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I media che inventano la realtà alternativa di Trump
NEGLI USA, LO SPAZIO INFORMATIVO DEL 2026 NON HA PIÙ NULLA A CHE VEDERE CON QUELLO DEL 2016 E NEMMENO CON QUELLO DEL 2020 Maya Kandel →su Mediapart Trump I aveva aperto la finestra di Overton su ciò che è dicibile nella sfera pubblica. Trump II la sta polverizzando con un nuovo obiettivo: il deterioramento del dibattito grazie alla creazione di una vera e propria infrastruttura di propaganda. Questo tipo di mondo parallelo consolida la “realtà alternativa” trumpista, dove il miliardario ha vinto le elezioni del 2020 contro Joe Biden, dove l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 è stato una manifestazione pacifica e dove ogni critica non può che essere un complotto di una sinistra “terrorista”. Peter Baker, corrispondente del New York Times alla Casa Bianca, descrive bene il nuovo rapporto con i media dei membri dell’amministrazione Trump II: “Non considerano la sala stampa come un mezzo per trasmettere informazioni. Non la considerano nemmeno un mezzo per influenzare i giornalisti. Per loro è un teatro per il pubblico Maga [”Make America Great Again – ndr]”. Nel 2025, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha speso 51 milioni di dollari nella produzione di video YouTube che mostrano gli arresti effettuati dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il budget per le relazioni pubbliche di questa polizia dell’immigrazione è esploso nel 2025 grazie alla «grande e magnifica legge» finanziaria per divenire una macchina mediatica in grado di inondare i social. L’équipe lavora come un’agenzia di  influencer professionali, utilizzando strumenti a pagamento di monitoraggio dei social network per valutare i propri post, classificati in base al numero di visualizzazioni e al tasso di coinvolgimento. L’amministrazione Trump difende volentieri questa operazione: «È quello che vogliono gli americani, la prova visiva che Trump sta mantenendo la promessa di espellere milioni di immigrati in tutto il Paese». Questo è solo un esempio tra tanti. Con il ritorno di Donald Trump, l’ecosistema mediatico Maga ha consolidato il suo dominio sullo spazio informativo. Questo non ha più nulla a che vedere con quello del 2016 e nemmeno con quello del 2020. La sconfitta del 2020, l’assalto al Campidoglio e la “depiattaformizzazione” di Donald Trump, sospeso per un certo periodo da Twitter e Facebook, hanno completamente trasformato il panorama. I MEDIA DELLA CASA BIANCA Si è rapidamente consolidato un ecosistema mediatico alternativo, con piattaforme video e social network finanziati e dominati dai conservatori, tra cui la rete di Donald Trump, Truth Social. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nel 2022 ha amplificato questo ecosistema garantendo l’interconnessione dell’insieme. Donald Trump ha avuto per diversi decenni un rapporto simbiotico con i media tradizionali, inscindibile dalla sua carriera di promotore immobiliare, poi di star dei reality show e infine di uomo politico. Ma è passato da una dipendenza reciproca a uno scontro diretto, esigendo sottomissione sotto pena di distruzione. Donald Trump non ha più bisogno dei media per raggiungere il suo pubblico. Li attacca, li perseguita legalmente, minaccia la loro credibilità e, in definitiva, il loro modello economico. Il Congresso (a maggioranza repubblicana) ha inoltre approvato la maggior parte dei tagli di bilancio ai media pubblici, minacciati di scomparsa. Da quando è tornato al potere, Donald Trump ha anche favorito i nuovi media fedeli, trasformando la composizione della sala stampa della Casa Bianca. Tra le persone accreditate c’è, ad esempio, Brian Glenn, di Real America’s Voice, un canale fondato nel 2020 che trasmette tutto ciò che fa Trump senza commenti. È stato Brian Glenn che, nel febbraio 2025, ha rimproverato Volodymyr Zelensky per non aver indossato giacca e cravatta durante il suo incontro con Donald Trump e J. D. Vance nello Studio Ovale. La vicinanza e l’accesso a Trump e al suo team hanno dato una spinta ai media pro-Maga, che hanno visto esplodere il loro pubblico e i loro introiti pubblicitari, come Newsmax, Fox News o il Daily Wire di Ben Shapiro, valutato oltre 1 miliardo di dollari. L’obiettivo di Donald Trump è cambiato: non si tratta più solo di catturare l’attenzione, ma di dominare lo spazio informativo. La stessa Casa Bianca è diventata un media, producendo contenuti, meme e narrazioni con una rapidità e una strategia simili a quelle di un’azienda mediatica. Ha anche rafforzato il suo apparato di attacchi al giornalismo, distorcendo pratiche come la verifica dei fatti. Ne è testimonianza questo sito ufficiale che si presenta come «Alla ricerca dei pregiudizi dei media»: riprende il vecchio trucco trumpista che consiste nel definire «fake news» notizie e informazioni comprovate ma che vanno contro la versione ufficiale. Un’altra pagina dello stesso sito si presenta come un feed quotidiano in stile AFP, un altro tentativo di sabotare il lavoro dei giornalisti. Jesse Watters, il conduttore di punta di Fox News che ha sostituito Tucker Carlson, spiega: «Stiamo conducendo una guerra dell’informazione contro la sinistra con gli strumenti del XXI secolo. È come una guerriglia popolare: qualcuno dice qualcosa sui social media, Musk lo ritwitta, Rogan lo diffonde nel suo podcast, Fox lo ritrasmette. E in pochissimo tempo milioni di persone lo hanno visto» . UNA GUERRA CONTRO LA REALTÀ Parallelamente, l’amministrazione Trump si è dedicata alla distruzione delle istituzioni e degli strumenti destinati a documentare la realtà. All’inizio dell’estate 2025, il presidente ha licenziato la responsabile dell’Ufficio di statistica del lavoro, una delle fonti più rispettate dagli attori economici, perché non gli piaceva il suo rapporto trimestrale. Egli stesso inventa statistiche e le diffonde freneticamente sulla sua rete Truth Social. Ha pubblicato più di 2.000 messaggi nei primi cento giorni del suo secondo mandato, ovvero più del triplo dei tweet pubblicati nei primi cento giorni del primo mandato. Adora essere presentato come «il più grande influencer». L’Ufficio di statistica del lavoro non è l’unica istituzione aggredita da Trump II. I suoi primi obiettivi sono stati gli enti incaricati di documentare il cambiamento climatico. Si può citare anche la sanità, affidata a Robert Kennedy Jr., che ha licenziato i 17 membri del comitato di esperti sull’immunizzazione del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), sostituiti da antivaccinisti. Questi sforzi vanno inseriti in un’offensiva più ampia volta a smantellare l’infrastruttura della conoscenza e della documentazione dei fatti, storici o contemporanei. I responsabili della Biblioteca del Congresso e degli Archivi Nazionali sono stati licenziati. In alcuni casi, in particolare sotto l’impulso del Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa un tempo guidato da Elon Musk, decine di banche dati sono state cancellate. Si può parlare della creazione di una “ignoranza strutturale”. Migliaia di pagine sono così scomparse dai siti governativi, che si tratti del sito ufficiale della Casa Bianca, del database del Dipartimento di Giustizia sull’assalto al Campidoglio o dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente. Decine di “parole chiave” – come nero, donna, discriminazione… – sono scomparse dai siti pubblici. Si tratta di imporre una “realtà alternativa” cancellandone le tracce: più di 150.000 pagine web governative sono scomparse dalla seconda investitura. Al loro posto, i responsabili dell’amministrazione Trump II utilizzano altre “fonti”. Harmeet Dhillon, ex avvocato di Donald ora responsabile della divisione dei diritti civili presso il Dipartimento di Giustizia, ha vantato al Wall Street Journal il suo “metodo”: “Inizio la giornata di lavoro sfogliando X, alla ricerca di denunce per discriminazione… Dopo aver individuato una lista di nuovi orrori, mando un SMS ai miei assistenti, assegniamo i casi e ci mettiamo al lavoro». Un trionfo dell’oscurantismo messo in scena come intrattenimento. INFLUENCER POLITICI Il quadro sarebbe incompleto senza la sua componente di intrattenimento: bisogna distrarre, occupare lo spazio e le menti, pena il ritorno della realtà. Questo è anche il motivo della presenza di influencer tra i giornalisti accreditati. A dicembre, il Pentagono ha imposto una carta che obbliga a far convalidare alcuni articoli e a rivelarne le fonti. Con l’obiettivo, raggiunto, di eliminare dai suoi briefing i veri giornalisti che potrebbero mettere in discussione la versione ufficiale. Tra i nuovi accreditati figurano il sito complottista Infowars e altri falsari, come James O’Keefe del Project Veritas, che da oltre un decennio fabbrica notizie false al servizio di Trump, Jack Posobiec, noto in Francia per il suo ruolo nella diffusione dei Macron Leaks durante le presidenziali del 2017, e l’influencer trumpista Laura Loomer. Alcuni degli stessi influencer si trovano al centro del processo politico, talvolta sui casi più importanti, o addirittura alla guida di agenzie federali, come l’FBI diretta da Kash Patel. È il caso di Charlie Kirk, arruolato nel gennaio 2025 nell’offensiva sulla Groenlandia, dove aveva accompagnato il figlio di Trump; di Jack Posobiec, integrato in una visita ufficiale in Ucraina; o ancora di Laura Loomer, responsabile dell’epurazione del Consiglio di sicurezza nazionale nell’aprile 2025. In politica estera, essi costituiscono una nuova categoria di soggetti attivi. Posobiec, ex ufficiale dell’intelligence della marina, aveva svolto un ruolo trainante online per difendere le pretese di Trump sul territorio della Danimarca, moltiplicando i video esplicativi su X e nel podcast di Steve Bannon. Il ruolo di questi influencer è emblematico della fusione tra politica e media nel trumpismo, che è tanto un potere narrativo quanto un movimento politico. Renée DiResta analizza questo potere nel suo libro Invisible Rulers. The People Who Turn Lies into Reality (“I decisori invisibili. Coloro che trasformano le bugie in realtà”, ed. PublicAffairs, 2024), dedicato alla trasformazione dei media e della politica sotto l’influenza degli algoritmi e delle piattaforme, dimostrando l’importanza del rapporto degli influencer con il loro pubblico, basato sulla fiducia e sull’autenticità. Un tale rapporto permette di influenzare le opinioni su tutti gli argomenti, come conferma un ampio studio delle università Columbia e Harvard. Secondo Samuel Woolley, docente all’università di Pittsburgh, «mostra che i creatori di contenuti sono una forza potente nella politica, che vogliono giocare un ruolo importante nelle elezioni di metà mandato del 2026 e ancora più importante nel 2028».   The post I media che inventano la realtà alternativa di Trump first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I media che inventano la realtà alternativa di Trump sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova
IL MALCONTENTO SOCIALE METTE IN LUCE IL DISAGIO DEL POPOLO IRANIANO, MA ANCHE LA CAPACITÀ DI RESISTENZA DEL SISTEMA INSTAURATO DOPO IL 1979 Redazione El Salto Poco si sa della portata di ciò che è accaduto in Iran nelle ultime tre settimane e che continua ad accadere, nonostante sembri che le proteste siano diminuite negli ultimi giorni. Il blackout informativo è stato il motivo per cui le notizie sono arrivate con il contagocce. Ad oggi, le organizzazioni internazionali per i diritti umani parlano di quasi 3.000 persone uccise dalla violenta repressione del regime, ma queste cifre, per il momento, non hanno potuto essere verificate. La popolazione iraniana è scesa in massa nelle strade, sia nelle grandi città che nei villaggi, per protestare, inizialmente, contro il crollo del rial iraniano e l’inflazione dei prezzi dei prodotti di base. Dopo diversi giorni di manifestazioni, il malcontento è andato crescendo e le richieste sono cambiate: una parte della popolazione vuole delle riforme, l’altra punta direttamente alla caduta del regime degli ayatollah, che governa il Paese con pugno di ferro dal 1979. Un Paese al buio Al momento in cui scriviamo, la connessione a Internet non è stata ripristinata e le chiamate in entrata e in uscita continuano ad essere limitate. Da giovedì 8 gennaio, Behruz (nome fittizio per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia), un iraniano che vive in esilio nello Stato Spagnolo da oltre vent’anni, non può contattare la sua famiglia. Behruz arrivò dal suo paese perché era un attivista. Da giovedì 8 gennaio, Behruz (nome fittizio per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia), un iraniano che vive in esilio in Spagna da oltre vent’anni, non riesce a contattare la sua famiglia. Behruz ha lasciato il Paese perché era un attivista. “L’altro ieri sono riuscito a parlare brevemente con mio fratello, che mi ha confermato che stavano tutti bene, ma non sono riuscito a parlare con mia madre in tutti questi giorni”, dice in una conversazione con El Salto. “C’è il coprifuoco e non possono uscire di casa; il paese è devastato”, spiega. Racconta anche che le poche informazioni che sono arrivate provengono da Teheran, la capitale, ma che nei paesi più piccoli, dove c’è un blackout totale, la repressione dello Stato è molto più dura. “Non potete nemmeno immaginare cosa sta succedendo fuori Teheran. Se il regime cadrà, vedremo la portata di ciò che è successo”. Insiste sul fatto che ciò che sta accadendo, tuttavia, non è una novità. Poiché le comunicazioni sono intercettate, Behruz spiega che parla in codice con la sua famiglia, usando parole segrete che solo loro conoscono. È a questo punto della conversazione che la sua voce si spezza. Ha paura di rivelare qualsiasi indizio sulla sua posizione geografica. Spiega che da quando ha memoria, “la gente è sempre scesa in strada”. Riconosce che forse non con la stessa forza di adesso, ma lo attribuisce ai sistemi di repressione del regime. “Il regime usa la strategia di dividere la società e, essendo un Paese con così tante etnie… Inoltre non ci sono leader, perché il regime li schiaccia. Non appena qualcuno emerge, lo uccidono”. Minacce di Trump e escalation della tensione Le proteste nel Paese hanno portato a un’escalation della tensione tra il regime e gli Stati Uniti, che  ha ripetutamente minacciato un attacco in risposta alla repressione della popolazione. Giovedì pomeriggio, tuttavia, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha disinnescato la minaccia dopo aver appreso che le esecuzioni extragiudiziali previste per quello stesso giovedì in Iran erano state annullate. Tuttavia, mentre pronunciava quelle parole, evacuava la base di al-Udeid, in Qatar, che ospita circa 10.000 soldati statunitensi ed è  la più grande base militare americana in Medio Oriente. Sempre lo stesso giorno sono state chiuse le strutture dell’ambasciata britannica e paesi come Italia, Polonia e Spagna hanno consigliato ai propri cittadini di lasciare il territorio nella misura del possibile. Nonostante l’inasprimento dei toni, alcuni analisti come Rosa Meneses, vicedirettrice del Centro di Studi Arabi Contemporanei (CEARC), ritengono che l’opzione di un attacco su larga scala fosse – o sia – poco probabile. «L’Iran non è il Venezuela, e un attacco al Paese potrebbe incendiare l’intera regione. Tuttavia, ciò che è accaduto in Venezuela costituisce un messaggio diretto al regime degli ayatollah”, spiega a El Salto. Un eventuale attacco all’Iran avrebbe conseguenze dirette sull’Iraq, e ciò sarebbe in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti. “Israele è più propenso a farlo, ma non così tanto gli Stati Uniti, che puntano a destabilizzare il regime per vedere se cade da solo”, precisa, “anche se vediamo che Donald Trump gasato per come sono andate le cose in Venezuela e per come si sono susseguiti gli eventi a giugno“. Lo scorso giugno, gli Stati Uniti, con il pretesto della ”legittima difesa”, hanno bombardato tre impianti nucleari in Iran – Isfahan, Natanz e Fordow – causando circa un migliaio di morti. Era la prima volta dalla Rivoluzione Islamica del 1979 che gli Stati Uniti attaccavano con le forze aeree strutture all’interno del Paese. Il regime iraniano ha risposto in quel momento con una raffica di missili che hanno colpito zone delle città di Tel Aviv, Nes Tziona e Haifa, e con un secondo attacco missilistico che aveva come obiettivo le basi statunitensi in Qatar. “È chiaro che il piano deve essere sul tavolo, ma se non l’hanno fatto è perché qualcosa li trattiene”, spiega Meneses, che ritiene che “il Venezuela sia andato molto bene, ma in Iran le cose potrebbero non andare come loro [gli americani] si aspettano”. A questo proposito, l’analista Ignacio Álvarez-Ossorio, professore di Studi arabi e islamici all’Università Complutense di Madrid, guarda alle monarchie del Golfo, che avrebbero lanciato l’allarme di un possibile attacco e avrebbero raccomandato a Trump di tenere conto della possibilità di destabilizzazione regionale che un attacco potrebbe causare. Arabia Saudita, Qatar e Oman puntano sulla via diplomatica, consapevoli di quanto possa essere incendiario un intervento. Nelle ultime ore è stato anche reso noto dal New York Times che Israele aveva chiesto a Donald Trump di rinviare qualunque attacco pianificato per delle falle nel sistema di difesa antimissile, danneggiato durante il conflitto tra Israele e Iran nel passato mese di giugno. Fedele al suo stile, ieri il presidente americano ha negato l’evidenza: «Nessuno mi ha convinto, mi sono convinto da solo», ha detto. Nelle ultime ore è anche emerso che il presidente russo Vladimir Putin avrebbe avuto colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian per affrontare la situazione e offrirsi come mediatore al fine di “garantire la stabilità e la sicurezza nella regione”, secondo quanto riferito dal Cremlino. Un regime solido Sebbene in questi giorni si sia parlato di un’eventuale caduta del regime, secondo Meneses ciò era piuttosto complicato, poiché “si tratta di un regime molto consolidato a causa dell’enorme repressione che esercita sulla popolazione. La capacità di reprimere qualsiasi rivolta sociale è enorme, come abbiamo visto in precedenti occasioni”. Per precedenti occasioni, bisogna risalire alle proteste di massa per l’omicidio, mentre era in custodia della polizia, della giovane ventiduenne di origine curdo-iraniana Mahsa Amini o alle proteste del 2009 contro Ahmadinejad. Né allora né ora il regime è stato sul punto di cadere. “Sanno usare molto bene il pugno di ferro e riescono sempre [gli ayatollah] a placare le ondate di malcontento”, assicura Meneses, che non nega l’esistenza di un “terreno fertile” per l’erosione del regime. In concreto, parla di un “processo sociale di lungo corso” e di una base sociale che interagisce con tutti gli ambiti, come quello politico o economico. Questo malcontento diffuso costringe il regime a reinventarsi e a riposizionarsi dopo ogni ondata di proteste “per poter sopravvivere”. Anche se la caduta del regime non sembra imminente, potrebbe comunque verificarsi “un processo di rigenerazione”. Ieri, 16 novembre, data dell’anniversario della caduta dello scià, l’analista Andreas Krieg scriveva su Al-Jazeera: “I sistemi illiberali tendono ad apparire più durevoli proprio prima di cambiare. Ma i momenti di agitazione possono anche generare un’illusione diversa: che il sistema sia a un passo dal collasso a causa di un drastico colpo esterno. Con l’Iran sconvolto da proteste senza precedenti contro la leadership del Paese, è allettante immaginare che la potenza aerea degli Stati Uniti possa sferrare il colpo finale. Questa tentazione fraintende il modo in cui la Repubblica Islamica sopravvive realmente”. A causa del momento geopolitico che stiamo vivendo, forse c’è “una percezione esterna di un regime indebolito”, come spiega Meneses. “È la tempesta perfetta”, afferma Ignacio Álvarez-Ossorio. “La strategia di massima pressione da parte degli Stati Uniti si combina con il malcontento generalizzato della società iraniana di fronte al collasso economico, ma qui non si tiene conto delle alternative possibili, e questo è un aspetto di cui si parla poco. Si tratta di un Paese di 92 milioni di persone, e per far cadere il regime ci deve essere qualcosa di ben congegnato”, avverte. Oltre alla repressione, c’è un altro elemento che caratterizza questo regime, a differenza di altri, ed è l’assenza di fessure nel regime nel suo seno. Le forze armate e la guardia civile rivoluzionaria sono ciò che sostiene politicamente il regime, e al momento, funzionano all’unisono. Continua Krieg nella sua analisi: “La coesione coercitiva è il lavoro del sistema: la capacità delle istituzioni politiche e di sicurezza di procedere in parallelo e operare congiuntamente. Quando tale coesione viene mantenuta, il sistema assorbe gli impatti che potrebbero influenzare gli Stati più convenzionali. Krieg  sottolinea quanto il Paese sia interconnesso e come sia strutturato sulla base di «centri di potere  sovrapposti attorno all’ufficio del Leader Supremo, alla Guardia Rivoluzionaria, agli organi di intelligence, ai guardiani clericali e a un’economia clientelare». Pertanto, “eliminare un nodo, anche il più simbolico, non fa crollare la struttura in modo sicuro”. D’altra parte, ed è importante tenerlo presente, “il regime ha ancora una base sociale e un sostegno piuttosto solidi”, sottolinea Álvarez-Ossorio. Pahlaví, una figura controversa che sta cercando di approfittare dell’occasione Dall’inizio delle proteste, il figlio dell’ultimo scià di Persia – Mohammad Reza Pahlaví regnò dal 1941 fino alla sua destituzione nel 1979 – sta cercando, dagli Stati Uniti e attraverso i suoi social network, di proporsi come valida alternativa agli ayatollah. Il suo ruolo negli ultimi giorni è stato controverso. Per Menseses, “è altamente improbabile che l’Iran torni ad essere una monarchia; e questo è il risultato di una campagna orchestrata dagli Stati Uniti e da Israele sui social media; ma la verità è che Pahlavi non ha alcuna base di sostegno interno sul campo”. Pahlavi è una persona che non conosce né il Paese né la sua società, poiché ha lasciato l’Iran nel 1978 a soli 18 anni per studiare negli Stati Uniti. Un anno dopo, suo padre sarebbe stato detronizzato e costretto a fuggire. Da allora, il figlio dell’ultimo shah non ha più calpestato il suolo iraniani. «Si lascia coccolare e coglie l’occasione, ma all’interno dell’Iran nessuno lo vede come un leader politico, né come il leader di cui l’Iran ha bisogno, e il capitale di cui dispone è molto negativo. Suo padre era a capo di un regime dittatoriale protetto dalla SAVAK [la polizia segreta] che reprimeva, torturava e uccideva», ricorda Meneses. Oltre alla repressione, Pahleví è accompagnato dal collaborazionismo di suo padre e dal suo stesso collaborazionismo con gli Stati Uniti e dagli ottimi rapporti con Israele e il suo primo ministro Benjamin Netanyahu. Nell’aprile 2023 ha incontrato i rappresentanti del Ministero dell’Intelligence israeliano e lo scorso giugno ha visitato il Muro del Pianto a Gerusalemme, cosa che non è stata ben accolta dalla società iraniana. “È stato percepito come un leader venduto a interessi estranei all’Iran”. Álvarez-Ossorio è chiaro: “Si tratta, soprattutto, di una campagna di pubbliche relazioni”, cosa confermata dalle indagini del quotidiano israeliano Haaretz. Ricorda il caso dell’Iraq: “Quando Saddam Hussein fu rovesciato, fu promossa anche la figura di un oppositore che all’epoca viveva rifugiato negli Stati Uniti. Non ha funzionato“. A questo proposito, l’analista afferma che Pahlaví è ”il candidato di Israele, nemmeno quello degli Stati Uniti“. Rosa Meneses cita gli esempi dell’Afghanistan e della Libia, dove c’erano anche voci che scommettevano sul ripristino delle antiche monarchie, ”ma le società di quei paesi avevano voltato pagina e scartato l’opzione”. Un altro aspetto da considerare è l’opposizione politica. A differenza del Venezuela, in Iran l’opposizione non esiste. E non esiste nel modo in cui esiste in Venezuela – dove ci sono leader in esilio e anche all’interno del Paese con propri e altrui portavoce – perché è assolutamente messa a tacere, in carcere e sottoposta a torture. «C’è opposizione, ma è messa a tacere, incarcerata, minacciata e torturata. I leader che potrebbero galvanizzare la popolazione sono stati messi fuori gioco dal regime”, sostiene Meneses, che cita come esempio il caso di Mir-Hosein Musaví, che ha sfidato l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad nelle elezioni del 2009 e ha guidato le successive proteste per frode elettorale. Attualmente vive in isolamento agli arresti domiciliari. Una delle opzioni, in caso di un’eventuale caduta del regime, sarebbe una transizione sostenuta dalle figure più riformiste del regime e procedere a una riforma della Repubblica islamica. “Entro i limiti di questo sistema si potrebbe puntare su una repubblica meno islamica, anche se oggi come oggi è complicato”, spiega Rosa Menses. Anche Álvarez-Ossorio mette sul tavolo questa opzione: “trovare qualcuno che, all’interno del regime, possa garantire ‘l’ordine’ ed evitare ‘il caos’; qualcuno del settore riformista, come Rohani”. Per la sua storia e la sua composizione etnica, l’Iran è un Paese estremamente complesso, con un sistema di etnie che potrebbe portare a una guerra civile o a conflitti in regioni come il Kurdistan, il Beluchistan o l’Arabistan, “per questo la cosa più logica sarebbe sostenere qualcuno all’interno del regime, ma con un programma riformista”, sottolinea Ignacio Álvarez-Ossorio. Cosa ne pensa la popolazione iraniana? Sebbene la popolazione iraniana viva sotto repressione e senza libertà, come ricordava Álvarez-Ossorio, il regime gode ancora di una solida base sociale. Inoltre, egli ritiene che un eventuale intervento statunitense potrebbe provocare l’effetto contrario e che la popolazione scesa in piazza potrebbe ritirarsi. “Un attacco massiccio alle caserme della Guardia Rivoluzionaria potrebbe accelerare il caos e produrre un effetto boomerang, con l’effetto contrario a quello desiderato. Cioè, la gente si smobiliterebbe per non partecipare al gioco degli Stati Uniti e di Israele. Un intervento americano e israeliano non andrebbe a vantaggio dell’Iran, ma a vantaggio dei progetti imperiali del primo. E non credo che la popolazione iraniana voglia diventare un protettorato israeliano o americano”, conclude Álvarez-Ossorio. Questa non è però l’opinione di Behruz che, dopo oltre vent’anni di esilio e vedendo la repressione subita dal suo popolo, assicura che la popolazione iraniana è arrivata a un punto di non ritorno. “Che altre opzioni abbiamo?”, si chiede. “Non posso continuare a vedere le immagini che arrivano da lì. Non può esserci niente di peggio di quello che c’è adesso”. Si considera antimonarchico, ma accetterebbe un eventuale ritorno di Pahlaví, perché crede che sia l’unica figura, al momento, in grado di unire il popolo iraniano. “Non possiamo continuare a pensare al futuro dell’Iran, ma dobbiamo pensare al presente. Più avanti vedremo cosa fare”. Scommetti sull’agire e poi “vediamo cosa si fa, perché in Iran ci sono persone molto preparate che stanno aspettando”, conclude. The post Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Iran, attenzione agli utili idioti dell’Occidente
