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Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra»
CHI CONVIVE CON LE CONSEGUENZE DI INCENDI, GENTRIFICAZIONE, INONDAZIONI O REALIZZAZIONE DI PROGETTI DANNOSI PER IL TERRITORIO SPIEGA QUANTO QUESTA EMOZIONE SIA PRESENTE NELLE LORO VITE Ariadna Martínez su El Salto All’inizio del secolo, un filosofo coniò un neologismo con la speranza che un giorno — il prima possibile — cadesse in disuso. Voleva dare alle persone uno strumento per descrivere un tipo di malinconia, di tristezza, che non smetteva di osservare. In questo modo, potendo dare un nome a questo dolore, le persone avrebbero potuto riconoscere che «non si tratta di un sentimento individuale, ma condiviso». Due decenni dopo, tuttavia, il termine è all’ordine del giorno, cosa che a Glenn Albrecht (Australia, 1953) sembra «deprimente». «Continua a essere incredibilmente utile per un mondo che sta diventando peggiore della solastalgia (secondo la Treccani: Stato di angoscia che affligge chi ha subito una tragedia ambientale provocata dall’intervento maldestro dell’uomo sulla natura, a volte tradotta come “eco-ansia” ndr)», dice. Tutto è iniziato quando Albrecht ha osservato come la regione della Hunter Valley, a nord di Sydney (Australia), sia passata dall’essere un’oasi di pascoli verdi, animali e cielo sereno a una zona “di sacrificio”, industriale, rumorosa, inquinata, a causa dell’estrazione del carbone. «Le persone che vivevano lì rimanevano a casa, guardando fuori dalle finestre, ma ciò che avevano apprezzato del loro ambiente familiare si era deteriorato. Non offriva loro più conforto», ricorda nel suo libro Earth Emotions: New Words for a New World (Cornell University Press, 2019). Assistendo a una scena del genere, ha unito «sōlācium» (in latino, consolazione, sollievo) e «-algia» (in greco, dolore, sofferenza). Il risultato è stato «solastalgia». «A volte la definisco come la nostalgia che provi quando sei ancora a casa, ma senti che la tua casa ti sta abbandonando», spiega il filosofo a questo giornale. Da quel momento, le testimonianze “solastalgiche” non hanno smesso di arrivare nella sua casella di posta elettronica. I fattori che causano la solastalgia possono essere sia naturali che artificiali. Eventi come siccità, incendi, inondazioni, guerra, terrorismo o gentrificazione possono provocarla. Albrecht la paragona alla nostalgia tradizionale, che spesso si prova quando si è lontani da casa e si desidera tornare. Il rimedio in quel caso è, quindi, tornare. Ma con la solastalgia non c’è un luogo in cui tornare, perché non ci si è mai allontanati. Tuttavia, l’ambiente circostante è cambiato, non è più lo stesso, il che lascia una terribile sensazione di impotenza. Sebbene questo stato emotivo abbia una “cura”, questa non si ottiene con la terapia. NON È SOLO IL FUOCO In Spagna, come nel resto del pianeta, ci sono in questo momento innumerevoli territori che stanno vivendo questa desolazione a causa di forze climatiche, corporative o politiche che sfuggono al loro controllo. È il caso del fuoco, che non è solo fuoco. “Non è solo fuoco: è una ferita aperta nel petto di chi ama questi paesi. Ogni fiamma porta con sé il ricordo di una foresta, il canto di un fiume, il mormorio delle voci che ci hanno dato la vita», ha scritto Rochi Novòa, gallega di 51 anni, durante gli storici incendi boschivi della scorsa estate, che sono stati particolarmente violenti a causa di fattori quali il cambiamento climatico e che hanno ridotto in cenere una superficie pari a sei volte quella della città di Madrid. La Galizia, la Castiglia e León e altre regioni dell’entroterra sono state le più colpite. «Per me, Sobradelo — un piccolo villaggio situato nella regione galiziana di Valdeorras — è sempre stato il mio cordone ombelicale. Sono così innamorata della mia terra che posso percorrere ogni giorno lo stesso tragitto e un giorno mi affascina il capriolo che sta attraversando, un altro giorno mi piace come sorge il sole perché quella luce non l’avevo mai vista prima, o la pioggia orribile perché c’è un giorno in cui cade in modo diverso. E, se la terra brucia, io soffro con lei. Anche la mia vita qui bruciava», afferma Novòa. Ma la solastalgia emerge, in particolare, quando quel cambiamento biofisico diventa cronico, come accade una volta che le fiamme si sono spente. «È come un lutto che non riesci mai a superare, perché la terra non si rigenera a quella velocità. Il verde che può nascere ora è verde erba, che non ha nulla a che vedere con il verde castagna, con la nostra quercia. Quei boschi millenari e secolari facevano parte della nostra identità, e sì, se ne sono andati per non tornare più. In questi ultimi anni mi sento impotente ed emotivamente esausta, perché, se non sono gli incendi, è la macrocellulosa che volevano imporci», si rammarica la scrittrice, visibilmente sfinita. L’IMPATTO DELLA GENTRIFICAZIONE SUL PAESAGGIO Ci sono volte, come nel caso di Rochi, che la solastalgia irrompe nella vita di una persona come farebbe un meteorite. Tuttavia, altre volte si insinua lentamente, serpeggiando. Come è successo a Carla Henríquez, una quarantenne delle Canarie: «La prima cosa in cui ho percepito il cambiamento è stato il paesaggio. Quando sono tornata a Tenerife dopo un paio d’anni in Australia, ho iniziato a notare che la montagna che guardavo da piccola non era quasi più verde e che era sempre più piena di case». Gli abitanti di Tenerife, racconta, hanno continuato a percepirlo in dettagli come il fatto che c’era sempre meno varietà di pesci quando andavano a fare immersioni, o che non avevano più la libertà di spostarsi perché il traffico cominciava a diventare impossibile, o nel temere che nella casa dove prima viveva un’amica un giorno aprissero un Airbnb, o nel sentire che le loro usanze erano sempre più una “mera attrazione turistica”. Questa malattia dell’anima si è insinuata in tutti gli ambiti della sua vita: «Pensi: “Questo era il mio faro. La mia identità, chi sono, la sto perdendo. Ti senti spaesato nella tua stessa terra. Perdi anche il capitale sociale e il senso di comunità. Perché, se non puoi permetterti un taxi per l’aeroporto, ti accompagna la tua amica, ma non ti accompagnerà la turista dell’Airbnb. A poco a poco ci allontaniamo dai quartieri delle città verso le zone più alte, isolati gli uni dagli altri, perché non possiamo permetterci altro». Nel 2025 la Spagna ha battuto un nuovo record storico di turismo internazionale. Il Paese ha accolto circa 96,8 milioni di turisti internazionali, 15,69 dei quali concentrati nelle Canarie (un dato record anche per la regione). La popolazione residente nelle isole è aumentata del 56% da quando Carla è nata. Oggi è la terza comunità autonoma del Paese con la più alta densità demografica. Inoltre, ospita la metà delle specie a rischio critico di estinzione della Spagna a causa, tra gli altri fattori, del turismo di massa e dell’aumento degli insediamenti urbani. La solastalgia che prova Carla è stata riflessa anche nelle canzoni o nelle poesie della gente del posto. «Non voglio quell’hotel, voglio che mi restituisci la mia spiaggia […]. Voglio solo tornare alla mia infanzia», recita il musicista Fran Baraja nel brano Ese Hotel. Anche i versi di Teresa Gubern, raccolti nell’antologia Brega en verso: voces poéticas de resistencia, descrivono quel dolore: «Solleverò le piastrelle che ricoprono questo pavimento / toglierò il cemento che soffoca / scaverò fino a raggiungere la terra bagnata / per seppellire il mio corpo in questa geografia». LO SCONFORTO CHE SI PROVA IN UN TERRENO SOGGETTO A INONDAZIONI Anche i valenciani hanno cercato di imprimere per sempre la catastrofe della tempesta nelle loro opere artistiche. Un’impronta che, come sottolinea Samuel Romero, residente ad Aldaia (Valencia), «non se ne andrà mai» dalle loro vite: «Ora siamo attenti a questioni che prima ignoravamo, come quanti litri all’ora cadranno per metro quadrato, o se pioverà in questo burrone o in quell’altro. È qualcosa di nuovo che è entrato nella nostra vita e che credo non se ne andrà». Lo confermano Feliu Ventura, La Maria, Pep Botifarra, Noèlia Titana, Miquel Gil y Vicent Torrent nella loro canzone “Quan el cel es tornà negre”, il cui ritornello avverte che nemmeno la pioggia riuscirà a cancellare il fango su cui è stata scritta la loro storia. Infatti, Samuel spiega che un suo conoscente è stato costretto a traslocare, su consiglio del terapeuta, perché «sua figlia non è riuscita a superare lo shock». «Finché avessero continuato a vivere lì, sarebbe stato molto difficile per lei voltare pagina», racconta. Proprio una delle parole a cui Albrecht si è ispirato per il suo neologismo è stata la tedesca unheimlich. Si usa per riferirsi a qualcosa di minaccioso che si percepisce all’interno della casa. Ciò che dovrebbe essere una fonte di conforto si trasforma in una fonte di inquietudine, in qualcosa di sinistro. In qualità di ingegnere civile, ritiene che le misure di adattamento che si stanno valutando nella zona siano insufficienti: «E mi ribolle il sangue quando vedo che sembra non si sia imparato nulla, perché il Comune ha approvato il progetto di un grande poligono industriale di moltissimi ettari in una zona di orti che, essendo allora terreno permeabile, riuscì ad assorbire parte dell’acqua dell’alluvione. È incomprensibile». In Spagna, ad oggi, 2,7 milioni di persone vivono in territori soggetti a inondazioni. ALLEVAMENTI CHE SI IMPONGONO NEI PAESI Anche la casa di Rodrigo (nome fittizio per preservarne l’anonimato) è diventata un luogo decisamente sinistro. Come riflette il racconto «Viaggio nel paese delle mosche», di José Miguel Díaz, membro del movimento di quartiere «Salvemos el Arabí», nella regione del Campo de Cartagena (Regione di Murcia), tutti i sensi mi facevano male: «Avevo percorso solo metà del tragitto e già tutti i miei sensi mi facevano male. Sentivo gli animali ammassati e il ronzio delle mosche. Vedevo l’ordine asettico delle costruzioni che ricordavano i campi di concentramento. Respiravo il caldo fetore delle feci. Avevo perso ogni senso del gusto, che si era trasformato in repulsione, e le mie mani erano vuote per l’impotenza». È così che inizia a apparire la vita quando ti mettono un allevamento intensivo — o due, o tre — accanto a casa tua, cosa sempre meno aneddotica in Spagna, dato che si è affermata come il paese con il maggior numero di allevamenti intensivi di tutta Europa, con circa 3.963 su tutto il territorio. Ma il caso di Murcia è speciale, poiché è la terza provincia del paese con il maggior numero di macroallevamenti per comune, dopo Huesca e Lleida. Due dei suoi paesi, Lorca e Fuente Álamo de Murcia, si trovano nella top 5 delle località con il maggior numero di questo tipo di allevamenti. A Lorca ce ne sono circa 50. A Fuente Álamo circa 30. Si stima inoltre che circa 220.000 persone nel nostro Paese non abbiano acqua potabile a causa della presenza di nitrati provenienti dall’agricoltura e dall’allevamento intensivo. “È la questione degli odori, che rendono insopportabile la permanenza; il grido degli animali che soffrono, che inevitabilmente ne evoca l’immagine; il viavai incessante dei trattori pieni di cisterne di liquame, che creano un traffico continuo al punto che sembra di essere sulla M-30. È tutto”, racconta Rodrigo. Viaggiando in auto, ci sono tratti in cui si vedono queste costruzioni —il cui aspetto è così discreto, così standard, che sembrano enormi pezzi incolori usciti dal Monopoly— ogni due minuti. Inoltre, assicura, nella regione si è creato un clima sociale altrettanto irrespirabile. «C’è molta paura. Basta vedere cosa è successo a Lorca» — quattro anni fa un gruppo organizzato ha assaltato il municipio mentre si discuteva se approvare o meno una normativa comunale per vietare la costruzione di questi impianti a meno di 1.500 metri dai centri urbani o dalle strutture sanitarie e scolastiche. Tra i ricordi che Rodrigo custodisce della sua infanzia — quando poteva sentirsi libero nella zona — e la situazione attuale c’è un abisso. Non riconosce più il proprio territorio e trova conforto, sollievo, solo all’interno del proprio appezzamento. «Bisogna vivere qui per capirlo», assicura. Proprio come la zona mineraria che ha ispirato Albrecht, il Campo de Cartagena è oggi una «terra di sacrificio». «Questo tipo di progetti viene imposto alla gente del posto. Non hanno scelta», afferma