Francia, lo spread brandito per colpire le pensioni
IL DISCORSO DOMINANTE COLLEGA L’AUMENTO DEI TASSI A UNA PRESUNTA GENEROSITÀ DEL
WELFARE. IL SOCIOLOGO BENJAMIN LEMOINE NE SVELA L’OBIETTIVO POLITICO E
FINANZIARIO
Romaric Godin su Mediapart
Il differenziale tra il tasso decennale del debito francese e quello tedesco
continua ad ampliarsi; lunedì 19 ottobre 2026, all’apertura dei mercati, si
attestava a 137,5 punti base (1,375 punti percentuali), il livello più alto dal
maggio 2012. Parallelamente, la narrativa allarmistica sul debito comincia a
invadere il dibattito pubblico. Il sociologo Benjamin Lemoine, in diverse opere,
in particolare *L’Ordre de la dette* (La Découverte, 2016), *La Démocratie
disciplinée par la dette* (La Découverte, 2022) e *Chasseurs d’États* (La
Découverte, 2025), ha analizzato questo tipo di discorso e gli obiettivi di chi
lo porta avanti. Per *Mediapart*, cerca di caratterizzare questa nuova fase del
panico sul debito.
«Mediapart»: Da diverse settimane, la Francia è nuovamente sottoposta a
un’intensa campagna mediatica sul rischio di bancarotta e sul peso del debito.
Qual è la sua particolarità nell’attuale congiuntura?
Benjamin Lemoine: Nel 2021, insieme ad Anne-Laure Delatte, descrivevamo la
frustrazione delle classi dirigenti per non poter più ricorrere alla pressione
dei tassi d’interesse per influenzare il dibattito pubblico. Con il Covid, il
motto «a qualsiasi costo» e le politiche di allentamento creditizio della BCE,
il terreno sembrava sgretolarsi sotto i piedi della narrativa disciplinare sul
debito. Cinque anni dopo, l’aumento dei tassi in nome dell’obiettivo di
inflazione ridà una dimensione concreta al discorso che incolpa lo Stato
sociale.
Questo inquadramento, che fa parte della battaglia narrativa, ignora
deliberatamente l’insieme di fattori che hanno concorso ad aumentare
concretamente la pressione dei mercati obbligazionari: il quantitative
tightening [«restringimento quantitativo», che consiste nella riduzione da parte
della BCE del proprio portafoglio di titoli di Stato – ndr] condotto in nome
dell’obiettivo di inflazione, la concorrenza delle emissioni obbligazionarie
legate all’IA, le incertezze geoeconomiche.
La particolarità dell’offensiva attuale consiste nel concentrare il dibattito
sulla questione delle pensioni, mettendo in scena una lotta generazionale, tra
giovani e anziani, futuro e passato, al centro della quale si troverebbe il
debito. Questa narrativa, che riprende lo schema delle generazioni future,
solitamente riservato alle questioni climatiche, mobilita sia socialdemocratici
come Pierre Rosanvallon (e la sua denuncia del «presentismo») sia il presidente
del Movimento delle imprese francesi (Medef), Patrick Martin, che pretende di
salvare una «generazione ostacolata» da uno Stato sociale e normativo eccessivo.
La «bomba» del debito cristallizzerebbe questa ingiustizia intergenerazionale.
In questa offensiva ritroviamo il consueto argomento dell’ovvietà e del buon
senso…
Come se fosse ovvio che le sfide demografiche rendessero il sistema
insostenibile, mentre il sistema a ripartizione[1] non è né la causa principale
del deficit pubblico né è sull’orlo del fallimento (il suo deficit, dell’ordine
dello 0,2% del PIL nel breve termine, rimane vicino al pareggio, secondo il
Consiglio di orientamento sulle pensioni). Questa diagnosi dice inoltre ben poco
sulla gestione di bilancio del settore sociale, che avviene tramite
trasferimenti discreti tra riduzioni dei contributi sociali e compensazioni
fiscali.
Il recente clamore sulle pensioni dei dipendenti pubblici ignora inoltre
deliberatamente che la sovvenzione di equilibrio (che copre il deficit) è dovuta
alla diminuzione del numero di dipendenti pubblici in servizio e alle politiche
di impoverimento condotte dallo Stato datore di lavoro (congelamento
dell’indice, retribuzione tramite premi anziché tramite stipendio, ricorso a
collaboratori a tempo determinato), che prosciugano i contributi al regime.
