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Francia, lo spread brandito per colpire le pensioni
IL DISCORSO DOMINANTE COLLEGA L’AUMENTO DEI TASSI A UNA PRESUNTA GENEROSITÀ DEL WELFARE. IL SOCIOLOGO BENJAMIN LEMOINE NE SVELA L’OBIETTIVO POLITICO E FINANZIARIO Romaric Godin su Mediapart Il differenziale tra il tasso decennale del debito francese e quello tedesco continua ad ampliarsi; lunedì 19 ottobre 2026, all’apertura dei mercati, si attestava a 137,5 punti base (1,375 punti percentuali), il livello più alto dal maggio 2012. Parallelamente, la narrativa allarmistica sul debito comincia a invadere il dibattito pubblico. Il sociologo Benjamin Lemoine, in diverse opere, in particolare *L’Ordre de la dette* (La Découverte, 2016), *La Démocratie disciplinée par la dette* (La Découverte, 2022) e *Chasseurs d’États* (La Découverte, 2025), ha analizzato questo tipo di discorso e gli obiettivi di chi lo porta avanti. Per *Mediapart*, cerca di caratterizzare questa nuova fase del panico sul debito. «Mediapart»: Da diverse settimane, la Francia è nuovamente sottoposta a un’intensa campagna mediatica sul rischio di bancarotta e sul peso del debito. Qual è la sua particolarità nell’attuale congiuntura? Benjamin Lemoine: Nel 2021, insieme ad Anne-Laure Delatte, descrivevamo la frustrazione delle classi dirigenti per non poter più ricorrere alla pressione dei tassi d’interesse per influenzare il dibattito pubblico. Con il Covid, il motto «a qualsiasi costo» e le politiche di allentamento creditizio della BCE, il terreno sembrava sgretolarsi sotto i piedi della narrativa disciplinare sul debito. Cinque anni dopo, l’aumento dei tassi in nome dell’obiettivo di inflazione ridà una dimensione concreta al discorso che incolpa lo Stato sociale. Questo inquadramento, che fa parte della battaglia narrativa, ignora deliberatamente l’insieme di fattori che hanno concorso ad aumentare concretamente la pressione dei mercati obbligazionari: il quantitative tightening [«restringimento quantitativo», che consiste nella riduzione da parte della BCE del proprio portafoglio di titoli di Stato – ndr] condotto in nome dell’obiettivo di inflazione, la concorrenza delle emissioni obbligazionarie legate all’IA, le incertezze geoeconomiche. La particolarità dell’offensiva attuale consiste nel concentrare il dibattito sulla questione delle pensioni, mettendo in scena una lotta generazionale, tra giovani e anziani, futuro e passato, al centro della quale si troverebbe il debito. Questa narrativa, che riprende lo schema delle generazioni future, solitamente riservato alle questioni climatiche, mobilita sia socialdemocratici come Pierre Rosanvallon (e la sua denuncia del «presentismo») sia il presidente del Movimento delle imprese francesi (Medef), Patrick Martin, che pretende di salvare una «generazione ostacolata» da uno Stato sociale e normativo eccessivo. La «bomba» del debito cristallizzerebbe questa ingiustizia intergenerazionale. In questa offensiva ritroviamo il consueto argomento dell’ovvietà e del buon senso… Come se fosse ovvio che le sfide demografiche rendessero il sistema insostenibile, mentre il sistema a ripartizione[1] non è né la causa principale del deficit pubblico né è sull’orlo del fallimento (il suo deficit, dell’ordine dello 0,2% del PIL nel breve termine, rimane vicino al pareggio, secondo il Consiglio di orientamento sulle pensioni). Questa diagnosi dice inoltre ben poco sulla gestione di bilancio del settore sociale, che avviene tramite trasferimenti discreti tra riduzioni dei contributi sociali e compensazioni fiscali. Il recente clamore sulle pensioni dei dipendenti pubblici ignora inoltre deliberatamente che la sovvenzione di equilibrio (che copre il deficit) è dovuta alla diminuzione del numero di dipendenti pubblici in servizio e alle politiche di impoverimento condotte dallo Stato datore di lavoro (congelamento dell’indice, retribuzione tramite premi anziché tramite stipendio, ricorso a collaboratori a tempo determinato), che prosciugano i contributi al regime. La questione delle entrate viene accantonata e, soprattutto, in nessun momento viene messa in discussione la politica dell’offerta, che ha aggravato il deficit pubblico (attraverso riduzioni delle imposte e aiuti senza contropartita alle imprese). Per tranquillizzare i mercati, l’unica soluzione sarebbe quella di ridurre la spesa pubblica e di attuare finalmente la riforma del sistema pensionistico a ripartizione. Questa «guerra tra generazioni» mira soprattutto a nascondere una guerra sociale? Si mascherano di proposito le differenze di classe: tra i pensionati, tra chi percepisce pensioni modeste e chi possiede un patrimonio; tra i giovani, tra studenti oberati dai debiti ed eredi. Nel tentativo di strumentalizzare la lotta degli studenti delle scuole superiori – e di appropriarsene a vantaggio della narrativa disciplinare sul debito –, si accusano le pensioni di essere responsabili dell’impoverimento generale dei servizi pubblici. Questa narrativa risponde a una lunga frustrazione, alimentata durante i mandati di Emmanuel Macron: la riforma sistemica a punti è stata abbandonata nel 2020, e quella del 2023, approvata con la procedura d’urgenza (49-3), è oggi sospesa. L’aspettativa del capitalismo finanziario è tanto più forte in quanto, in un mondo percepito come esaurito, dove i campi di profitto si stanno rarefacendo e devono essere conquistati, le pensioni rappresentano la nuova frontiera e la loro privatizzazione una manna abbondante. Per molto tempo, il potere ha cercato nei mercati obbligazionari lo strumento che rendesse inevitabile la terapia d’urto: durante le mobilitazioni sulle pensioni, era la minaccia di un declassamento del rating della Francia da parte delle agenzie di rating; poi, ogni anno dalla dissoluzione, il rischio finanziario sovrano è stato sbandierato in occasione del voto su un bilancio