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L’isola feroce
È stato presentato ieri sera al Laboratorio Andrea Ballarò di Palermo un prezioso libricino autoprodotto con Amazon. L’autore, Giovanni Guadagna, ambientalista e giornalista, appassionato di ecologia urbana e ornitologia, vi racconta, a partire da sé, dalla storia del suo impegno politico e dei suoi sentimenti civili, di un curioso ritrovamento. Nel marzo del 1993, a poco meno di un anno dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, durante una passeggiata in cerca di animali selvatici da fotografare, lepri cinghiali serpi e stormi di passa, in una contrada fra San Giuseppe Jato (il paese di Giovanni Brusca), Piana degli Albanesi e Partinico, in un’area proibita ai giochi dei bambini e nota col pauroso soprannome delle “ossa dei giganti”, l’Autore scopre un  teschio e lo porta subito ai carabinieri che non sembrano, però, appassionarsi troppo al ritrovamento, tanto da non prenderlo in consegna, cosa che suscita indignazione e rabbia nel Nostro. Da una ricerca catastale risulterà poi che nell’ottobre dello stesso anno quel terreno, diviso in due proprietà diverse ma appartenenti ad un’unica famiglia, sarebbe stato acquisito mediante esproprio dal comune di Alcamo, una mossa curiosa e “rapida”, più che una coincidenza fortuita o almeno così sembra… Da questo episodio, il titolo del libro: Come scoprire un cimitero di mafia a San Giuseppe Jato e portarselo a casa. Ma perché scriverne e parlarne a distanza di tanto tempo? Ce lo spiegano Nadia Furnari, fondatrice dell’Associazione Antimafie (al plurale!) Rita Atria, Ciro Troiano, criminologo napoletano emigrato a Milano, prefatore dell’opera, e Roberto Disma, giornalista d’inchiesta che con la Furnari ha spesso collaborato. Questo libro, dalla scrittura scorrevole e discorsiva, che ad ogni pagina ti attrae a proseguire, è mosso, secondo Troiano, dall’ “etica della cura”: cura del territorio e della sua bellezza, deturpata dall’invasione di immondizie e cemento, cura delle relazioni e dei ricordi – come quelli che riportano alla veglia della bara di Borsellino, sotto le luci abbacinanti e surreali delle volte in chiesa, quando il giudice sembrava più tradito e più solo che mai – e cura dello stesso linguaggio, mai caricato dal maltrattamento ideologico o dalla sovraesposizione lessicale adesso di moda. Con una grande attenzione alla scelta delle parole, per cui Natura ha sempre l’iniziale maiuscola in segno di rispetto. È un racconto che si dipana lungo la storia della mafia, da quando essa si distacca dalla soggezione al feudo e si fa moderna, alleandosi alla nascente borghesia isolana, fino alla sua espansione nei vari Nord del Sud, a suon di speculazioni appalti droghe armi e via lucrando. Ma questo racconto non guarda agli eventi con l’occhio degli addetti ai lavori, bensì muove dal vissuto, dal sentimento amaro della violazione del territorio, dall’inconcepibilità della violenza reiteratamente perpetrata. Come si fa a villeggiare e dormire tranquilli nei pressi della “camera della morte” di Sant’Erasmo dove i corleonesi scioglievano i loro nemici nell’acido? – si chiede Furnari – Bisognerebbe organizzare un viaggio di memoria e d’impegno – prosegue – che dai boschi di San Giuseppe Jato, da Rocca Busambra, dove fu ucciso Placido Rizzotto, e da Portella delle Ginestre (molti documenti della sua strage non sono mai stati desecretati!) giunga fino alla sughereta di Niscemi. Qui il Comune ha trovato i fondi per mettere in sicurezza le antenne MUOS della base USA-Nato ma non per proteggere l’abitato civile dalla frana annunciata. Qui la scorsa estate un incendio, presumibilmente doloso e certamente impunito, ha devastato ettari di querceto e commuove visitare quello che poteva e doveva essere un santuario naturale per diventare testimoni della tenacia dolcissima con cui i tronchi arsi buttano ancora gettoni e dal cuore bruciato gemmano verzure. Ecco perché parlarne ancora: perché la mafia non è il passato, non è subcultura, ma è – avverte Troiano – nel più stretto senso antropologico “cultura”, Weltanschauung, visione del mondo, e si espande: la linea della palma sale sempre più verso il Nord, diceva Sciascia; ci lascia basiti l’inchino delle processioni più o meno laiche davanti alle case dei boss persino in Lombardia, mentre ovunque l’acre fumo degli affari ruba l’anima alla Terra, coprendola di scorie tossiche. Ma c’è ancora una ragione, e ben più grave, per cui parlarne: “la mafia da sola non va da nessuna parte” scrive Guadagna; non sarebbe mai sopravvissuta senza collusioni e complicità con i poteri forti dell’economia “legale” e di pezzi dello Stato. A proposito della recente morte di Nitto Santapaola – ricorda Furnari – Claudio Fava ha scritto che il capo defunto “è stato il sacerdote della Catania che contava”, notai avvocati imprenditori e professionisti vari. Il padre, Beppe Fava, fondatore della rivista I Siciliani, aveva denunciato al prezzo della vita i Costanzo e quelli che chiamava “i quattro cavalieri dell’Apocalisse”, la mafia dei colletti bianchi che aveva in mano l’economia, la politica e tutti i giri di giostra del potere nella capitale etnea. Va smontata, dunque, la narrazione palermocentrica di una mafia attiva solo nella Sicilia occidentale; va smontata e non per quel campanilismo che alla lunga è filomafioso, ma per dovere di consapevolezza storica e politica. A Barcellona Pozzo di Gotto, ad esempio, un bene confiscato alla mafia è stato di recente affidato agli stessi mafiosi; infiltrazioni sono notevoli nel sud dell’isola, quello delle raffinerie di Gela, Augusta e Priolo e del caporalato che recluta migranti nei campi e nelle serre di Vittoria. Ma soprattutto la mafia è sopravvissuta e sopravvive per la complicità di parte delle istituzioni, per la contiguità di certi settori dell’antimafia. Spesso siamo tornati a parlare di un’antimafia mafiosa, dice Furnari, ma per trent’anni ci hanno zittiti con l’argomento che avremmo favorito le destre e gli ambienti ostili alla magistratura. E Antonio Rampolla rincara: Palermo è una città feroce; paradossalmente le stragi e le mobilitazioni di piazza che ne sono scaturite hanno finito col ridare una verginità allo Stato. Eppure molti rappresentanti delle forze dell’ordine sono stati inquisiti: Contrada, De Gennaro, La Barbera, Mori, salvo poi finire assolti. Della giudice corrotta Luciana Saguto, condannata, si è detto che era una “mela marcia”, quando più verosimilmente era espressione di un vasto sistema di alleanze. Il mio libro – conclude Guadagna – vuol essere una risposta sia all’indifferenza sia all’insofferenza per l’asfissia degli ambienti ipocriti e mafiosi, così di centro-città come di periferia. Ma temo che di tante, troppe vicende non sapremo mai la verità: troppo è stato insabbiato, pensate alla sparizione dei diari di Borsellino… Su quel dolore sono stati costruiti altri mali… Non si rassegna, invece, Roberto Disma: la verità non si è dispersa – ribatte – ma la detiene chi non vuole farla trapelare; perciò è necessario il giornalismo d’inchiesta, è necessario mettersi al lavoro senza incoronarsi però con l’alloro dell’antimafioso.   Daniela Musumeci
March 5, 2026
Pressenza
Un regalo di Natale che mai avrei immaginato di ricevere. Il 5 gennaio 2026, ore 11, a #Catania (Giardino di Scidà) avrò l'onore immenso di ricevere il "Premio #SicilianiGiovani 2026" nell'ambito delle iniziative #antimafia in commemorazione del giornalista e scrittore Giuseppe Fava, barbaramente assassinato dalla criminalità politico-mafiosa il 5 gennaio 1984. #giuseppefava
December 28, 2025
Antonio Mazzeo
Politiche antimafie e antiterrorismo usate per la repressione sociale
In comunicazione telefonica con due compagn* della Casa di Solidarietà La Lima abbiamo parlato della presentezione dell'opuscolo "Ruolo e strategie repressive della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e la costruzione del nemico sociale interno ed esterno", che si terrà a Strike S.P.A. questo mercoledì 17 settembre a partire dalle ore 18:00.
