Un regalo di Natale che mai avrei immaginato di ricevere.
Il 5 gennaio 2026, ore 11, a #Catania (Giardino di Scidà) avrò l'onore immenso
di ricevere il "Premio #SicilianiGiovani 2026" nell'ambito delle iniziative
#antimafia in commemorazione del giornalista e scrittore Giuseppe Fava,
barbaramente assassinato dalla criminalità politico-mafiosa il 5 gennaio 1984.
#giuseppefava
Tag - antimafia
Politiche antimafie e antiterrorismo usate per la repressione sociale
In comunicazione telefonica con due compagn* della Casa di Solidarietà La Lima
abbiamo parlato della presentezione dell'opuscolo "Ruolo e strategie repressive
della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e la costruzione del nemico
sociale interno ed esterno", che si terrà a Strike S.P.A. questo mercoledì 17
settembre a partire dalle ore 18:00.
Augusto De Luca / Il Corvo torna a volare sulla palude di Palermo
Questo secondo volume di Cronache dell’Antimafia di Augusto De Luca, intitolato
La Liquidazione, è ancora più esplosivo del primo. Nel primo volume avevamo
assistito allo scontro all’ultimo sangue tra vari poteri dello Stato, al
tentativo quasi disperato dopo l’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa (3
Settembre 1982) di segnare una svolta nella lotta alla mafia, facendo nascere
appena tre giorni dopo (6 Settembre) quella struttura dotata dei superpoteri e
degli uomini la cui attivazione il Generale e Prefetto di Palermo aveva
richiesto invano per mesi, cioè l’Alto Commissariato per il coordinamento della
lotta contro la delinquenza mafiosa.
Augusto De Luca, integerrimo servitore dello Stato, nella sua qualità di capo di
Gabinetto della struttura commissariale, ha vissuto dall’interno queste
drammatiche vicende che hanno scosso dalle fondamenta i palazzi del potere e le
ha riportate giorno per giorno in una sorta di diario di bordo. La sua
testimonianza sullo smantellamento progressivo, un pezzo alla volta, della
struttura commissariale, è uno strumento di fondamentale importanza per
comprendere quel periodo storico così travagliato.
A più di sei anni di distanza dall’uccisione di Dalla Chiesa, dopo la stagione
dei veleni del 1988-89, il Governo italiano decise di voler cominciare a fare
sul serio contro la criminalità organizzata e nominò il giudice della Procura di
Roma, Domenico Sica, alto Commissario per la lotta alla mafia. Quest’ultimo
accettò a condizione che gli fossero concessi poteri speciali e un corpo di
agenti segreti speciali. Eppure, anche Sica, denominato Nembo Sic per i suoi
eclatanti successi nel contrasto alla criminalità, conobbe più l’amarezza delle
polemiche feroci che la gioia dei successi, che pure conseguì. Al termine del
primo triennio d’incarico, il governo decise di sostituire Sica con il prefetto
di Napoli Angelo Finocchiaro, e cominciò lo smantellamento dell’Alto
Commissariato.
Nelle puntate precedenti, abbiamo assistito allo scontro – alla fine degli anni
Ottanta – tra Sica e i poteri delle forze dell’Ordine e della Magistratura. Sica
chiese ed ottenne quei superpoteri che erano stati negati a Dalla Chiesa,
sarebbe a dire la possibilità di accedere ai fascicoli delle indagini più
riservate, di poter svolgere indagini completamente svincolate dalle inchieste
della Magistratura, la possibilità di intercettare a suo piacimento, e così via.
Questi superpoteri hanno creato fin da subito una serie di invidie e di gelosie,
una serie di reazioni risentite, anche da parte della Commissione Parlamentare
Antimafia guidata da autorevoli esponenti del PCI, Gerardo Chiaromonte e Luciano
Violante, e ne scaturirono una campagna di stampa e un’indagine che coinvolse lo
stesso Sica, accusato di aver acquisito prove in modo illegale nell’ambito della
ben nota vicenda del Corvo di Palermo. Quelle polemiche feroci furono il
prodotto tossico di una delle estati più torride e più brutte (estate 1989)
nella storia del Palazzo dei Veleni, il Tribunale di Palermo, detto anche
(copyright De Luca) lo Zoo di Palermo, che produceva mostri invece di animali,
da osservare più o meno in cattività.