la cui equazione politica e parlamentare è irrisolvibile. Ma qualcosa resiste ancora. È questo, quindi, che spiega perché l’attuale ondata di panico sul debito sia alimentata dagli attori istituzionali francesi, sia pubblici che privati? Ad esempio, evocando le «fragilità» del debito a lungo termine, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roland Lescure, ha recentemente messo a repentaglio la visita del Tesoro francese a Londra, quei famosi roadshow volti a rendere il debito attraente agli occhi degli investitori e delle investitrici di tutto il mondo. Il ruolo di un ministro è quello di difendere il debito del proprio Paese, più raramente diandone in evidenza le fragilità. Questo gioco accusatorio sulla spesa pubblica e sulla funzione pubblica, che cerca di strumentalizzare il vincolo materiale del finanziamento da parte dei mercati, sta raggiungendo i propri limiti. Allo stesso modo, quando la presidente della BCE, Christine Lagarde, dichiara che l’istituzione ha i mezzi per calmare i mercati, alcuni editorialisti ritengono che eventuali interventi della Banca centrale rischierebbero di smorzare il messaggio di «verità» veicolato dai mercati obbligazionari. È come se si dovesse lasciare campo libero ai segnali di mercato, consentendo loro di svolgere appieno il proprio ruolo disciplinare e di imporre la politica auspicata senza alcun margine di contestazione. Questa ossessione non si basa forse su una scommessa pericolosa? L’aumento dei tassi sul debito pubblico indebolisce anche il sistema finanziario… È questo l’aspetto che tutti trascurano: il debito pubblico francese non è solo uno strumento di finanziamento dello Stato. Funge anche da garanzia per circa il 10% del mercato mondiale dei pronti contro termine (repo), quelle operazioni di rifinanziamento interne al settore finanziario che rappresentano quasi 13.000 miliardi di euro. È proprio per questo motivo che un intervento della BCE sotto forma di acquisti di titoli, in altre parole l’inversione del quantitative tighte-ning, è l’opzione più probabile. Esiste quindi questa contraddizione interna agli ambienti finanziari: da un lato, si tira la corda al massimo per mettere in riga il Paese; dall’altro, si vuole evitare che si spezzi e che si scateni una crisi finanziaria in grado di rimescolare le carte tra potere pubblico e attori privati – anche se, in passato, l’inerzia ha avuto la meglio. Soprattutto, ciò dimostra l’inutilità del «realismo» di questa narrativa sul debito. Si sostiene che, con l’aumento dei tassi, la Francia «venga raggiunta dalla realtà», ma si tralasciano interi aspetti della realtà finanziaria, pur ritenendo possibile continuare a prelevare risorse dal corpo sociale e dal mondo del lavoro, che sono tuttavia ormai allo stremo e piuttosto disposti a lottare. Per risolvere questa contraddizione, questa frangia radicalizzata della finanza sembra pronta a sostenere soluzioni autoritarie, come ha sottolineato Marlène Benquet nel suo ultimo libro «La finanza agli estremi»… Per il capo di Pimco, uno dei principali gestori obbligazionari mondiali, una vittoria di Marine Le Pen è ormai lo scenario principale. Interrogato sul presunto carattere apolitico dei mercati del debito, risponde che l’importante è che le opzioni politiche vengano concepite ed esercitate nel quadro immutato del capitalismo. Per molti, comprese le frazioni finanziarie a priori meno radicalizzate, la soluzione alle tensioni attuali risiede nella vittoria di una Marine Le Pen «tecnocratizzata», ovvero messa al servizio dell’agenda del settore finanziario e che si porrà al servizio dell’agenda del settore finanziario e garantendo il proseguimento delle politiche di offerta. Ciò costituirebbe al tempo stesso una garanzia di continuità e un mezzo per imporre con forza le proprie decisioni, lasciando al contempo le imprese al riparo da un adeguamento che graverebbe esclusivamente sui lavoratori e sulle lavoratrici e sulla popolazione. D’altra parte, una parte dell’aumento dei tassi di inizio ottobre è dovuta alle posizioni e alle scommesse degli hedge fund, quei fondi speculativi. Per questa fetta del settore finanziario, poco legata, a differenza delle banche, agli equilibri istituzionali neoliberisti, il debito pubblico non è altro che un’attività di trading come un’altra. Nell’ipotesi di una vittoria alle presidenziali di una sinistra che cercasse di resistere alla pressione dei mercati, quale scenario potrebbe verificarsi? Da parte degli investitori obbligazionari ci sarebbe la volontà di dare un esempio, e il rapporto di forza mi sembra inevitabile. Questa lotta si inserirebbe inevitabilmente in una battaglia con la BCE, la cui arma decisiva è lo «scudo anti-frammentazione», ovvero la sua capacità di placare i mercati per impedire il contagio finanziario, il rischio sistemico e la frammentazione dell’eurozona. Ma la controversia verterebbe sulla forma precisa di questo strumento: la sua versione condizionata potrebbe bloccare le scelte politiche per molti anni. Una sinistra di rottura deve prepararsi a rispondere a questa situazione, partendo dal presupposto che la sua capacità di governare in modo diverso dipenda dalla reinvenzione dell’architettura del finanziamento dello stato e dell’economia, sia attraverso canali di gestione del risparmio più centralizzati da parte dei poteri pubblici, un polo bancario pubblico concepito come braccio operativo dello Stato finanziario, sia attraverso la riduzione della quota di debito detenuta all’estero sul modello italiano (meno del 30% contro quasi il 60% in Francia). Al di là della gestione dello stress provocato da un «muro della finanza», è opportuno riattivare un circuito del Tesoro, che organizzi democraticamente l’allocazione del credito all’economia, e concepire una ripresa in parte «fuori bilancio», ovvero avviata dai salari, dai contributi sociali e dalle imprese pubbliche. Il punto decisivo sarà la risposta dell’alta funzione pubblica e dei consulenti a un programma di questo tipo. Nel 1983, la fazione dominante di questa élite pubblica (al Tesoro e alla Banca di Francia) si oppose, dall’interno della macchina burocratica, a scelte economiche, monetarie e di bilancio eterodosse. I suoi membri non si sono «convertiti» al neoliberismo: erano già convinti che quella fosse la strada da seguire e hanno lavorato per imporre l’idea che non ci fosse alternativa. [1] IL SISTEMA A RIPARTIZIONE (PAY-AS-YOU-GO) È UN METODO DI FINANZIAMENTO DELLA PREVIDENZA IN CUI I CONTRIBUTI VERSATI DAI LAVORATORI ATTIVI IN UN DETERMINATO PERIODO VENGONO UTILIZZATI IMMEDIATAMEN-TE PER PAGARE LE PENSIONI DI CHI È GIÀ IN PENSIONE.   