il filosofo nel suo libro. LA SOLIFILIA, LA “CURA” DELLA SOLASTALGIA In un mondo sempre più «solastalgico», Albrecht sostiene che l’unica vera «cura» sia che, collettivamente (a livello internazionale, nazionale, regionale, locale e personale), «cominciamo ad affrontare le cause di questi problemi e a impegnarci nella riparazione del danno». Egli afferma che, man mano che gli esseri umani risanano i luoghi danneggiati, risanano anche se stessi. E in questo entra in gioco un nuovo vocabolo: la solifilia (altro neologismo di Albrecht, corrisponde invece alla solidarietà provata da una persona verso un luogo). «La solifilia è l’amore per il nostro legame con quel luogo che sentiamo come casa, nonché la disponibilità ad accettare la responsabilità di proteggere e preservare tale legame a tutti i livelli. Ciò può essere realizzato creando alleanze che contribuiscano a superare l’alienazione e la perdita di potere derivanti dalle decisioni politico-aziendali che hanno causato il danno», spiega. Ma ci sono contesti più o meno favorevoli per compiere questo passo. Per Rochi e Rodrigo è complicato. Si sentono soli e impotenti. «Qui il modo di elaborare il lutto è il silenzio, e questo ti fa sentire peggio. Se non mi muovessi nei circoli in cui mi muovo, morirei di pena», afferma lei, che da anni incarna con tenacia la solifilia. Rodrigo, per la sua stessa sicurezza, non può nemmeno pensare di sollevare l’argomento nel suo territorio. Samuel e Carla, dal canto loro, sentono di avere un po’ più di autonomia. «Potrei trasferirmi in un’altra zona non soggetta a inondazioni, ma credo che, quando si creano radici, un legame, sia nel bene che nel male. Quindi io, come ingegnere, faccio cose come collaborare con le associazioni di quartiere cercando di formarli su come potremmo adattare il nostro comune al nuovo scenario climatico. Tuttavia, sono consapevole che la risposta sociale a situazioni caotiche di solito richiede tempo. Alla crisi che abbiamo vissuto nel 2008 si è reagito nel 2015”, dice lui. Carla, dal canto suo, si sente davvero sostenuta. Nella sua regione il movimento “Le Canarie hanno un limite” sta compiendo passi decisivi per sensibilizzare precisamente che cosa implica la solifilia: creare alleanze per esigere un cambiamento a tutti i livelli. «Il nostro problema è, da un lato, che abbiamo una conformazione orografica complessa che non ci permette di espanderci così facilmente e, dall’altro, che tutti vogliono venire alle Canarie, ma questo non è possibile. Abbiamo bisogno di limiti», afferma. Glenn Albrecht, a 73 anni, sogna il giorno in cui il mondo si orienterà con fermezza verso la solifilia, poiché è sicuro che l’essere umano sia ampiamente in grado di relazionarsi in modo simbiotico con la terra. Il suo lavoro è ora orientato a immaginarlo. In quel futuro tanto atteso, spiega, la solastalgia diventerebbe un ricordo lontano e lui, come padre, patrigno e nonno, potrebbe riposare, molto soddisfatto, nella sua tomba ben compostata. The post Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 19, 2026
Popoff Quotidiano
Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede
LE SCORTE REGGONO, I MERCATI SI ADATTANO. MA IL VERO PUNTO CRITICO NON SARÀ SOLO ENERGETICO: SARÀ POLITICO. E ARRIVERÀ PRIMA Marco D’Auria da Open Italy Lo shock petrolifero più grande della storia è in corso da sei settimane. Gli ammortizzatori reggono. Ma hanno una scadenza. E il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato. Quello che sta accadendo nello Stretto di Hormuz è la crisi energetica più grande della storia moderna. Il fatto che non lo sembri è esattamente il problema. Il sistema di protezione costruito dopo il 1973 funziona abbastanza bene da attenuare lo shock mentre si produce. Ma così facendo ne attenua anche la percezione. E questo ci espone di più. Partiamo dai numeri. Open Italy – Per capire meglio l’Italia e il mondo. Cosa ci insegnò il ‘73 Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, i Paesi arabi produttori tolsero dal mercato 4,5 milioni di barili al giorno. Il 7% dell’offerta mondiale. Bastò per produrre anni di stagflazione in tutto l’Occidente. In Italia le strade si svuotarono per sette domeniche consecutive per decisione del governo. La parola “stagflazione”, cioè inflazione e recessione insieme, entrò nel linguaggio comune. Quella crisi ebbe anche un antecedente: la chiusura del Canale di Suez nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni. Per otto anni le navi furono costrette a circumnavigare l’Africa. Il mondo si adattò. Quando arrivò lo shock del 1973, però, non era pronto. Oggi dallo Stretto di Hormuz sono bloccati 20 milioni di barili al giorno. Quasi tre volte l’embargo del ‘73. E non si tratta solo di petrolio: attraverso Hormuz passa il 20% del gas naturale liquefatto mondiale e una quota enorme dei fertilizzanti globali. Quando si chiude lo Stretto, si inceppa insieme all’energia anche una parte decisiva della catena agricola e industriale mondiale. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Iea, l’agenzia nata nel 1974 proprio in risposta al ‘73, lo ha detto senza attenuanti davanti ai giornalisti a Washington: “Il mondo sta affrontando la più grande sfida alla sicurezza energetica della storia. Riguarda il petrolio, il gas naturale, ma anche fertilizzanti, petrolchimici, elio e altre materie prime vitali. Nessun Paese, nessun Paese, è immune da questo problema”. Eppure le strade sono ancora piene. Le stazioni di servizio non sono prese d’assalto. Il panico non si vede. È qui che la crisi cambia faccia. Il sistema che ci protegge e ci acceca Dopo il ‘73, il mondo costruì tre strumenti per evitare di trovarsi di nuovo senza difese. Il primo sono le scorte strategiche. I Paesi Iea detengono oggi oltre 1,2 miliardi di barili di riserve. Ne stanno immettendo sul mercato 400 milioni: la più grande operazione della storia. Questo spiega perché i prezzi non abbiano quadruplicato come allora. Il secondo sono le rotte e le infrastrutture alternative. L’Arabia Saudita sta dirottando una parte del suo greggio verso il Mar Rosso. Copre solo una quota del traffico ordinario, ma basta ad attutire l’impatto iniziale. Il terzo è più difficile da vedere: i mercati finanziari. Nel 1973 i prezzi salivano quando mancavano i barili fisici. Oggi i mercati reagiscono soprattutto alle aspettative. Basta un annuncio di tregua per far crollare il Brent del 15% in una seduta, anche se Hormuz resta chiuso. I segnali di prezzo, cioè il principale termometro con cui le società percepiscono una crisi energetica, si muovono ormai con tempi e logiche che possono allontanarsi dalla realtà materiale. Questo sistema regge. Ma proprio perché regge, ritarda la percezione del danno. Il limite vero non è tecnico. È politico Le riserve coprono 73-83 giorni di deficit netto. Con le scorte industriali si arriva a 109-124 giorni. Ma una crisi del genere non esplode quando i serbatoi arrivano a zero. Esplode prima, quando si esaurisce la tolleranza politica. Bollette che raddoppiano. Industrie che fermano la produzione. Prezzi alimentari che salgono perché i fertilizzanti mancano o costano troppo. Il punto non è aspettare che le scorte si svuotino. Il punto è capire quando i governi smettono di reggere il costo economico e sociale della crisi. E quel momento arriva prima. C’è poi un elemento che distingue questa crisi da tutte le precedenti: stavolta non c’è nessuna Arabia Saudita pronta ad aprire i rubinetti e compensare il buco. In ogni grande shock passato, dal ‘73 al Kuwait nel 1990 fino all’Iraq nel 2003, Riyadh aumentava la produzione e tamponava. Oggi anche l’Arabia Saudita ha margini molto più stretti: una parte del greggio può uscire dal Mar Rosso, ma non abbastanza da compensare un blocco prolungato di Hormuz. La principale rete di sicurezza del sistema energetico globale, questa volta, è dentro il problema. Vale la pena aggiungere un dato tecnico che pesa più di quanto sembri. L’Iran non può semplicemente fermare l’estrazione e aspettare. I vecchi pozzi iraniani, se chiusi, rischiano danni permanenti per le infiltrazioni d’acqua. Teheran deve continuare a estrarre e deve continuare a esportare, in qualche forma. Questa non è solo una fragilità economica. È un vincolo strutturale che i negoziatori americani dicono di voler sfruttare nelle prossime settimane. Lo storico Nicolas Mulder, della Cornell University, ha scritto che questa crisi rischia di fare agli Stati Uniti quello che Suez fece a Gran Bretagna e Francia nel 1956: mostrare che la superiorità militare non basta a garantire il controllo strategico. Si può vincere sul piano militare e perdere sul terreno decisivo. La variabile che cambia il quadro Mentre questo pezzo viene scritto, la situazione si è ulteriormente complicata. Trump ha annunciato un blocco navale: la Marina americana fermerà tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. L’Iran, in risposta, continua a bloccare il traffico commerciale che interessa l’Occidente. Il risultato concreto è che il flusso si restringe ancora. Gli americani lasciano passare solo cibo e medicinali, per evitare di colpire direttamente la popolazione civile iraniana. La tregua scade il 22 aprile. I negoziati potrebbero riprendere: da parte iraniana c’è disponibilità, da parte americana arrivano segnali contraddittori. Trump ha detto pubblicamente che non gli importa se l’Iran tornerà al tavolo. Fonti americane sostengono che i contatti continuano sottotraccia. Qui il punto non è prevedere l’esito. È capire che ogni giorno consuma riserve, accorcia il tempo politico disponibile e riduce il margine di manovra di chi vuole negoziare da una posizione di forza. Perché riguarda anche noi L’Italia non è il bersaglio diretto. Nel 1973 l’embargo era politicamente mirato contro l’Occidente. Oggi le economie più esposte sono quelle asiatiche: l’80% delle loro importazioni petrolifere passa da Hormuz. Il Vietnam ha meno di 20 giorni di riserve. Le Filippine hanno già introdotto una settimana lavorativa di quattro giorni. Essere meno esposti non significa essere al sicuro. Significa che lo shock ci arriva in modo meno spettacolare e più lento: attraverso i prezzi dell’energia che si trasmettono all’industria, attraverso i fertilizzanti che si scaricano sui prezzi alimentari, attraverso le catene di fornitura che si inceppano. Un conflitto prolungato può spingere anche l’Italia verso la recessione tecnica entro la fine del 2026. Le domeniche a piedi non torneranno. Ma il costo di questa crisi sì, e arriverà per altre strade. Quello che i numeri ci dicono Il paradosso di questa crisi è preciso: abbiamo imparato abbastanza dal ‘73 da costruire un sistema che attenua il colpo iniziale. Ma quel sistema funziona anche da anestetico: riduce la percezione della gravità dello shock mentre è in corso. Lo shock più grande della storia petrolifera moderna è in corso. Gli ammortizzatori reggono. Il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato. Non perché nessuno lo vedrà. Ma perché nel momento in cui diventerà visibile, sarà già tardi per prepararsi. Popoff Quotidiano ringrazia Marco D'Auria. Open Italy, la newsletter che cura su Substack,  racconta la politica, l’economia e la società italiana e internazionale con un’idea semplice: spiegare bene quello che conta, senza rumore. Se questo pezzo ti è stato utile, puoi iscriverti e condividerlo. The post Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 15, 2026
Popoff Quotidiano
L’IA per il popolo
