La sinistra e la seduzione dell’intelligenza artificiale
APPROPRIARSI DELL’IA GENERATIVA? LE PERICOLOSE ILLUSIONI DI QUESTA POSIZIONE
STRATEGICA IN UN DIBATTITO FONDAMENTALE
Romaric Godin su Mediapart
È una delle sfide più importanti del nostro tempo per coloro che rivendicano
l’appartenenza al campo dell’emancipazione. Una sfida che dovrebbe essere
oggetto di un ampio dibattito teorico e strategico e che si potrebbe
sintetizzare semplicemente con questa domanda: cosa fare dell’intelligenza
artificiale generativa (IAG)?
Il dibattito è urgente, poiché questa nuova tecnologia sta per ridefinire le
condizioni della produzione di valore nel capitalismo contemporaneo. Anche se
l’attuale bolla finanziaria finirà per scoppiare, cosa su cui non vi sono dubbi,
la tecnologia, dal canto suo, rimarrà e si radicherà (il processo è già
ampiamente in corso) nella vita quotidiana degli esseri umani poiché
quest’ultima è determinata, nel capitalismo, dalla merce.
Di fronte a questa emergenza, nel campo di coloro che intendono combattere
l’attuale organizzazione sociale capitalista si possono individuare, per
semplificare, tre posizioni.
La prima potrebbe essere sintetizzata come la volontà di domare l’IAG
riducendone gli effetti negativi attraverso la regolamentazione o la fiscalità.
È la classica posizione riformista.
La seconda è quella che abbraccia l’IAG per metterla al servizio del superamento
del capitalismo, in altre parole per sfruttare le potenzialità di questa
tecnologia utilizzandole contro i suoi creatori e farne il motore di una
trasformazione sociale ed economica.
La terza è quella che intende combattere l’IAG perché rappresenta la forma
emergente del capitalismo e la sua principale forza di dominio.
In questo testo non mi soffermerò molto sulla prima opzione, che ho già
trattato in un articolo pubblicato su Mediapart, per concentrare la discussione
sulle ultime due scelte strategiche. L’occasione è data dalla pubblicazione di
due articoli che esortano «la sinistra» a fare propria l’IAG: quello di Evgeny
Morozov, tradotto su Le Monde Diplomatique del mese di agosto e intitolato La
sinistra e l’IA, e quello di Paul Bartali, pubblicato sul Club di Mediapart e
intitolato Di fronte all’IA, superare l’impotenza.
Questi due testi non sostengono esattamente le stesse posizioni, ma sono simili
in quanto rifiutano proprio le altre due opzioni: l’idea di una
regolamentazione, così come quella di un boicottaggio o di un rifiuto dell’IAG.
A dire il vero, Evgeny Morozov accenna a malapena all’idea del boicottaggio e
ritiene che l’IAG non sia altro che l’ultima versione del processo attraverso il
quale «le capacità umane», imprigionate nella proprietà privata, «ritornano sul
mercato sotto forma di merci». Il compito della sinistra, secondo lui, è quello
di riprendere possesso di queste capacità per orientarle verso il bene comune.
Paul Bartali, dal canto suo, rivolge i propri attacchi più direttamente contro
quello che definisce il «purismo» militante, che si caratterizzerebbe nel il
rifiuto di questa tecnologia. A suo avviso, questa posizione di rifiuto «lascia
campo libero» al capitalismo e «ai tecno-fascisti che la controllano». Per
questo difende l’idea di un’appropriazione attraverso la socializzazione, in
parte guidata dallo Stato.
LIBERARE LA TECNOLOGIA?
Queste due posizioni esortano quindi la sinistra a fare uso dello «strumento
IAG» per combattere il capitalismo. E questa posizione mi sembra al tempo stesso
un vicolo cieco strategico e una caricatura di ciò che il rifiuto di questa
tecnologia può comportare in termini di potenziale rivoluzionario.
Partiamo dalla posizione di Evgeny Morozov. Secondo lui, una visione
emancipatrice del lavoro, che rifiuta l’approccio ridistributivo, consiste nel
riprendere il controllo delle «capacità umane» incluse nell’IAG perché esse
costituiscono i fondamenti dell’azione. Paul Bartali riprende questa idea
ispirandosi al famoso «frammento sulle macchine» dei Grundrisse di Marx:
«l’intelletto generale» contenuto nelle macchine permette di emanciparsi una
volta spezzate le catene della proprietà privata.