The post Francia, lo spread brandito per colpire le pensioni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia, lo spread brandito per colpire le pensioni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 20, 2026
Popoff Quotidiano
La doppia morale di Washington: 73 vittime cubane, la CIA e mezzo secolo di impunità
DOCUMENTI SEGRETI, VERITÀ SCOMODE: GETTANO OMBRE NERE SULLA CIA LE CARTE DESECRETATE DEL VUELO 455 DE CUBANA DAI NATIONAL SECURITY ARCHIVES Dalla collaborazione della CIA con Luis Posada Carriles ai ripetuti interventi a protezione degli esuli anticastristi coinvolti in attività terroristiche: i documenti declassificati ricostruiscono una storia che mette a dura prova la pretesa di Washington di presentarsi come paladina della lotta al terrorismo internazionale. La Higuera, Bolivia, ottobre 1967. Ernesto Che Guevara viene ucciso dall’esercito boliviano per mano del sergente Mario Terán. Il suo corpo, esibito come un macabro trofeo e adagiato su un lavatoio, diventa uno strumento di propaganda. Gli agenti della CIA che affiancano l’esercito boliviano gli amputano le mani e le inviano a Washington: una prova destinata a confermarne l’identità, metodi che difficilmente avrebbero trovato posto nella retorica ufficiale della democrazia e dei diritti umani. È una scena che racchiude la brutalità degli Stati Uniti contro i nemici politici. Barbados, 6 ottobre 1976. Una bomba al plastico, nascosta in un tubetto di dentifricio Colgate, distrugge un aereo civile cubano, il volo 455 della Cubana de Aviación al largo delle coste delle Barbados. L’attentato terroristico provocò la morte di tutte le persone a bordo – erano 73 – compresa l’intera squadra cubana di scherma, che rientrava da una competizione panamericana con le medaglie d’oro appena conquistate. Non si tratta soltanto di una strage. È una vicenda che costringe a interrogarsi sulle responsabilità di una potenza che ha fatto della lotta al terrorismo uno dei pilastri della propria legittimazione internazionale, mentre alcuni dei suoi apparati di intelligence erano e sono i protagonisti del terrorismo e della violenza contro Cuba. I rapporti di intelligence della CIA e dell’FBI identificarono ben presto gli ideatori dell’attentato in Luis Posada Carriles, agente e informatore di lunga data della CIA, e Orlando Bosch, considerato uno dei principali ispiratori della violenza terroristica contro Cuba. Dopo che l’aereo precipitò nell’oceano, secondo una fonte riservata dell’FBI, un collaboratore di Posada, Hernán Ricardo Lozano, che aveva collocato la bomba sull’aereo telefonò a Bosch comunicandogli questo agghiacciante messaggio: «Un autobus con 73 cani è precipitato da una scogliera e sono morti tutti». Questo il linguaggio con cui si cancellava l’umanità delle vittime, trasformando in cani 73 esseri umani, in un messaggio cifrato tra uomini che avevano scelto la violenza come strumento politico. La disumanizzazione delle vittime non è un dettaglio marginale. Il 26 ottobre 1976 il vice commissario di polizia di Trinidad e Tobago, Dennis Ramdwar, che coordinò le indagini sull’incidente del volo 455 della Cubana de Aviación, nella sua dichiarazione scritta riferì che Freddy Lugo, il quale inizialmente aveva negato di essere a conoscenza dell’accaduto, otto giorni dopo, dichiarò invece a Ramdwar di essere convinto che fosse stato Hernán Ricardo Lozano a collocare la bomba a bordo dell’aereo. Affermò inoltre che Ricardo gli aveva detto per due volte di avere intenzione di far esplodere un aereo cubano mentre i due si stavano recando all’aeroporto, prima dell’attentato. Nel corso di un interrogatorio separato, Lozano descrisse a Ramdwar le modalità di fabbricazione dell’ordigno: «Una determinata sostanza chimica viene inserita in un tubetto di dentifricio Colgate, dopo averne estratto il dentifricio». LE PRIME PROVE E GLI AVVERTIMENTI IGNORATI: POSADA, BOSCH E LE INFORMAZIONI DELL’INTELLIGENCE 7 ottobre 1976. Il giorno successivo all’attentato contro il volo Cubana 455, fonti presenti a Caracas stavano già trasmettendo informazioni secondo cui Luis Posada Carriles e Orlando Bosch erano gli ideatori dell’attacco e si preparavano a lasciare il Venezuela. «La fonte confidenziale ha inoltre riferito», scriveva l’FBI, che «[riferimento oscurato al DISIP, il servizio di intelligence venezuelano] stava organizzando la partenza di Luis Posada e Orlando Bosch Ávila dal Venezuela nel più breve tempo possibile». La fonte, aggiungeva il rapporto, aveva di fatto ammesso che Posada e Bosch avevano organizzato l’attentato. 