Con questo secondo volume approdiamo a un’epoca segnata dalla contrapposizione
totale tra mafia e Stato, con l’ala stragista di Totò Riina, Nitto Santapaola e
Giovanni Brusca, dei fratelli Graviano e di Matteo Messina Denaro, che prende il
sopravvento, e dà inizio a una sequenza devastante di delitti che comincia con
l’omicidio eccellente di Salvo Lima (Marzo 1992) a Mondello. Lima era il
plenipotenziario della corrente andreottiana in Sicilia, e non era riuscito a
condizionare l’esito del maxiprocesso alla cupola mafiosa, fortemente voluto da
Falcone e dagli altri coraggiosi magistrati del pool Antimafia, anch’esso
smantellato pezzo per pezzo a colpi di maldicenze e di veleni. Per questo fu
ucciso. Il commento di De Luca fa intuire la drammaticità di quei giorni in cui
lo Stato appare sotto assedio, e l’Alto Commissariato la barriera più avanzata
di questo assedio senza quartiere. Seguono a distanza di poche settimane, le
clamorose dimissioni di Francesco Cossiga da Presidente della Repubblica (26
Aprile), e gli spettacolari attentati che costarono la vita a Falcone (23
Maggio) e a Borsellino (19 Luglio). A De Luca non sfuggì, già all’epoca, il
significato politico di quelle due stragi, il ben preciso intento di sbarrare la
strada a Giulio Andreotti nella sua corsa al Quirinale, l’intento di
salvaguardare un nuovo sistema di potere che si stava affermando. De Luca intuì
fin da subito che le stragi del ’92-’93 servivano a porre una pietra tombale sul
vecchio sistema dei partiti della Prima Repubblica, scosso proprio in quei mesi
fin nelle fondamenta dall’inchiesta di “Mani Pulite”, e a favorire la nascita di
un nuovo assetto politico, con nuovi referenti politici per le cosche.
Durante i funerali di Falcone Rosaria Schifani, la vedova di Vito Schifani,
agente di scorta di Falcone, prende la parola e si rivolge agli assassini: “A
nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato….”.
Riascoltiamolo, quel discorso. In quella voce stanca e disillusa che ripete a
fatica la parola “Stato”, c’è tutta la disperazione e la rassegnazione di un
intero territorio, la Sicilia, che ha vissuto per decenni sulla propria pelle
l’assenza dello Stato, oppure, ancora peggio, l’alleanza strategica tra lo Stato
e la mafia in funzione del mantenimento dell’ordine pubblico, dalla strage di
Portella della Ginestra (1947) in poi. Rosaria Schifani prosegue: “Uomini della
Mafia, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono…
Solo dovete mettervi in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare, di
cambiare.” Un discorso che si dovrebbe ascoltare e far ascoltare agli studenti,
e non solo in Sicilia. Anche quest’ultima ripetizione è significativa, esprime
la determinazione di una donna che non vuole arrendersi anche se la mafia le ha
ammazzato il marito facendo saltare in aria un intero tratto di autostrada, di
una Sicilia che anela da secoli a un cambiamento, eppure rimane nelle viscere
sempre uguale a se stessa.
Non ci dimentichiamo che in quel terribile biennio, 1991-92, e poi nel 1993-94,
l’Italia ha rischiato grosso. La mafia stragista è arrivata al punto di compiere
degli attentati “in continente”, a Roma, Firenze, Milano, attentati che
rappresentavano un ben preciso messaggio politico alle istituzioni della
Repubblica. Non ci dimentichiamo che si arrivò, la notte del 27-28 luglio 1993,
a un passo dal colpo di stato, quando il Presidente della Repubblica, Carlo
Azeglio Ciampi, alzò la cornetta del telefono per capire cosa stava succedendo,
non sentì alcun segnale e capì che qualcuno aveva completamente isolato la
centralina telefonica del Quirinale. Non ci dimentichiamo che per la fine di
gennaio del 1994 la mafia aveva organizzato un attentato allo stadio Olimpico di
Roma con una Lancia Thema imbottita di esplosivo, un attentato che, se fosse
stato portato a termine, avrebbe cambiato la storia d’Italia, con decine e
decine di morti tra i Carabinieri…. Perché l’attentato all’Olimpico fallì? Solo
per il malfunzionamento di un telecomando? Ancora oggi ci si interroga
sull’intreccio tra politica e mafia che portò all’arresto dei fratelli Graviano
e alla nascita di un nuovo soggetto politico.
Ma torniamo a quei tragici eventi dell’estate del 1992. Falcone e Borsellino
sono morti e il Corvo torna a spiccare il volo in una nuova stagione dei veleni.
Nuovi corvi volteggiano al di sopra del Palazzo di Giustizia di Palermo. Il
Palazzo dei veleni diventa, nelle cronache di quei mesi, la “palude di Palermo”.
Ma nel frattempo altri corvi si alzano in volo sulla vicenda siciliana, attirati
dall’odore dei cadaveri. A un certo punto l’ideologo della Lega, Gianfranco
Miglio, suggerisce: lo Stato abbandoni la Sicilia. In una Sicilia sovrana e
indipendente si scatenerebbe un regolamento di conti interno tra la delinquenza
mafiosa e gli stessi siciliani. “Ma sì – commenta con amarezza De Luca –
lasciamo la Sicilia alla mafia, che se la vedano i siciliani tra di loro”. Siamo
ancora lontani dalla strategia delle Leghe meridionali dei primi anni Novanta e
dall’idea di diventare il maggiore sponsor del ponte sullo Stretto, che secondo
i leghisti della prima ora avrebbe avvicinato un po’ troppo questa Sicilia al
continente, contribuendo al suo degrado. Eppure avrebbe dovuto essere chiaro a
tutti che la mafia aveva varcato lo stretto di Messina già da parecchi decenni,
senza aver bisogno del ponte, espandendosi nel Nord Italia e in tutta Europa, ma
le menti sopraffine della Lega non se ne erano accorte. Oppure…
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