciare le scuole “senza risorse”. È stato realizzato un ballottaggio indicativo online (aperto fino al 17 aprile) per consultare i membri sull’indizione di uno sciopero riguardante stipendi, carichi di lavoro e finanziamenti scolastici. La Neu è particolarmente attiva anche nelle mobilitazioni antirazziste, contro l’influenza di Reform Uk nelle scuole e a sostegno dei diritti dal popolo palestinese. Sebbene la Neu non sia affiliata ad alcun partito, nelle politiche del 2024 circa il 60% dei suoi iscritti aveva votato per il Partito Laburista. Ora – stando a un sondaggio interno reso noto da Kebede – i Verdi sono il partito preferito da iscritti e iscritte, perché «offrono qualcosa di troppo raro in politica: la convinzione che le cose possano essere fatte diversamente, la convinzione che l’economia esista per servire le persone piuttosto che per disciplinarle». Il maggio prossimo, con le elezioni amministrative nel Regno Unito, sarà forse un momento che determinerà non solo le sorti del governo Starmer, ma anche quelle dell’avanzante marea nera di Farage. Vedremo se e come i movimenti di questi ultimi anni, e quello sindacale in particolare, giocheranno un ruolo determinante nel condizionare e orientare le scelte e le strategie politiche della plurale sinistra britannica. Le basi ci sono tutte… La copertina è di Andy O’Donnell (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La rinascita del movimento sindacale britannico fra governo neo-blairiano e pericolo Farage proviene da DINAMOpress.
April 12, 2026
DINAMOpress
Manovra siciliana, copia in carta carbone della meloniana legge di bilancio
Prendiamo spunto dall’analisi sulla legge di bilancio 2026/2028 dei due economisti Roberto Romano e Andrea Fumagalli, di cui è stato pubblicato in versione ridotta l’articolo su Pressenza, per allargare l’orizzonte su come i movimenti di massa che hanno agitato le piazze delle scorse settimane in difesa del popolo palestinese, ora si stiano saldando sul tema della lotta alle politiche neoliberiste che stanno mettendo in seria discussione la tenuta democratica dei paesi occidentali, a partire dallo smantellamento del sistema di tutele pubbliche in favore di una politica di riarmo che toglie risorse ai servizi essenziali per i cittadini. Partendo proprio dall’analisi di Romano e Fumagalli sulla manovra, possiamo dire con loro che a tornare sono solo i conti, ma non è presente nell’azione del governo italiano una strategia di crescita per il Paese; la stabilità continua ad essere il dogma inviolabile al quale sacrificare sviluppo e giustizia sociale. La politica sceglie di non decidere facendo prevalere la tecnica dei freddi e asettici regimi contabili di un’Unione Europea che non riesce a venir fuori dalle contraddizioni che essa stessa ha creato. Non si può che condividere l’impietosa conclusione della loro analisi: le società di rating brindano e i mercati speculativi e i poteri forti gioiscono! Ci sono due dati che testimoniano in maniera incontrovertibile la tendenza a spostare più che negli anni passati il baricentro dell’economia verso politiche fintamente difensive giustificate dalla perenne lotta del mondo libero contro gli imperi del male:  da un lato, il piano di riarmo che, per portare la spesa militare al 5% in dieci anni, farà salire le poste in bilancio da 45 miliardi  nel 2025 a 146 miliardi nel 2035, con una spesa complessiva di quasi mille miliardi; dall’altro, un’inflazione da guerra pari al 18,6% cumulato fra il 2021 ed il 2024, ancora non recuperata, ed un drenaggio fiscale nel triennio 2022/2024 che ha portato 25 miliardi in più nelle casse dello Stato per IRPEF versata che non sono stati né restituiti ai lavoratori né reinvestiti in settori come la sanità, l’istruzione ed i servizi. L’evasione fiscale e contributiva sfiora i 100 miliardi l’anno ed  il 50% della ricchezza nazionale è saldamente tenuta in mano dal 5% più ricco della popolazione, ma non un solo intervento in campo economico viene assunto per superare questo trend e far ripartire l’economia, anzi: la produzione industriale è in calo da più di tre anni, non si creano nuovi posti di lavoro per i giovani che alla media di 100.000 all’anno emigrano verso altri paesi e più di sei milioni di lavoratori vivono di precarietà, lavoro nero, sommerso e di paghe al limite della soglia di povertà. In Sicilia, dove secondo i dati Istat ci sono 600.000 persone in condizione di povertà assoluta, il governo regionale riprogramma la spesa dei fondi strutturali europei per finanziare la spesa per infrastrutture militari: oltre 250 milioni di euro per “Sviluppare infrastrutture di difesa resilienti, dando priorità a quelle di natura duale, anche al fine di promuovere la mobilita militare nell’Unione, nonché rafforzare la preparazione civile“, mentre le infrastrutture civili cadono a pezzi, la sanità  subisce tagli a più non posso e la pubblica amministrazione avrebbe bisogno di maggiori investimenti in termini occupazionali per il ricambio generazionale.  Cgil, Arci, Anpi, Legambiente, Libera e Uisp hanno chiesto di revocare gli atti di programmazione e di indirizzare le risorse verso politiche di welfare, ma è difficile immaginare che il governo presieduto da Renato Schifani possa discostarsi dalla linea del governo Meloni: per questo la piazza è tornata a gridare lo slogan già scandito durante lo sciopero del 3 ottobre:  diciamo no a una Sicilia piattaforma militare. La manifestazione svoltasi a Roma il 25 ottobre, indetta dalla Cgil sui temi della pace, del lavoro e della democrazia e contro l’austerità ed il riarmo che determina l’affermarsi di un’economia di guerra, evidenzia un dato politico importante: le mobilitazioni messe in campo negli ultimi mesi a sostegno del popolo palestinese e dell’iniziativa della Global Sumud Flotilla, hanno dato l’avvio a un processo sociale che si è messo in movimento, e difficilmente si fermerà, contro le politiche neoliberiste e reazionarie di gran parte dei governi occidentali e che, in Italia, di fronte all’incapacità delle forze politiche di sinistra di dare adeguata rappresentanza ad ampi strati della popolazione, vede come maggior punto di riferimento proprio i sindacati come la Cgil e le altre oo.ss. di Base che, insieme a movimenti ed associazioni, costituiscono di fatto la vera opposizione sociale a questo governo.  C’è materia su cui discutere e proseguire la mobilitazione: Landini non esclude lo sciopero sulla manovra, ma in gioco c’è anche il futuro della democrazia in questo Paese e nel mondo occidentale. Enzo Abbinanti
October 27, 2025
Pressenza