14 ottobre 1976. Un’altra fonte in Venezuela fornì alla CIA informazioni dettagliate su una raccolta fondi organizzata a favore di Orlando Bosch e della sua organizzazione, CORU, dopo il suo arrivo a Caracas nel settembre 1976. La fonte descrisse una cena tenutasi nella casa di Hildo Folgar, un medico cubano in esilio, alla quale avevano partecipato anche funzionari del governo venezuelano. Secondo il rapporto, Bosch avrebbe preteso una tangente in cambio della promessa di astenersi da atti di violenza durante la riunione delle Nazioni Unite prevista per novembre, alla quale avrebbe partecipato anche il presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez. La fonte riferì inoltre che Bosch aveva rivendicato con soddisfazione il «grande lavoro» compiuto dal suo gruppo nell’assassinio dell’ex ambasciatore cileno Orlando Letelier, ucciso a Washington il 21 settembre 1976, e aveva annunciato l’intenzione di «fare qualcos’altro». Pochi giorni dopo, secondo il rapporto d’intelligence, Luis Posada Carriles fu udito pronunciare due frasi inequivocabili: «Colpiremo un aereo cubano» e «Orlando ha i dettagli». Questi documenti dimostrano che le informazioni sui sospettati, sui loro contatti e sui loro progetti circolavano già prima e subito dopo l’attentato, e che la CIA e il governo statunitense ne conoscessero in anticipo tutti i dettagli. Mentre Washington rivendicava – allora come ora – la propria autorità nella lotta al terrorismo, uomini legati da rapporti pregressi con gli apparati statunitensi organizzavano un attentato contro civili. La distanza tra la retorica ufficiale e le responsabilità che emergono dai documenti merita di essere indagata fino in fondo. HENRY KISSINGER E I RAPPORTI SEGRETI: CHE COSA SAPEVA WASHINGTON? Il nome di Henry Kissinger compare ripetutamente nella documentazione ufficiale relativa all’attentato al volo Cubana 455. Nell’ottobre 1976, mentre le indagini cercavano di ricostruire la rete di responsabilità dell’attentato, il segretario di Stato ricevette una serie di rapporti che mettevano in evidenza i legami tra gli indagati e gli apparati statunitensi. Il 12 ottobre 1976, un memorandum del Dipartimento di Stato informò Kissinger dei sospetti crescenti nei Caraibi circa un possibile coinvolgimento della CIA e della presenza, tra gli effetti di due sospettati fermati a Trinidad, del nome e del numero telefonico dell’addetto legale statunitense a Caracas. Il documento mostrava che la questione non riguardava più soltanto l’identificazione degli esecutori: rischiava di compromettere la credibilità degli Stati Uniti nella regione. Sei giorni dopo, il 18 ottobre, il Bureau of Intelligence and Research del Dipartimento di Stato trasmise a Kissinger un rapporto sulle accuse cubane contro la CIA. Il documento riferiva che una fonte dell’intelligence aveva udito Luis Posada Carriles, alla fine di settembre, dichiarare: «Colpiremo un aereo di linea cubano». Secondo il rapporto, tuttavia, l’informazione sarebbe stata comunicata alla CIA soltanto dopo la distruzione dell’aereo. È un particolare decisivo: dimostra che negli ambienti dell’intelligence era circolata una segnalazione relativa a una possibile azione contro un velivolo cubano, ma non consente di concludere che i vertici statunitensi conoscessero in anticipo il piano concreto dell’attentato. Il 20 ottobre arrivò sulla scrivania del segretario di Stato un rapporto firmato dal direttore dell’FBI, Clarence M. Kelley. Il documento riguardava Joseph S. Leo, agente dell’FBI e addetto legale a Caracas, il cui nome era stato trovato tra gli effetti di Hernán Ricardo Lozano, uno dei sospettati dell’attentato. Il rapporto segnalava almeno due contatti tra i due nelle settimane precedenti alla distruzione dell’aereo. Un successivo rapporto del 29 ottobre ricostruì ulteriori contatti tra Leo, Lozano e Posada risalenti all’estate del 1975 e riferì che l’agente aveva sospettato Posada e Lozano di attività terroristiche, pur avendo concesso a Lozano un visto per gli Stati Uniti. Il 5 novembre, Kelley inviò a Kissinger un altro rapporto basato sulle informazioni di una fonte confidenziale. Secondo questa testimonianza, la pianificazione dell’attentato sarebbe avvenuta almeno in parte a Caracas, durante incontri ai quali avrebbero partecipato Posada, Frank Castro e Ricardo Morales Navarrete. Il documento riferiva inoltre di precedenti tentativi falliti di colpire aerei cubani e riportava la già citata telefonata: «un autobus con 73 cani era precipitato da una scogliera e tutti erano morti». Il 22 ottobre, nel frattempo, un memorandum interno del Dipartimento di Stato aveva già affrontato esplicitamente il problema dei rapporti pregressi tra il governo statunitense e alcune delle persone coinvolte. I funzionari riconoscevano che quelle associazioni avrebbero potuto generare «fraintendimenti e imbarazzo», pur sostenendo che gli Stati Uniti non avessero avuto conoscenza preventiva dell’attentato. LA CIA E POSADA CARRILES: UNA RELAZIONE CHE I DOCUMENTI NON CONSENTONO DI IGNORARE Washington, D.C., 8 ottobre 2026. Per commemorare le vittime dell’attentato al volo Cubana 455, a distanza di 50 anni, ieri il National Security Archive ha pubblicato dieci dei documenti di intelligence più significativi su questa atrocità e sui suoi responsabili. Dalla metà degli anni Novanta, il Cuba Documentation Project dell’Archive si dedica alla ricerca e alla diffusione di documenti declassificati relativi al caso. «Questo famigerato atto di terrorismo aereo, il più grave nell’emisfero occidentale prima dell’11 settembre, non deve mai essere dimenticato», ha dichiarato Peter Kornbluh, direttore del progetto su Cuba. «I documenti declassificati ci ricordano che cosa è accaduto e chi ne è stato responsabile». La documentazione pone una questione che Washington non può liquidare con formule rituali: quale credibilità può rivendicare nella lotta al terrorismo uno Stato i cui apparati hanno mantenuto rapporti con uomini successivamente accusati di essere coinvolti in attentati contro civili? I rapporti tra Posada e la CIA non sono una supposizione. Un documento del 21 luglio 1966 mostra che l’Agenzia conosceva Posada già da anni e ne valutava positivamente l’operato. Grover T. Lythcott, il funzionario incaricato di gestirne i rapporti, scriveva che la sua «prestazione in tutti gli incarichi assegnatigli è stata eccellente». Raccomandava inoltre di consentirgli di collaborare con una giunta militante