È GIUSTO DIRE CHE NÉ GLI STATI UNITI NÉ ISRAELE HANNO A CUORE LA VOLONTÀ DEL POPOLO IRANIANO, NÉ LA VITA DEI GIOVANI UCCISI DALLA POLIZIA Steven Methven su Novara Media Il cambio di regime è la frase del giorno per la seconda settimana consecutiva. Lo scorso fine settimana era il Venezuela, con una puntata in Groenlandia a metà settimana. Ora è l’Iran, dove una rivolta popolare contro il governo è entrata nel suo quindicesimo giorno. L’Iran non è nuovo a proteste su larga scala, con rivolte di massa avvenute nel 2017, 2019 e 2022, solo per citare alcuni esempi degli ultimi anni. In ciascuno di questi casi, il governo islamico è sopravvissuto grazie a un mix di repressioni violente e concessioni silenziose. Ma questa volta, secondo gli esperti, la situazione sembra diversa. Ora, non sono qualificato per giudicare se ciò sia corretto. Ma posso assolutamente giudicare la risposta delle classi politiche occidentali a una potenziale rivoluzione in Iran, che ha le stesse caratteristiche di sempre: vischiosa, scivolosa e, soprattutto, densa come il mince. È impossibile sapere quanti iraniani stiano attualmente chiedendo la caduta dell’ayatollah conservatore Ali Khamenei. Con il blocco totale di Internet e le proteste che si svolgono principalmente di notte, non è facile tenerne traccia. Quest’ultimo ostacola e allo stesso tempo aiuta quei manifestanti che coraggiosamente mettono in pericolo la propria vita, contribuendo a tenerli lontani dagli oltre 500 che si stima siano stati uccisi (la cifra potrebbe essere molto più alta) e dagli oltre 10.000 che si ritiene siano stati arrestati dal regime fino ad ora. La rivolta dura ormai da più di due settimane. Da quando è iniziata come sciopero dei commercianti alla fine di dicembre, in risposta al crollo della valuta e alle crescenti difficoltà economiche causate dall’inasprimento delle sanzioni petrolifere statunitensi, la protesta non ha fatto che crescere, diffondendosi in decine di città e paesi in tutte le 31 province del Paese. Qualcosa di enorme sta accadendo in Iran. Di cosa si tratti, quali siano i suoi obiettivi finali e quale sarà il risultato finale è attualmente poco chiaro. Ma ciò non ha impedito alle élite occidentali, che non hanno alcun interesse in Iran, di dare lezioni dalla sicurezza di quella che considerano una posizione moralmente superiore, ma che in realtà è intellettualmente inferiore. “Sostenete i manifestanti”, chiedono, sostenendo felicemente anche Tommy Robinson e vari guerrafondai. E coloro che esercitano cautela sono stati oggetto delle critiche più aspre. A quanto pare, bisogna immediatamente abbandonare la conoscenza sia della storia che ci ha portato qui, sia del prezzo – in termini di vite umane – che tali eventi spesso richiedono. Ma coloro che gridano più forte devono ancora considerare che, tra i manifestanti, il singolare appello a porre fine al regime potrebbe nascondere molti potenziali futuri. Per quanto ne sa chiunque al di fuori dell’Iran, non esiste una resistenza organizzata né all’Ayatollah né al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Si tratta di una milizia statale forte di 125.000 uomini che influenza quasi ogni aspetto della politica e della società iraniana, sostenuta da reti socialmente radicate di clientelismo commerciale e privilegi. Se il regime clericale dovesse cadere completamente, invece di essere sostituito da figure più riformiste, l’IRGC sarebbe pronto a prendere il potere nel Paese, come alcuni sostengono abbia già fatto nel 2009. Fuori dall’Iran, i contendenti alla nuova leadership abbondano. Il principale tra loro è Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, deposto dalla rivoluzione islamica del 1979 (che, vale la pena ricordare, è stata l’ultima rivolta popolare riuscita del popolo iraniano). La decadenza e l’autoritarismo di quell’ultimo re – per non parlare della sua collaborazione con le potenze britannica e statunitense nel rovesciare il primo ministro democraticamente eletto e nazionalizzatore del petrolio Mohammad Mosaddegh in cambio di un potere maggiore e incontrollato – hanno portato gli iraniani a scegliere l’unica altra strada che allora era loro disponibile. Quali alternative hanno a disposizione ora? È improbabile che Pahlavi, che la scorsa estate ha apertamente incoraggiato Israele a bombardare i suoi connazionali, o qualsiasi altro candidato riformista in esilio, abbiano il sostegno politico necessario per unire la maggioranza dei 90 milioni di cittadini iraniani in un Paese cinque volte più grande della Germania. Ciò significa che avrebbero bisogno di un forte sostegno, con gli Stati Uniti pronti a dare una mano. Secondo quanto riferito, il presidente Donald Trump è stato informato sulle opzioni per attacchi militari nel Paese, affermando che manterrà la sua promessa che “gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!”. Il parlamento iraniano ha, in cambio, minacciato attacchi preventivi alle basi statunitensi nella regione. Nel frattempo, anche l’agenzia di spionaggio israeliana Mossad, che la scorsa estate ha condotto operazioni sanguinose in Iran, ha incoraggiato le proteste. Pahlavi e altre figure iraniane antiregime all’estero sono sempre pronte a fare appello ai valori liberali sostenuti da gran parte del loro pubblico occidentale, sottolineando il trattamento riservato alle donne, alle minoranze e ai dissidenti in Iran. Ma tendono a tralasciare le profonde difficoltà economiche causate dalle sanzioni, che hanno unito con successo un ampio spaccato della società iraniana in queste proteste: i commercianti che hanno dato il via a tutto questo non sono una forza liberale ben nota nella storia del Paese, ma tradizionalmente un baluardo del conservatorismo. Gli studenti liberali, alleati con una classe mercantile conservatrice che si schiera con un movimento femminista in crescita e una generazione di lavoratori giovani senza speranza, costituiscono una forza potente unita contro un nemico comune. È abbastanza chiaro che l’attuale regime è stato significativamente – persino eroicamente – indebolito; potrebbe ancora cadere. Se ciò accadesse, quella stessa coalizione potrebbe cadere con esso, aprendo la strada a interessi esterni che vorrebbero spartirsi il Paese in nome della “pace”, da parte di attori per i quali il controllo, e non il liberalismo, è l’obiettivo finale. È giusto dire che né gli Stati Uniti né Israele hanno a cuore la volontà del popolo iraniano, né la vita dei giovani iraniani uccisi dalla polizia del loro Paese. Ma godranno del sostegno cieco e rumoroso che emerge dagli attori occidentali, contando i voti di approvazione che stanno ricevendo per perseguire i propri interessi. Data la storia di violente interferenze occidentali nella regione, non si può biasimare chi, con il cuore vicino ai manifestanti e pregando per la nascita di un’opposizione politica popolare, rifiuta di essere uno strumento utile per potenze imperialiste senza scrupoli. Steven Methven è il redattore di Novara Live, il programma serale di attualità e politica di Novara Media su YouTube. 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«Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia»
INTERVISTA A MARZIO G. MIAN: L’ARTICO È L’ULTIMO ELDORADO PER LE POTENZE CAPITALISTE Pablo Elorduy su El Salto Mary Shelley ha ambientato la fine della fuga della sua creatura più celebre nell’Oceano Artico. Il moderno Prometeo, Frankenstein, si dirigeva verso una terra tanto inospitale quanto enigmatica all’inseguimento del mostro che aveva creato. Duecento anni dopo, il prometeismo, una corrente di pensiero basata sulla capacità umana di dominare la natura, ha trovato nell’Artico un’ultima frontiera da aprire, un territorio vasto, con risorse sconosciute e illimitate; ma anche un punto di connessione tra l’emisfero orientale e quello occidentale. L’ultima fuga del capitalismo tardivo sta rivolgendo lo sguardo verso il Nord. Lo scioglimento del permafrost, il suolo perennemente ghiacciato, è una catastrofe in termini climatici, ma un’opportunità di business per le grandi potenze che oggi si dividono l’egemonia del pianeta. Quella che è sembrata l’ultima stravaganza dell’imprenditore newyorkese Donald Trump, l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, è in realtà un passo calcolato per trasformare l’impero in declino in una superpotenza artica. Uno studio del Servizio Geologico Usa (USGS) pubblicato nel 2019 ha calcolato che la Groenlandia detiene reserve che possono raggiungere i 31,4 miliardi di barili equivalenti di petrolio, gas naturale e liquidi di gas naturale, per un valore monetario di circa due trilioni di dollari. L’isola possiede giacimenti medi o elevati di 25 dei 34 minerali considerati critici dalla Commissione Europea e un altro studio del Servizio Geologico della Danimarca e della Groenlandia stima che il Paese possieda il 25% delle terre rare di tutto il mondo. Pochi giornalisti conoscono l’oceano settentrionale meglio di Marzio G. Mian (ha fondato insieme con altri giornalisti internazionali la società no profit The Arctic Times Project con sede negli Usa. In Italia fa parte di The River Journal, progetto di racconto multimediale attraverso i grandi fiumi del mondo. Collabora con Rai, Sette, Il Giornale, GQ, L’Espresso. È stato per sette anni vicedirettore di Io donna, il femminile del Corriere della Sera. Ha realizzato inchieste e reportage in 56 paesi, ndt). Per Mian, il XXI secolo è “il secolo artico” o, in altre parole, un territorio che è rimasto estraneo alle grandi guerre della storia sta diventando il teatro principale di un conflitto mondiale iniziato, se si vuole scegliere una data, il giorno dell’invasione russa dell’Ucraina. Mian racconta nel suo libro che per anni ha lavorato alla travolgente trasformazione dell’Artico: “Era chiaro che la realtà avrebbe finito per prevalere sulle buone intenzioni di facciata: quella fragile regione era destinata a essere contesa con la forza, perché non esistono principi o accordi in grado di garantire la pace nell’unica regione del pianeta ancora inesplorata, che custodisce le risorse ambite da un mondo affamato ed essenziali per sostenere il modello capitalista di crescita perpetua”. Una settimana dopo che il rapimento di Nicolás Maduro ha dato un nome definitivo alla nuova dottrina imperiale statunitense, gli sguardi si rivolgono al lontano nord e all’isola della Groenlandia. Un territorio che la Danimarca ha sfruttato colonialmente e sul quale gli Stati Uniti hanno già dispiegato il proprio esercito. Mian ritiene più che probabile che l’isola cambi finalmente il proprio status e passi esplicitamente sotto la sfera di influenza statunitense. Si profilano cambiamenti nel territorio chiamato Kalaallit Nunaat dagli Inuit, che costituiscono quasi nove abitanti su dieci dell’isola. Il moderno Prometeo è arrivato ai confini della terra e nulla sarà più come prima. Nel 2022 qualcuno ti ha detto che l’Artico era già in guerra. Lo hai scritto nel libro. Il mondo intero si è appena reso conto che questa guerra è in corso? Esiste un Artico prima e dopo il 2022, e questo è un punto di svolta, perché anche se prima c’era una competizione, anche dura, brutale, tra potenze, superpotenze e aziende, c’era comunque cooperazione. Fino a quella data c’erano progetti di sviluppo e una pianificazione per il futuro: nuovi porti e strategie. C’era il Consiglio dell’Artico, che si occupava di molti problemi e riuniva attorno allo stesso tavolo gli Stati Uniti, la Russia, gli otto paesi artici e una serie di osservatori, tra cui Spagna, Italia e, naturalmente, Cina. Ma dopo il 2022 tutto è cambiato: il Consiglio dell’Artico si è sciolto e sette paesi hanno rotto con l’ottavo, la Russia. In questo momento E a causa della guerra in Ucraina, i sette paesi appartengono alla NATO. E poi abbiamo la Russia che collabora molto, molto intensamente con la Cina sotto molti aspetti, sia dal punto di vista economico che militare e strategico. Vedremo come andrà a finire. Ma questo è un altro discorso. Il 2022 va di pari passo con la rielezione di Trump, ed è questo che stiamo vedendo. In un’epoca in cui il diritto internazionale non esiste più, abbiamo la politica dei cannoni. Cosa rappresenta l’Artico per queste potenze? In un momento come questo abbiamo questo “nuovo continente”. Per me, la sua importanza è paragonabile alla scoperta dell’America. Si possono fare molte differenze, naturalmente, ma l’impatto in questo secolo è enorme. Ha a che fare con la ricchezza delle risorse e, naturalmente, con la geografia. E la Groenlandia, in particolare? Nel 2016 ho scritto un reportage per il quale ho fatto ricerche su una miniera cinese-australiana, in cui ho descritto la Groenlandia come il nuovo Congo. Credo che sia proprio così, in termini di ricchezza, naturalmente, ma anche in termini di geografia. Dobbiamo iniziare a guardare il pianeta dall’alto, dalla testa. Se lo guardi in questo modo, puoi vedere che la Groenlandia è davvero al centro. Naturalmente, non è vero ciò che si sente dire in questi giorni, ciò che ha detto Trump, sulle navi cinesi e russe. Ma la verità è che la Russia è davvero vicina. Se guardi la mappa dall’Artico russo, il 52% dell’Artico è Russia, circa 22.000 chilometri. Dalla sua costa, i missili possono attraversare la Groenlandia. Quindi sì, abbiamo la Russia molto vicina agli Stati Uniti. A parte il fatto che la Russia e gli Stati Uniti condividono praticamente il confine, ci sono solo sei o sette chilometri che separano la Russia dagli Stati Uniti, nelle isole Diomede. Che c’entra la Cina? Fino a tre anni fa, la Cina era il primo partner del governo inuit. C’era un consolato inuit a Pechino. Posso raccontarti una storia. Quando sono stato in Groenlandia per la prima volta, credo fosse nel 2016, ricordo di aver incontrato un tizio che era il presidente dell’Organizzazione dei pescatori di questa città, Narsaq. Questo tizio mi ha detto: “Sai qual è il nostro incubo, il nostro grande nemico? Brigitte Bardot”. È a causa della campagna contro la caccia alle foche. La Groenlandia e gli Inuit in Canada hanno smesso di esportare pellicce in Europa. E questo ha rappresentato un grosso problema per gli Inuit della Groenlandia. Quando i cinesi hanno iniziato ad avere contatti e relazioni con gli Inuit, hanno comprato pellicce di foca, e questo è stato un buon biglietto da visita per conquistare i loro cuori. Come è stato questo processo di seduzione da parte della Cina? Sicuramente gli Inuit non amano la Danimarca. Vogliono emanciparsi da quel passato, da quella terribile esperienza. E sono aperti a trovare nuovi partner. Ecco perché è arrivata la Cina. E l’amministrazione Biden, tre anni fa, ha cacciato i cinesi dalla Groenlandia: in modo sottile, silenzioso, senza usare il linguaggio di Trump, ma lo ha fatto. Questo dimostra che quello è lo scenario del conflitto, anche se questo sono certo che Putin e Trump abbiano un accordo sull’Artide. Di che tipo? Ad Anchorage (Alaska) è stato raggiunto un accordo tra Putin e Trump per istituire una sorta di Yalta per l’Artico e un accordo di massima affinché le aziende statunitensi tornino nell’Artico russo per introdurre la loro tecnologia e sfruttare il petrolio e il gas. E, in quel momento, Putin ha chiarito che per loro è normale che gli Stati Uniti rivendichino, in qualche modo, la Groenlandia. D’altra parte, credo che un accordo con Trump sia peggiore di un accordo con Putin sotto alcuni aspetti. Perché? Perché Putin è prevedibile. Soprattutto se si conosce la storia della Russia, o anche la storia dell’Unione Sovietica, per quanto riguarda l’Artico, è prevedibile. Ma Trump non lo è. E credo che questo sia il problema del suo accordo con la Groenlandia. Perché ci sono già molti accordi sottobanco, anche con persone molto vicine a Trump; e si potrebbe arrivare a un’intesa se gli Stati Uniti potessero offrire due o tre volte di più, anche cinque volte di più, di quanto la Danimarca fornisce in sussidi a quel paese. Ma l’unico problema è Trump. Che tipo di accordo possono offrire gli Stati Uniti? Uno come quello che hanno le Isole Marshall, per esempio. Ci sono moltissime ricette in termini di diplomazia internazionale. Credo che non ci sia alcun problema nel raggiungere una forma di associazione. Ad esempio, proponendo e adattando un accordo con gli Inuit agli stessi termini di quello stipulato con gli Inuit dell’Alaska. Gli Inuit dell’Alaska sono i proprietari dei diritti sul petrolio, sul gas, sulle risorse della loro terra. Gli inuit dell’Alaska hanno dieci aziende e sono quotati a Wall Street, e sono molto ricchi. Ciò non toglie che, comunque, siano fottuti. È possibile che lo siano proprio perché hanno soldi. L’alcolismo e i tassi di suicidio sono altissimi. In ogni caso, quello può essere un punto di riferimento per l’accordo. Non è un po’ strano che venga presentato nei termini che stiamo vedendo? Certo, è molto complesso, perché ogni giorno vediamo aumentare la tensione. Ma vediamo anche la debolezza dell’Europa. La situazione rispetto alla Danimarca è molto interessante, perché fino a circa dieci anni fa la Danimarca, il suo popolo, il suo governo e le sue istituzioni erano pronti a rendere la Groenlandia completamente indipendente. Ma era un altro mondo, in cui avere una colonia non era cool, non era sexy. Ora, invece, in questo momento storico, il colonialismo è una cosa normale ed è strano vedere come in Danimarca, dove il movimento anticolonialista era forte – così come lo era il movimento antinucleare – ora tutti difendano il diritto di mantenere la Groenlandia. Perché attraverso la Groenlandia, la Danimarca è una sorta di piccola superpotenza nell’Artico. E grazie alla Groenlandia, potrebbero persino avere delle ambizioni: rivendicare i diritti sul Polo Nord proprio come sta facendo la Russia. La Danimarca, e l’Europa attraverso la Danimarca, stanno difendendo il diritto di mantenere una colonia in Groenlandia, così com’è ora, perché tutte le enclavi importanti sono danesi. C’è qualche possibilità per l’UE di mantenerne la sovranità o l’unica soluzione è dare un prezzo all’isola?   