MANIFESTO PER UNA RIVOLUZIONE DELL’IA CHE VADA A VANTAGGIO DI TUTTI, NON SOLO DEI MILIARDARI Ro Khanna su The Nation La rivoluzione dell’IA è destinata a trasformare la società umana in modi che la maggior parte di noi non riesce nemmeno a immaginare. I cambiamenti che ci attendono saranno altrettanto sconvolgenti di quelli a cui il mondo ha assistito durante le rivoluzioni industriale e digitale. Eppure i nostri politici sono impreparati – e, nel caso del nostro presidente, decisamente riluttanti – a garantire che questi cambiamenti vadano a beneficio di tutti piuttosto che di una ristretta cerchia di oligarchi tecnologici iper-ricchi. Per affrontare questa sfida, dobbiamo sviluppare un nuovo contratto sociale che parta dal presupposto fondamentale che l’intelligenza artificiale debba servire l’umanità, non i profitti di una classe di miliardari che cerca di diventare una classe di trilionari a nostre spese. Non possiamo permettere ai signori della tecnologia di costruire una società in cui il “progresso” dell’IA sia definito dalla loro ricchezza piuttosto che dalla nostra democrazia. Sostengo questa tesi in qualità di membro del Congresso che rappresenta la Silicon Valley, sede di aziende con oltre 18.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato – più di un quarto dell’intero mercato azionario statunitense – e cinque delle quali valgono più di 1.000 miliardi di dollari ciascuna. Conosco i miliardari del settore tecnologico, conosco le persone che stanno beneficiando dell’enorme ridistribuzione della ricchezza verso l’alto causata dalla rivoluzione dell’IA, e so che più di alcuni di loro credono di avere un diritto divino di guidare e governare. Ma questo non può essere il nostro futuro. Dobbiamo tassare la ricchezza estrema per soddisfare i bisogni umani, ecco perché sostengo la proposta di un’imposta una tantum del 5% sul patrimonio dei miliardari californiani (senza tassare le azioni con diritto di voto né le plusvalenze illiquide) e ho presentato una proposta di legge federale per raccogliere 4,7 trilioni di dollari di gettito tassando i miliardari e altri 2 trilioni facendo sì che le società paghino la loro giusta quota. Ho sfidato i miei colleghi membri del Congresso a sostenere questa legislazione con l’argomentazione che se il rappresentante della Silicon Valley può schierarsi a favore delle tasse sui miliardari, non dovrebbe essere così difficile per gli altri membri della Camera e senatori fare lo stesso. Altrettanto importante, so – in qualità di ex vice segretario del Dipartimento del Commercio dell’amministrazione Obama che ha trascorso l’ultimo decennio concentrandosi sui disagi economici e sociali causati dall’IA – che i politici, i sindacati, i gruppi per i diritti civili, le comunità religiose e gli attivisti di base devono agire con urgenza e determinazione per creare leggi, regolamenti e incentivi che diano priorità agli esseri umani rispetto alle macchine, proteggano la salute mentale dei nostri figli dall’immondizia dei social media, fermino gli aumenti degli affitti basati su algoritmi e i prezzi predatori, e impediscano che i posti di lavoro americani vengano sacrificati per arricchire gli oligarchi. L’IA si sta evolvendo così rapidamente che persino i suoi pionieri intellettuali sono turbati. Geoffrey Hinton, il premio Nobel per la fisica noto come il “padrino dell’IA”, ha lasciato il suo incarico presso Google diversi anni fa e ha avvertito che i programmi generati dall’IA potrebbero sommergere il dibattito pubblico di disinformazione e, in ultima analisi, rappresentare una minaccia esistenziale per l’umanità. Stuart Russell, l’informatico britannico che ha letteralmente co-scritto un manuale sull’intelligenza artificiale, ora teme che lo sviluppo dell’IA sia «intrinsecamente pericoloso». Anche alcune delle persone dietro le tecnologie di IA più sofisticate sono spaventate. Dopo che il Dipartimento della Difesa ha chiesto di utilizzare il chatbot Claude di Anthropic per la sorveglianza di massa interna e la guerra autonoma, il CEO dell’azienda, Dario Amodei, ha dichiarato che non permetterà che la tecnologia venga utilizzata per nessuno dei due scopi. Ma che dire di tutte le altre aziende di IA e dei leader tecnologici in fila per i contratti con la difesa e che lasciano che i loro prodotti vengano utilizzati per uccidere persone – come è già successo a Gaza? Chiaramente, dobbiamo tutti iniziare a porci alcune domande fondamentali sull’IA, come ha fatto il senatore Bernie Sanders (I-VT) quando a febbraio abbiamo tenuto il nostro incontro pubblico “Chi controlla il futuro dell’IA: gli oligarchi o il popolo?” alla Stanford University. “Se l’IA sostituirà gran parte del lavoro svolto dagli esseri umani, che ne sarà degli esseri umani?”, ha detto il senatore. “Siamo superflui in questo processo? Che ne sarà della nostra capacità di relazionarci gli uni con gli altri?” Dobbiamo anche riconoscere, nelle parole di Sanders – che, dopo 35 anni alla Camera e al Senato degli Stati Uniti, conosce Capitol Hill meglio di chiunque altro – che “il Congresso e il popolo americano sono molto impreparati allo tsunami che sta arrivando”. Affrontare queste domande e prepararsi allo tsunami è troppo importante per essere lasciato nelle mani di pochi privati. Purtroppo, Donald Trump e troppi repubblicani al Congresso non lo capiscono. Vogliono concedere alle élite dell’industria tecnologica carta bianca per sviluppare l’intelligenza artificiale in modi che garantiscano loro maggiore ricchezza, più potere e un maggiore controllo sul nostro futuro. A dicembre, dopo che il Congresso ha respinto i ripetuti tentativi dell’amministrazione di inserire clausole antiregolamentazione nella legislazione federale, Trump ha emanato un ordine esecutivo che autorizza il Procuratore Generale degli Stati Uniti Pam Bondi e il Dipartimento di Giustizia a citare in giudizio gli Stati, a invalidare le norme di sicurezza sull’intelligenza artificiale e a mettere a rischio le leggi a tutela dei consumatori. Se gli Stati riusciranno a mantenere in vigore le loro leggi, Trump ha ordinato alle autorità di regolamentazione federali di trattenere i fondi federali stanziati per la costruzione di infrastrutture a banda larga. I procuratori generali degli Stati difenderanno le normative a livello statale e vinceranno la loro parte di battaglie legali. Ma limitarsi a dire no all’eccesso esecutivo di Trump non è sufficiente. I democratici devono fornire una visione alternativa che coinvolga gli indipendenti e i repubblicani responsabili, affrontando le preoccupazioni concrete che il popolo americano nutre riguardo all’IA. Quindi, come rispondiamo a queste domande? Come ci prepariamo – e, si spera, evitiamo – lo tsunami a cui ha fatto riferimento Sanders? Credo che abbiamo più risposte di quanto i commentatori immaginino – e che possiamo trovare ulteriori risposte rendendo i dibattiti sull’IA centrali nella nostra politica. Dobbiamo definire l’alternativa progressista all’agenda pericolosamente ingenua e irresponsabile del “asse in bianco” di Trump. A tal fine, sia a Stanford con il senatore Sanders che nelle conversazioni e negli incontri con accademici, sindacalisti e attivisti in tutto il Paese, io sostengo la necessità di un nuovo contratto sociale per affrontare le questioni fondamentali del nostro tempo: la disuguaglianza e l’intelligenza artificiale. Cominciamo con il riconoscere che viviamo in una nuova Età dell’Oro. I miliardari della tecnologia, convinti che in un’altra epoca sarebbero stati eroici conquistatori, stanno strappando al popolo americano il controllo della nostra economia, dei nostri media e della nostra politica. E nonostante le crescenti preoccupazioni popolari riguardo all’intelligenza artificiale, stanno rafforzando la loro morsa sul controllo del nostro futuro. La maggior parte degli americani ritiene di avere poca voce in capitolo nel plasmare quel futuro per sé stessi, figuriamoci per i propri figli. Ciò ha contribuito a generare rabbia, risentimento e un cinismo senza speranza riguardo a queste questioni. In un sondaggio condotto a gennaio da The Economist/YouGov, più della metà degli americani intervistati ha affermato che il divario tra ricchi e poveri in America era “un problema molto grave” (mentre solo il 6% ha dichiarato che non era motivo di preoccupazione). Un sondaggio Pew dell’aprile 2025 ha rilevato che, con un margine di quasi due a uno, le persone si aspettano che l’IA possa danneggiarle piuttosto che avvantaggiarle. Perché dovrebbero pensarlo? Forse perché hanno visto i titoli generati dalla previsione di Amodei secondo cui metà dei lavori impiegatizi di livello base potrebbero essere eliminati dall’IA entro cinque anni. Nessuna nazione può sopravvivere in questo modo: con isole di prosperità in un mare di disperazione. L’economista Gabriel Zucman ha dimostrato che l’attuale concentrazione della ricchezza è la più alta mai registrata dagli anni ’20. Circa 19 miliardari hanno accumulato 3,3 trilioni di dollari, l’equivalente del 10% di tutti i beni e servizi che sono prodotti negli States in un anno. Si tratta di un valore quasi tre volte superiore a quello che rappresentavano gli americani più ricchi rispetto alle dimensioni dell’economia al culmine del cosiddetto “Gilded Age”. La ricchezza estrema stringe un’alleanza scellerata con il potere, portando a una giustizia a due velocità e privando i cittadini comuni di una voce paritaria nel nostro esperimento democratico. L’Università di Stanford, dove un tempo insegnavo economia, è l’epicentro di questa concentrazione di ricchezza e, non a caso, dell’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale. Nel raggio di 15 miglia intorno al campus hanno sede Apple, Google, Nvidia, Broadcom e Meta. Un terzo del valore dell’indice S&P 500 ha origine in questo luogo. Questo è uno dei motivi per cui, quando il senatore Sanders ed io siamo intervenuti a Stanford, ho ricordato agli studenti e ai docenti: “Da qui vediamo il futuro. Sappiamo cosa ci aspetta in un modo che molti politici e burocrati di Washington semplicemente non riescono a vedere. Che tipo di futuro costruiremo? Questo futuro sarà solo per i magnati della tecnologia o per tutti noi?” Il nuovo contratto sociale tecnologico che propongo parte dalla consapevolezza che a chi è dato molto, si aspetta almeno un po’ in cambio. Nulla di tutto ciò ci rende anti-tecnologia, figuriamoci anti-innovazione. Possiamo riconoscere che gli imprenditori tecnologici hanno corso dei rischi e hanno dimostrato abilità e immaginazione nel far crescere e adottare la tecnologia dell’IA. Ma, come per ogni generazione di imprenditori americani di successo negli ultimi due secoli, il loro progresso poggia su una base di investimenti pubblici. Ad esempio, i soldi dei contribuenti, così come le donazioni filantropiche, ha finanziato lo sviluppo dell’intelligenza artificiale a Stanford, dove ImageNet e il Digital Library Project hanno contribuito alla nascita di Google. Ecco perché non dobbiamo chiederci cosa l’America possa fare per la Silicon Valley, ma cosa la Silicon Valley debba fare per l’America. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a curare il cancro e le malattie rare, ridurre drasticamente i costi degli alloggi, facilitare l’avvio di imprese e l’apertura di fabbriche, soddisfare il nostro fabbisogno energetico e abbassare i costi sanitari e dell’istruzione per la classe lavoratrice. Ma se la lasciamo nelle mani di pochi miliardari, la loro priorità sarà quella di eliminare posti di lavoro, estrarre profitti e renderci dipendenti da contenuti scandalosi che ci trasformano da cittadini in combattenti. Non è questo il futuro che voglio. Non sono un accelerazionista dell’IA. Ma non sono nemmeno un catastrofista dell’IA. I am an AI democratist. Il futuro non deve essere scritto da agenti di IA che servono solo i miliardari di San Francisco. Deve essere scritto da tutti noi, insieme, in modo da sanare le nostre divisioni nazionali; diffondere la prosperità in ogni comunità di questo Paese, dai centri rurali alle grandi città; consentire alla classe media di crescere e prosperare; e impedire agli oligarchi di dominare la nostra società. A tal fine, ho delineato sette principi su come dovrebbe essere un’IA democratica. In primo luogo, dobbiamo mantenere gli esseri umani nel ciclo decisionale. Abbiamo bisogno di protezioni concrete contro la perdita di posti di lavoro su larga scala, a cominciare dai 3,6 milioni di camionisti che rischiano di perdere il proprio sostentamento con l’introduzione dei veicoli autonomi. Anche se i camion a guida autonoma migliorano la sicurezza e l’efficienza, i conducenti umani devono continuare a essere al comando, proprio come i piloti devono continuare a pilotare i nostri aerei. Questo ci consentirà di sviluppare un’intelligenza artificiale che potenzi le capacità umane invece di eliminare posti di lavoro. In secondo luogo, ogni grande azienda deve negoziare con i propri lavoratori. I sindacati e i rappresentanti eletti dovrebbero garantire che i lavoratori che perdono il posto passino a nuovi ruoli che creano valore e possano beneficiare degli incrementi di produttività derivanti dall’intelligenza artificiale attraverso salari più alti, partecipazione agli utili e settimane lavorative più brevi. In terzo luogo, dobbiamo correggere il