Queste posizioni sono tuttavia un po’ meccanicistiche. Partono dal presupposto
che ogni innovazione capitalista, poiché si basa necessariamente sul lavoro
umano, contenga potenzialità che non aspettano altro che di essere «liberate».
In realtà, nel processo di produzione capitalista, il lavoro umano non è
autonomo. Esso produce sotto gli ordini del capitale e, in quanto tale, produce
merci utili al capitale. Il processo di emancipazione non può quindi considerare
come buone per natura le tecnologie capitalistiche solo perché sarebbero il
prodotto del lavoro. Basti pensare a tutti i prodotti dannosi per l’uomo e la
natura che vengono realizzati dagli uomini sotto il comando del capitale, a
cominciare dalle tecnologie militari. Il socialismo non dovrebbe rifiutare la
bomba H perché è una “capacità umana”?
In realtà, questa posizione dimentica il fatto che la tecnologia è il prodotto
di una società e di un’epoca. Essa non risponde ai bisogni umani, ma alle
priorità della forza organizzatrice della società in un determinato momento. La
grande lezione del marxismo, rilevata in particolare da Karl Korsch, è proprio
questa visione profondamente storica. Per valutare la dimensione strategica
dell’IA, occorre innanzitutto comprenderne la sua «specificità storica».
Ritenere che ogni tecnologia non attenda altro che essere liberata dalla
proprietà per diventare emancipatrice significa dimenticare quest’elemento che
impone necessariamente non solo di modificare i rapporti di proprietà, ma anche
di riorganizzare completamente il panorama tecnologico in funzione dei bisogni
della nuova società.
Il primo compito dell’intelletto generale liberato sarà quindi, piuttosto che
lanciarsi sulle tecnologie disponibili, quello di esaminarle per valutarne
l’utilità nel contesto di una società emancipata, ovvero nel quadro di bisogni
definiti indipendentemente dalla produzione di valore. In ogni caso, queste
tecnologie non potranno essere mantenute così come sono.
Dovranno essere adattate a una società liberata dalla centralità
dell’accumulazione di capitale e che potrà finalmente essere cosciente sia dei
bisogni umani, sia del contesto naturale in cui l’uomo evolve. Verranno così
definite le condizioni d’uso delle tecnologie e alcune di esse potranno essere
abbandonate perché il loro costo in termini di risorse risulterà insensato
rispetto ai servizi resi.
A dire il vero, ignoriamo se l’IAG potrà trovare il proprio posto in questo
contesto. Come cerco di sostenere nella sesta parte del mio libro Il problema
dei tre corpi del capitalismo (Le problème à trois corps du capitalisme : Sur la
gestion autoritaire du désastre (et les moyens de lui faire face, La Découverte,
February 2026), il compito del fronte dell’emancipazione non è quello di
immischiarsi, per il momento, in questa questione. Si tratta piuttosto di
liberare le popolazioni dall’alienazione e dallo sfruttamento per consentire
loro di compiere questa scelta senza la mediazione del capitale.
In altre parole, il rifiuto dell’attuale IAG non pregiudica le scelte che
verranno compiute in futuro, nel contesto di un’altra società. Semplicemente
perché questa tecnologia non sarà la stessa. La tecnologia è il prodotto di una
società, non una forza metafisica e astorica irresistibile che, a prescindere,
costituisce un progresso indiscutibile. Difendere questa idea significa
considerare, come fanno gli apologeti del capitalismo, che quest’ultimo sia il
culmine della storia, oppure, come sostenevano i marxismi ufficiali del XX
secolo, che sia un passaggio obbligato verso l’emancipazione. I recenti lavori
di Marcello Musto sull’ultimo Marx dimostrano come questi, alla fine della sua
vita, aveva compreso che erano possibili altre traiettorie.