Quando i leader europei dicono che solo la Danimarca e Groenlandia hanno voce in capitolo, che hanno il diritto di decidere il futuro, va spiegato un fatto: che que tienen el derecho de decidir el futuro, hay que explicar un hecho: che la Groenlandia non ha una sua voce. Nonostante le parole del primo ministro groenlandese, non vogliono tornare a quel periodo coloniale. Infatti, la Groenlandia ha lasciato l’Europa prima del Regno Unito. Ovviamente, la Groenlandia è preoccupata per la sicurezza. La NATO è presente lì da molto tempo, ma chi guida la NATO sono gli Stati Uniti, i paesi europei non sono altro che vassalli. Senza il leader non si può decidere nulla. L’Europa è debole e non ha argomenti solidi, credo, perché in termini di denaro gli Stati Uniti possono offrire di più. Quindi sì, sono pessimista, sono molto pessimista. Quindi si tratta solo di trasformare in realtà ciò che sta già accadendo? Possiedono già la Groenlandia, hanno forze armate, dominano la Groenlandia e possono fare quello che vogliono. Si tratta di un accordo antico. E l’accordo è stato firmato con la Danimarca perché la Danimarca aveva una cattiva reputazione dopo la seconda guerra mondiale a causa dei suoi rapporti con i nazisti, perché aveva collaborato con i nazisti in modo molto intenso. Questo li ha indeboliti molto nell’accordo NATO. Quindi hanno più o meno ceduto la Groenlandia agli Stati Uniti, affinché facessero ciò che volevano e la Danimarca pagasse il meno possibile. Pertanto, i militari possono già fare ciò che vogliono lì, ma vogliono estendere questo alla Groenlandia affinché sia ufficialmente nella sfera degli Stati Uniti, con la fiducia che questo li renderà una superpotenza artica. Al momento non sono una superpotenza artica, perché l’unica di questo tipo è la Russia. È chiaro che il possesso della Groenlandia non è solo un’idea venuta in mente a Trump. La cosa principale è che ci sono troppe ragioni per cui gli Stati Uniti hanno questa ossessione per la Groenlandia. Questo va oltre la cerchia di Trump, e la prova è che non abbiamo sentito grandi voci contrarie dal resto dell’establishment politico statunitense. Si lamentano del metodo, si lamentano delle parole, ma non della sostanza. E, naturalmente, Trump vuole farsi un nome e passare alla storia per aver reso di nuovo grande gli Stati Uniti in termini di territorio. Ma c’è un’enorme urgenza per gli Stati Uniti, e anche per il deep state – chiamatelo come volete – di guadagnare posizioni nell’Artico, perché sono molto lontani dalla Russia e persino dalla Cina in termini di rompighiaccio, tra molti altri aspetti. Lo scioglimento del permafrost nell’Artico è, allo stesso tempo, un’opportunità per il capitalismo e una maledizione per l’umanità. In che misura l’Artico è il termometro globale del pianeta in questo momento? Il cambiamento climatico è ancora lì. Ho appena sentito un tizio del nord-ovest della Groenlandia: diceva che il ghiaccio avrebbe dovuto esserci già da due mesi, ma quest’inverno c’è ancora acqua aperta. Questo è un disastro per la caccia, la pesca e tutto il resto. Perché anche quando il ghiaccio si formerà da qui a marzo, sarà uno strato sottile. Non è ghiaccio spesso. Non si può andare con le motoslitte; è un grosso problema. Le cose vanno molto male. Allo stesso tempo, ho appena scritto un lungo articolo su come la Russia e il Canada siano in qualche modo benedetti dal cambiamento climatico, per il presente e il futuro, specialmente nell’agricultura. In che senso? La Russia sta già espandendo il territorio agricolo fino agli Urali e persino alla Siberia meridionale. Naturalmente c’è la maledizione dello scioglimento del permafrost, che è un problema enorme per la Russia in termini di infrastrutture e rimane un grande interrogativo per gli scienziati: non sanno quale sarà realmente l’effetto dello scioglimento del permafrost. Anche il Canada deve affrontare questo problema, oltre a quello degli incendi. Ma allo stesso tempo sta espandendo i suoi terreni coltivabili e anche il settore immobiliare. Ho fatto delle ricerche per questo articolo e ho visto quante agenzie immobiliari, anche le più grandi, stanno promuovendo investimenti per il pubblico statunitense. E gli slogan sono: “Negli Stati Uniti abbiamo un clima terribile e imprevedibile, grandi disastri: investite in Canada”. I fondi pensione statunitensi, gli hedge fund, stanno investendo nel settore immobiliare in Canada. Quindi, non c’è solo l’Artico, con tutto ciò che sappiamo e sentiamo in questi giorni, ma anche il subartico e l’Alto Nord. L’Alto Nord è una grande opportunità. Come pensi che possa evolversi la questione nell’Artico se il cambiamento climatico continua ad accelerare? Non è la prima volta nella storia dell’umanità che questa approfitta del cambiamento climatico e lo provoca addirittura: l’Australia è stata completamente bruciata per poterla coltivare. In Nord America, circa il 70% dei mammiferi è stato sterminato. Credo che il pianeta si adatterà come sempre ha fatto. Sono pessimista soprattutto per quanto riguarda la civiltà occidentale, senza dubbio. È una crisi in cui il compromesso non è più una parola utilizzata, mentre il compromesso è la spina dorsale della diplomazia. Ho paura e sono pessimista perché vedo scomparire il logos in Occidente, la logica, la parte razionale della nostra cultura. E senza questo, si ha solo caos, teorie del complotto, leader che non hanno credibilità né sostegno e che si lanciano in guerra, dicendo che il conflitto è inevitabile. Ciò che mi spaventa è che la Germania si stia armando, sentire il leader tedesco dire che saranno i guardiani dell’Europa, ecc. Questo fa molta paura perché sappiamo per esperienza che, quando i tedeschi indossano gli elmetti, succedono cose brutte. The post «Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo «Per la Russia è normale che gli USA rivendichino la Groenlandia» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione
DOPO TRE DECENNI DI VESSAZIONI, SANZIONI, CONFISCHE E GOLPE FALLITI, TRUMP HA RIPRESO LA PIÙ ANTICA TRADIZIONE DELLA POLITICA ESTERA USA: L’INTERVENTO MILITARE DIRETTO Roberto Montoya su El Salto Dopo tre decenni di vessazioni politiche, sanzioni economiche, confische di beni e falliti colpi di Stato, Trump ha fatto ricorso alla più antica tradizione della politica estera statunitense: l’intervento militare diretto. “Quando me ne sono andato, il Venezuela era sul punto di crollare. Avremmo potuto impadronirci del Paese e di tutto il suo petrolio. Ora lo compriamo al dittatore e lo rendiamo più ricco”. Il 12 giugno 2023, Donald Trump ha rilasciato queste controverse dichiarazioni durante un comizio elettorale in North Carolina, all’inizio della sua campagna per le elezioni del novembre 2024 che lo avrebbero riportato alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Trump aveva chiaro il suo obiettivo in Venezuela sin dal suo primo mandato, non lo ha mai nascosto: frenare la crescente influenza cinese in America Latina e riprendere il controllo sul suo “cortile di casa”, senza perdere l’accesso alle terre rare e al petrolio. “Trivellare, trivellare, trivellare” è stato uno dei suoi slogan durante l’ultima campagna elettorale e ha rapidamente abbattuto tutte le limitazioni imposte dall’ex presidente Joe Biden alle energie fossili per poter inondare l’Europa – ancora di più – con petrolio e gas liquefatto estratti attraverso la tecnica inquinante del fracking, sostituendo così quello fornito per anni dalla Russia, più economico e sicuro. Ma Trump non si accontenta e vuole che corporation Usa controllino, direttamente e in esclusiva, la produzione e l’esportazione del petrolio del Venezuela,  paese che conserva le maggiori riserve al mondo, non meno di 303.000 milioni di barili. IL RICATTO PER EVITARE UN VIETNAM 2.0 Il governo Trump ha preparato meticolosamente il colpo di Stato in Venezuela, scartando l’opzione più rischiosa, quella di un’invasione terrestre in un Paese di un milione di chilometri quadrati con centinaia di migliaia di militari e civili armati e con un confine molto permeabile con la Colombia, un altro Paese con decine di migliaia di soldati e una proliferazione di gruppi armati. Nonostante la sua schiacciante superiorità militare, un’occupazione militare convenzionale con truppe di terra comporterebbe per gli Stati Uniti un grande dispiegamento di forze a tempo indeterminato che potrebbe significare un Vietnam 2.0. Per aggirare un voto al Congresso, Trump aveva bisogno di presentare l’attacco come una semplice “operazione chirurgica”, come una “rimozione” del presidente e non come un atto di guerra, personificando in Nicolás Maduro la responsabilità della situazione critica del Venezuela. In questo modo, il governo Trump cerca di costringere con il ricatto il regime venezuelano, che rimane intatto, e le sue onnipresenti forze armate ad accettare l’imposizione imperiale. La sua scommessa è quella di cercare complicità interne all’apparato statale e alle forze armate venezuelane, allontanare gli irriducibili e cercare, attraverso le minacce, una transizione negoziata. Trump minaccia di lanciare una seconda e più ampia ondata di attacchi militari se la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, e il resto del nucleo duro del regime rifiuteranno l’ultimatum, ma il Pentagono sa che l’opzione di una guerra in campo aperto è un’operazione ad altissimo rischio da cui gli USA potrebbero uscire scottati come in tante altre esperienze precedenti. Dopo l’iniziale gioia di María Corina Machado ed Edmundo González, che sembravano destinati ad atterrare nel giro di pochi giorni nei giardini del Palazzo di Miraflores, è arrivata la delusione. González si è proclamato in un comunicato “presidente legittimo” del Venezuela e comandante in capo delle forze armate, pronto ad assumere immediatamente il potere. Tuttavia, almeno nella fase iniziale, non sembrano essere inclusi nel piano di Donald Trump e del segretario di Stato Marco Rubio. L’Amministrazione Trump sa che imporre con la forza l’opposizione potrebbe scatenare una guerra civile in Venezuela e vanificherebbe tutti i suoi piani per iniziare rapidamente a pompare petrolio. Trump non parla delle elezioni in Venezuela, non parla dell’opposizione, parla come priorità e richiesta che il governo di Delcy Rodríguez ceda immediatamente il controllo del petrolio alle società statunitensi. L’atteggiamento di Trump sconcerta totalmente l’opposizione, diventata solo un altro tassello dei suoi piani per il Venezuela, che utilizzerà a suo piacimento. Il resto dell’atto di guerra compiuto sabato 3 gennaio dagli Stati Uniti è solo la scenografia necessaria: che Nicolás Maduro è un “narcoterrorista” a capo di un fantasmagorico Cártel de los Soles – la cui esistenza è stata negata dalla stessa intelligence statunitense – o del cartello Tren de Aragua con l’obiettivo di inondare gli Stati Uniti di droga; che è coinvolto nel traffico di armi o nello svuotamento delle carceri venezuelane dai criminali per inviarli negli Stati Uniti, e molto altro ancora. La stessa intelligence statunitense ha riconosciuto che solo tra il 5% e il 10% della cocaina mondiale transita per il Venezuela e che sul suo territorio non viene prodotto né transita il fentanil, la droga che uccide più di centomila statunitensi all’anno. Ma nulla di tutto ciò ha importanza, così come non ha importanza che le accuse su cui si baserà il processo a Maduro – che sarà presieduto dal giudice ebreo ortodosso Alvin Hellerstein, ex avvocato dell’esercito di 92 anni – si fondino essenzialmente sulle testimonianze di trafficanti condannati o di vecchi funzionari del regime accusati in Venezuela di corruzione che hanno accettato di collaborare con la giustizia in cambio di un ribasso delle pene. 36 ANNI DOPO L’INVASIONE DI PANAMA Il 3 gennaio 1990, 36 anni prima del rapimento di Maduro e di sua moglie, il presidente di Panama, il generale Manuel Noriega, si consegnò alle forze statunitensi dopo giorni di scontri armati con le truppe invasori. I migliori avvocati di cui Noriega disponeva per la sua difesa non riuscirono a rompere il muro dei tribunali federali statunitensi: i giudici si rifiutarono di considerare la legalità dell’invasione, ritenendo che, anche se l’imputato fosse stato portato con la forza da un altro Paese, ciò non influiva sulla giurisdizione penale. Noriega fu condannato a 40 anni di carcere. Mentre gli Stati Uniti preparavano il rapimento di Maduro, parallelamente prendevano