pregiudizio anti-umano del codice fiscale. I robot beneficiano di un ammortamento fiscale accelerato, mentre l’assunzione di esseri umani comporta il pagamento di contributi previdenziali. L’economista Daron Acemoglu stima che le aziende paghino in genere il 5% o meno di tasse sugli strumenti digitali, mentre pagano fino al 30% di tasse quando assumono esseri umani. Questo non ha senso. Dobbiamo rendere più facile assumere lavoratori, non robot. Dobbiamo anche creare un dividendo annuale sui dati in modo che ogni americano riceva un assegno derivante dai dati che genera, sia per le imprese private che per le attività governative come la sanità pubblica, la gestione del traffico e la ricerca politica. Quarto, dobbiamo lanciare una Future Workforce Administration. Proprio come fece il presidente Franklin D. Roosevelt durante la Grande Depressione, dobbiamo cogliere questo momento di ansia tra le famiglie dei colletti bianchi e dei colletti blu e rispondere con il programma di lavoro più audace e patriottico degli ultimi decenni. Finanziato da una modesta imposta sul patrimonio sui trilioni creati qui e da una tassa simbolica sull’IA utilizzata dalle imprese che sostituiscono la manodopera, questo programma metterà gli americani al lavoro nei servizi pubblici. L’iniziativa darà impulso a progetti ambiziosi che amplieranno i confini della scienza, dell’energia pulita e delle biotecnologie. Inoltre, mobiliterà i giovani per ricostruire le città, istruire i nostri figli, fornire assistenza all’infanzia e agli anziani e rafforzare le piccole imprese in ogni comunità. E lanceremo 1.000 nuove scuole professionali e istituti tecnici, affinché le prossime generazioni siano preparate per carriere che l’intelligenza artificiale non potrà sostituire. Quinto, i data center devono servire le comunità che li alimentano. Al momento, la ricchezza generata dai data center va direttamente alle mega-aziende senza portare benefici ai lavoratori. Questo deve finire. Le aziende tecnologiche devono investire in modo massiccio nelle aree che forniscono loro tali ricchezze, invece di limitarsi a riempirsi le tasche. Devono fornire risorse informatiche a scuole e biblioteche, creare posti di lavoro nel settore tecnologico a livello locale e finanziare le startup, nonché utilizzare energie rinnovabili e tecnologie di raffreddamento a secco per ridurre l’enorme impatto che i data center hanno sull’ambiente e sull’approvvigionamento idrico. Dovremmo guardare a ciò che Singapore ha fatto con i suoi data center e investire in un massiccio aumento dell’offerta di energia pulita. Soprattutto, le aziende tecnologiche devono pagare per intero le loro bollette dell’elettricità invece di scaricare tali costi sulle nostre comunità. Sesto, dobbiamo impedire che l’IA trasformi il dibattito pubblico in un’arma. Dobbiamo unirci al di là delle divisioni partitiche per impedire che gli algoritmi basati sull’engagement diffondano l’odio. Dovremmo eliminare la Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996 in modo da poter regolamentare l’amplificazione dei contenuti violenti. E dovremmo imporre alle piattaforme di aprirsi, in modo che gli americani possano interagire liberamente tra loro. Settimo, dobbiamo regolamentare l’IA affinché sia utilizzata per migliorare l’umanità, non per danneggiarla. Abbiamo bisogno di linee guida chiare e applicabili, con una verifica obbligatoria da parte di terzi dei modelli avanzati di IA, per garantire che questa potente tecnologia non causi gravi danni alla società. Ciò deve andare oltre la collaborazione volontaria in atto presso il Centro federale per gli standard e l’innovazione nell’IA. Abbiamo bisogno di un’agenzia federale forte per regolamentare l’IA, proprio come facciamo con l’energia nucleare o l’aviazione. Insieme a una tassazione equa delle società e dei miliardari, questi principi forniscono un quadro di riferimento per garantire che l’IA non porti a un livello di concentrazione di ricchezza e potere tale da lacerare ulteriormente la nostra democrazia. Se continuiamo con lo status quo o adottiamo un incrementalismo testato dai sondaggi, lasceremo gli americani comuni allo sbaraglio, e la prosperità sarà solo per i privilegiati. Non starò a guardare mentre ciò accade. Abbiamo bisogno di un programma con l’audacia e la portata del New Deal di Roosevelt, un progetto democratico per il nostro tempo. Il punto non è rallentare l’innovazione, ma fare in modo che i suoi benefici raggiungano ogni americano. Questo è un programma che afferma nella sua stessa essenza: non ci sarà alcuna resa ai signori della tecnologia. Nessuna. Ciò che ci sarà è una rivendicazione dell’IA, e del futuro, per il popolo americano. Il deputato Ro Khanna (D-CA) è vicepresidente del Congressional Progressive Caucus. 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April 11, 2026
Popoff Quotidiano
Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca
LA GUERRA CONTRO IRAN E LIBANO PRESENTA IL CONTO ANCHE AI PIÙ POVERI ITALIANI ED EUROPEI. LA DENUNCIA DEL CILAP La guerra in corso contro Iran e Libano è certamente la prosecuzione del genocidio a Gaza. Ma sta presentando il conto anche ai settori popolari, i più poveri, di paesi molto lontani dai teatri bellici. Un media indipendente dello Stato spagnolo, un paio di giorni fa, titolava così: Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca. A causa dell’aumento dei costi energetici e dell’inflazione, il rischio immediato è la crescita del numero di persone in povertà in Europa e in Italia, dice anche il CILAP – Collegamento Italiano per la Lotta alla Povertà, che chiede misure urgenti a tutela delle famiglie vulnerabili in Italia e in Europa. Con la guerra si rischiano tra 4 e 18 milioni di persone a rischio povertà in più nell’Unione Europea e tra 600mila e 4 milioni di persone in più in Italia. UNA CRISI CHE SI AGGIUNGE A UNA CRISI: LA POVERTÀ ENERGETICA Prima ancora che il conflitto iniziasse, la situazione europea era già preoccupante. In Italia quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta, di cui oltre un milione sono minori. In Europa, 93 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale. Secondo Eurostat, nel 2024 il 9,2% della popolazione dell’Unione europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa (in Italia l’8,6%). Secondo l’indicatore utilizzato dall’Osservatorio Italiano Povertà Energetica, nello stesso anno 2,4 milioni di famiglie in Italia si trovavano in povertà energetica: il livello più alto mai registrato dall’inizio delle serie storiche. Dall’Eurobarometro del dicembre 2025 emerge inoltre che il 38% degli europei chiede una protezione più forte per i consumatori vulnerabili, in particolare per chi vive condizioni di povertà energetica. Un segnale evidente di quanto il problema sia ormai diffuso e percepito dall’opinione pubblica europea. LO SHOCK ENERGETICO COLPISCE I POVERI DUE VOLTE La guerra rischia ora di aggravare questa situazione già critica. Nei primi giorni della crisi energetica i prezzi spot del gas in Europa hanno raggiunto i 45–60 euro per megawattora. Un’eventuale interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe mantenere i prezzi su livelli simili per diversi mesi, a seconda della durata del conflitto. Se il prezzo del petrolio Brent dovesse stabilizzarsi attorno ai 100 dollari al barile, l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare sopra il 3% nel corso dell’anno. Per l’Italia il rischio è ancora maggiore: fino a circa un punto percentuale in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto, a causa della forte dipendenza energetica dall’estero e del peso del gas nel sistema energetico nazionale. Non si tratta di numeri astratti. Le analisi del Joint Research Centre mostrano che shock energetici e inflazionistici colpiscono in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito e possono aumentare sensibilmente i livelli di povertà ed esclusione sociale. Applicando queste dinamiche ai dati di Eurostat, anche un aumento di pochi punti percentuali del rischio di povertà significherebbe milioni di persone in più in difficoltà: tra 4 e 18 milioni nell’Unione Europea. In Italia si tratterebbe di un aumento compreso tra 600 mila e 4 milioni di persone rispetto agli attuali 13,5 milioni già a rischio. Le famiglie più povere subiscono questo shock in modo doppio: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo e dispongono di riserve minime, spesso nulle, per assorbire i rincari. SE LE RISORSE VANNO ALLE ARMI, NON ALLE PERSONE Esiste poi un secondo canale, meno visibile ma altrettanto pesante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. I bilanci degli Stati membri europei stanno aumentando le allocazioni per la difesa, e ogni euro destinato agli armamenti rischia di essere sottratto ai servizi sociali, alla sanità territoriale, ai centri per l’impiego e alle politiche di contrasto alla povertà. L’Unione Europea si è impegnata a ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale entro il 2030. Ma i progressi finora sono minimi: meno di un milione di persone è uscito dalla soglia di rischio tra il 2019 e il 2024. Con questa guerra, anche questo obiettivo rischia di diventare irraggiungibile. SERVONO MISURE IMMEDIATE E STRUTTURALI Il CILAP chiede con urgenza che i governi europei e quello italiano adottino misure immediate e strutturali a tutela delle famiglie vulnerabili. Tra le priorità indicate: l’estensione e il rafforzamento dei bonus energetici, con procedure di accesso semplificate che non penalizzino chi ha meno strumenti digitali; il blocco degli aumenti tariffari per le utenze domestiche delle famiglie in povertà assoluta; la tutela esplicita dei fondi destinati al contrasto della deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari; e un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi più esposti agli shock energetici come Italia, Grecia, Portogallo e Bulgaria. «La guerra ha sempre un conto. In Europa, come sempre, a pagarlo per primi sono i più poveri. Non lo accettiamo come inevitabile», conclude la nota del CILAP, associazione che studia il fenomeno della povertà in Italia e in Europa e promuove politiche di contrasto strutturale all’esclusione sociale. AUMENTO DEI COSTI OPERATIVI PER LE IMPRESE Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è anche l’aumento dei costi operativi per le imprese. Secondo Confesercenti, nei 18 giorni successivi allo scoppio del conflitto in Iran i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas sono saliti rispettivamente del 24% e di quasi il 33%. Una simulazione elaborata dall’organizzazione insieme a Innova indica che, se questi livelli dovessero mantenersi fino alla fine dell’anno, per le Pmi del commercio, del turismo e dei servizi la bolletta energetica potrebbe salire nel 2026 a 3,8 miliardi di euro: circa 880 milioni in più rispetto al 2025. L’aumento medio della spesa annua sarebbe di quasi 1.500 euro per attività, con differenze significative tra i comparti: circa 2.700 euro in più per un supermercato, 529 euro per un minimarket, 109 euro per un piccolo esercizio non alimentare, 1.010 euro per un bar, 1.830 euro per un ristorante e oltre 2.700 euro per un albergo di 30 camere. Questi rincari si sommerebbero a una frenata dei consumi reali delle famiglie stimata in circa 4 miliardi di euro. Nel commercio, nel turismo e nei servizi, elettricità e gas rappresentano costi strutturali difficili da comprimere e impossibili da assorbire a lungo senza conseguenze. IL RISCHIO DELLE SPECULAZIONI SUI PREZZI Nel frattempo crescono anche le preoccupazioni per possibili fenomeni speculativi. Il Codacons ha presentato un esposto in 104 procure italiane denunciando forti rincari registrati in diverse filiere dopo lo scoppio della guerra. Il rialzo dei carburanti sta già producendo effetti sui prezzi dei prodotti alimentari, con aumenti segnalati su diverse categorie ortofrutticole. Segnali di tensione emergono anche nel settore industriale: alcuni fornitori di materie plastiche utilizzate per le bottiglie di acqua minerale avrebbero richiesto aumenti fino al 30%, con incrementi stimati tra 200 e 250 dollari a tonnellata. Anche altre materie prime utilizzate nell’edilizia e nell’industria mostrano rialzi significativi: il rame ha registrato aumenti che sfiorano il 40%, ferro e profilati di alluminio circa il 20%. Nel settore delle costruzioni si segnalano aumenti del 18% per il conglomerato bituminoso, del 10% per il calcestruzzo e fino al 30% per alcune plastiche utilizzate nella meccanica. Anche il legno inizia a risentire delle tensioni, con rincari tra il 10 e il 15%. Segnali che indicano come il costo della guerra non resti confinato ai fronti militari, ma si propaghi rapidamente nell’economia quotidiana, fino ai conti delle famiglie. E, ancora una volta, sono i più fragili a rischiare di pagare il prezzo più alto. The post Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 18, 2026
