Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra»
CHI CONVIVE CON LE CONSEGUENZE DI INCENDI, GENTRIFICAZIONE, INONDAZIONI O
REALIZZAZIONE DI PROGETTI DANNOSI PER IL TERRITORIO SPIEGA QUANTO QUESTA
EMOZIONE SIA PRESENTE NELLE LORO VITE
Ariadna Martínez su El Salto
All’inizio del secolo, un filosofo coniò un neologismo con la speranza che un
giorno — il prima possibile — cadesse in disuso. Voleva dare alle persone uno
strumento per descrivere un tipo di malinconia, di tristezza, che non smetteva
di osservare. In questo modo, potendo dare un nome a questo dolore, le persone
avrebbero potuto riconoscere che «non si tratta di un sentimento individuale, ma
condiviso». Due decenni dopo, tuttavia, il termine è all’ordine del giorno, cosa
che a Glenn Albrecht (Australia, 1953) sembra «deprimente». «Continua a essere
incredibilmente utile per un mondo che sta diventando peggiore della solastalgia
(secondo la Treccani: Stato di angoscia che affligge chi ha subito una tragedia
ambientale provocata dall’intervento maldestro dell’uomo sulla natura, a volte
tradotta come “eco-ansia” ndr)», dice.
Tutto è iniziato quando Albrecht ha osservato come la regione della Hunter
Valley, a nord di Sydney (Australia), sia passata dall’essere un’oasi di pascoli
verdi, animali e cielo sereno a una zona “di sacrificio”, industriale, rumorosa,
inquinata, a causa dell’estrazione del carbone. «Le persone che vivevano lì
rimanevano a casa, guardando fuori dalle finestre, ma ciò che avevano apprezzato
del loro ambiente familiare si era deteriorato. Non offriva loro più conforto»,
ricorda nel suo libro Earth Emotions: New Words for a New World (Cornell
University Press, 2019).
Assistendo a una scena del genere, ha unito «sōlācium» (in latino, consolazione,
sollievo) e «-algia» (in greco, dolore, sofferenza). Il risultato è stato
«solastalgia». «A volte la definisco come la nostalgia che provi quando sei
ancora a casa, ma senti che la tua casa ti sta abbandonando», spiega il filosofo
a questo giornale. Da quel momento, le testimonianze “solastalgiche” non hanno
smesso di arrivare nella sua casella di posta elettronica.
I fattori che causano la solastalgia possono essere sia naturali che
artificiali. Eventi come siccità, incendi, inondazioni, guerra, terrorismo o
gentrificazione possono provocarla. Albrecht la paragona alla nostalgia
tradizionale, che spesso si prova quando si è lontani da casa e si desidera
tornare. Il rimedio in quel caso è, quindi, tornare. Ma con la solastalgia non
c’è un luogo in cui tornare, perché non ci si è mai allontanati. Tuttavia,
l’ambiente circostante è cambiato, non è più lo stesso, il che lascia una
terribile sensazione di impotenza. Sebbene questo stato emotivo abbia una
“cura”, questa non si ottiene con la terapia.
NON È SOLO IL FUOCO
In Spagna, come nel resto del pianeta, ci sono in questo momento innumerevoli
territori che stanno vivendo questa desolazione a causa di forze climatiche,
corporative o politiche che sfuggono al loro controllo. È il caso del fuoco, che
non è solo fuoco.
“Non è solo fuoco: è una ferita aperta nel petto di chi ama questi paesi. Ogni
fiamma porta con sé il ricordo di una foresta, il canto di un fiume, il mormorio
delle voci che ci hanno dato la vita», ha scritto Rochi Novòa, gallega di 51
anni, durante gli storici incendi boschivi della scorsa estate, che sono stati
particolarmente violenti a causa di fattori quali il cambiamento climatico e che
hanno ridotto in cenere una superficie pari a sei volte quella della città di
Madrid. La Galizia, la Castiglia e León e altre regioni dell’entroterra sono
state le più colpite.