La questione delle entrate viene accantonata e, soprattutto, in nessun momento
viene messa in discussione la politica dell’offerta, che ha aggravato il deficit
pubblico (attraverso riduzioni delle imposte e aiuti senza contropartita alle
imprese). Per tranquillizzare i mercati, l’unica soluzione sarebbe quella di
ridurre la spesa pubblica e di attuare finalmente la riforma del sistema
pensionistico a ripartizione.
Questa «guerra tra generazioni» mira soprattutto a nascondere una guerra
sociale?
Si mascherano di proposito le differenze di classe: tra i pensionati, tra chi
percepisce pensioni modeste e chi possiede un patrimonio; tra i giovani, tra
studenti oberati dai debiti ed eredi. Nel tentativo di strumentalizzare la lotta
degli studenti delle scuole superiori – e di appropriarsene a vantaggio della
narrativa disciplinare sul debito –, si accusano le pensioni di essere
responsabili dell’impoverimento generale dei servizi pubblici. Questa narrativa
risponde a una lunga frustrazione, alimentata durante i mandati di Emmanuel
Macron: la riforma sistemica a punti è stata abbandonata nel 2020, e quella del
2023, approvata con la procedura d’urgenza (49-3), è oggi sospesa.
L’aspettativa del capitalismo finanziario è tanto più forte in quanto, in un
mondo percepito come esaurito, dove i campi di profitto si stanno rarefacendo e
devono essere conquistati, le pensioni rappresentano la nuova frontiera e la
loro privatizzazione una manna abbondante.
Per molto tempo, il potere ha cercato nei mercati obbligazionari lo strumento
che rendesse inevitabile la terapia d’urto: durante le mobilitazioni sulle
pensioni, era la minaccia di un declassamento del rating della Francia da parte
delle agenzie di rating; poi, ogni anno dalla dissoluzione, il rischio
finanziario sovrano è stato sbandierato in occasione del voto su un bilancio la
cui equazione politica e parlamentare è irrisolvibile. Ma qualcosa resiste
ancora.
È questo, quindi, che spiega perché l’attuale ondata di panico sul debito sia
alimentata dagli attori istituzionali francesi, sia pubblici che privati?
Ad esempio, evocando le «fragilità» del debito a lungo termine, il ministro
dell’Economia e delle Finanze, Roland Lescure, ha recentemente messo a
repentaglio la visita del Tesoro francese a Londra, quei famosi roadshow volti a
rendere il debito attraente agli occhi degli investitori e delle investitrici di
tutto il mondo.
Il ruolo di un ministro è quello di difendere il debito del proprio Paese, più
raramente diandone in evidenza le fragilità. Questo gioco accusatorio sulla
spesa pubblica e sulla funzione pubblica, che cerca di strumentalizzare il
vincolo materiale del finanziamento da parte dei mercati, sta raggiungendo i
propri limiti.
Allo stesso modo, quando la presidente della BCE, Christine Lagarde, dichiara
che l’istituzione ha i mezzi per calmare i mercati, alcuni editorialisti
ritengono che eventuali interventi della Banca centrale rischierebbero di
smorzare il messaggio di «verità» veicolato dai mercati obbligazionari. È come
se si dovesse lasciare campo libero ai segnali di mercato, consentendo loro di
svolgere appieno il proprio ruolo disciplinare e di imporre la politica
auspicata senza alcun margine di contestazione.
Questa ossessione non si basa forse su una scommessa pericolosa? L’aumento dei
tassi sul debito pubblico indebolisce anche il sistema finanziario…
È questo l’aspetto che tutti trascurano: il debito pubblico francese non è solo
uno strumento di finanziamento dello Stato. Funge anche da garanzia per circa il
10% del mercato mondiale dei pronti contro termine (repo), quelle operazioni di
rifinanziamento interne al settore finanziario che rappresentano quasi 13.000
miliardi di euro. È proprio per questo motivo che un intervento della BCE sotto
forma di acquisti di titoli, in altre parole l’inversione del quantitative
tighte-ning, è l’opzione più probabile.
Esiste quindi questa contraddizione interna agli ambienti finanziari: da un
lato, si tira la corda al massimo per mettere in riga il Paese; dall’altro, si
vuole evitare che si spezzi e che si scateni una crisi finanziaria in grado di
rimescolare le carte tra potere pubblico e attori privati – anche se, in
passato, l’inerzia ha avuto la meglio.