Popoff Quotidiano
Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra
LA GUERRA RIMOSSA. IL LAVORO DEI SOCIOLOGI CHE SFIDANO IL CREMLINO: IL PS LAB, LABORATORIO INDIPENDENTE BOLLATO COME “AGENTE STRANIERO” Che cosa accade nella società russa dopo quattro anni di conflitto? In un Paese dove si può finire sotto processo per una parola sbagliata, rispondere a questa domanda è quasi impossibile. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la società russa è diventata sempre più chiusa nei confronti dei ricercatori. Argomenti delicati e “politicizzati”, come la percezione della guerra da parte dei russi, la propaganda russa, il servizio militare e la resistenza ad esso, la società civile (compresi i segmenti favorevoli alla guerra), ecc. sono particolarmente difficili da studiare. Eppure un gruppo di sociologi indipendenti prova a farlo, costruendo un archivio che è già, di per sé, un atto politico. Il Laboratorio di Sociologia Pubblica (PS Lab) è un gruppo di ricerca autonomo che si occupa di politica e società in Russia e nella regione post-sovietica in una prospettiva comparativa. Dal 2022 conduce un’inchiesta permanente sulla Russia in tempo di guerra. Non sondaggi – troppo esposti a distorsioni in un contesto repressivo – ma ricerca qualitativa: lunghe interviste basate sulla fiducia, etnografie della vita quotidiana, osservazioni sul campo in regioni come Kursk, Buriazia, Krasnodar. L’archivio conta oggi circa 500 interviste approfondite – con russi “apolitici”, sostenitori e oppositori della guerra, volontari, potenziali coscritti, familiari di soldati – e oltre 700 pagine di osservazioni etnografiche. Tutto è conservato in forma anonima su cloud sicuri, accessibili solo ai ricercatori. Gli argomenti sono i più sensibili: percezione della guerra, propaganda, mobilitazione militare, resistenza civile, segmenti pro-guerra della società. Dal marzo 2024 il Ministero della Giustizia russo ha designato il laboratorio come “agente straniero”, imponendo obblighi burocratici, etichette pubbliche e nuovi rischi personali per i ricercatori. Ma il lavoro continua. Il cuore della loro missione è dichiarato: combinare rilevanza pubblica, rigore metodologico e profondità teorica. Per il PS Lab non esiste conoscenza neutrale: la pretesa di apoliticità è un’illusione. Meglio riconoscere i propri presupposti e fondare l’impegno su basi metodologiche solide. “Avere impegni politici senza metodologia significa essere un politico; avere una metodologia senza impegno significa essere un positivista sterile”, sintetizzano. LA SOCIOLOGIA PUBBLICA IN UNO STATO AUTORITARIO Fondato nel 2011, all’indomani delle grandi proteste contro il potere putiniano, il PS Lab affonda però le radici ancora prima, nel movimento studentesco dell’Università Statale di Mosca del 2007. Alcuni dei suoi membri si sono incontrati per la prima volta nel 2007 nell’ambito dell’OD Group, un movimento studentesco che lottava per la qualità dell’istruzione presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. Da allora ha studiato movimenti sociali, trasformazioni del lavoro, economia politica dei regimi autoritari, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina. Oggi il team è diviso in due: da una parte chi raccoglie i dati sul campo e resta anonimo; dall’altra ricercatori affiliati a università, che analizzano e firmano i lavori. Una divisione necessaria per proteggere chi opera nei territori. Il laboratorio non ha sponsor. Pubblica su testate di orientamenti diversi – purché non censurino dati o conclusioni – perché considera essenziale alimentare un dibattito pubblico informato. In una società che non discute, sostengono, non può esserci alcuna influenza sugli eventi. Studiare la Russia significa anche comprendere un fenomeno più ampio: l’emergere di regimi autoritari che non si limitano alla repressione ma combinano controllo politico e redistribuzione selettiva, capitalismo di Stato e gestione ideologica. La Russia di Putin, spiegano, non è un’eccezione isolata. La tendenza autoritaria è ben più ampia, e include la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán o gli Stati Uniti di Trump. «Ma questi regimi non sono solo repressivi. Cercano di soddisfare la popolazione ridistribuendo la ricchezza, passando dal neoliberismo al capitalismo di Stato», continua il sociologo. Studiare la Russia significa anche cercare di capire se questi nuovi regimi autoritari riusciranno a mettere in atto un modello politico ed economico alternativo al mondo liberale», spiega uno dei sociologi, Oleg Zhuravlev, a Justine Brabant di Mediapart. Una parte dei risultati è stata pubblicata a dicembre in un numero speciale della rivista Russian Analytical Digest. Il quadro che emerge è quello di una società che, nella sua maggioranza, sceglie di non vedere. La guerra “cessa di essere qualcosa di straordinario e viene relegata ai margini dell’attenzione”, scrivono i sociologi. Gli adesivi “Z” spariscono dalle auto, le bandiere vengono ritirate, gli eventi ufficiali si svuotano. La guerra non è argomento di discussione pubblica. Brabant cita la risposta emblematica di un giovane di Kursk, a pochi chilometri dal fronte, che ride quando gli chiedono cosa significhi vivere in tempo di guerra: “Quale guerra?”. Anche dove sirene, soldati e rifugiati sono presenza quotidiana, il conflitto viene trattato come fastidio logistico – traffico, carenza di alloggi – non come scelta politica. Quando la guerra viene evocata, è attribuita a decisioni prese “lassù”: “Sanno quello che fanno”, dice un intervistato. La mobilitazione ideologica del Cremlino non ha prodotto una vera unità nazionale. “La guerra non ha creato un’unità attorno alla bandiera”, osservano i ricercatori: la crisi ha accentuato la frammentazione sociale. Persino tra i volontari che sostengono materialmente i soldati – spesso donne – il consenso non è monolitico. Molte di queste persone criticano il ministero della Difesa e concentrano la propria lealtà sui singoli soldati, non sullo Stato. Una trentenne della regione di Perm protesta – “Se dicessero le cose come stanno realmente, Putin sarebbe stato fatto a pezzi già da tempo” – e promette di essere “in prima linea per farlo”. La motivazione principale del loro volontariato non sembra risiedere nell’allineamento politico, ma la ricerca di appartenenza e riconoscimento. Il legame con la guerra è emotivo, comunitario, quasi identitario. Le trascrizioni delle interviste rendono conto in modo sorprendente del legame singolare che sviluppano con la guerra. «Quando sei lì [al fronte], nonostante tutto, ti rilassi, perché ti senti con il tuo branco, con i tuoi. Lì ti ricarichi, vedi la guerra con i tuoi occhi e poi torni con questa nuova energia. Non puoi più stare lontano: ci torni», assicura una cinquantenne della regione di Saratov. Resta aperta la domanda su cosa accadrà dopo: questa mobilitazione produrrà lealtà duratura, smobilitazione civica o frustrazione politica? La ricerca del PS Lab mostra che tra propaganda e repressione esiste uno spazio grigio fatto di rimozione, adattamento, frammentazione. In una società in guerra, capire questo spazio è già una forma di resistenza intellettuale. The post Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 26, 2026
Popoff Quotidiano
A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili”
IL DOSSIER DI CANDIDATURA PROMETTEVA UNA COMPETIZIONE A IMPATTO ZERO. LA REALTÀ È BEN DIVERSA, IN PARTICOLARE NELLE DOLOMITI su Mediapart Cortina d’Ampezzo – Mentre sale lungo la strada asfaltata che serpeggia attraverso uno spesso strato di neve, Patrizia Perucon non riesce a calmarsi. «Sembra un ottovolante, un gigantesco tubo», commenta questa abitante di Cortina indicando la nuovissima pista da slittino che serpeggia sopra il terreno, a pochi metri dalle case con le facciate in legno e dai rari larici che non sono stati abbattuti per la sua costruzione. «Prima era un bosco, con più di cinquecento alberi, alcuni dei quali centenari», continua l’attivista dell’associazione ambientalista WWF. La vecchia pista da slittino era a livello del suolo, quasi invisibile. Di quella pista oggi rimane solo la promessa non mantenuta di organizzare le Olimpiadi invernali “più sostenibili di sempre”, secondo il dossier di candidatura. Costruita all’inizio degli anni ’20 e utilizzata durante le Olimpiadi invernali del 1956 a Cortina, la vecchia pista da slittino doveva essere una delle dodici infrastrutture sportive (su quattordici) già esistenti. Il dossier prevedeva importanti lavori di ristrutturazione, ma solo due siti olimpici dovevano essere costruiti da zero, a Milano, e dunque in zone urbanizzate e spesso industriali. «Dovevano essere Olimpiadi a costo zero, ma alla fine la maggior parte delle infrastrutture è stata demolita e ricostruita consumando nuovi terreni, in particolare per tutte le infrastrutture collaterali come parcheggi o strade», riassume Fabio Tullio, che segue il dossier per l’associazione ambientalista Legambiente e per la sezione italiana della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra). Per questi Giochi invernali, molti impianti sportivi richiedono anche notevoli risorse idriche, spiega Fabio Tullio: «Per consentire l’innevamento artificiale, sono stati costruiti o ampliati bacini artificiali, poi l’acqua viene prelevata dal torrente e congelata per produrre ghiaccio per la pista di slittino e la pista di pattinaggio. Durante i Giochi, ogni secondo potranno essere prelevati 98 litri d’acqua dal torrente Boite, che scende dalle alture di Cortina fino alla valle, per circa 45 chilometri. PILONI NELLA PRATERIA «La montagna non può diventare così!», sbotta Patrizia Perucon. A pochi minuti di strada dalla pista da slittino, la neve si è trasformata in fango denso a causa del passaggio di camion e macchine da cantiere. Enormi piloni si ergono in mezzo alla neve, dominando i dintorni. «Al posto di questi mostri c’era una magnifica distesa che arrivava fino al borgo di Mortisa, uno degli ultimi ancora preservati», commenta l’attivista. Pochi metri più in basso, la struttura metallica d’una stazione della teleferica è ancora inattiva, nonostante l’inaugurazione dei Giochi. La funivia Apollonio-Socrepes dovrebbe trasportare migliaia di spettatori e spettatrici verso il sito sciistico femminile, situato a un’altitudine maggiore, evitando così gli ingorghi per accedere alle piste. Oltre alla costruzione di enormi parcheggi ai diversi livelli della funivia, gli attivisti che abbiamo incontrato denunciano la realizzazione di un’infrastruttura in una zona a rischio idrogeologico. «Un pilone ha già iniziato a muoversi», spiega Silverio Lacedelli, mostrando una serie di foto sul suo telefono. «Questa zona è a rischio di frane, su una lunghezza di quasi 3 chilometri e una larghezza di 300-400 metri». Il progetto di fattibilità tecnica ed economica realizzato dalla società che supervisiona i lavori, consultato da Mediapart, tiene conto di movimenti del terreno da 2 a 10 centimetri all’anno. I piloni sono stati costruiti con un sistema di supporti scorrevoli per adattarsi. «Avevamo proposto un sistema di navette elettriche gratuite per raggiungere le piste», ricorda Giovanna Ceiner, vicepresidente regionale dell’associazione Italia Nostra. Insieme a una ventina di altre associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente e Cipra, dal giugno 2021 ha partecipato a tavole rotonde con la Fondazione Milano-Cortina, che organizza le Olimpiadi. «Purtroppo, la legge olimpica non includeva alcun articolo relativo all’obbligo di valutazione ambientale», deplora da uno degli storici caffè di Belluno, nella valle sottostante a Cortina. In Italia, i cantieri di grandi dimensioni sono normalmente soggetti a una valutazione ambientale strategica. Ma per le Olimpiadi è stato nominato un commissario speciale incaricato di supervisionare i lavori, accelerare le procedure