altre decisioni politiche di grande portata che avrebbero permesso di completare il piano. Nel gennaio 2025, gli Stati Uniti approvarono l’Ordine 1457 con cui il cosiddetto Cártel de los Soles e il Tren de Aragua furono dichiarati organizzazioni terroristiche straniere, legittimando le esecuzioni extragiudiziali nei loro presunti narco-barconi nei Caraibi. E lo scorso 15 ottobre, Trump ha annunciato pubblicamente di aver ampliato l’autorizzazione alla CIA di espandere le sue operazioni letali in territorio venezuelano. Dicembre è iniziato con la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, con la quale l’amministrazione Trump ha ripreso i principi della Dottrina Monroe del 1823, quella in cui si avvertiva allora gli imperi europei che gli Stati Uniti non avrebbero permesso a nessuna potenza straniera di immischiarsi negli affari del continente americano. Con il ‘Corolario Trump a la Doctrina Monroe’ si rinforza la decisione di imporre l’egemonia totale degli Usa su quello che viene definito Emisfero Occidentale. La decisione di attaccare il Venezuela è giunta nel momento culminante dello scandalo degli archivi di Epstein e nel mezzo di un’importante crollo della popolarità di Trump a meno di un anno dall’ascesa al potere I drastici tagli alla sanità, all’istruzione, all’assistenza sociale, alle sovvenzioni e alle borse di studio, nonché il licenziamento di decine di migliaia di dipendenti pubblici, insieme ai passi indietro in materia di diritti dei lavoratori e a una gestione politica sempre più autocratica, stanno minando il sostegno dei settori popolari che lo hanno portato al potere nel 2016. Trump ha dedicato gran parte delle sue prime dichiarazioni pubbliche dopo l’attacco al Venezuela a rivolgersi a questi settori, spiegando loro perché aveva infranto la promessa di non aprire nuovi fronti di guerra nel mondo invece di chiudere quelli in cui gli Stati Uniti erano coinvolti. La pessima esperienza delle interventi militari degli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam fino alle recenti esperienze in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria o Ucraina – di cui sono stati responsabili sia i governi repubblicani che quelli democratici – ha creato un crescente rifiuto da parte della società statunitense nei confronti di questo tipo di avventure belliche. Trump attribuiva da anni la colpa del fatto che Maduro rimanesse al potere e impedisse agli Stati Uniti di assumere il controllo di un Paese di così grande importanza strategica come il Venezuela all’atteggiamento morbido che avrebbe mantenuto l’amministrazione Biden quando gli è succeduta al potere (2021-2025). Il presidente sembrava non ricordare che alla guida della Casa Bianca c’erano stati presidenti sia repubblicani che democratici durante i 27 anni di vessazioni e guerra sporca contro i governi del Venezuela, prima contro Hugo Chávez (1999-2013) e poi contro Nicolás Maduro (2013-2026). L’ossessione di porre fine a quella rivoluzione bolivariana che si sarebbe deteriorata e diluita nel corso degli anni, e di impossessarsi del petrolio del Venezuela, è iniziata durante il governo con il maggior numero di rappresentanti dell’industria petrolifera nella storia degli Stati Uniti, quello di George W. Bush (2001-2009). Il repubblicano iniziò con vessazioni politiche, sospensione di crediti e aiuti finanziari e continuò a favorire nel 2002 il colpo di Stato civile-militare e il sequestro di Chávez per 48 ore. Il governo di Bush e quello di José María Aznar si affrettarono a congratularsi con lo stesso leader del padronato, Pedro Carmona, come presidente ad interim, ma la grande mobilitazione popolare e la reazione delle forze militari fedeli liberarono Chávez e frustrarono il colpo di Stato. María Corina Machado e Leopoldo López – ospitato dal governo di Sánchez in Spagna dopo averlo aiutato a violare gli arresti domiciliari e a fuggire dal Paese – furono due dei firmatari di quel comunicato di sostegno al colpo di Stato e al governo che Pedro Carmona intendeva presiedere. Da allora, le attività golpiste di María Corina Machado non hanno avuto tregua. SETE DI PETROLIO Il petrolio venezuelano era stato nazionalizzato molto prima, nel 1976, dal socialdemocratico Carlos Andrés López, ma durante il suo secondo mandato presidenziale (1989-1993) iniziò a invitare grandi compagnie straniere, in particolare statunitensi, a investire nel settore petrolifero del Venezuela. Tuttavia, nel 2007 Chávez cambiò queste regole e pose dei limiti agli investimenti delle società, dando loro la possibilità di diventare soci di minoranza della statale PDVSA o di ritirarsi dal Paese. Per questo motivo Trump avrebbe detto il 17 dicembre scorso, due settimane prima dell’attacco al Venezuela: “Ricordate che ci hanno tolto tutti i nostri diritti energetici. Ci hanno tolto tutto il nostro petrolio non molto tempo fa. Lo rivogliamo indietro. Ce lo hanno tolto illegalmente”. Nonostante quella affermazione di sovranità di Chávez che ha creato tanta tensione nei rapporti con gli Stati Uniti, il governo repubblicano di Bush ha continuato a importare dal Venezuela un terzo del petrolio che consuma e ha permesso, per convenienza, le attività negli States di CITGO, filiale della PDVSA, la grande azienda petrolifera statale venezuelana. CITGO continuò a mantenere negli anni le raffinerie e più di 5.000 stazioni di servizio negli Usa. Tra il 2002 e il 2003 l’Amministrazione Bush incentivó un furto petrolifero in complicità con il grande padronato venezuelano che debilitó enormemente la PDVSA causandole grandi perdite, il che, sommato a una cattiva gestione e a gravi casi di corruzione, l’avrebbe fatta sprofondare sempre più nel corso degli anni. Chávez finì per espellere dal Venezuela la DEA, l’agenzia antidroga degli Stati Uniti, accusandola di spionaggio e di incentivare il traffico di droga per interessi personali. L’arrivo al potere del democratico Barack Obama nel 2009 istituzionalizzò ulteriormente le pressioni sul Venezuela con la firma, il 5 marzo 2015, dell’Ordine Esecutivo 13.692, che dichiarava il governo venezuelano “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale”. Come conseguenza di tale ordine presidenziale, furono bloccati i primi beni negli Stati Uniti di funzionari venezuelani, che col tempo sarebbero stati estesi a molti altri. Già durante il primo mandato di Trump (2017-2021), sia Citibank che JPMorgan hanno chiuso i conti venezuelani, facendo schizzare il rischio paese fino a raggiungere il record mondiale e nel 2017 è stato vietato l’acquisto di debito venezuelano e la distribuzione dei dividendi di CITGO, la filiale statunitense di PDVSA. Da parte sua, ConocoPhillips ha sequestrato i beni di PDVSA, mentre Euroclear ha congelato 1,65 miliardi destinati all’acquisto di generi alimentari. Le sanzioni sono diventate sempre più severe, Trump ha dichiarato illegale la criptovaluta Petro e ha esteso drasticamente le sanzioni a tutti i paesi o le aziende che commerciavano o collaboravano con il governo di Nicolás Maduro. Lo strangolamento dell’industria petrolifera, da cui storicamente ha sempre dipeso l’economia venezuelana, così come il congelamento dei beni all’estero e le sanzioni a coloro che commerciavano con il Venezuela hanno limitato drasticamente le risorse dello Stato, provocando una carenza di beni (favorita anche dai grandi imprenditori), un’impennata dell’inflazione, una riduzione della spesa pubblica, il deterioramento della sanità e dei servizi essenziali e, con tutto ciò, un aumento del malcontento sociale e dell’emigrazione. L’AVVENTURA DI GUAIDÓ In questo clima di agitazione sociale, il governo di Donald Trump ha giocato una nuova carta, elevando nel 2019 il leader dell’opposizione di estrema destra Juan Guaidó a “presidente ad interim” del Venezuela. In un’operazione coordinata tra la variegata e tradizionalmente divisa opposizione venezuelana e l’amministrazione Trump, Guaidó si è autoproclamato “presidente ad interim” in una manifestazione di massa. Come tale è stato immediatamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da decine di paesi sotto la pressione di Trump. Tra questi, il governo di Pedro Sánchez. Gli Stati Uniti arrivarono addirittura a cedere a Guaidó e al suo team il controllo dei beni confiscati a CITGO e Monómeros Colombo Venezolanos, entrambe filiali della compagnia petrolifera statale PDVSA. Anni dopo sarebbe stata confermata la distrazione di parte di quei fondi verso conti personali di Guaidó e dei suoi collaboratori. Prima di cadere definitivamente in disgrazia ed essere destituito dalla stessa opposizione, Guaidó – decorato dal PP e da Vox durante i suoi tour europei – ha fatto un ultimo tentativo per porre fine a Maduro. Ha ingaggiato una società di mercenari, la Silvercorp, che nel 2020 ha portato avanti la cosiddetta Operación Gedeón, nel tentativo fallito di invadere il Venezuela attraversando la frontiera colombiana. LA LEGISLATURA DI BIDEN L’arrivo del democratico Joe Biden alla Casa Bianca nel gennaio 2021 non ha sostanzialmente modificato la posizione degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela, anche se ha autorizzato Chevron a riprendere le operazioni e le esportazioni di petrolio venezuelano attraverso licenze concesse in via eccezionale per aggirare le sanzioni. Con queste licenze, note come OFAC, i profitti potevano essere utilizzati solo per pagare il debito e non rappresentavano nuove entrate per il Paese. Il cambiamento di tattica era legato alla tensione sul mercato energetico mondiale causata dall’invasione russa dell’Ucraina, e anche al fatto che l’inasprimento delle sanzioni durante il primo governo Trump aveva aggravato la crisi sociale e, come un boomerang, gli Stati Uniti stavano ricevendo ondate sempre più massicce di immigrati venezuelani senza documenti. La tattica è cambiata con Biden, ma la morsa sul Venezuela è continuata. Già durante il suo secondo mandato, a partire dal gennaio 2025, Donald Trump è riuscito a ottenere che la giustizia federale autorizzasse finalmente la vendita della CITGO – la filiale statunitense della compagnia petrolifera PDVSA confiscata – alla Amber Energy, filiale del fondo speculativo Elliott Investment Management, per 5,9 miliardi di dollari, consumando così definitivamente il furto dei beni venezuelani negli Stati Uniti. Trump aveva già smesso di affidare, come nel suo primo mandato, il controllo di tali beni all’opposizione venezuelana, toglieva protagonismo ai suoi leader, era arrabbiato per il fatto che fosse stato concesso il Premio Nobel per la Pace 2025 a Corina Machado e non a lui, e cambiava bruscamente i piani. Decise che era giunto il momento che fossero gli Stati Uniti a governare “temporaneamente” il Venezuela e a sfruttarne il petrolio. Roberto Montoya, è membro del Consiglio di redazione di Viento Sur e autore di Trump 2. (Akal, 2025) The post Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Gli Stati Uniti in Venezuela: 27 anni di vessazioni e distruzione sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Venezuela: Trump vuole il controllo, mica il cambiamento
IL GIOCO DELLE MARIONETTE SEMBRA IL NUOVO PASSATEMPO DEGLI USA, PIÙ FACILE CON UN FRAGILE RESIDUO DEL VECCHIO REGIME Steven Methven su Novaramedia Nel corso della giornata, il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores dovranno rispondere delle accuse federali di traffico di droga e armi in un tribunale di New York. È una frase che nessuno avrebbe immaginato di scrivere solo due giorni fa. Ma nelle prime ore di sabato, le forze speciali statunitensi hanno bombardato il nord del Paese, sono entrate nella capitale Caracas e hanno assediato il rifugio dove si trovava Maduro prima di rapire la coppia e riportarla nello Stato canaglia più potente del mondo. L’operazione è durata solo due ore e venti minuti, un tempo più che sufficiente, a quanto pare, per distruggere ciò che restava dell’ordine internazionale basato sulle regole. Ma la diagnosi iniziale di un cambio di regime appare sempre più fuori luogo. Al contrario, i membri chiave del governo Maduro, escluso il capo, sembrano allinearsi perfettamente alla linea di Trump, almeno per ora. La stagione del teatro pantomimico è ovviamente finita da tempo. Ma è possibile che il teatro delle marionette stia per tornare in auge? La caratteristica più sorprendente dell’operazione militare statunitense in Venezuela non sono stati i 150 bombardieri, caccia e aerei da ricognizione schierati per catturare Maduro e sua moglie, né il rapido abbattimento dei sistemi di difesa aerea del Paese, né la terrificante abilità con cui la Delta Force, la migliore unità speciale statunitense, ha prelevato la coppia presidenziale dal luogo in cui si trovava. È stato il fatto che l’élite militare e politica venezuelana sembrava essere poco preparata – e forse poco resistente – all’intervento degli Stati Uniti. Ciò è particolarmente degno di nota, data la chiarezza con cui l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso le sue intenzioni di destituire Maduro. A partire dall’agosto dello scorso anno, l’esercito statunitense ha rafforzato la propria presenza nei Caraibi, presumibilmente per combattere il traffico di droga. Ciò si è presto trasformato in un omicidio mirato, con almeno 36 attacchi aerei contro presunte navi trafficanti di droga, che hanno causato la morte di 115 persone. L’esercito statunitense ha anche bloccato le acque venezuelane, utilizzando forze speciali per sequestrare una petroliera all’inizio di dicembre e poi un’altra poche settimane dopo. Pochi giorni prima che l’operazione Absolute Resolve portasse al rapimento di Maduro e alla morte di almeno 80 persone (32 delle quali militari cubani o personale ministeriale), è stato rivelato che la CIA aveva effettuato un attacco con droni all’interno del Venezuela, prendendo di mira un porto sulla costa. Tutti potevano vedere che la fine era vicina, non da ultimo Maduro, che a novembre aveva invitato le forze aeree del Paese a prepararsi a difendere il Venezuela. Forse quell’appello è stato ascoltato, ma forse anche chi circondava l’ex presidente ha intuito un messaggio diverso, reso esplicito da Trump in una conferenza stampa post-operazione sabato: “Tutti i militari e i politici venezuelani devono capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro”. Mentre molti degli otto milioni di venezuelani che vivono in esilio in tutto il mondo da quando Maduro è salito al potere hanno festeggiato sabato la possibilità di un