«Per me, Sobradelo — un piccolo villaggio situato nella regione galiziana di
Valdeorras — è sempre stato il mio cordone ombelicale. Sono così innamorata
della mia terra che posso percorrere ogni giorno lo stesso tragitto e un giorno
mi affascina il capriolo che sta attraversando, un altro giorno mi piace come
sorge il sole perché quella luce non l’avevo mai vista prima, o la pioggia
orribile perché c’è un giorno in cui cade in modo diverso. E, se la terra
brucia, io soffro con lei. Anche la mia vita qui bruciava», afferma Novòa.
Ma la solastalgia emerge, in particolare, quando quel cambiamento biofisico
diventa cronico, come accade una volta che le fiamme si sono spente. «È come un
lutto che non riesci mai a superare, perché la terra non si rigenera a quella
velocità. Il verde che può nascere ora è verde erba, che non ha nulla a che
vedere con il verde castagna, con la nostra quercia. Quei boschi millenari e
secolari facevano parte della nostra identità, e sì, se ne sono andati per non
tornare più. In questi ultimi anni mi sento impotente ed emotivamente esausta,
perché, se non sono gli incendi, è la macrocellulosa che volevano imporci», si
rammarica la scrittrice, visibilmente sfinita.
L’IMPATTO DELLA GENTRIFICAZIONE SUL PAESAGGIO
Ci sono volte, come nel caso di Rochi, che la solastalgia irrompe nella vita di
una persona come farebbe un meteorite. Tuttavia, altre volte si insinua
lentamente, serpeggiando. Come è successo a Carla Henríquez, una quarantenne
delle Canarie: «La prima cosa in cui ho percepito il cambiamento è stato il
paesaggio. Quando sono tornata a Tenerife dopo un paio d’anni in Australia, ho
iniziato a notare che la montagna che guardavo da piccola non era quasi più
verde e che era sempre più piena di case».
Gli abitanti di Tenerife, racconta, hanno continuato a percepirlo in dettagli
come il fatto che c’era sempre meno varietà di pesci quando andavano a fare
immersioni, o che non avevano più la libertà di spostarsi perché il traffico
cominciava a diventare impossibile, o nel temere che nella casa dove prima
viveva un’amica un giorno aprissero un Airbnb, o nel sentire che le loro usanze
erano sempre più una “mera attrazione turistica”.
Questa malattia dell’anima si è insinuata in tutti gli ambiti della sua vita:
«Pensi: “Questo era il mio faro. La mia identità, chi sono, la sto perdendo. Ti
senti spaesato nella tua stessa terra. Perdi anche il capitale sociale e il
senso di comunità. Perché, se non puoi permetterti un taxi per l’aeroporto, ti
accompagna la tua amica, ma non ti accompagnerà la turista dell’Airbnb. A poco a
poco ci allontaniamo dai quartieri delle città verso le zone più alte, isolati
gli uni dagli altri, perché non possiamo permetterci altro».
Nel 2025 la Spagna ha battuto un nuovo record storico di turismo internazionale.
Il Paese ha accolto circa 96,8 milioni di turisti internazionali, 15,69 dei
quali concentrati nelle Canarie (un dato record anche per la regione). La
popolazione residente nelle isole è aumentata del 56% da quando Carla è nata.
Oggi è la terza comunità autonoma del Paese con la più alta densità demografica.
Inoltre, ospita la metà delle specie a rischio critico di estinzione della
Spagna a causa, tra gli altri fattori, del turismo di massa e dell’aumento degli
insediamenti urbani.
La solastalgia che prova Carla è stata riflessa anche nelle canzoni o nelle
poesie della gente del posto. «Non voglio quell’hotel, voglio che mi restituisci
la mia spiaggia […]. Voglio solo tornare alla mia infanzia», recita il musicista
Fran Baraja nel brano Ese Hotel. Anche i versi di Teresa Gubern, raccolti
nell’antologia Brega en verso: voces poéticas de resistencia, descrivono quel
dolore: «Solleverò le piastrelle che ricoprono questo pavimento / toglierò il
cemento che soffoca / scaverò fino a raggiungere la terra bagnata / per
seppellire il mio corpo in questa geografia».
LO SCONFORTO CHE SI PROVA IN UN TERRENO SOGGETTO A INONDAZIONI
Anche i valenciani hanno cercato di imprimere per sempre la catastrofe della
tempesta nelle loro opere artistiche. Un’impronta che, come sottolinea Samuel
Romero, residente ad Aldaia (Valencia), «non se ne andrà mai» dalle loro vite:
«Ora siamo attenti a questioni che prima ignoravamo, come quanti litri all’ora
cadranno per metro quadrato, o se pioverà in questo burrone o in quell’altro. È
qualcosa di nuovo che è entrato nella nostra vita e che credo non se ne andrà».