Insomma, la vera questione riguarda una scelta strategica interna al capitalismo
e si riduce a determinare in che cosa l’uso dell’IAG, così come si presenta
attualmente, possa costituire uno strumento di lotta contro il capitalismo. Da
questo punto di vista, le proposte dei nostri due autori sono, a mio avviso,
poco convincenti.
Evgeny Morozov sembra accontentarsi di questo collegamento semplicistico tra
capacità umane e azione per mettere in scena progetti di uso rivoluzionario
della tecnica del passato. L’IAG diventa sinonimo di azione, ma facciamo fatica
a capire di quale azione si tratti concretamente. In che modo l’IAG fornisca gli
strumenti per agire contro l’accumulazione del capitale, rimane una questione
incerta.
Paul Bartali, dal canto suo, difende una strategia di
socializzazione-nazionalizzazione per contrastare gli aspetti negativi, compresi
quelli ecologici, dell’IAG, al fine di non lasciare spazio all’estrema destra. E
cita come esempio di sconfitta il «Web 2.0», che sarebbe stato abbandonato dalla
sinistra e sarebbe diventato un motore dell’estrema destra.
In realtà, questa analisi trascura i meccanismi di produzione della tecnologia.
La sinistra non ha abbandonato YouTube e TikTok, ma è stata emarginata ed
esclusa da queste piattaforme proprio a causa del loro stesso funzionamento,
basato sulla legge del valore, che penalizza i contenuti emancipatori o li
costringe a conformarsi accettando pubblicità, sensazionalismo e fake news. E lo
stesso accadrà con l’IAG. Il capitale è il principio dominante di questa
tecnologia, che è al suo servizio.
Per quanto riguarda la socializzazione, essa sarà ovviamente inutile se si
sviluppa nel quadro capitalista perché, di per sé, non emancipa dalla legge del
valore. È questa la grande lezione storica del XX secolo: il socialismo non può
limitarsi a un semplice cambiamento di proprietà che lasci intatta la centralità
dell’accumulazione del capitale. La legge del valore applicata al socialismo non
è emancipatrice. Il controllo di un’infrastruttura non ne modifica
automaticamente l’uso e gli effetti; ciò può avvenire solo quando la legge del
valore non è più centrale. Ora, sia lo Stato che le strutture cooperative
possono benissimo collocarsi in questa centralità del valore.
Se lo Stato prendesse oggi il controllo dell’IAG, la metterebbe al servizio
della società capitalista come una materia prima. Ne garantirebbe quindi
l’abbondanza ben più che la sobrietà. Ciò cambierebbe certamente i rapporti di
forza all’interno del capitale, ma non cambierebbe nulla riguardo alla
centralità del capitale nella società.
Il controllo statale della produzione di energia elettrica nel dopoguerra non ha
avviato la transizione verso il socialismo, ma ha semplicemente modificato le
condizioni della produzione capitalista. Questo perché uno dei pilastri del
dominio capitalista è l’alienazione, ovvero la mediazione del capitale
attraverso i rapporti sociali. La tradizione marxista-statalista trascura, se
non addirittura disprezza, questa questione. Ma ignorarla porta direttamente
alle illusioni che si pretende di combattere ricorrendo all’IAG.
LA VERA NATURA DELL’IAG
È necessario riproporre ancora una volta la questione alla luce del tema
dell’alienazione: a cosa serve l’IAG nella lotta per l’emancipazione? In realtà,
questa tecnologia non è solo un semplice strumento che si potrebbe facilmente
ribaltare. La gestione dell’economia del tardo capitalismo passa attraverso la
negazione delle crisi economiche, antropologiche ed ecologiche. E l’IAG è lo
strumento concepito per organizzare questa negazione. Il suo sviluppo è una
scelta del capitale che ha investito e continua a investire in questa tecnologia
a scapito di altre tecnologie che potrebbero rispondere meglio ai bisogni
dell’umanità.
L’IAG mira innanzitutto a rilanciare gli incrementi di produttività grazie
all’automazione delle professioni nel settore dei servizi. In questo senso, essa
è, per sua natura, una macchina di disumanizzazione delle attività di contatto.
Questa disumanizzazione rafforza inevitabilmente l’atomizzazione degli
individui, il cui rapporto con il mondo è più che mai mediato dall’IAG, ovvero
dal capitale.