anticastrista, suggerendo di rimuoverlo formalmente dal libro paga della CIA per agevolarne l’ingresso nell’organizzazione. La soluzione proposta era tanto semplice quanto politicamente significativa: interrompere il rapporto retributivo ufficiale per facilitare l’inserimento di un collaboratore in una struttura militante anticastrista. Lythcott sosteneva che Posada avrebbe svolto una funzione moderatrice, perché «pienamente consapevole delle implicazioni internazionali di attività contro Cuba pianificate in modo inadeguato o condotte con eccessivo entusiasmo». Nel memorandum allegato, Posada, che utilizzava il nome «Pete», prometteva che, se fosse entrato nella giunta, i suoi membri «non faranno mai nulla che possa mettere in pericolo la sicurezza di questo Paese», citando come esempio il sabotaggio di navi russe. Si dichiarava inoltre disponibile a «fornire all’Agenzia tutte le informazioni di intelligence che riuscirò a raccogliere». Queste parole documentano un rapporto di collaborazione e una valutazione favorevole da parte di un funzionario della CIA. Un riepilogo non classificato, preparato nel gennaio 2011 per il processo celebrato a El Paso, chiarisce ulteriormente la durata di questa relazione. La CIA aveva avuto i primi contatti con Posada in vista dell’invasione della Baia dei Porci del 1961. Posada era stato un agente retribuito dal 1965 al 1967 e nuovamente dal 1968 al 1974. Tra il 1974 e il 1976 aveva continuato a fornire spontaneamente informazioni sulle minacce e sulle operazioni violente condotte da lui e da altri esuli, compreso un primo tentativo di attentato contro un aereo cubano nel giugno 1976. Secondo lo stesso documento, l’ultimo contatto tra Posada e la CIA risaliva al 1993, quando funzionari dell’Agenzia lo contattarono telefonicamente in Honduras, in forma anonima, per avvertirlo di una minaccia alla sua vita. Il dato più importante è la continuità dei rapporti. Posada non era un personaggio sconosciuto agli apparati statunitensi, comparso improvvisamente sulla scena dopo la strage delle Barbados. La sua storia era intrecciata da decenni con le operazioni anticastriste e con l’intelligence americana. I SOSPETTI, I CONTATTI E LE INFORMAZIONI CHE ARRIVARONO DOPO LA STRAGE I documenti pubblicati dal National Security Archive mostrano anche quanto fossero articolati i rapporti tra i sospettati dell’attentato e i rappresentanti statunitensi presenti in Venezuela. I contatti e i sospetti documentati provano che Leo fosse complice dell’attentato o che il governo statunitense avesse ordinato di agevolarlo; sollevano inoltre interrogativi seri sulla circolazione delle informazioni, sui criteri con cui venivano valutati gli esuli anticastristi e sulle priorità politiche che guidavano i rapporti con loro. Un terzo rapporto dell’FBI riferiva inoltre che esuli cubani anticastristi, in collaborazione con la Dirección de Inteligencia Nacional (DINA), il servizio segreto cileno, avevano partecipato all’assassinio di Orlando Letelier a Washington il 21 settembre 1976. Considerate nel loro insieme, tutte le informazioni contenute nei rapporti di intelligence delineano una rete di militanti anticastristi, attività clandestine e rapporti con apparati di sicurezza statunitensi. Questi documenti, non provano che siano stati gli Stati Uniti a ordinare l’attentato, dimostrano però che, nelle settimane successive alla strage, il segretario di Stato ricevette informazioni dettagliate sui sospettati, sui loro rapporti con funzionari statunitensi e sulle accuse relative alla rete terroristica anticastrista. È in questa distanza tra la proclamazione della lotta al terrorismo e la gestione concreta dei rapporti con militanti anticastristi che si colloca una delle contraddizioni più profonde della vicenda. LA GUERRA DEI CONTRAS E LE OPERAZIONI CLANDESTINE DELL’AMMINISTRAZIONE REAGAN La vicenda di Posada non si esaurisce nel 1976. Nel 1985 corruppe alcuni funzionari per uscire da un carcere venezuelano, utilizzando fondi forniti segretamente da facoltosi sostenitori cubano-americani, e fuggì in America Centrale. Entrò quindi nelle operazioni clandestine dell’amministrazione Reagan, dirette da Oliver North dalla base aerea di Ilopango, in El Salvador, e finalizzate a rovesciare il governo sandinista in Nicaragua. Un interrogatorio condotto da due agenti dell’FBI il 7 febbraio 1992 presso l’ambasciata statunitense a Tegucigalpa, in Honduras, offre una ricostruzione dettagliata di questa attività. Posada descrisse la fuga dal Venezuela a bordo di un aereo privato, il trasferimento ad Aruba e poi in El Salvador, nonché le operazioni svolte in El Salvador e Guatemala dopo l’esplosione dello scandalo Iran-Contra nel novembre 1986. Secondo la sua testimonianza, Posada aveva accumulato 40.000 dollari grazie al lavoro svolto per i contras. Lui e altri collaboratori venivano pagati con i profitti ricavati dalla vendita di armamenti all’Iran. Quando le risorse finirono, Richard Secord gli inviò 1.000 dollari per acquistare un suo dipinto. Il quadro che emerge è quello di un uomo inserito in una rete di operazioni clandestine, finanziamenti e collaborazioni che attraversava diversi Paesi dell’America Centrale. È una storia che richiama direttamente le responsabilità dell’amministrazione Reagan e le conseguenze dello scandalo Iran-Contra: mentre Washington proclamava pubblicamente la propria difesa della democrazia, una parte della sua strategia regionale si affidava a operazioni segrete, canali finanziari opachi e interlocutori la cui condotta avrebbe richiesto un esame ben più rigoroso. Non è necessario attribuire automaticamente allo stato statunitense ogni azione compiuta da Posada per riconoscere la gravità politica di questa continuità. Orlando Bosch: il perdono politico e la memoria delle vittime Pochi giorni dopo l’attentato del 6 ottobre 1976, Posada e Bosch furono entrambi arrestati