Lo confermano Feliu Ventura, La Maria, Pep Botifarra, Noèlia Titana, Miquel Gil
y Vicent Torrent nella loro canzone “Quan el cel es tornà negre”, il cui
ritornello avverte che nemmeno la pioggia riuscirà a cancellare il fango su cui
è stata scritta la loro storia. Infatti, Samuel spiega che un suo conoscente è
stato costretto a traslocare, su consiglio del terapeuta, perché «sua figlia non
è riuscita a superare lo shock». «Finché avessero continuato a vivere lì,
sarebbe stato molto difficile per lei voltare pagina», racconta.
Proprio una delle parole a cui Albrecht si è ispirato per il suo neologismo è
stata la tedesca unheimlich. Si usa per riferirsi a qualcosa di minaccioso che
si percepisce all’interno della casa. Ciò che dovrebbe essere una fonte di
conforto si trasforma in una fonte di inquietudine, in qualcosa di sinistro.
In qualità di ingegnere civile, ritiene che le misure di adattamento che si
stanno valutando nella zona siano insufficienti: «E mi ribolle il sangue quando
vedo che sembra non si sia imparato nulla, perché il Comune ha approvato il
progetto di un grande poligono industriale di moltissimi ettari in una zona di
orti che, essendo allora terreno permeabile, riuscì ad assorbire parte
dell’acqua dell’alluvione. È incomprensibile». In Spagna, ad oggi, 2,7 milioni
di persone vivono in territori soggetti a inondazioni.
ALLEVAMENTI CHE SI IMPONGONO NEI PAESI
Anche la casa di Rodrigo (nome fittizio per preservarne l’anonimato) è diventata
un luogo decisamente sinistro. Come riflette il racconto «Viaggio nel paese
delle mosche», di José Miguel Díaz, membro del movimento di quartiere «Salvemos
el Arabí», nella regione del Campo de Cartagena (Regione di Murcia), tutti i
sensi mi facevano male: «Avevo percorso solo metà del tragitto e già tutti i
miei sensi mi facevano male. Sentivo gli animali ammassati e il ronzio delle
mosche. Vedevo l’ordine asettico delle costruzioni che ricordavano i campi di
concentramento. Respiravo il caldo fetore delle feci. Avevo perso ogni senso del
gusto, che si era trasformato in repulsione, e le mie mani erano vuote per
l’impotenza».
È così che inizia a apparire la vita quando ti mettono un allevamento intensivo
— o due, o tre — accanto a casa tua, cosa sempre meno aneddotica in Spagna, dato
che si è affermata come il paese con il maggior numero di allevamenti intensivi
di tutta Europa, con circa 3.963 su tutto il territorio.
Ma il caso di Murcia è speciale, poiché è la terza provincia del paese con il
maggior numero di macroallevamenti per comune, dopo Huesca e Lleida. Due dei
suoi paesi, Lorca e Fuente Álamo de Murcia, si trovano nella top 5 delle
località con il maggior numero di questo tipo di allevamenti. A Lorca ce ne sono
circa 50. A Fuente Álamo circa 30. Si stima inoltre che circa 220.000 persone
nel nostro Paese non abbiano acqua potabile a causa della presenza di nitrati
provenienti dall’agricoltura e dall’allevamento intensivo.
“È la questione degli odori, che rendono insopportabile la permanenza; il grido
degli animali che soffrono, che inevitabilmente ne evoca l’immagine; il viavai
incessante dei trattori pieni di cisterne di liquame, che creano un traffico
continuo al punto che sembra di essere sulla M-30. È tutto”, racconta Rodrigo.
Viaggiando in auto, ci sono tratti in cui si vedono queste costruzioni —il cui
aspetto è così discreto, così standard, che sembrano enormi pezzi incolori
usciti dal Monopoly— ogni due minuti.