ritorno della, già domenica l’amministrazione Trump aveva chiarito i propri obiettivi più limitati. Gli Stati Uniti, ha affermato Trump sabato sera e ribadito questa mattina, “governeranno” il Venezuela fino a quando non sarà garantita una “transizione sicura, adeguata e giudiziosa”. Nel frattempo, ha detto ai giornalisti, l’America First (“corporate”) è la parola d’ordine. “Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo”, ha detto, “spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese”. Non c’è bisogno di chiedersi a quale Paese si riferisse. Il vicepresidente di Trump, JD Vance, è andato ancora oltre, descrivendo il petrolio del Venezuela – la più grande riserva di greggio al mondo – come “rubato” e chiedendo che fosse “restituito agli Stati Uniti”. Questo obiettivo sembra implicare una collaborazione con la classe politica venezuelana di lunga data, piuttosto che un contrasto. Il Paese ha ora un nuovo presidente ad interim, Delcy Rodríguez, sostenuta sia da Trump che dalla costituzione venezuelana e insediata dalla Corte Suprema del Paese nelle ore successive all’attacco statunitense. Ma Rodríguez, vice presidente di Maduro e ministro del Petrolio del Paese, sabato sera è apparsa inizialmente provocatoria, definendo correttamente l’operazione illegale delle forze statunitensi una “atrocità” e affermando: “C’è un solo presidente in Venezuela, e il suo nome è Nicolás Maduro”. Rispondendo a queste dichiarazioni domenica, Trump ha detto a The Atlantic: “Se non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”. Il suo segretario di Stato Marco Rubio ha adottato una linea più moderata, affermando: «Ci sono molte ragioni diverse per cui le persone vanno in televisione e dicono certe cose in questi paesi, specialmente 15 o 12 ore dopo che la persona che era a capo del regime è stata arrestata». Secondo il New York Times, Rodríguez era stata scelta già da tempo come sostituta docile di Maduro, una persona la cui gestione dell’industria petrolifera venezuelana aveva impressionato positivamente gli stretti collaboratori di Trump. Nel frattempo, il Sunday Times ha riportato fonti vicine a Rodríguez secondo cui gli Stati Uniti le avrebbero offerto diversi accordi per sostituire Maduro prima dell’attacco. Secondo queste fonti, lei avrebbe rifiutato. A rafforzare l’idea che Washington miri al controllo del regime piuttosto che al suo cambiamento è stato il rifiuto di Trump dei suggerimenti secondo cui María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la Pace e leader dell’opposizione venezuelana, potrebbe guidare il Paese. “Non ha il sostegno né il rispetto all’interno del Paese”, ha detto Trump. “È una donna molto simpatica, ma non gode di rispetto”. Premio Nobel a parte, sabato la vincitrice del premio sembrava piuttosto felice di sollecitare un cambiamento di regime potenzialmente violento, chiedendo immediatamente all’esercito venezuelano di abbandonare Maduro (domenica l’esercito ha dato il suo sostegno a Rodríguez). Tuttavia, sembra che sia stata tenuta all’oscuro. “Pochi minuti dopo l’inizio dell’attacco a Caracas”, ha riferito il Sunday Times, “un rappresentante di Machado ha inviato un messaggio a un giornalista del Sunday Times chiedendo se avessero qualche informazione su ciò che stave accadendo”. Se il gioco delle marionette è, come sembra, il nuovo passatempo degli Stati Uniti, allora mettere Machado da parte ha senso. Se quello che si vuole è il controllo, è più facile ottenerlo da un fragile residuo del vecchio regime, la cui sopravvivenza dipende dal proprio patrocinio, piuttosto che da un nuovo arrivato con grandi idee, sostegno internazionale e un mandato democratico. Naturalmente, il controllo del regime è rischioso – e potenzialmente letale – quanto il cambio di regime. Quello che inizia come una rissa può rapidamente trasformarsi in un massacro. Anche se Rodríguez ha ora invitato gli Stati Uniti a “collaborare” con il Venezuela per uno “sviluppo condiviso nel quadro del diritto internazionale”, è improbabile che questo sentimento sia condiviso da tutte le parti dell’establishment del Paese. E il fatto che molti media abbiano descritto il governo di Maduro come una semplice dittatura ha senza dubbio oscurato le più complesse e potenzialmente pericolose correnti politiche interne al Venezuela che ora potrebbero scatenarsi. Va da sé che l’avventura venezuelana degli Stati Uniti è contraria al diritto internazionale. Non vale nemmeno la pena dirlo, dato che l’Occidente ha trascorso gli ultimi due anni ignorando silenziosamente la farsa degli obblighi legali o umanitari internazionali. La mancanza di condanna da parte dei leader britannici ed europei nei confronti delle foto di un capo di Stato in carica bendato, ammanettato e prigioniero di un presidente degli Stati Uniti che ha aggirato unilateralmente gli ultimi controlli e contrappesi rimasti sul suo potere per perseguire il controllo imperialista, la dice lunga su chi gli dà da mangiare. Molti ora calcoleranno anche i vantaggi del militarismo di Trump per i propri obiettivi strategici ed economici, non da ultimo quando si tratta della Russia. E a proposito: per le altre potenze autoritarie, l’approvazione di Trump del principio “la forza fa la ragione” è un biglietto vincente per chi cerca di estendere il proprio controllo regionale. Ma basta guardare a Washington per rendersi conto di quanto l’operazione di sabato sia stata incoraggiante. Cuba, ha minacciato Rubio domenica, potrebbe essere la prossima. “Mi sembra una buona idea”, è così che Trump ha descritto ieri sera una futura operazione militare in Colombia. “Abbiamo bisogno della Groenlandia”, ha detto il presidente domenica all’Atlantic. “Assolutamente. Ne abbiamo bisogno per la difesa”. Non possiamo ancora sapere molto di ciò che ci riserva il 2026. Ma a soli cinque giorni dall’inizio dell’anno, possiamo dire una cosa con certezza: quest’anno non scherza. Steven Methven è il redattore di Novara Live, il programma serale di attualità e politica di Novara Media su YouTube. The post Venezuela: Trump vuole il controllo, mica il cambiamento first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Venezuela: Trump vuole il controllo, mica il cambiamento sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Sequestro, golpe, saccheggio: che sta facendo Trump al Venezuela
QUELLO CHE È SUCCESSO AL VENEZUELA PUÒ ACCADERE OVUNQUE. LE PAROLE DELLA VICE DI MADURO. L’URGENZA DELL’INTERNAZIONALISMO Iniziata con le prime notizie dei raid sul Venezuela e del rapimento di Maduro, la giornata del 3 gennaio 2026 passerà alla storia come una cesura storica, come lo sono stati, ad esempio, il 1° settembre 1939, l’11 settembre 2001, o il 24 febbraio 2022 e il 7 ottobre dell’anno successivo. Nulla, insomma, sarà come prima. Nella sera italiana, arrivano le due conferenze stampa, quella scioccante con cui Trump annuncia che si prenderà il petrolio (“Le grandi e belle compagnie petrolifere statunitensi stanno arrivando per ricostruire, beneficiando delle vaste riserve di petrolio del Venezuela, il che renderà molte persone in Venezuela e negli Stati Uniti molto ricche e molto felici”) e quella della vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez che ha rivendicato Nicolás Maduro come unico presidente del Paese dopo che, nelle prime ore di sabato mattina, gli Stati Uniti hanno attaccato Caracas e rapito il presidente e la first lady, Cilia Flores. Ha inoltre affermato che sono “pronti a difendere il Venezuela” e ha chiesto il sostegno dei paesi della regione. “Quello che oggi hanno fatto al Venezuela possono farlo a qualsiasi paese”, ha avvertito. “C’è un solo presidente di questo Paese e si chiama Nicolás Maduro Moros”, ha detto Rodríguez in una conferenza stampa tenuta dal Palazzo di Miraflores, dopo aver presieduto una riunione d’urgenza del Consiglio di Difesa. Ha definito l’operazione condotta dall’esercito statunitense “un rapimento illegittimo e illegale” e ha chiesto l’immediato rilascio di Maduro e di sua moglie. La vicepresidente ha ribadito la decisione di mantenere il dialogo diplomatico per trovare una soluzione pacifica. Ma ha assicurato: “Siamo pronti a difendere il Venezuela”. Da parte sua, a Mar-A-Lago, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha assicurato che il segretario di Stato, Marco Rubio, aveva avuto una conversazione telefonica con Rodríguez, che “aveva già prestato giuramento”. “Ma è stata scelta da Maduro. Quindi Marco sta lavorando direttamente su questo. Ha appena avuto una conversazione con lei ed è sostanzialmente disposta a fare ciò che riteniamo necessario per rendere di nuovo grande il Venezuela”, ha detto in una conferenza stampa. Nel frattempo, Rodríguez ha sottolineato che l’azione del governo Trump “è una barbarie che viola i meccanismi internazionali dei diritti umani” e che “costituisce un crimine contro l’umanità”. “Riprendo le parole del presidente Nicolás Maduro quando due giorni fa ha ribadito la disponibilità di questo governo a mantenere relazioni di dialogo per affrontare un’agenda costruttiva e la risposta è stata questa flagrante aggressione che viola gli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite”, ha detto. APPELLO ALL’UNITÀ Rivolgendosi alla popolazione, Rodríguez ha invitato il popolo venezuelano a “mantenere la calma” per affrontare l’attacco “in unione nazionale e in difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza”. “In difesa della nostra sovranità, della nostra indipendenza nazionale, usciamo uniti a difendere la nostra amata Venezuela che abbiamo ereditato da Bolívar, da Miranda, dai nostri eroi e martiri”, ha proclamato. “Un popolo che non si arrende, non si arrende e non sarà mai colonia di nessuno, né di imperi nuovi, vecchi o in declino”. IL PETROLIO La vicepresidente ha affermato che il popolo venezuelano “sa cosa significano i suoi idrocarburi e le sue risorse”. Ha inoltre sottolineato che il vero obiettivo degli Usa è “il cambio di regime in Venezuela” per poter appropriarsi delle “nostre risorse energetiche, minerarie e naturali”. Alla conferenza di Mar-A-Lago, il presidente Donald Trump ha ammesso che l’intenzione è quella di far sì che le compagnie petrolifere statunitensi inizino a “fare soldi per il Paese”. “Chiediamo ai popoli della grande patria di rimanere uniti perché ciò che oggi è stato fatto al Venezuela può essere fatto a qualsiasi paese”, ha concluso Rodríguez. “Il popolo venezuelano, che è paziente, saprà trovare la strada per difendere la pace e la patria”. STATO DI EMERGENZA ESTERNO Durante la conferenza stampa, Rodríguez ha annunciato l’attivazione di un decreto di “stato di emergenza esterno” che era già stato firmato da Maduro e che ha consegnato alla presidente della Corte Suprema di Giustizia per la sua approvazione costituzionale. Mesi fa, Nicolás Maduro aveva valutato la possibilità di dichiarare lo “stato di emergenza esterno” di fronte a un possibile attacco degli Stati Uniti. L’obiettivo, ha spiegato allora il presidente, è che “tutta la nazione, tutta la repubblica, tutte le istituzioni, tutti gli uomini e le donne, i cittadini e le cittadine di questo Paese, abbiano il sostegno, la protezione e l’attivazione di tutta la forza della società venezuelana, per rispondere alle minacce o, se del caso, a qualsiasi attacco contro il Venezuela”. Secondo il governo venezuelano, mentre è dichiarato lo stato di emergenza, il potere esecutivo può adottare misure straordinarie, anche se comportano la limitazione temporanea delle garanzie costituzionali, senza tuttavia includere il diritto alla vita, alla libertà personale, all’integrità fisica o al giusto processo, diritti tutelati dalla Legge organica sugli stati di eccezione venezuelani e dai trattati internazionali. E ORA? La portata di quanto accaduto pone l’America Latina di fronte alla prima aggressione militare diretta degli Stati Uniti dall’invasione di Grenada nel 1983. Un atto privo di qualsiasi fondamento giuridico internazionale e compiuto senza nemmeno il tentativo di costruire una parvenza di legalità. Nonostante ciò Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni non rinunciano a mistificare la realtà: la prima ricordando che l’UE non riconosceva la legittimità del governo di Maduro dopo le controverse ultime elezioni. La seconda arrampicandosi sugli specchi per descrivere i raid americani come operazioni difensive, dunque legittime, contro fantomatiche operazioni di guerra ibrida condotta dal regime venezolano contro gli States. La violazione del diritto internazionale pubblico appare ormai come una pratica accettata e proclamata. L’amministrazione di Donald Trump ha reso norma le sanzioni unilaterali, l’appropriazione di risorse strategiche, la coercizione economica contro Stati sovrani e la delegittimazione dei meccanismi multilaterali soprattutto quando questi indagano sui suoi alleati. Le sanzioni ai membri della Corte penale internazionale per aver indagato su Benjamin Netanyahu, il furto di petroliere accompagnato dalla pubblica ostentazione di appropriarsi del loro carico, o l’imposizione di misure coercitive contro paesi come il Messico, la Colombia o il Brasile per aver esercitato la loro sovranità costituiscono un modello coerente di comportamento. A ciò si aggiungono dichiarazioni esplicite di annessione o controllo territoriale con l’argomento della “sicurezza nazionale”, come l’annuncio di appropriarsi della Groenlandia perché gli Stati Uniti “ne hanno bisogno”. Lungi dall’essere episodi isolati, questi fatti esprimono una dottrina di potere basata sulla forza, l’intimidazione e il consapevole disprezzo di qualsiasi limite normativo. Questo modello risponde a una concezione del potere che disprezza la legalità internazionale, trasforma la violenza in criterio di legittimità e presenta l’espansione imperiale come un diritto naturale del più forte. In questa logica, la leadership politica si basa sull’esaltazione narcisistica del comando e sulla rivendicazione aperta del calpestamento di qualsiasi norma. Il risultato è un pericolo sistemico per l’umanità e per la stessa sopravvivenza del pianeta: mai un profilo così apertamente autoreferenziale e privo di contenimento etico aveva accumulato una simile concentrazione di potere militare, economico e comunicativo. Ma sarebbe miope leggere l’aggressione al Venezuela senza connetterla con l’invasione russa dell’Ucraina o con il genocidio a Gaza da parte di Israele (e senza connetterla con le difficoltà di Trump a dare risposte concrete