in Venezuela, diventato una base per le operazioni violente contro Cuba. Bosch fu rilasciato nel 1987 e l’anno successivo arrivò in Florida, entrando illegalmente negli Stati Uniti. Venne trattenuto dalle autorità per l’immigrazione per quasi due anni. Nel 1990, tuttavia, il presidente George H. W. Bush, ignorando le obiezioni del proprio procuratore generale, che aveva definito Bosch un «terrorista» e una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, decise di sottrarlo a ulteriori conseguenze giudiziarie e gli concesse la residenza permanente negli Stati Uniti. La decisione fu una scelta politica. E proprio qui si manifesta una delle contraddizioni più difficili da ignorare: mentre gli Stati Uniti rivendicavano il diritto di perseguire i responsabili di attentati e di chiedere ad altri Paesi di negare rifugio ai terroristi, un uomo accusato di avere avuto un ruolo nella campagna di violenza anticastrista otteneva la possibilità di stabilirsi legalmente sul loro territorio. Tra i documenti desecretati ieri figura anche l’interrogatorio di Posada condotto da Lawrence Walsh, il procuratore speciale incaricato dell’inchiesta sul caso Iran-Contra. Fabio Di Celmo: anche un italiano tra le vittime della campagna contro Cuba Posada rimase in America Centrale, operando in Guatemala e Honduras, ma continuò le proprie attività terroristiche contro Cuba. A metà degli anni Novanta Posada organizzò una serie di attentati dinamitardi contro importanti alberghi dell’Avana, con l’obiettivo di scoraggiare il turismo verso Cuba. Il 4 settembre 1997, poco prima di mezzogiorno, una bomba esplose al bar dell’Hotel Copacabana, nel quartiere dell’Avana di Miramar. A perdere la vita fu anche Fabio Di Celmo, un imprenditore italiano di 32 anni, originario di Genova e residente a Montréal, in Canada. Era a Cuba per ragioni legate alla propria attività commerciale e aveva già visitato l’isola insieme al padre Giustino, con il quale aveva avviato rapporti d’affari nel settore delle forniture alberghiere. La deflagrazione proiettò schegge e frammenti contro le persone presenti; Di Celmo fu colpito alla gola e morì quasi immediatamente. Quel giorno si verificarono esplosioni anche negli hotel Chateau e Tritón. Gli attentati si inserivano in una più ampia campagna diretta contro le strutture turistiche cubane, un settore strategico per un’economia ancora duramente segnata dalla crisi seguita al crollo dell’Unione Sovietica. Per l’attentato al Copacabana fu arrestato il salvadoregno Raúl Ernesto Cruz León, che ammise di aver collocato l’ordigno. Le indagini e le dichiarazioni successive chiamarono in causa Luis Posada Carriles, il quale, in un’intervista al New York Times, commentò la morte di Di Celmo con parole che rivelano il cinismo con cui si può arrivare a trattare la vita umana come un costo accettabile di una strategia politica: «Quell’italiano si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato», dichiarò. «Ma io dormo come un bambino». Nel novembre 2000 Posada fu fermato a Panama, mentre Fidel Castro si trovava nella capitale per partecipare al vertice iberoamericano. Fu accusato di aver pianificato l’assassinio del leader cubano mediante una bomba di circa 90 chilogrammi collocata nell’auditorium destinato a ospitare i capi di Stato e di governo latinoamericani. Nel 2004 venne condannato a otto anni di carcere, ma nell’agosto dello stesso anno la presidente panamense Mireya Moscoso lo graziò, senza che emergesse una spiegazione convincente della decisione. Con l’aiuto di sostenitori cubano-americani residenti in Florida, all’inizio del 2005 Posada entrò illegalmente negli Stati Uniti e si stabilì a Miami. Nonostante la politica di sicurezza adottata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’amministrazione di George W. Bush gli permise di vivere liberamente in Florida e persino di presentare domanda per ottenere la cittadinanza statunitense. Soltanto dopo che il New York Times e il Miami Herald pubblicarono in prima pagina articoli sulla sua responsabilità nell’attentato al volo Cubana 455, basati su documenti di intelligence della CIA e dell’FBI diffusi dal National Security Archive, le autorità lo arrestarono, il 17 maggio 2005. Alla fine Posada non fu incriminato per atti di terrorismo, bensì per falsa testimonianza e frode in materia di immigrazione, in relazione alla domanda di cittadinanza. In vista del processo celebrato a El Paso, la CIA presentò una breve sintesi dei suoi legami di lunga data con l’agenzia: rapporti iniziati nei primi anni Sessanta e conclusisi nei primi anni Novanta, quando alcuni funzionari della CIA in Honduras lo avvertirono di aver scoperto un complotto per assassinarlo. Il processo, celebrato a El Paso e durato tre mesi, si concluse con l’assoluzione dell’imputato. Posada aveva allora 83 anni. La giuria raggiunse il verdetto dopo appena tre ore di deliberazione. Un uomo con una lunga storia di rapporti con la CIA, accusato di essere coinvolto in operazioni terroristiche contro Cuba, non venne giudicato negli Stati Uniti per l’attentato che aveva ucciso 73 persone. DUE PESI E DUE MISURE NELLA LOTTA AL TERRORISMO Orlando Bosch e Luis Posada Carriles trascorsero entrambi gli ultimi anni della loro vita da uomini liberi in Florida. Bosch morì a Miami il 27 aprile 2011, all’età di 84 anni. Posada morì nel maggio 2018, a 90 anni. «Considerata la parodia di giustizia subita dalle 73 vittime del volo Cubana 455 nel corso dell’ultimo mezzo secolo», ha dichiarato Kornbluh, «i documenti declassificati sul ruolo di Posada e Bosch forniscono l’unico verdetto possibile: quello della storia». Tuttora Cuba è presentata da Washington come una minaccia alla sicurezza. Ma i documenti raccontano che sono gli Stati Uniti i veri fiancheggiatori dei terroristi, allora come ora. La storia di cittadini cubani uccisi da attentati, di operazioni clandestine