December 17, 2025
Radio Onda Rossa
Augusto De Luca / Il Corvo torna a volare sulla palude di Palermo
Questo secondo volume di Cronache dell’Antimafia di Augusto De Luca, intitolato La Liquidazione, è ancora più esplosivo del primo. Nel primo volume avevamo assistito allo scontro all’ultimo sangue tra vari poteri dello Stato, al tentativo quasi disperato dopo l’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa (3 Settembre 1982) di segnare una svolta nella lotta alla mafia, facendo nascere appena tre giorni dopo (6 Settembre) quella struttura dotata dei superpoteri e degli uomini la cui attivazione il Generale e Prefetto di Palermo aveva richiesto invano per mesi, cioè l’Alto Commissariato per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa. Augusto De Luca, integerrimo servitore dello Stato, nella sua qualità di capo di Gabinetto della struttura commissariale, ha vissuto dall’interno queste drammatiche vicende che hanno scosso dalle fondamenta i palazzi del potere e le ha riportate giorno per giorno in una sorta di diario di bordo. La sua testimonianza sullo smantellamento progressivo, un pezzo alla volta, della struttura commissariale, è uno strumento di fondamentale importanza per comprendere quel periodo storico così travagliato. A più di sei anni di distanza dall’uccisione di Dalla Chiesa, dopo la stagione dei veleni del 1988-89, il Governo italiano decise di voler cominciare a fare sul serio contro la criminalità organizzata e nominò il giudice della Procura di Roma, Domenico Sica, alto Commissario per la lotta alla mafia. Quest’ultimo accettò a condizione che gli fossero concessi poteri speciali e un corpo di agenti segreti speciali. Eppure, anche Sica, denominato Nembo Sic per i suoi eclatanti successi nel contrasto alla criminalità, conobbe più l’amarezza delle polemiche feroci che la gioia dei successi, che pure conseguì. Al termine del primo triennio d’incarico, il governo decise di sostituire Sica con il prefetto di Napoli Angelo Finocchiaro, e cominciò lo smantellamento dell’Alto Commissariato. Nelle puntate precedenti, abbiamo assistito allo scontro – alla fine degli anni Ottanta – tra Sica e i poteri delle forze dell’Ordine e della Magistratura. Sica chiese ed ottenne quei superpoteri che erano stati negati a Dalla Chiesa, sarebbe a dire la possibilità di accedere ai fascicoli delle indagini più riservate, di poter svolgere indagini completamente svincolate dalle inchieste della Magistratura, la possibilità di intercettare a suo piacimento, e così via. Questi superpoteri hanno creato fin da subito una serie di invidie e di gelosie, una serie di reazioni risentite, anche da parte della Commissione Parlamentare Antimafia guidata da autorevoli esponenti del PCI, Gerardo Chiaromonte e Luciano Violante, e ne scaturirono una campagna di stampa e un’indagine che coinvolse lo stesso Sica, accusato di aver acquisito prove in modo illegale nell’ambito della ben nota vicenda del Corvo di Palermo. Quelle polemiche feroci furono il prodotto tossico di una delle estati più torride e più brutte (estate 1989) nella storia del Palazzo dei Veleni, il Tribunale di Palermo, detto anche (copyright De Luca) lo Zoo di Palermo, che produceva mostri invece di animali, da osservare più o meno in cattività. Con questo secondo volume approdiamo a un’epoca segnata dalla contrapposizione totale tra mafia e Stato, con l’ala stragista di Totò Riina, Nitto Santapaola e Giovanni Brusca, dei fratelli Graviano e di Matteo Messina Denaro, che prende il sopravvento, e dà inizio a una sequenza devastante di delitti che comincia con l’omicidio eccellente di Salvo Lima (Marzo 1992) a Mondello. Lima era il plenipotenziario della corrente andreottiana in Sicilia, e non era riuscito a condizionare l’esito del maxiprocesso alla cupola mafiosa, fortemente voluto da Falcone e dagli altri coraggiosi magistrati del pool Antimafia, anch’esso smantellato pezzo per pezzo a colpi di maldicenze e di veleni. Per questo fu ucciso. Il commento di De Luca fa intuire la drammaticità di quei giorni in cui lo Stato appare sotto assedio, e l’Alto Commissariato la barriera più avanzata di questo assedio senza quartiere. Seguono a distanza di poche settimane, le clamorose dimissioni di Francesco Cossiga da Presidente della Repubblica (26 Aprile), e gli spettacolari attentati che costarono la vita a Falcone (23 Maggio) e a Borsellino (19 Luglio). A De Luca non sfuggì, già all’epoca, il significato politico di quelle