di politica economica al suo stesso elettorato). La risposta della comunità internazionale richiede una rottura con l’inerzia delle dichiarazioni rituali e dei comunicati di formale preoccupazione. La storia dimostra che il fascismo, quando assume una forma imperiale ed espansionistica, avanza laddove non incontra resistenza organizzata. L’esperienza del XX secolo conferma che i comunicati – anche quelli di vibrante sdegno – non fermano l’aggressione; un contenimento efficace richiede coordinamento politico, fermezza diplomatica e azioni proporzionate che facciano rispettare la sovranità e il diritto internazionale. Affrontare questo neofascismo implica assumersi costi politici, economici e diplomatici e costruire alleanze in grado di imporre limiti reali all’esercizio arbitrario del potere. In questo scenario, la cittadinanza organizzata svolge un ruolo decisivo. La difesa della democrazia e della sovranità dei popoli richiede una mobilitazione sociale sostenuta. presenza nelle strade e un appello diretto ai governi affinché agiscano con coerenza. E dentro i movimenti sociali, l’azione degli internazionalisti, degli anticapitalisti, deve servire a contrastare le derive campiste dentro cui le prospettive di emancipazione delle classi oppresse affogano in nome del multipolarismo e di una subalternità sciocca alla geopolitica. È evidente che gli strumenti del diritto internazionale devono essere rivendicati anche se non funzionano, così come è evidente che né i paesi del sud del mondo né gli altri attori imperialisti (Russia, Cina) hanno in mano strumenti, capacità o desiderio di ribaltare la situazione in Venezuela. Ciò non deve impedire di esigere una posizione ferma da parte dei diversi governi e delle istituzioni. La pace non si difende scegliendo uno degli imperialismi in atto (anche quando sono i principali fornitori di petrolio per il genocidio a Gaza, come la Russia di Putin), nemmeno esaltando governi che privano di ricchezze e libertà gran parte dei rispettivi popoli. La pace si difende guardando il mondo con gli occhi delle classi oppresse, dei paesi invasi, delle vittime e organizzandosi con esse in una mobilitazione di lunga durata che non si accontenti di eventi spettacolari ma sedimenti competenze, pratiche e passioni. La passività, il calcolo e la titubanza hanno prodotto conseguenze devastanti. Il genocidio che Israele, con il patrocinio degli Stati Uniti e il petrolio di Putin, sta perpetrando contro il popolo palestinese a Gaza costituisce una dolorosa prova degli effetti dell’impunità e della subordinazione della legalità alla forza. The post Sequestro, golpe, saccheggio: che sta facendo Trump al Venezuela first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Sequestro, golpe, saccheggio: che sta facendo Trump al Venezuela sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Il problema di droga di Musk è più grave di quanto si pensi
CHE SUCCEDE A MISCHIARE KETAMINA, ECSTASY E FUNGHI CON L’IDEOLOGIA DI ESTREMA DESTRA? SPOILER: IL RISULTATO NON È AFFATTO PIACEVOLE Jeet Heer su The Nation Negli ultimi anni, la mente di Elon Musk ha subito un drastico cambiamento in due direzioni, una laterale e l’altra verticale. Dal punto di vista ideologico, è passato dall’essere un moderato centrista sostenitore delle grandi imprese e di Barack Obama a un sostenitore di estrema destra di Donald Trump, consigliere della Casa Bianca il cui controverso mandato è terminato mercoledì scorso. Dal punto di vista cognitivo, Musk è passato dall’essere iperbolico ma ancora con i piedi per terra all’essere, o almeno così sembrerebbe, quasi permanentemente su di giri. Questa metafora potrebbe essere troppo datata per Musk, il futurista high-tech dietro Space-X e Starlink. Forse è più accurato dire che è su di giri come un satellite che orbita nell’esosfera e che occasionalmente è sul punto di lasciare l’orbita terrestre per uscire completamente dal sistema solare. Il fatto che Musk faccia uso di ketamina e altre sostanze che alterano la mente è noto da tempo. Come ho sottolineato a marzo, “l’uso (o abuso) di droghe illegali da parte di Musk, tra cui LSD, cocaina, ecstasy e funghi allucinogeni, oltre alla ketamina, è stato riportato da testate autorevoli come il Wall Street Journal”. Venerdì, il New York Times ha pubblicato un articolo ampiamente documentato che ha chiarito che l’uso di droghe da parte di Musk è ancora più intenso e indisciplinato di quanto descritto nelle precedenti segnalazioni: Il consumo di droghe da parte di Musk andava ben oltre l’uso occasionale. Raccontava di assumere così tanta ketamina, un potente anestetico, da avere effetti sulla vescica, un effetto noto dell’uso cronico. Assumeva ecstasy e funghi allucinogeni. E viaggiava con una scatola di medicinali che conteneva circa 20 pillole, tra cui alcune con il marchio dello stimolante Adderall, secondo una foto della scatola e le testimonianze di persone che l’hanno vista. Questo resoconto si concentra principalmente sui mesi precedenti alle ultime elezioni, anche se non c’è motivo di pensare che Musk abbia moderato il suo consumo di droga più recentemente. L’articolo del Times è incentrato sulla personalità. Inoltre, inquadra il consumo di droga in termini di comportamento sempre più “incostante” di Musk, compresa la sua complicata vita personale. Questo comportamento “incostante” include il saluto fascista durante l’evento di insediamento di Trump. Come conseguenza della sua ideologia “pro-natalista”, secondo cui le persone di intelligenza superiore devono popolare la terra, Musk ha 14 figli “noti” da diverse donne, il che ha portato a continue battaglie per la custodia (secondo alcune fonti, la prole effettiva di Musk sarebbe molto più numerosa, poiché ci sono numerosi figli non ancora riconosciuti). Ashley St. Clair, che ha dato alla luce l’ultimo piccolo Muskling a febbraio, dice che lui le ha detto che “sarebbe disposto a dare il suo sperma a chiunque volesse avere un figlio”. Ovviamente, la bizzarra personalità di Musk è un fattore determinante nel suo comportamento stravagante, compreso il suo consumo epico di droghe. Ma è un errore considerare Musk come un eccentrico isolato o dissociare le sue azioni dal loro contesto politico. L’interesse di Musk per le sostanze che alterano la mente e il suo sostegno sempre più acceso all’ideologia di estrema destra vanno infatti di pari passo. Il 28 aprile Jules Evans, del Psychedelic Challenge Project, ha pubblicato un interessante saggio sul New York Times sostenendo che “un movimento psichedelico un tempo di sinistra” è diventato “strettamente intrecciato” con l’amministrazione Trump. Le prove fornite da Evans sono rivelatrici: i sostenitori di Trump della Silicon Valley, come Peter Thiel, stanno investendo nelle sostanze psichedeliche e il segretario alla Salute e ai Servizi umani Robert F. Kennedy Jr. (che secondo quanto riferito avrebbe venduto cocaina quando era studente universitario ad Harvard) è un entusiasta sostenitore dell’uso delle sostanze psichedeliche come trattamento per i traumi. Ma la narrazione storica presentata da Evans, secondo cui le sostanze psichedeliche un tempo erano appannaggio della sinistra interessata agli ideali hippy di pace ed espansione della coscienza, mentre ora sono abbracciate dalla destra interessata a fare soldi, è falsa. In realtà, le droghe che alterano la mente sono uno strumento e da molti decenni (se non secoli) sono utilizzate sia dalla destra che dalla sinistra. All’inizio del XIX secolo, i consumatori di droga più importanti nella cultura britannica erano esponenti di spicco del partito conservatore come Samuel Taylor Coleridge e Thomas De Quincey (autore del vivido libro di memorie del 1821, Confessioni di un mangiatore di oppio inglese), che odiavano ferocemente i giacobini e i movimenti pro-democrazia. Con la loro immaginazione immersa in fantasticherie da oppio, questi giganti della letteratura scrissero saggi ricchi di immagini gotiche per esprimere il loro disprezzo reazionario per la modernità. Nel suo libro Blitzed: Drugs in Nazi Germany (2015), lo storico Norman Ohler sottolinea il fatto che il regime di Hitler aveva una forte affinità con la metanfetamina, comunemente nota come meth. La droga (che all’epoca era legale) era un importante carburante per la macchina da guerra nazista, che utilizzava la meth come agente energizzante per i soldati (poiché riduceva sia la paura che il bisogno di dormire). Più vicino a noi, alcuni libertari americani sono da tempo favorevoli alla cultura della droga. Come documenta Brian Doherty nel suo divertente libro Radicals for Capitalism (2007), negli anni ’50 un gruppo di imprenditori militanti libertari associati alla Foundation for Economic Education divenne un insolito gruppo di sperimentatori della droga LSD (allora legale) appena scoperta. Questo gruppo includeva William C. Mullendore, ex assistente di Herbert Hoover e un tempo vicepresidente della South California Edison, nonché il potente avvocato James Ingebretsen. All’inizio degli anni ’50, questo gruppo, normalmente dedito alla repressione sindacale e alla promozione di un rovesciamento del New Deal, cadde sotto l’influenza del guru New Age Gerald Heard (che occasionalmente fungeva anche da mentore spirituale per figure culturali come il poeta W.H. Auden e il romanziere Aldous Huxley). Forse perché si sentivano così alienati da un’America in cui la previdenza sociale era diventata inattaccabile e la densità sindacale era alta, si rivolsero a droghe che alteravano la mente per offrire una via verso una realtà alternativa. Sotto la celebrazione dell’espansione spirituale di Heard, Doherty osserva che “questa squadra di industriali e professionisti dell’alta borghesia alla ricerca spirituale ha vissuto una prima ondata di avventurismo psichedelico, prima di quella più populista della metà-fine degli anni ’60.” Naturalmente, i ricchi sono abituati a vedere il mondo come il loro parco giochi, dove possono correre rischi che non necessariamente vorrebbero condividere con la plebe. In questo spirito, come descrive Sam Tanenhaus nella sua nuova biografia di William F. Buckley Jr., alla fine degli anni ’60 Buckley e il collega redattore del National Review James Burnham (entrambi feroci elitari) sperimentarono l’LSD. La San Francisco degli anni ’60 era la patria sia della controcultura che del fiorente settore tecnologico. Nel 1961, l’ingegnere Myron J. Stolaroff fondò la International Foundation for Advanced Study a Menlo Park, in California, per promuovere l’uso delle sostanze psichedeliche come strumento per la creatività. Come osserva lo scrittore Malcolm Harris nel suo libro Palo Alto del 2023, “l’acido è stato commercializzato fin dall’inizio ai lavoratori della conoscenza della Bay Area come aiuto alla produttività”. Harris osserva che questa tradizione continua nella recente “ondata di interesse per il ‘microdosaggio’, ora un metodo popolare per migliorare le prestazioni nei circoli tecnologici della Silicon Valley che prevede l’assunzione di piccole quantità di LSD prima del lavoro”. È questa cultura della Silicon Valley di usare droghe per migliorare le prestazioni mentali che ha influenzato più chiaramente Musk. Ma parallelamente alla cultura della droga della Silicon Valley, esiste una cultura più edonistica intorno a Donald Trump (che personalmente è contrario all’alcol e alle droghe). Come riportato da Rolling Stone nel 2024, la prima amministrazione Trump era “inondata” di speed e Xanax. Tra la destra, droghe come la ketamina non sono utilizzate solo in uno spirito utilitaristico per ottenere un vantaggio competitive sui rivali, ma sono legati a una più ampia ideologia di superiorità di casta. Musk ha un complesso del salvatore, legato alla sua convinzione di essere una figura predestinata con la missione di “rendere la vita multiplanetaria ed estendere la luce della coscienza alle stelle”. In altre parole, Musk si considera un Übermensch nietzscheano, al di là delle norme mondane del bene e del male. Ma a volte anche un Übermensch ha bisogno di un piccolo aiuto per accedere ai suoi superpoteri. Nei fumetti, questo avviene solitamente attraverso l’esposizione alle radiazioni; nella vita reale, attraverso farmaci che migliorano le prestazioni. (Non a caso, Musk è un grande fan dell’epopea fantascientifica di Frank Herbert Dune [1965], dove una combinazione di farmaci e ingegneria genetica produce un superuomo. Ciò che Musk non capisce è che il romanzo di Herbert è una critica a questo piano fascista). Chiunque faccia uso di droghe sa che il vero pericolo non è solo il sovradosaggio, ma anche il mescolarle per ottenere una miscela troppo potente. Nel caso di Musk, egli non solo ha mescolato molte droghe potenti, ma ha aggiunto anche i poteri ancora più tossici e alteranti della mente dell’ideologia di destra. Sulla rivista psicoanalitica Parapraxis, la studiosa Taija Mars McDougall, attualmente ricercatrice post-dottorato presso l’Università della California, ha riflettuto su ciò che accade quando si mescola la ketamina con un’ideologia elitaria. Lei osserva che la ketamina è “la droga del nostro tempo”, proprio come le epoche precedenti erano state definite da droghe diverse (gli anni Sessanta dalla marijuana e dall’LSD, gli anni Settanta dalla cocaina). McDougall richiama l’attenzione sugli scritti dell’alleato di Musk nella Silicon Valley, Marc Andreessen, il cui saggio del 2023 “The Techno-Optimist Manifesto” has a chapter called “Becoming Technological Superman.” In quel capitolo, Andreesen (che è anche personalmente astinente) scrive: “Non siamo primitivi che tremano di paura davanti ai fulmini. Siamo i predatori al vertice della catena alimentare; i fulmini lavorano per noi”. La ketamina, suggerisce McDougall, è il fulmine che Musk vede come un mezzo per diventare un predatore al vertice della catena alimentare e dominare tutti i primitivi che non sono pronti a diventare superuomini. Considerando l’adesione di Musk al razzismo, in particolare la sua promozione della menzogna del «genocidio bianco», non è difficile concludere che i «primitivi» in questo scenario siano le persone che tradizionalmente sono emarginate dal punto di vista razziale. Come sostiene McDougall: Quando coloro che sono al comando del potente nesso tra tecnologia e finanza utilizzano la ketamina a fini terapeutici, ricreativi e non solo, ciò sembra indicativo del significato economico della volontà di Musk di ricorrere a un eccessivo indebitamento – assumendosi debiti sempre più pericolosi per acquistare, ad esempio, Twitter – e della volontà dei tecno-ottimisti di ricorrere a un eccessivo indebitamento per diventare i predatori al vertice della catena alimentare. Attraverso la ketamina, potremmo comprendere… la pericolosità di una psiche bianca senza limiti, le sue fantasie di dominio tecnologico e ciò che i discepoli di un tale movimento sono disposti a promettere per raggiungerlo, riuniti in una figura come Musk. Nel suo ricco saggio, McDougall attinge alle sue esperienze personali con la ketamina per sostenere in modo convincente che la discesa di Musk nella fantasia ideologica (completa di paranoia e disprezzo per le prove contrarie) è stata esacerbata dal suo consume di droghe. È deplorevole che Musk sia diventato il volto pubblico sgradevole della nuova rivoluzione psichedelica. Come giustamente osserva Jules Evans, c’è una dimensione di classe nel modo in cui i plutocrati hanno dirottato promettenti scoperte terapeutiche: Molti membri della classe dei milionari e dei miliardari hanno trovato significato, guarigione e gioia nelle sostanze psichedeliche e vogliono portarle alle masse. (Prendete una qualsiasi delle grandi dinastie americane – i Getty, i Rockefeller, i Mellon, i Koch, gli Hearst – e probabilmente troverete un membro che ha donato denaro a cause psichedeliche). Possono liquidare le preoccupazioni sulla sicurezza come sensazionalismo o propaganda della guerra alla droga, ma le loro risorse consentono loro di accedere a mesi di terapia e di assentarsi dal lavoro per riprendersi dopo un brutto trip. La maggior parte degli americani non può permettersi questo lusso. Evans chiede giustamente “una migliore rete di sicurezza pubblica per le sostanze psichedeliche”. Droghe come la ketamina, i funghi e l’LSD potrebbero davvero arricchire l’umanità. Sono troppo preziose per essere lasciate solo ai nazisti. Per quanto riguarda Musk, ha bisogno di smettere di colpo, non solo con le droghe, ma anche con la fantasia di essere un superuomo di razza. The post Il problema di droga di Musk è più grave di quanto si pensi first appeared on Popoff Quotidiano. 