Soprattutto, ciò dimostra l’inutilità del «realismo» di questa narrativa sul
debito. Si sostiene che, con l’aumento dei tassi, la Francia «venga raggiunta
dalla realtà», ma si tralasciano interi aspetti della realtà finanziaria, pur
ritenendo possibile continuare a prelevare risorse dal corpo sociale e dal mondo
del lavoro, che sono tuttavia ormai allo stremo e piuttosto disposti a lottare.
Per risolvere questa contraddizione, questa frangia radicalizzata della finanza
sembra pronta a sostenere soluzioni autoritarie, come ha sottolineato Marlène
Benquet nel suo ultimo libro «La finanza agli estremi»…
Per il capo di Pimco, uno dei principali gestori obbligazionari mondiali, una
vittoria di Marine Le Pen è ormai lo scenario principale. Interrogato sul
presunto carattere apolitico dei mercati del debito, risponde che l’importante è
che le opzioni politiche vengano concepite ed esercitate nel quadro immutato del
capitalismo.
Per molti, comprese le frazioni finanziarie a priori meno radicalizzate, la
soluzione alle tensioni attuali risiede nella vittoria di una Marine Le Pen
«tecnocratizzata», ovvero messa al servizio dell’agenda del settore finanziario
e che si porrà al servizio dell’agenda del settore finanziario e garantendo il
proseguimento delle politiche di offerta. Ciò costituirebbe al tempo stesso una
garanzia di continuità e un mezzo per imporre con forza le proprie decisioni,
lasciando al contempo le imprese al riparo da un adeguamento che graverebbe
esclusivamente sui lavoratori e sulle lavoratrici e sulla popolazione.
D’altra parte, una parte dell’aumento dei tassi di inizio ottobre è dovuta alle
posizioni e alle scommesse degli hedge fund, quei fondi speculativi. Per questa
fetta del settore finanziario, poco legata, a differenza delle banche, agli
equilibri istituzionali neoliberisti, il debito pubblico non è altro che
un’attività di trading come un’altra.
Nell’ipotesi di una vittoria alle presidenziali di una sinistra che cercasse di
resistere alla pressione dei mercati, quale scenario potrebbe verificarsi?
Da parte degli investitori obbligazionari ci sarebbe la volontà di dare un
esempio, e il rapporto di forza mi sembra inevitabile. Questa lotta si
inserirebbe inevitabilmente in una battaglia con la BCE, la cui arma decisiva è
lo «scudo anti-frammentazione», ovvero la sua capacità di placare i mercati per
impedire il contagio finanziario, il rischio sistemico e la frammentazione
dell’eurozona.
Ma la controversia verterebbe sulla forma precisa di questo strumento: la sua
versione condizionata potrebbe bloccare le scelte politiche per molti anni. Una
sinistra di rottura deve prepararsi a rispondere a questa situazione, partendo
dal presupposto che la sua capacità di governare in modo diverso dipenda dalla
reinvenzione dell’architettura del finanziamento dello stato e dell’economia,
sia attraverso canali di gestione del risparmio più centralizzati da parte dei
poteri pubblici, un polo bancario pubblico concepito come braccio operativo
dello Stato finanziario, sia attraverso la riduzione della quota di debito
detenuta all’estero sul modello italiano (meno del 30% contro quasi il 60% in
Francia).
Al di là della gestione dello stress provocato da un «muro della finanza», è
opportuno riattivare un circuito del Tesoro, che organizzi democraticamente
l’allocazione del credito all’economia, e concepire una ripresa in parte «fuori
bilancio», ovvero avviata dai salari, dai contributi sociali e dalle imprese
pubbliche. Il punto decisivo sarà la risposta dell’alta funzione pubblica e dei
consulenti a un programma di questo tipo.
Nel 1983, la fazione dominante di questa élite pubblica (al Tesoro e alla Banca
di Francia) si oppose, dall’interno della macchina burocratica, a scelte
economiche, monetarie e di bilancio eterodosse. I suoi membri non si sono
«convertiti» al neoliberismo: erano già convinti che quella fosse la strada da
seguire e hanno lavorato per imporre l’idea che non ci fosse alternativa.
[1] IL SISTEMA A RIPARTIZIONE (PAY-AS-YOU-GO) È UN METODO DI FINANZIAMENTO DELLA
PREVIDENZA IN CUI I CONTRIBUTI VERSATI DAI LAVORATORI ATTIVI IN UN DETERMINATO
PERIODO VENGONO UTILIZZATI IMMEDIATAMEN-TE PER PAGARE LE PENSIONI DI CHI È GIÀ
IN PENSIONE.
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