Inoltre, assicura, nella regione si è creato un clima sociale altrettanto
irrespirabile. «C’è molta paura. Basta vedere cosa è successo a Lorca» — quattro
anni fa un gruppo organizzato ha assaltato il municipio mentre si discuteva se
approvare o meno una normativa comunale per vietare la costruzione di questi
impianti a meno di 1.500 metri dai centri urbani o dalle strutture sanitarie e
scolastiche.
Tra i ricordi che Rodrigo custodisce della sua infanzia — quando poteva sentirsi
libero nella zona — e la situazione attuale c’è un abisso. Non riconosce più il
proprio territorio e trova conforto, sollievo, solo all’interno del proprio
appezzamento. «Bisogna vivere qui per capirlo», assicura. Proprio come la zona
mineraria che ha ispirato Albrecht, il Campo de Cartagena è oggi una «terra di
sacrificio». «Questo tipo di progetti viene imposto alla gente del posto. Non
hanno scelta», afferma il filosofo nel suo libro.
LA SOLIFILIA, LA “CURA” DELLA SOLASTALGIA
In un mondo sempre più «solastalgico», Albrecht sostiene che l’unica vera «cura»
sia che, collettivamente (a livello internazionale, nazionale, regionale, locale
e personale), «cominciamo ad affrontare le cause di questi problemi e a
impegnarci nella riparazione del danno». Egli afferma che, man mano che gli
esseri umani risanano i luoghi danneggiati, risanano anche se stessi. E in
questo entra in gioco un nuovo vocabolo: la solifilia (altro neologismo di
Albrecht, corrisponde invece alla solidarietà provata da una persona verso un
luogo).
«La solifilia è l’amore per il nostro legame con quel luogo che sentiamo come
casa, nonché la disponibilità ad accettare la responsabilità di proteggere e
preservare tale legame a tutti i livelli. Ciò può essere realizzato creando
alleanze che contribuiscano a superare l’alienazione e la perdita di potere
derivanti dalle decisioni politico-aziendali che hanno causato il danno»,
spiega.
Ma ci sono contesti più o meno favorevoli per compiere questo passo. Per Rochi e
Rodrigo è complicato. Si sentono soli e impotenti. «Qui il modo di elaborare il
lutto è il silenzio, e questo ti fa sentire peggio. Se non mi muovessi nei
circoli in cui mi muovo, morirei di pena», afferma lei, che da anni incarna con
tenacia la solifilia. Rodrigo, per la sua stessa sicurezza, non può nemmeno
pensare di sollevare l’argomento nel suo territorio.
Samuel e Carla, dal canto loro, sentono di avere un po’ più di autonomia.
«Potrei trasferirmi in un’altra zona non soggetta a inondazioni, ma credo che,
quando si creano radici, un legame, sia nel bene che nel male. Quindi io, come
ingegnere, faccio cose come collaborare con le associazioni di quartiere
cercando di formarli su come potremmo adattare il nostro comune al nuovo
scenario climatico. Tuttavia, sono consapevole che la risposta sociale a
situazioni caotiche di solito richiede tempo. Alla crisi che abbiamo vissuto nel
2008 si è reagito nel 2015”, dice lui.
Carla, dal canto suo, si sente davvero sostenuta. Nella sua regione il movimento
“Le Canarie hanno un limite” sta compiendo passi decisivi per sensibilizzare
precisamente che cosa implica la solifilia: creare alleanze per esigere un
cambiamento a tutti i livelli. «Il nostro problema è, da un lato, che abbiamo
una conformazione orografica complessa che non ci permette di espanderci così
facilmente e, dall’altro, che tutti vogliono venire alle Canarie, ma questo non
è possibile. Abbiamo bisogno di limiti», afferma.
Glenn Albrecht, a 73 anni, sogna il giorno in cui il mondo si orienterà con
fermezza verso la solifilia, poiché è sicuro che l’essere umano sia ampiamente
in grado di relazionarsi in modo simbiotico con la terra. Il suo lavoro è ora
orientato a immaginarlo. In quel futuro tanto atteso, spiega, la solastalgia
diventerebbe un ricordo lontano e lui, come padre, patrigno e nonno, potrebbe
riposare, molto soddisfatto, nella sua tomba ben compostata.
The post Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra»
first appeared on Popoff Quotidiano.
L'articolo Solastalgia: «Ti senti sempre più spaesato nella tua stessa terra»
sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.