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Starmer sta lasciando morire sei detenuti in sciopero della fame
SEI ATTIVISTI DI PALESTINE ACTION CHIEDONO UN PROCESSO EQUO E LA CHIUSURA DELLA FILIALE DI UNA FABBRICA D’ARMI ISRAELIANA. MA RISCHIANO DI MORIRE Harriet Williamson su Novara Media Anche secondo gli standard del Babbo Natale più indulgente e clemente, non si può dire che il governo di Keir Starmer sia stato buono quest’anno. Abbiamo assistito a un bilancio in violazione del manifesto elettorale trapelato in anticipo, imbarazzanti marce indietro sull’abolizione del limite massimo di due figli per l’assegno familiare, sulla riforma del welfare e sul taglio dei sussidi per il riscaldamento invernale dei pensionati, e a raffiche di briefing feroci e speculazioni sulla leadership, mentre i sondaggi del Labour registravano risultati sempre più disastrosi. Poi ci sono stati i piani approvati da Tommy Robinson per i richiedenti asilo, il sostegno al diritto degli hooligan israeliani di scatenarsi a Birmingham e l’ennesima codardia del governo nei confronti della continua campagna di pulizia etnica di Israele a Gaza. E se tutto questo non bastasse a giustificare un pezzo di carbone nella calza del governo la mattina di Natale, il 2025 ha visto anche Starmer usare la legge antiterrorismo come arma per mettere al bando Palestine Action, proteggendo così i siti britannici del più grande produttore di armi israeliano mentre anziane ottantenni venivano portate via dalla polizia. Con l’avvicinarsi della pausa natalizia del parlamento, c’è un capitolo vergognoso ancora aperto: i sei prigionieri in sciopero della fame, che con ogni ora di inazione del governo rischiano sempre più di subire danni fisici irreversibili o di morire. Almeno due dei detenuti, arrestati in relazione all’attivismo di Palestine Action, hanno ormai superato i 48 giorni di rifiuto del cibo. Il giorno 46 è stato il momento in cui uno dei 23 partecipanti allo sciopero della fame repubblicano irlandese del 1981 è morto nell’ambito della lotta contro l’occupazione coloniale britannica dell’Irlanda. Ma Starmer e il suo gabinetto sembrano non avere nulla da dire. Quando Jeremy Corbyn lo ha sfidato a impegnarsi a incontrare i rappresentanti degli scioperanti della fame alla Camera dei Comuni mercoledì, il primo ministro ha risposto che sta seguendo le “regole e le procedure” in vigore. Queste “regole e procedure” sembrano poco adatte a salvaguardare la vita di coloro che continuano lo sciopero della fame: Amu Gibb (Amy Gardiner-Gibson), Qesser Zuhrah, Heba Muraisi, Teuta “T” Hoxha, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello. Zuhrah, Muraisi, Hoxha e Ahmed fanno parte dei “Filton 24”, detenuti in relazione a un’irruzione in una fabbrica di armi della Elbit Systems, mentre Gibb e Chiaramello sono detenuti in relazione a danni causati ad aerei della RAF Brize Norton, dove sono stati spruzzati con vernice rossa. Zuhrah, che dal 2 novembre rifiuta di nutrirsi, ha visto la sua salute deteriorarsi gravemente questa settimana, soffrendo di forti dolori al petto, incapacità di stare in piedi e ripetute perdite di coscienza. Mercoledì è stata portata in ospedale dall’HMP Bronzefield dopo ore di protesta fuori dalla prigione privata. Il gruppo di attivisti Prisoners For Palestine (PFP) ha dichiarato di aver tentato ripetutamente di chiamare un’ambulanza per Zuhrah per un periodo di 19 ore, ma è stato informato dagli operatori del 999 che il veicolo di emergenza sarebbe stato respinto dalla prigione. Gli avvocati che rappresentano gli scioperanti della fame hanno avvertito questa settimana che senza l’intervento del ministro della Giustizia David Lammy i loro clienti moriranno, mentre Shahmina Alam, sorella di Ahmed, ha affermato che il governo sta mettendo in pericolo la vita dei detenuti e ha descritto le forze dell’ordine e i sistemi carcerario e giudiziario come “corrotti”. Lammy ha finora rifiutato di incontrare i familiari. Le richieste degli scioperanti della fame sono un processo equo, la chiusura di tutti i siti Elbit nel Regno Unito e l’immediata concessione della libertà provvisoria, poiché tutti hanno già superato il limite di custodia cautelare di 182 giorni. Le risatine dei parlamentari alla Camera dei Comuni, i commenti sarcastici dei commentatori di destra e degli utenti dei social media che postano “mangia un panino” tradiscono la loro cecità rispetto all’uso storico degli scioperi della fame nella lotta politica – dall’India e dall’Irlanda alla Palestina occupata – e alle macchie sulla reputazione di coloro che fanno orecchie da mercante. Con oltre 70.000 palestinesi uccisi nel genocidio israeliano e con la vita di sei persone che si sono opposte a questo in bilico, l’impegno del governo a salvaguardare le operazioni della più grande azienda produttrice di armi israeliana sul suolo britannico appare sempre più grottesco. Harriet Williamson è redattrice e giornalista per Novara Media. The post Starmer sta lasciando morire sei detenuti in sciopero della fame first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Starmer sta lasciando morire sei detenuti in sciopero della fame sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Ampliamento RWM, Todde sceglie di non decidere
TERMINI SCADUTI, ORA SARÀ UN COMMISSARIO GOVERNATIVO A DARE IL NULLA OSTA ALLA FABBRICA DI DRONI. L’INDIGNAZIONE DEI ROSSOMORI Sono scaduti alle alle 24 del 16 dicembre i  termini imposti dal Tar alla Regione Sardegna per deliberare in merito all’autorizzazione ex post di valutazione di impatto  ambientale sull’ampliamento della fabbrica di armi Rwm di  Domusnovas, nel Sulcis Iglesiente. Ma la Regione non ha deciso, la presidente Alessandra  Todde non ha portato in Giunta la delibera. All’istruttoria avviata dagli uffici degli assessorati  competenti, stando all’Ansa, mancherebbero ancora le valutazioni che riguardano in  particolare il dissesto idrogeologico e quelle in ambito  sanitario; dunque, si fa sapere, non si può procedere a una  pronuncia definitiva. Questo nonostante i giudici amministrativi, accogliendo un ricorso dell’azienda che fa capo al colosso delle  armi tedesco Rheinmetall, avessero imposto i termini per una  decisione dell’amministrazione regionale, scelta che per la legge sarda, deve essere acquisita con un voto in Giunta. Proprio il voto dell’esecutivo era preannunciato complicato, con i due assessori di riferimento di Avs e Sinistra italiana fortemente contrari. “Non accettiamo lezioni di pacifismo da nessuno”, sussurrano all’Ansa i vertici del M5S in Sardegna. Nell’apposito tavolo al Mimit sulla situazione dello stabilimento Rwm Italia di Domusnovas, disertato ieri dai vertici sardi, il ministro Urso è stato chiaro: “Mi auguro che la Regione Sardegna si esprima entro oggi. Ma ove ciò non accadesse, ho già preso contatti  con il ministro Pichetto affinché si possa intervenire  tempestivamente in supplenza della Regione, così da superare uno  stallo amministrativo ormai insostenibile e garantire finalmente  una soluzione positiva a una vicenda che si trascina da troppo tempo”.  A detta dell’azienda ci sarebbero 60 posti di lavoro congelati sino a marzo. Le  conseguenze della mancata decisione saranno quelle della nomina di un commissario ad acta per chiudere la procedura e dare la  risposta all’azienda. I comitati, movimenti e associazioni che lottano per la riconversione della fabbrica Rwm  di Domusnovas, che produce bombe e droni kamikaze utilizzati anche da Israele nel genocidio a Gaza, si aspettavano un segnale politico che non è venuto. Anzi è venuto ma è quello sbagliato: «La maggioranza Todde sceglie di non decidere», spiega Lucia Chessa, segretaria nazionale dei Rossomori, i sardisti di sinistra, con una nota in cui si chiede se «c’è qualcosa di meno dignitoso di un governo regionale che non dice né si, né no, ma sceglie di far scadere i termini oltre i quali sarà un commissario del governo Meloni ad autorizzare l’ampliamento della RWM?». Rivolta alla giunta, Chessa insiste – «Ma davvero siete quelli che chiedevate il voto per battere le destre e su questioni cruciali passate la mano verso un’autorizzazione della destra romana?» – mettendo a nudo il limite insanabile delle logiche del “voto utile” e di un bipolarismo che sta deteriorando da tempo la democrazia. Gli stessi Rossomori sono tra gli animatori di una importante battaglia per il cambiamento della attuale legge elettorale «senza il quale – prosegue Chessa – la Sardegna subirà ancora la condanna di una classe di governo mediocre, priva di visione che vada oltre la propria autoconservazione e pure vagamente parassitaria». Si tratta della Rete Sar-Degna Iniziativa Popolare che ha raccolto le firme per una nuova legge elettorale e ha intrapreso una iniziativa giudiziaria contro la Regione che, senza discuterla, ha dichiarato inammissibile la nostra proposta. «Aspettiamo fiduciosi che, a giugno, il giudice si pronunci». La vicenda RWM (“centro di eccellenza di Rheinmetall per i sistemi di difesa sottomarina e controminamento, nonché per le testate belliche e le munizioni aeronautiche. L’azienda è un fornitore di lunga data dei dipartimenti e ministeri della difesa e delle forze armate di tutto il mondo”) è emblematica delle dinamiche innescate dalla brusca virata verso il riarmo delle politiche governative e dell’UE. «Lo scandalo di una fabbrica di morte in Sardegna. Una fabbrica che si è ampliata e continua a macinare soldi e morti», continua Chessa che in passato è stata sindaca di Austis, nel Nuorese. In un primo momento, Todde s’era detta propensa ad autorizzare l’ampliamento ma il forte dissenso popolare, proveniente da settori suo stesso elettorato, l’avrebbe persuasa a mettere in scena il “vorrei ma non posso” pur sapendo che la palla sarebbe passata al governo di Roma. I Rossomori incalzano una maggioranza che si era posta a modello di un campo largo che anche a livello nazionale vive le stesse angustie: «Vi sembra dignitoso spostarvi e lasciare campo libero al governo nazionale? Non siete in grado né di negare l’ampliamento della fabbrica di morte, né di autorizzarlo e, dopo aver tentato di nascondervi dietro i pareri tecnici, ancora una volta finite per dimostrare di non difendere né gli interessi, né l’onore, né la dignità della Sardegna». Resta l’amarezza di prevedere che «domani, nel mare di smemoratezza che vi tiene in piedi, potrete andare in giro a dire che non ne avete responsabilità, che da voi non è dipeso, che l’autorizzazione non reca la vostra firma, che voi non c’eravate e se c’eravate non vi siete accorti – conclude la segretaria dei Rossomori – potrete portare ancora le vostre bandiere alle manifestazioni per la pace dove si piangono i bambini uccisi e mutilati dalle armi della fabbrica che avete lasciato raddoppiare e vi sentirete a posto. Vi sentirete politicamente corretti come sempre, umani, molto umani, progressisti e di sinistra. Niente è peggio di così. In rete, sui siti e i media promossi dalle aziende del complesso militare-industriale, è pieno di articoli che stigmatizzano lo stallo sardo ma da un altro punto di vista: «Si fa presto a parlare di rafforzamento dell’industria della difesa. Poi c’è il caso Rwm Italia». “La situazione di stallo evidenzia le difficoltà nell’aumentare la produzione di armi europee in Italia, una delle principali potenze industriali europee, dato il forte movimento ambientalista e pacifista del Paese. Si inserisce inoltre in una più ampia valutazione in Europa, con i governi che dirottano fondi pubblici verso la difesa per contrastare la minaccia russa e compensare il venir meno delle garanzie di sicurezza statunitensi”, osservava a fine ottobre il Financial Times che dedica un approfondimento alla fabbrica di esplosivi del gruppo tedesco. Anche Confindustria si scaglia contro la «paralisi decisionale» ma «Rwm non è sviluppo – si legge in un comunicato del Comitato sardo per la Palestina – gli enormi guadagni volano fuori, in Germania, in Israele. I pochi posti di lavoro sono nulla rispetto alle risorse sottratte, al vero sviluppo che non viene promosso per costringerci ad un lavoro indegno.   The post Ampliamento RWM, Todde sceglie di non decidere first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Ampliamento RWM, Todde sceglie di non decidere sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.