condotte da esuli anticastristi affiancati da apparati statunitensi, di informazioni raccolte prima o dopo gli attentati, di sospetti documentati e di scelte politiche che non impedirono a uomini accusati di gravi violenze di trovare rifugio negli Stati Uniti parla anche al presente. Secondo Kornbluh, questa vicenda resta rilevante anche nell’attuale crisi delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba. «In un momento in cui l’amministrazione Trump ha cercato di giustificare le proprie operazioni per il cambio di regime accusando Cuba di attività terroristiche contro gli Stati Uniti, i documenti dimostrano che Cuba è stata per decenni bersaglio del terrorismo perpetrato da individui violenti da tempo legati agli Stati Uniti». Il contrasto con la retorica ufficiale è evidente. Uno Stato che pretende di guidare la lotta internazionale al terrorismo deve essere giudicato non soltanto dalle dichiarazioni dei suoi presidenti, ma anche dalla condotta dei suoi apparati, dalla trasparenza delle sue indagini e dal modo in cui tratta gli uomini che hanno collaborato con essi.   The post La doppia morale di Washington: 73 vittime cubane, la CIA e mezzo secolo di impunità first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La doppia morale di Washington: 73 vittime cubane, la CIA e mezzo secolo di impunità sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
October 11, 2026
Popoff Quotidiano
Srebrenica, la memoria profanata
UN RADUNO PER MLADIĆ NELLA CITTÀ DEL GENOCIDIO RIACCENDE GLI ODI DELLA GUERRA C’è qualcosa di profondamente inquietante, sconcertante, mostruoso nel fatto che, a trentuno anni dal genocidio di Srebrenica, proprio nella città che ne è divenuta il simbolo sia stato annunciato un raduno il 2 settembre per commemorare Ratko Mladić, il comandante dell’Esercito della Republika Srpska condannato in via definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, deceduto il 27 agosto all’Aia, dove stava scontando l’ergastolo. A dare oggi la notizia è l’Oslobođenje, uno dei più importanti e storicamente prestigiosi quotidiani della Bosnia-Erzegovina, fondato a Sarajevo nel 1943, e noto soprattutto per aver continuato le pubblicazioni durante l’assedio di Sarajevo. Secondo quanto riferito da Crna Hronika, un portale d’informazione online bosniaco, fondato nel specializzato soprattutto in cronaca e attualità della Bosnia-Erzegovina, la manifestazione è prevista per il 2 settembre e il raduno è annunciato nel parcheggio antistante la kafana (bar) “Lipa”, a Srebrenica. Il manifesto con cui è stata diffusa l’iniziativa invita a dare un commiato «con dignità al nostro generale» e utilizza l’espressione “Srpska Srebrenica”, “Srebrenica serba”. È una formula dal peso simbolico enorme, perché richiama direttamente la retorica utilizzata da Mladić nel luglio 1995, dopo la conquista della città da parte delle forze serbo-bosniache. L’iniziativa è stata denunciata dalla stampa bosniaca e ha provocato l’immediata reazione del Centro memoriale di Srebrenica-Potočari, che ha chiesto al Ministero dell’Interno della Republika Srpska e alla polizia locale di chiarire chi abbia organizzato il raduno, se questo sia stato regolarmente autorizzato e quali misure siano state adottate per garantirne la sicurezza. Il Centro memoriale ha domandato anche di accertare, tra le altre cose, se siano stati valutati i rischi per la sicurezza, se esistano profili di responsabilità penale o amministrativa e se siano state informate le autorità giudiziarie. Ha inoltre richiamato l’obbligo di prevenire l’incitamento all’odio e all’intolleranza nazionale e religiosa, oltre all’eventuale uso di uniformi, insegne e simboli. Non si tratta soltanto della celebrazione postuma di un comandante militare. La scelta di Srebrenica come luogo del raduno e il linguaggio utilizzato trasformano la commemorazione in un gesto dal fortissimo significato politico e identitario. Srebrenica non è un luogo qualsiasi: è il luogo nel quale, nel luglio 1995, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. È il luogo che i tribunali internazionali hanno riconosciuto come teatro di un genocidio. È il luogo nel quale migliaia di famiglie continuano ancora oggi a cercare, identificare e seppellire i propri morti. Per questo è difficile non provare sconcerto e sdegno di fronte all’idea che, proprio lì, si possa celebrare l’uomo che fu uno dei principali responsabili delle operazioni militari che portarono alla caduta dell’enclave e ai crimini successivi. Ma l’aspetto forse più preoccupante della vicenda emerge dalla reazione nello spazio digitale. Alcuni commenti comparsi sui social e sulle pagine delle testate che hanno riportato la notizia mostrano un livello di odio e di contrapposizione etnica che sembrava appartenere al passato e che invece riemerge con una violenza impressionante. In alcuni interventi compaiono minacce esplicite, linguaggio celebrativo della violenza e riferimenti a un ipotetico «secondo round». In altri, Srebrenica viene rivendicata come parte della Republika Srpska e la figura di Mladić viene associata alla memoria del «Generale» e della «Patria». È proprio questa territorializzazione della memoria a destare particolare preoccupazione. Il problema non è soltanto che qualcuno continui a considerare Mladić un eroe: è che la memoria del criminale di guerra viene utilizzata per riaffermare una contrapposizione territoriale ed etnica. Srebrenica torna così a essere rappresentata non come luogo della memoria delle vittime, ma come terreno sul quale riaffermare appartenenze antagonistiche. E la spirale non si ferma qui. Nelle stesse ore è emerso il caso di Đoko Novaković, giovane chirurgo dell’Ospedale cantonale di Orašje, che sui social avrebbe espresso gratitudine nei confronti di Mladić, dichiarandosi «eternamente grato» all’ex comandante. La vicenda ha provocato la protesta dell’associazione