amministrative e rispettare il calendario. «Abbiamo sbattuto la porta nel settembre 2023, perché questi Giochi non erano sostenibili e tutte le nostre richieste di vedere i progetti e discuterne non sono mai state prese in considerazione», racconta. Le associazioni hanno quindi creato l’osservatorio Open Olympics per chiedere la pubblicazione dei costi di ogni progetto. Ad oggi, il budget iniziale di 1,5 miliardi di euro è quadruplicato, raggiungendo quasi i 6 miliardi di euro. Quando sente queste osservazioni, Enrico Valle fa spallucce. Questo abitante di Cortina è stato presidente dell’ente locale che ha organizzato le gare di Coppa del Mondo di sci a Cortina d’Ampezzo fino al 2018: «Ogni volta che si fa qualcosa, c’è un impatto. Le prime Olimpiadi invernali del 1956 ci hanno permesso di abbandonare l’allevamento di mucche e capre e di sviluppare il turismo, e oggi queste Olimpiadi ci permetteranno di fare ancora meglio. Pensate davvero che senza le Olimpiadi ci avrebbero costruito un nuovo ospedale?». UN VILLAGGIO OLIMPICO USA E GETTA In questa città arroccata a 1.200 metri di altitudine, che conta quasi 4.000 residenti annuali per circa 50.000 posti letto turistici, la sua voce risuona con quella di molti abitanti. L’organizzazione di questi Giochi pone soprattutto la questione dello sviluppo turistico in alta montagna dal momento che gli abitanti sono sempre meno numerosi. Roberta De Zanna, consigliera comunale per la lista Cortina bene comune, parla di «occasione perduta» e di Giochi «piombati dall’alto»: «Siamo stati esclusi da ogni decisione, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, ci sarà un impatto ambientale sul territorio e non crediamo che sarà troppo positivo». Roberta De Zanna, consigliera comunale della lista minoritaria Cortina Bene comune, parla di «occasione persa» e di Olimpiadi «calate dall’alto»: «Siamo stati esclusi da tutte le decisioni, le nostre proposte non sono mai state prese in considerazione, c’è un impatto ambientale sul territorio e non si intravede un’eredità positiva». » Cita l’esempio del villaggio olimpico situato a nord di Cortina: 1.400 posti letto distribuiti in piccole case smontabili e temporanee, che saranno demolite al termine dei Giochi. Come altri, aveva proposto la ristrutturazione di un vecchio villaggio turistico, 15 chilometri più a valle. «Si è preferito un villaggio in affitto, monouso, che è costato quasi 40 milioni di euro che avrebbero potuto essere utili al territorio», si rammarica l’eletta. «La montagna è diventata il parco divertimenti degli abitanti delle pianure. Bisogna costruire nuove case, hotel di lusso anche in alta quota, mentre i villaggi vengono abbandonati», afferma l’attivista ecologista Giovanna Ceiner. Gli abitanti di Cortina, dal canto loro, sono divisi. Alcuni hanno appeso ai balconi o alle finestre la bandiera dei Giochi distribuita dal comune. Altri hanno preferito la bandiera tricolore blu-bianco-verde dei Ladini, una minoranza culturale e linguistica alpina che vive nelle Dolomiti, in segno di silenziosa protesta. Le trecento bandiere messe a disposizione dall’associazione ladina locale sono andate via in due mezze giornate e centinaia di altre ordinate per il debutto dei Giochi. The post A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo A Cortina , la promessa mancata di Olimpiadi “sostenibili” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 7, 2026
Popoff Quotidiano
Pesticidi, così l’agroindustria semina veleni. E ce li vende
PER OLTRE DUE TERZI IL SUOLO EUROPEO È CONTAMINATO DA PESTICIDI MA L’UE E LE GRANDI AZIENDE NON VOGLIONO RINUNCIARE AI PESTICIDI Per oltre due terzi il suolo europeo è contaminato da pesticidi. Conclude così uno studio pubblicato su Nature, basato su oltre 370 campioni raccolti in 26 Paesi europei, coordinato dal Joint Research Center della Commissione europea insieme a università e centri di ricerca continentali. Il dato è netto: il 70% dei terreni – agricoli, forestali e naturali – contiene residui di agrotossici. E non si tratta solo di tracce inerti, ma di sostanze che alterano i cicli fondamentali della vita, a partire da quelli dell’azoto e del fosforo. Il punto politico, però, non è solo la contaminazione. È ciò che questa contaminazione rivela: un modello agricolo industriale che distrugge le condizioni stesse della propria riproducibilità, e che per sopravvivere ha bisogno di più chimica, più fertilizzanti, più deroghe. Un modello che consuma il suolo come una risorsa infinita, salvo poi dichiararlo “improduttivo” e chiedere ulteriori eccezioni alle regole ambientali. I ricercatori sono espliciti: i pesticidi colpiscono in modo particolare gli organismi benefici del suolo, come i funghi micorrizici, essenziali per l’assorbimento dei nutrienti da parte delle piante, e i nematodi, fondamentali per il riciclo dell’azoto e del fosforo. La conseguenza è una spirale: suoli degradati richiedono più input chimici per mantenere le rese, aggravando ulteriormente la contaminazione. È la logica dell’estrazione applicata all’agricoltura. Eppure, mentre la scienza certifica il danno, le istituzioni europee scelgono la retromarcia. La “semplificazione” come progetto politico Negli stessi mesi in cui emergono dati così allarmanti, l’Unione Europea è impegnata in una revisione al ribasso delle proprie politiche ambientali. Sotto la bandiera della “semplificazione normativa”, vengono rinviate, indebolite o svuotate alcune delle principali leggi di tutela di ambiente e salute: dalla Direttiva Quadro sulle Acque al regolamento contro la deforestazione, dalle norme sui pesticidi agli obiettivi climatici. È su questo terreno che si inserisce la mobilitazione lanciata dal Wwf e dalla coalizione europea Hands Off Nature: una risposta preventiva a una deregolamentazione che non è astratta, ma ha conseguenze materiali molto precise. Più pesticidi nei campi significa più esposizione a sostanze tossiche, cibo meno sano, territori più fragili di fronte agli eventi estremi. In altre parole: i costi della “competitività” agricola vengono scaricati sulla collettività. La narrazione dominante parla di agricoltori soffocati dai vincoli ambientali. Ma ciò che resta sistematicamente fuori campo è il vero rapporto di forza: non tra agricoltura e ambiente, bensì tra agricoltori e industria agrochimica. Le lobby che spingono per la deregolamentazione non rappresentano la piccola agricoltura, ma un sistema produttivo basato su monoculture, debito e dipendenza chimica. “Nessuno accetterà di ammalarsi per salvare una filiera” In Francia, oltre 2 milioni di cittadini si sono opposti alla “Legge Duplomb”, dal nome di un senatore dell’Alta Loira, Laurent Duplomb, del gruppo di destra Les Républicains, una legge che reintroduce un pesticida pericoloso, vietato dal 2018. In Belgio, lo stesso pesticida e molti altri non sono vietati. Anzi, sono ampiamente utilizzati: il Belgio è tra i primi 5 paesi che utilizzano più pesticidi in Europa. Secondo oltre 2.000 medici ed esperti belgi, stiamo assistendo a un “avvelenamento di massa della popolazione”. Tumori, malattie croniche, disturbi ormonali, disturbi dello sviluppo nei bambini… I pesticidi possono comportare gravi rischi per la nostra salute. Il ministro dell’Agricoltura MR, che nega di essere al soldo dell’industria agroalimentare, definisce tuttavia i pesticidi “strumenti interessanti”… Lo stesso fa il nostro Lollobrigida di fronte alle pressioni evidenti dei grandi player. Eppure le prime persone esposte a queste sostanze sono proprio gli agricoltori che le utilizzano quotidianamente, insieme alle loro famiglie e ai loro conoscenti. In Francia, tre quarti degli agricoltori sono preoccupati per gli effetti dei pesticidi sulla loro salute. Molti agricoltori vorrebbero farne a meno. Ma per smettere di usarli senza andare in bancarotta, è necessario un sostegno concreto da parte delle autorità pubbliche. Fleur Breteau, fondatrice del collettivo Cancer colère, si oppone alla loi Duplomb per reintrodurre pesticidi tossici già vietati, come l’acétamipride. Una proposta presentata, ancora una volta, come necessaria per “salvare alcune filiere agricole”. La risposta di Breteau è semplice: nessuno accetterà di ammalarsi per salvare una filiera. Né per la barbabietola, né per la nocciola, né per la ciliegia. La salute pubblica non è una variabile negoziabile, e il principio di precauzione non è un lusso ideologico, ma una conquista democratica. Qui il discorso sui pesticidi smette definitivamente di essere tecnico. Diventa una questione di rappresentanza: per chi legifera il Parlamento? Per l’interesse generale o per quello di pochi gruppi industriali? Quando il Consiglio costituzionale, le autorità sanitarie, milioni di cittadini e la comunità scientifica vengono ignorati, il problema non è solo ambientale o sanitario: è una crisi della democrazia. Breteau mette in luce anche un altro nodo rimosso: la falsa sovranità alimentare. L’agricoltura industriale che chiede più pesticidi non garantisce autonomia, ma alimenta mercati globali, esportazioni speculative e dipendenze strutturali. La vera sovranità, sostiene, passa dai contadini indipendenti, dalla riduzione degli input chimici, dalla bonifica dei suoli e dalla redistribuzione delle risorse pubbliche. Dalla scienza alla politica, senza scorciatoie I tre livelli – scientifico, istituzionale, sociale – convergono su un punto essenziale: non siamo di fronte a una mancanza di alternative, ma a una scelta di campo. Le alternative esistono, funzionano, ma mettono in discussione gli interessi consolidati dell’agroindustria e delle sue filiere finanziarie. La deregolamentazione ambientale non è un errore di percorso né una concessione temporanea. È un progetto coerente che accetta l’avvelenamento dei suoli, l’aumento delle malattie e la precarizzazione degli agricoltori come costi accettabili. Di fronte a questo progetto, la mobilitazione che nasce dal basso – dai malati, dai lavoratori agricoli, dai territori contaminati – non è un eccesso emotivo, ma una risposta razionale. Intanto, mentre l’Unione Europea vieta l’uso di pesticidi pericolosi sul proprio territorio in base a evidenze scientifiche consolidate, continua a consentirne la produzione e l’esportazione verso altri Paesi, grazie a una lacuna normativa deliberata. Secondo un’inchiesta di Greenpeace, Unearthed e Public Eye, nel solo 2024 l’UE ha autorizzato l’export di circa 122.000 tonnellate di pesticidi vietati, un volume in forte crescita rispetto al 2018, inclusi neonicotinoidi letali per le api e sostanze legate a danni neurologici, infertilità e interferenze endocrine. L’Italia è parte attiva di questo commercio tossico: con quasi 7.000 tonnellate esportate, è il sesto Paese europeo per volume, coinvolgendo grandi aziende agrochimiche e sostanze vietate da decenni, come il trifluralin, altamente persistente e sospetto cancerogeno. La maggior parte di questi pesticidi finisce in Paesi a basso e medio reddito, in particolare in America Latina e Africa, configurando un chiaro doppio standard ambientale: ciò che è giudicato inaccettabile per la salute e gli ecosistemi europei viene considerato esportabile altrove. Questo paradosso si inserisce pienamente nella traiettoria descritta in precedenza: da un lato, la contaminazione strutturale dei suoli europei e l’indebolimento delle normative ambientali; dall’altro, una politica commerciale che tutela i profitti dell’industria chimica scaricando i costi sanitari ed ecologici su territori già vulnerabili. Nonostante le promesse della Commissione Europea di colmare il vuoto legislativo, nessuna riforma è stata avviata, confermando che la deregolamentazione non è un incidente ma una scelta politica. In questo quadro, la “transizione verde” europea appare sempre più come una operazione a geometria variabile: pulita dentro i confini, sporca fuori. Un modello che non elimina il veleno, ma lo delocalizza, riproducendo su scala globale le stesse diseguaglianze e le stesse logiche di sacrificio già visibili nei campi, nei suoli e nei corpi. Il conflitto non è più rinviabile. E riguarda tutti.   The post Pesticidi, così l’agroindustria semina veleni. E ce li vende first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Pesticidi, così l’agroindustria semina veleni. E ce li vende sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 4, 2026
Popoff Quotidiano
Boicottare i Mondiali di Trump, perché no?