Questa tecnologia è concepita come uno strumento di controllo sociale perché
mira a definire la verità e a colonizzare la vita realmente vissuta. Determina
le scelte individuali, stabilisce ciò che è vero o falso, sostituisce il
percorso del pensiero con un’immediatezza ingannevole e instaura una dipendenza
compulsiva. In breve, è una macchina che decuplica l’alienazione, già rafforzata
dagli strumenti digitali che la «sinistra» non ha affatto combattuto e che
l’hanno divorata.
È proprio qui che sta il problema: da quando il campo dell’emancipazione ha
rinunciato a combattere l’alienazione e ha adottato le «innovazioni» del
capitale salutandole come progressi, non fa moltiplicare le sconfitte. Perché,
precisamente, queste innovazioni garantiscono una passività di fronte alla
realtà capitalista che mina le basi di ogni serio tentativo di emancipazione.
L’IAG non è l’ultima tappa sulla via della liberazione delle capacità umane,
come sostiene Evgeny Morozov, ma è l’ultima tappa delle delizie che lo
Spettacolo offre alle popolazioni per assicurarne la passività, negare
l’esistenza di una vita autonoma dal capitale e convincerle che la loro vita
dipende dai progressi dell’accumulazione. Eppure, come si diceva un tempo, «non
si combatte l’alienazione con mezzi alienanti».
Adottare l’IAG in questa lotta oggi significherebbe sancire la vittoria
definitiva del capitalismo. Guy Debord riassumeva lo Spettacolo con questa
semplice frase: «ciò che è buono appare, ciò che appare è buono». È il motto del
tecno-soluzionismo, sia esso di destra o di sinistra. È un motto che trascura la
realtà dell’IAG, che allontana le masse da quel famoso «movimento reale»
descritto da Marx ed Engels come capace di abolire le condizioni di produzione
esistenti e che, secondo loro, era l’altro nome del comunismo.
L’IAG è stato concepito come il nemico delle condizioni di esistenza dell’essere
umano, sia in quanto essere sociale che in quanto essere naturale. Non può
essere uno strumento di emancipazione perché è uno strumento di distruzione. Il
suo impatto ambientale non è una «semplice giustificazione» per un presunto
boicottaggio, ma è una minaccia diretta, esistenziale e, come lo si vede
quest’estate in Europa, molto concreta.
Nelle sue Banalità di base (Banalités de base), pubblicate nel 1962
su L’Internazionale situazionista (e ristampate dalle edizioni Verticales nel
2018), il compianto Raoul Vaneigem, che ci ha appena lasciati, sottolineava che
«l’alienazione rende i bisogni innumerevoli perché non ne soddisfa nessuno».
L’emancipazione dal capitale consisterà proprio nel soddisfare bisogni che
saranno definiti e quindi limitati. Questo processo passa attraverso la rinuncia
a quella povertà sempre rinnovata che il capitalismo organizza, questa mancanza
permanente che l’IAG pretende di colmare rinnovandola sempre, poiché non esiste
un solo problema a cui la macchina non possa rispondere, anche se divagando.
In questo contesto, la negazione di questo tipo di innovazioni non è un
«purismo», ma al contrario una scelta strategica razionale fondata sui fatti
piuttosto che sul dolce sogno di una IAG «liberata» che elargisca le sue delizie
alla futura società socialista.
L’emancipazione consiste proprio nel ritrovare questo «movimento reale» negando
l’illusione spettacolare del capitalismo attuale, le sue false soluzioni e le
sue promesse stantie. Si tratta quindi di un movimento in cui il rifiuto è
centrale. Il rifiuto di questo processo di negazione porterà ad amare
disillusioni, in cui l’IAG «socializzata» o militante rimarrà sempre un’IAG
disumanizzante e divoratrice di risorse.
Ecco perché il rifiuto dell’IAG non è una presa di posizione morale o una forma
di «ritiro dal mondo», come lo dipingono in modo caricaturale i nostri autori.
Non è nemmeno un «rifiuto della realtà». È invece, al contrario, una presa di
coscienza della realtà concreta che viene negata dall’IAG e che si fonda su una
pratica di negazione dell’alienazione.