due stragi, il ben preciso intento di sbarrare la strada a Giulio Andreotti nella sua corsa al Quirinale, l’intento di salvaguardare un nuovo sistema di potere che si stava affermando. De Luca intuì fin da subito che le stragi del ’92-’93 servivano a porre una pietra tombale sul vecchio sistema dei partiti della Prima Repubblica, scosso proprio in quei mesi fin nelle fondamenta dall’inchiesta di “Mani Pulite”, e a favorire la nascita di un nuovo assetto politico, con nuovi referenti politici per le cosche. Durante i funerali di Falcone Rosaria Schifani, la vedova di Vito Schifani, agente di scorta di Falcone, prende la parola e si rivolge agli assassini: “A nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato….”. Riascoltiamolo, quel discorso. In quella voce stanca e disillusa che ripete a fatica la parola “Stato”, c’è tutta la disperazione e la rassegnazione di un intero territorio, la Sicilia, che ha vissuto per decenni sulla propria pelle l’assenza dello Stato, oppure, ancora peggio, l’alleanza strategica tra lo Stato e la mafia in funzione del mantenimento dell’ordine pubblico, dalla strage di Portella della Ginestra (1947) in poi. Rosaria Schifani prosegue: “Uomini della Mafia, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono… Solo dovete mettervi in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare, di cambiare.” Un discorso che si dovrebbe ascoltare e far ascoltare agli studenti, e non solo in Sicilia. Anche quest’ultima ripetizione è significativa, esprime la determinazione di una donna che non vuole arrendersi anche se la mafia le ha ammazzato il marito facendo saltare in aria un intero tratto di autostrada, di una Sicilia che anela da secoli a un cambiamento, eppure rimane nelle viscere sempre uguale a se stessa. Non ci dimentichiamo che in quel terribile biennio, 1991-92, e poi nel 1993-94, l’Italia ha rischiato grosso. La mafia stragista è arrivata al punto di compiere degli attentati “in continente”, a Roma, Firenze, Milano, attentati che rappresentavano un ben preciso messaggio politico alle istituzioni della Repubblica. Non ci dimentichiamo che si arrivò, la notte del 27-28 luglio 1993, a un passo dal colpo di stato, quando il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, alzò la cornetta del telefono per capire cosa stava succedendo, non sentì alcun segnale e capì che qualcuno aveva completamente isolato la centralina telefonica del Quirinale. Non ci dimentichiamo che per la fine di gennaio del 1994 la mafia aveva organizzato un attentato allo stadio Olimpico di Roma con una Lancia Thema imbottita di esplosivo, un attentato che, se fosse stato portato a termine, avrebbe cambiato la storia d’Italia, con decine e decine di morti tra i Carabinieri…. Perché l’attentato all’Olimpico fallì? Solo per il malfunzionamento di un telecomando? Ancora oggi ci si interroga sull’intreccio tra politica e mafia che portò all’arresto dei fratelli Graviano e alla nascita di un nuovo soggetto politico. Ma torniamo a quei tragici eventi dell’estate del 1992. Falcone e Borsellino sono morti e il Corvo torna a spiccare il volo in una nuova stagione dei veleni. Nuovi corvi volteggiano al di sopra del Palazzo di Giustizia di Palermo. Il Palazzo dei veleni diventa, nelle cronache di quei mesi, la “palude di Palermo”. Ma nel frattempo altri corvi si alzano in volo sulla vicenda siciliana, attirati dall’odore dei cadaveri. A un certo punto l’ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, suggerisce: lo Stato abbandoni la Sicilia. In una Sicilia sovrana e indipendente si scatenerebbe un regolamento di conti interno tra la delinquenza mafiosa e gli stessi siciliani. “Ma sì – commenta con amarezza De Luca – lasciamo la Sicilia alla mafia, che se la vedano i siciliani tra di loro”. Siamo ancora lontani dalla strategia delle Leghe meridionali dei primi anni Novanta e dall’idea di diventare il maggiore sponsor del ponte sullo Stretto, che secondo i leghisti della prima ora avrebbe avvicinato un po’ troppo questa Sicilia al continente, contribuendo al suo degrado. Eppure avrebbe dovuto essere chiaro a tutti che la mafia aveva varcato lo stretto di Messina già da parecchi decenni, senza aver bisogno del ponte, espandendosi nel Nord Italia e in tutta Europa, ma le menti sopraffine della Lega non se ne erano accorte. Oppure…     L'articolo Augusto De Luca / Il Corvo torna a volare sulla palude di Palermo proviene da Pulp Magazine.
October 22, 2025
Pulp Magazine