I PROSSIMI MONDIALI DI CALCIO POTREBBERO ESSERE UNO DEI TERRENI SU CUI SI GIOCA LA CONTESA TRA WASHINGTON, IL MESSICO E L’EUROPA L’idea di un boicottaggio dei Mondiali di calcio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico non nasce ai margini, ma nel cuore stesso dell’immaginario globale che il calcio continua a occupare. Proprio perché il Mondiale resta l’evento sportivo più seguito e simbolicamente carico del pianeta, esso diventa oggi uno dei possibili terreni su cui traslare una contesa politica più ampia, che oppone l’amministrazione Trump a una parte significativa dell’Europa. Il football come linguaggio universale e come leva diplomatica. A formulare in modo più netto questa possibilità è stato Alexander Abnos sulle pagine del Guardian, con un editoriale dal titolo eloquente: escludere gli Stati Uniti dalla co-organizzazione dei Mondiali sarebbe “estremamente triste, ma del tutto giustificato”. Abnos è un giornalista cresciuto dentro la scommessa del calcio statunitense, convinto che il Mondiale del 2026 avrebbe rappresentato la consacrazione definitiva del soccer come parte integrante della cultura americana. Proprio per questo, il suo giudizio pesa di più: la violenza federale nelle strade, l’uso politico e repressivo dell’apparato di sicurezza, le morti sotto custodia dell’ICE, le retate mirate nelle grandi città democratiche che coincidono in larga parte con le città ospitanti del torneo rendono, secondo Abnos, impossibile continuare a far finta di nulla. Un Paese che non garantisce sicurezza, giustizia e libertà ai propri abitanti difficilmente può garantirle a milioni di tifosi provenienti da tutto il mondo. Il punto, però, non è solo interno agli Stati Uniti. Come ricostruisce Xabier Rodríguez su El Salto, è lo stesso Trump ad alimentare attivamente il rischio di boicottaggio, rompendo quella regola non scritta per cui i Paesi ospitanti fingono neutralità e discrezione mentre la FIFA fa scorrere il rituale dell’“evento puramente sportivo”. Dazi, minacce geopolitiche, l’escalation sulla Groenlandia, le tensioni con Messico e Canada, il ruolo sempre più invasivo dell’ICE persino negli stadi durante il Mondiale per club: tutto contribuisce a spostare il baricentro della discussione dall’etica astratta alla concretezza degli interessi nazionali. Non a caso, le voci più forti a favore di un boicottaggio arrivano dall’Europa, con dirigenti sportivi, parlamentari e commentatori che iniziano a evocare il ritiro come extrema ratio per “far ragionare” Washington. Eppure, ogni discorso sul boicottaggio dei Mondiali porta con sé un peso storico difficile da ignorare. Nel 1978, mentre l’Argentina della giunta militare faceva sparire oppositori a poche centinaia di metri dagli stadi, la FIFA di Havelange liquidava le critiche e lasciava che il torneo legittimasse il regime. In Qatar, tra denunce sulle condizioni dei lavoratori migranti e repressione dei diritti civili, Gianni Infantino ha resistito a ogni pressione fino a trasformare l’indignazione in rumore di fondo, destinato a svanire non appena il pallone ha iniziato a rotolare. Il precedente insegna che tifosi, sponsor e istituzioni calcistiche sono quasi sempre disposti a soprassedere su qualsiasi questione etica pur di non rinunciare allo spettacolo. È su questa inerzia che la FIFA continua a fare affidamento anche oggi. Infantino, come riportato dall’Ansa, ha respinto senza esitazioni le ipotesi di boicottaggio, difendendo persino la scelta di assegnare a Trump il premio della federazione mondiale calcistica per la pace e rilanciando l’idea che il calcio debba “riunire” in un mondo diviso. Un discorso che suona familiare, e sempre più vuoto, mentre la federazione internazionale accetta senza battere ciglio restrizioni sui visti, esclusioni arbitrarie di delegazioni straniere e un clima politico che rischia di trasformare l’accoglienza in selezione. Il nodo, allora, non è stabilire se un boicottaggio sia moralmente giusto: lo sarebbe, come lo sarebbero stati quelli mai avvenuti contro l’Argentina del ’78 o il Qatar. Il nodo è capire se sia politicamente praticabile. Rinunciare ai Mondiali significa rinunciare a introiti colossali, affrontare un caos logistico senza precedenti e mettere in discussione l’idea stessa che il calcio possa restare “più grande” dei governi che lo ospitano. Proprio per questo, l’ipotesi resta fragile. Ma il solo fatto che venga discussa apertamente, che emerga come strumento di pressione nella dialettica tra Stati Uniti ed Europa, dice qualcosa di nuovo: il calcio è uno dei luoghi in cui si misurano i rapporti di forza del presente. The post Boicottare i Mondiali di Trump, perché no? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Boicottare i Mondiali di Trump, perché no? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 4, 2026
Popoff Quotidiano
Poste danesi, come si uccide un servizio pubblico
DANIMARCA, I RETROSCENA DELLA FINE DELLA DISTRIBUZIONE DELLA POSTA, UNA SCELTA ECONOMICA E POLITICA DI PRIVATIZZAZIONE Romaric Godin su Mediapart Copenaghen (Danimarca) – Il 30 dicembre 2025 è stata consegnata l’ultima lettera gestita dalla storica azienda postale danese PostNord. Un servizio pubblico fondato nel 1624, uno dei più antichi ancora in attività, ha così cessato di esistere. Le 1.500 cassette postali tradizionali sono state smontate dalle strade del Paese per essere vendute a privati a un prezzo compreso tra 1.500 e 2.000 corone danesi (tra 200 e 270 euro circa). PostNord ha accompagnato questa decisione con un’accurata campagna di comunicazione, culminata con la pubblicazione sui social network di un video nostalgico e disilluso che proclama: “Sappiamo che è necessario per la felicità e la crescita, quindi diamo il benvenuto al cambiamento”. “. Il messaggio è chiaro: la lettera cartacea appartiene al passato, quindi deve scomparire e, di conseguenza, PostNord ha il dovere di accelerare questa inevitabile evoluzione. Bisogna ammettere che questo messaggio ha avuto un forte impatto sulla società danese. A Copenaghen, almeno, è difficile trovare persone sconvolte dalla fine di questi quattrocento anni di storia. Da circa trent’anni, la Danimarca ha, è vero, compiuto la scelta politica della digitalizzazione. E’ divenuta il paese più digitalizzato al mondo dopo Singapore. I cittadini dispongono di caselle postali digitali per ricevere la loro corrispondenza ufficiale. La distribuzione delle lettere ha subito, logicamente, un calo massiccio: − 90 % in trent’anni. Ma questa è solo una parte della realtà. Dietro questa decisione ci sono infatti scelte politiche ed economiche. La storia delle poste danesi non è semplicemente quella di un servizio reso obsoleto dal “progresso”, ma anche quella dello smantellamento di un servizio pubblico. DAL DISINVESTIMENTO PUBBLICO ALLA CREAZIONE DI UN MONOPOLIO PRIVATO Dzevad Ramic non riesce a placare la sua rabbia. È segretario alle trattative del primo sindacato danese, 3F. Da diversi anni segue il declino del servizio postale e ha cercato, invano, di allertare i media e i politici. Quello che racconta è una storia diversa da quella del video di PostNord. È quella di una strategia di “starve the beast” (“affamare la bestia”) in cui lo Stato danese ha sacrificato il suo servizio postale pubblico a interessi privati. Dietro la bella storia dell’inevitabile digitalizzazione degli scambi personali, ci sono almeno quattro punti ciechi descritti dal responsabile sindacale. Il primo è il disimpegno dello Stato, iniziato negli anni ’90 e accelerato dalla fusione di Post Danmark nel 2009 con le poste svedesi, per fondare PostNord. In quel momento, le poste svedesi diventano maggioritarie nell’azienda e impongono un cambiamento di identità: il rosso danese lascia il posto al blu del vicino orientale. L’emozione è forte, ma questo cambiamento imposto rompe profondamente il legame tra la popolazione e uno dei suoi servizi pubblici più popolari. Tanto più che, parallelamente, sottolinea Dzevad Ramic, «il processo di smantellamento si intensifica a livello di servizio, che diventa sempre meno efficiente». Il disinvestimento è iniziato prima della fusione del 2009. I tempi di consegna delle lettere si allungano, alcune vanno perse, gli uffici postali chiudono, soprattutto nelle zone rurali. «Alla fine, i danesi si sono convinti che il servizio fosse diventato così scadente da non meritare ulteriori investimenti», spiega il sindacalista. La classica strategia di distruzione di un servizio pubblico: meno risorse, meno dipendenti, più insoddisfazione e il privato che sembra improvvisamente più “efficiente”. Ed è qui il secondo punto cieco della narrazione dominante: la distribuzione delle lettere non cessa in Danimarca, ma viene in realtà trasferita a una società privata, la DAO. “In nome di una presunta lotta contro un monopolio pubblico, è stato creato un monopolio privato”, spiega Dzevad Ramic. DAO è parte integrante di questa storia. Inizialmente, si trattava di un’azienda di distribuzione di giornali, di proprietà di tre grandi gruppi mediatici del Paese, che si sono diversificati nella distribuzione di lettere e pacchi. “DAO ha svolto un ruolo cruciale nell’organizzare la concorrenza di PostNord”, spiega il sindacalista, che continua: “Da quel momento in poi, l’attenzione non era più rivolta alla situazione del servizio pubblico o dei mezzi a sua disposizione, ma sulla qualità degradata del servizio, che rendeva competitiva la concorrente”. Per lui, quindi, la lotta sindacale per nuovi investimenti è diventata ancora più inascoltata. La trappola si è chiusa: lo Stato preferiva concentrarsi sul digitale e il consumatore si rifiutava di pagare di più per servizi deludenti. Già appesantiti dall’immagine “antiquata” delle poste, i dipendenti hanno inoltre avuto logicamente difficoltà a farsi ascoltare dai media, che sono diventati di fatto concorrenti di PostNord. “Mi è capitato spesso che i giornalisti ascoltassero le mie argomentazioni per poi scrivere un articolo che metteva in evidenza la scarsa qualità del servizio postale”, ammette Dzevad Ramic. La partita era persa. LA FINE DI UN SERVIZIO PUBBLICO FONDAMENTALE Ma, e questo è il terzo punto cieco di questo annuncio, il servizio postale forse non è diventato così obsoleto come si crede. Innanzitutto perché lo stesso Stato danese ha identificato circa 350.000 persone per le quali l’uso del digitale pone difficoltà talvolta insormontabili: persone con disabilità, malati cronici, anziani o isolati. Su una popolazione totale di 6 milioni di persone, questa fascia non è trascurabile. «Eppure, non è stato previsto nulla per loro», si rammarica Dzevad Ramic, che vede chiaramente in questo l’abbandono dello spirito del servizio pubblico. «Ciò che è in gioco è la possibilità per tutti di vivere in un ambiente sopportabile», aggiunge. Invece di far valere la solidarietà nazionale mantenendo un servizio pubblico di qualità,  «Si chiede a queste persone vulnerabili di pagare e di adattarsi all’evoluzione del mercato». Per lui è una questione democratica. L’indifferenza con cui i danesi, in particolare quelli che vivono in città, hanno accolto la notizia della sospensione del servizio postale è segno dell’erosione di quella capacità di solidarietà all’interno della società che i servizi pubblici rappresentano. Infatti, nonostante le sue piccole dimensioni, la Danimarca conta anche numerose piccole città rurali isolate, in particolare nella vasta penisola dello Jutland. Lì, la posta era un elemento centrale per la sopravvivenza di queste comunità, insieme ad alcuni negozi. Tutto sta gradualmente scomparendo, alimentando un esodo rurale che pone gravi problemi al Paese, esercitando pressione sui prezzi delle abitazioni nelle grandi città. A Copenaghen, dove vive un quarto della popolazione danese, il prezzo degli appartamenti è aumentato in media del 18,1% nel 2025, secondo la banca Nykredit, mentre il prezzo delle case nello Jutland settentrionale è diminuito dello 0,7%. Naturalmente, questa evoluzione non è spiegabile solo con i servizi postali. Ma è un elemento di un fattore chiave: l’abbandono dei servizi pubblici e la sostenibilità di questi territori per una parte della popolazione. “La maggior parte delle persone non vede il problema, perché non utilizza questi servizi, ma è proprio questo il problema: la mancanza di senso di comunità e di solidarietà”, conclude Dzevad Ramic. “La posta è una parte importante della costituzione della società danese, di questo sentimento di comunità. Era presente quotidianamente nella vita di migliaia di persone e creava un legame sociale”, riassume. Il sindacalista sottolinea un altro elemento che non viene menzionato nella narrazione dominante sulla fine della distribuzione della posta. Per lui, la rete postale e la sua capacità di distribuire informazioni sul territorio sono un’«infrastruttura critica», tanto più importante oggi, insiste, che la Russia ha intrapreso una «guerra ibrida» contro le infrastrutture digitali. Questo elemento di sicurezza nazionale può anche essere ampliato. Passando al tutto digitale, la Danimarca si pone inevitabilmente in una posizione di dipendenza dai giganti digitali statunitensi. Si tratta senza dubbio di una pessima idea in un momento in cui il regno ha subito pressioni da Washington sulla Groenlandia e la Big Tech sembra unanimemente schierata con Donald Trump. Privandosi della capillarità della sua rete postale, la Danimarca diventa più vulnerabile. COSTO SOCIALE L’ultimo punto cieco della fine della distribuzione della posta in Danimarca è di natura sociale. Certo, in termini assoluti, l’effetto diretto può sembrare limitato. 