IL RIFIUTO DELL’IAG COME NEGAZIONE STORICA
Come ha dimostrato Györgyi Lukács in Storia e coscienza di classe, è la pratica
della lotta che permette di combattere l’oggettivazione e la reificazione
all’opera nel capitalismo. Di fronte a questa grande macchina di reificazione
che è l’IAG, la pratica del rifiuto, attraverso i boicottaggi, le lotte contro i
centri di dati, le azioni di disturbo del corretto funzionamento dell’IAG, sono
delle pratiche che permettono d’ingaggiare una contestazione del modo di vita
capitalista.
Il superamento di quest’ultimo non è una semplice questione di disposizione
tecnica che consentirebbe, come per magia, di passare da una socializzazione
capitalista a una socializzazione socialista. Occorre innanzitutto finirla con
legge del valore che determina il modo di socializzazione capitalista. E per
farlo, è necessario entrare in conflitto con le modalità di questa
socializzazione, ovvero con l’IAG.
Gil Scott Heron lo ricordava negli anni ’70: «La rivoluzione non sarà trasmessa
in televisione», non sarà «proposta dalla Xerox in quattro parti senza
pubblicità». «Non ti sarà permesso restare a casa, fratello», avvertiva la
canzone, a ragione. Allo stesso modo, la rivoluzione non sarà portata da Chat
GPT o da Claude. Si farà contro di loro, perché è un momento di negazione senza
il quale l’impresa di emancipazione è destinata al fallimento. L’idea che si
possa pilotare l’emancipazione attraverso un’IAG socializzata, ognuno dietro al
proprio computer, è un’illusione pericolosa.
È qui che bisogna ormai rispondere positivamente alla domanda posta il 28
ottobre 1984 dal romanziere statunitense Thomas Pynchon sul New York Times: «is
it ok to be a luddite?» («va bene essere un luddista?»). E. P. Thompson, nel
suo La formazione della classe operaia inglese, aveva già riabilitato quel
movimento di distruzione di macchine degli anni 1811-1816, dimostrando che era
diretto contro l’aspetto distruttivo della tecnologia, non contro la tecnologia
in sé.
I sabotaggi luddisti non erano solo un movimento dettato dalla rabbia, ma il
primo atto della lotta di classe agli albori del capitalismo. Un movimento in
cui gli artigiani minacciati dalla dequalificazione – ovvero dall’emarginazione
imposta dalla logica del capitale – intendevano, attraverso la rivolta concreta,
non lasciarsi dettare cosa fosse il progresso. Byron li sosteneva così come, più
tardi, sostenne i greci che lottavano per la loro indipendenza. Era un movimento
che prendeva sul serio l’emancipazione.
Thomas Pynchon mostra che questo movimento ha ispirato i coniugi Shelley, amici
di Byron, e il Frankenstein di Mary Shelley, una sorta di monito contro il
tecno-soluzionismo che affonda le sue radici nella lotta dei luddisti. Un monito
che d’ora in poi va preso sul serio.
La rivolta contro l’IAG, il suo rifiuto radicale, non è un «TINA al contrario»
[There Is No Alternative (Non c’è alternativa)] come sostiene Paul Bartali: è,
al contrario, la capacità di costruire un’autentica alternativa. Il TINA risiede
piuttosto in coloro che sostengono che sia impossibile contrastare le tecnologie
capitalistiche e che occorra quindi adottarle senza battere ciglio.
«Zelanti servitori del vuoto, il vuoto li paga con moneta a sua immagine»,
scriveva Debord. Ed è proprio questo che attende i nostri tecno-soluzionisti di
sinistra. L’IAG li inghiottirà, loro e i loro bei progetti, così come
inghiottirà tutti noi, perché è quel Moloch creato dai capitalisti per rendere
superflua la vita umana, l’ultimo ostacolo al dominio dell’astrazione reale del
capitale.
Il rifiuto attivo dell’IAG, del suo «hype», dei suoi «risparmi di tempo», delle
sue «soluzioni», può costituire il fondamento di un movimento sociale in grado
di contestare l’ordine capitalista e la distruzione che lo accompagna. Certo,
resta ancora da costruire, ma è comunque l’unica via coerente per resistere al
disastro che sta per arrivare.
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