1.500 dei 6.000 dipendenti coinvolti in questa attività perderanno il lavoro. Per 400 di loro, che erano protetti dal loro status di dipendenti statali, l’indennità sarà pari a tre anni e tre mesi di stipendio, con la possibilità di essere “richiamati” dall’amministrazione se quest’ultima ne avrà bisogno durante lo stesso periodo. «Lo Stato si è assunto le proprie responsabilità nei confronti dei funzionari pubblici» riconosce Dzevad Ramic. Ma per gli altri vigerà il normale regime di disoccupazione. E queste cifre riflettono solo una parte della realtà. Innanzitutto perché da trentacinque anni le poste danesi hanno perso gran parte dei loro dipendenti: nel 1995, 35.000 persone lavoravano nella distribuzione della posta. Allo stesso tempo, come nel resto d’Europa, i posti di lavoro creati nel settore delle consegne in cui opera PostNord sono stati precari e mal retribuiti. L’uberizzazione è molto avanzata in Danimarca e detta il tono della redditività e delle pratiche sociali in tutto il settore. Lasciando il posto al monopolio privato di DAO, le poste danesi vengono sostituite da un attore noto per le sue pratiche sociali poco lusinghiere. «Da trent’anni DAO non avvia negoziati salariali», spiega Dzevad Ramic. Una sorta di corsa al ribasso che ha ovviamente pesato su PostNord e sulla sua decisione finale, ma che ha anche distrutto l’attrattiva della professione di postino nel Paese e, in definitiva, contribuito al deterioramento generale del servizio. In realtà, il mercato della distribuzione della corrispondenza esiste ancora, a volte è vitale per alcuni e, negli Stati Uniti, si osserva un rinnovato interesse per questo mezzo di comunicazione tra le generazioni più giovani. Una cessazione completa dell’attività non ha, in realtà, senso di per sé. Del resto, va ricordato che PostNord non cesserà – e non prevede per il momento – di cessare l’attività di distribuzione della posta in Svezia, paese del suo azionista di maggioranza. La Danimarca appare quindi come un banco di prova per una strategia volta a migliorare la redditività degli operatori storici, ormai trasformati in gruppi capitalistici classici, lasciando al contempo il mercato delle lettere, potenzialmente in grado di riprendersi, nelle mani esclusive di un’azienda privata che non può essere redditizia senza questo profitto. E se Dzevad Ramic è convinto che ciò che è accaduto in Danimarca accadrà anche negli altri paesi europei, non è a causa dell’inevitabile avanzata della digitalizzazione degli scambi, ma perché la logica del profitto domina le scelte politiche del Vecchio Continente.   The post Poste danesi, come si uccide un servizio pubblico first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Poste danesi, come si uccide un servizio pubblico sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 2, 2026
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I ferrovieri spagnoli dopo la strage: aumento del traffico e mancanza di controlli
I SINDACATI CHIEDONO PIÙ CONTROLLI SU MANUTENZIONE E MATERIALI DOPO L’AUMENTO DEL TRAFFICO DOVUTO ALLA LIBERALIZZAZIONE DEI TRENI Laura L. Ruiz su El Salto Almeno 40 morti nello scontro tra due treni in Spagna, ‘un giunto rotto’ Decine di dispersi tra le lamiere nel deragliamento ad Adamuz, oltre i 100 L’indomani della tragedia è un mix di desolazione, angoscia e sconcerto. Dopo una notte “di profondo dolore”, come l’ha descritta il premier Pedro Sánchez, la Spagna si è svegliata in stato di shock per il disastro ferroviario ad Adamuz, paesino della provincia andalusa di Cordova. Il bilancio dello scontro sulla linea ad alta velocità tra un treno Iryo diretto a Madrid, di cui sono deragliate alcune carrozze, e un secondo convoglio della società pubblica iberica Renfe, che  viaggiava in senso contrario, è devastante: almeno 40 morti e  oltre 100 feriti. Ma il bilancio potrebbe non essere definitivo, perché le autorità non escludono altre vittime rimaste intrappolate tra le lamiere. Secondo le autorità dell’Andalusia in serata mancavano all’appello ancora 37 persone.    E mentre il Paese osserva tre giorni di lutto nazionale, si cercano risposte sulle cause dell’incidente: gli investigatori sono al lavoro e la pista più probabile è quella di una falla sui binari, un “giunto rotto” ritrovato, secondo prime indiscrezioni  dei media, da alcuni soccorritori. Il giorno dopo lo schianto, avvenuto alle 19:45 di domenica e  descritto come “una catastrofe, un incubo dantesco” dai  superstiti, tante le famiglie accorse sul luogo della tragedia  sprofondate nel dolore. Ma anche tante quelle attanagliate  dall’angoscia, ancora senza notizie dei loro cari. Un mesto via vai in attesa di informazioni, con le procedure di  identificazione delle vittime che si prospettano complesse e in  molti casi richiederanno le analisi del Dna.  “Ci sono ancora dei punti difficili da  raggiungere: serve l’aiuto di macchinari pesanti”, ha spiegato  Moreno, confermando che non si scarta l’ipotesi di “possibili  altre vittime”.    Al Reina Sofía di Cordova e in altri ospedali andalusi sono  stati assistiti 122 tra feriti gravi e lievi, secondo le autorità regionali: alcuni medicati e dimessi, una quarantina ricoverati,  di cui 12 in terapia intensiva. Alcuni sopravvissuti hanno  raccontato le loro drammatiche esperienze. “C’era gente che stava male, molto male. Li avevi davanti, e sapevi che stavano per  morire. E non potevi fare nulla”, ha raccontato Ana, estratta  malconcia insieme alla sorella incinta. “Lei è rimasta sotto  osservazione in terapia intensiva”, ha raccontato.    I media si sono riempiti dei racconti dei tremendi momenti  successivi al disastro. Così come delle dimostrazioni di  solidarietà dei primi, improvvisati, soccorritori: una parte dei  circa 4.000 abitanti di Adamuz, accorsi nel buio, non appena  appreso dell’accaduto, su quad e altri mezzi si sono diretti  nell’area della tragesia per dare una mano, prima ancora che  arrivassero ambulanze e polizia.    Intanto, sul disastro è stata aperta un’indagine affidata alla magistratura. Mentre i periti riscontravano un possibile guasto  sui binari, il ministro dei Trasporti Oscar Puente parlava di  “incidente molto strano”, sostenendo che sia avvenuto su un  tratto rettilineo di una linea appena rinnovata e abbia coinvolto un treno di Iryo (partecipata da Fs International) “praticamente  nuovo” e revisionato pochi giorni fa. A suo dire, quella del  giunto rotto è “una delle teorie esplorate”, e “va determinato se sia stato causa o conseguenza” del deragliamento.  Fin qui la notizia. Abbiamo tradotto un articolo di El Salto per capire le reazioni a caldo dei lavoratori delle ferrovie In attesa di conoscere i risultati dell’indagine ufficiale, della scatola nera e di altri dati che si stanno raccogliendo nella zona dell’incidente tra due treni ad alta velocità all’altezza della località cordovese di Adamuz, i lavoratori e i sindacati ferroviari sottolineano i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni nella rete spagnola. Quello che si sa finora è che un treno della compagnia privata Iryo è deragliato per motivi sconosciuti nella notte di domenica e un treno della Renfe che in quel momento transitava sul binario adiacente non ha potuto evitare di scontrarsi con i vagoni deragliati. Un macchinista che conosce perfettamente la zona spiega a El Salto che sono tutti sorpresi. “Era un tratto appena rinnovato, mesi fa, senza alcun problema, è stata una grande sorpresa”. Questo ferroviere, che preferisce non rivelare il proprio nome, spiega che questa mattina ha potuto parlare con diversi colleghi che percorrono la tratta ogni giorno e sono molto scioccati: “Mi hanno detto che avrebbe potuto capitare a chiunque di loro”, spiega dopo la conferma della morte del suo collega, il macchinista dell’Alvia di 27 anni. “Confidiamo molto nell’infrastruttura, nella manutenzione, nella sicurezza, perché alla velocità a cui viaggiano questi treni non può essere altrimenti, siamo molto sorpresi”, insiste. “Crediamo che sia stata sfortuna. Le cose si rompono e la sfortuna è stata che proprio in quel momento è arrivato un treno sull’altro binario e non si è potuto fare nulla”, spiega il lavoratore, riferendosi al poco tempo trascorso tra il deragliamento di un treno e l’arrivo di un altro, circa 20 secondi, che non ha dato il tempo al sistema frenante di fermare il treno della Renfe. Alla domanda se ritengono che ci fossero possibili miglioramenti o se la maggiore diversità delle aziende che circolano sulle rotaie in Spagna abbia avuto un ruolo, assicurano che “ci sono sempre più treni che circolano con pesi diversi e questo significa che è necessaria una maggiore manutenzione, ma è vero che abbiamo potuto segnalare qualche problema, qualche buco, che viene segnalato e riparato, noi rallentiamo, ma in questo tratto non c’è nulla di tutto ciò”. Il sindacato CGT ritiene che gli investimenti nella manutenzione avrebbero dovuto aumentare con l’aumento del traffico. “Noi, nel settore ferroviario, denunciamo da tempo la mancanza di manutenzione, di personale e il trasferimento dei lavori professionali a subappaltatori”, spiega a questo giornale Miguel Montenegro, segretario dell’organizzazione CGT Andalusia, che assicura che si tratta di “aziende che vengono a fare affari d’oro e che non vengono controllate a sufficienza né a livello tecnico dei professionisti né per quanto riguarda il materiale che utilizzano”. Il sindacato è sicuro che “la precarietà sta caratterizzando questa situazione”. “Purtroppo ci dà ragione sulla situazione che si vive nel settore ferroviario”, denuncia Montenegro, che insiste sul fatto che “se il numero di viaggi triplica e la manutenzione non aumenta, abbiamo un grave problema”. Il segretario generale della CGT Andalusia sottolinea che la manutenzione deve riguardare sia i veicoli che le infrastrutture, cosa che potrebbe essere alla base del deragliamento del treno Aryo. “Si parla molto del fatto che siamo il Paese con il maggior numero di chilometri di treni ad alta velocità, ma anche il numero di incidenti è molto superiore rispetto ad altri Paesi. Questo genera una mancanza di fiducia nella popolazione nei confronti di un mezzo di trasporto che è tra i più sicuri ed ecologici che esistano”. MAGGIORE USURA E COMPLESSITÀ Il settore ferroviario dell’UGT assicura a El Salto che “logicamente, se su una linea circolano 60 treni, l’usura e la complessità sono molto maggiori rispetto a quando ne circolavano sei al giorno, il che implica maggiori interventi di manutenzione”. Questo sindacato sottolinea che “il personale è generalmente triste e molto frustrato, coloro che lavorano sul campo o nelle stazioni interessate stanno reagendo con grande professionalità, nonostante la gravità della situazione e l’enorme stress che stanno sopportando”, sottolineano che molti lavoratori si sono recati volontariamente sul posto di lavoro per dare il loro sostegno. Da parte sua, il sindacato CCOO assicura che “la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini deve essere sempre una priorità assoluta nel trasporto ferroviario” e chiede un’indagine completa ed esaustiva “per accertare le responsabilità e, soprattutto, per garantire che vengano adottate tutte le misure necessarie per evitare che un incidente di questo tipo si ripeta”. Il sindacato USO fa appello alla richiesta del Ministero dei Trasporti di usare prudenza e di non diffondere voci infondate, richiesta sostenuta anche dal Semaf (Sindacato spagnolo dei macchinisti ferroviari), che chiede ” a tutti i macchinisti e all’intera comunità ferroviaria di rispettare le persone coinvolte e di mantenere la necessaria prudenza per non ostacolare le indagini volte a determinare le cause che hanno provocato questo tragico incidente. L’incidente avvenuto domenica nella provincia di Cordova è il più grave incidente ferroviario dal 24 luglio 2013, quando un Alvia che copriva la tratta tra Madrid e Ferrol deragliò ad Angrois, nelle vicinanze di Santiago de Compostela. 79 persone morirono e altre 143 rimasero ferite a causa del deragliamento di un treno ad alta velocità. La causa fu l’eccessiva velocità. The post I ferrovieri spagnoli dopo la strage: aumento del traffico e mancanza di controlli first appeared on Popoff Quotidiano. 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January 20, 2026
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