dei veterani della polizia militare dell’HVO della Posavina bosniaca, che ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti. Pochi giorni prima, un episodio analogo aveva riguardato una dottoressa del Centro sanitario di Tomislavgrad, accusata di avere elogiato pubblicamente Mladić. È particolarmente grave che siano proprio medici, vincolati dal Giuramento di Ippocrate alla tutela della vita e alla cura di ogni essere umano, a esprimere gratitudine verso chi è stato riconosciuto responsabile di un genocidio e di migliaia di uccisioni. La morte di Mladić sembra avere riaperto una ferita che in Bosnia-Erzegovina non si è mai completamente rimarginata: quella della competizione fra memorie contrapposte, nella quale la vittima di una comunità può diventare il bersaglio della celebrazione dell’altra. È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi la preoccupazione delle istituzioni. Non si tratta soltanto di stabilire se un raduno debba essere autorizzato o meno. Si tratta di capire quali messaggi vengono trasmessi nello spazio pubblico e quali conseguenze possano produrre, soprattutto in una città nella quale convivono ancora le memorie dolorose della guerra e nella quale la pace è inseparabile dal riconoscimento della verità sui crimini commessi. È una richiesta che va oltre la singola manifestazione. Perché ciò che è in gioco, a Srebrenica, non è soltanto il diritto di riunione, ma il delicatissimo confine tra libertà di espressione e glorificazione di coloro che sono stati condannati per crimini internazionali; tra memoria privata e celebrazione pubblica; tra diritto alla commemorazione e rispetto dovuto alle vittime. A Srebrenica il passato non è ancora passato. La morte di Mladić lo ha dimostrato ancora una volta. La possibilità di una manifestazione in suo onore proprio nella città del genocidio, insieme alla violenza verbale riemersa sui social network, mostra quanto siano fragili i processi di riconciliazione e quanto facilmente possano riaccendersi gli odi costruiti durante la guerra. Per questo lo sconcerto davanti al raduno annunciato non dovrebbe essere liquidato come una semplice polemica politica. È, soprattutto, una questione di memoria, responsabilità e convivenza civile. Quando un criminale di guerra viene trasformato in un eroe e il luogo delle sue vittime viene utilizzato per celebrarlo, il rischio non riguarda soltanto il passato: riguarda il modo in cui una società sceglie di costruire il proprio futuro. The post Srebrenica, la memoria profanata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Srebrenica, la memoria profanata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 31, 2026
Popoff Quotidiano
“Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa”
L’ANNUNCIO DEL FUNERALE DI STATO PER RATKO MLADIĆ RIAPRE UNA FERITA MAI RIMARGINATA, A OLTRE TRENT’ANNI DALLE GUERRE JUGOSLAVE L’annuncio del funerale di Stato per Ratko Mladić riapre una ferita che, a oltre trent’anni dalle guerre jugoslave, non si è mai rimarginata, anche perché gli odi che hanno portato al genocidio sono ancora lì, e non nascosti sotto la cenere, ma anche ostentati. Ci restituiscono il dolore umano che sta dietro a questa vicenda le parole che mi ha detto oggi la mia amica Nadja Mujčić, che vive in Italia dove è arrivata da Srebrenica come profuga di guerra con i figli piccoli, mentre Mladić con le sue truppe massacrava suo fratello e suo marito, che eppure era interprete per i caschi blu olandesi a Potočari, e ne sembravano e occultavano talmente bene il corpo che a 31 anni di distanza non si è trovato neppure un brandello “Io non riesco neanche a incazzarmi per i funerali di stato, io piango, non riesco a fermare le lacrime”. Immaginiamo una madre di Srebrenica – che ha trascorso decenni alla ricerca dei resti di un figlio, di un padre, di un fratello, di un marito – che guarda le immagini che già circolano dell’annunciato funerale. E poi immaginiamo che sullo schermo compaiano soldati in uniforme, onori militari, simboli dello Stato e una cerimonia solenne per l’uomo che i tribunali penali internazionali hanno indicato come responsabile di alcuni dei crimini più terribili commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Che cosa dovrebbe pensare quella persona? Forse non può neppure pensare ma solo provare dolore e impotenza. E piangere, come Nadja Perché mentre ad est della Drina si preparano solenni onori a Ratko Mladić, ad ovest di essa si continua a cercare ossa nelle fosse comuni, a ricomporre corpi, a identificare vittime, a dare un nome ai morti riconosciuti mentre di un migliaio di altri non si è trovato ancora neppure un frammento. E forse è proprio questa la più dolorosa delle ingiustizie: un uomo condannato per i crimini di Srebrenica può essere accompagnato alla tomba con gli onori di una patria; molte delle sue vittime, invece, sono ancora private persino del diritto di avere una tomba. È qui che il funerale diventa una scena pubblica nella quale si misura una contraddizione terribile: da una parte la memoria delle vittime, dall’altra la celebrazione di chi è stato condannato per aver pianificato e perpetrato un genocidio. LA SERBIA NON È UN PAESE QUALSIASI Non è soltanto una questione di memoria: è una questione di giustizia, di responsabilità, è una domanda sull’idea di Serbia che si vuole costruire. La Serbia non è un Paese qualsiasi. È uno Stato europeo candidato all’Unione europea, è parte di una regione nella quale la memoria delle guerre degli anni Novanta continua a essere una questione politica, diplomatica e sociale. Per questo la domanda che Belgrado dovrebbe porsi non è soltanto come salutare Mladić. Dovrebbe chiedersi chi vuole essere. Uno Stato che riconosce le proprie vittime, accetta le sentenze dei tribunali internazionali e considera la memoria dei crimini commessi in suo nome una parte irrinunciabile della propria responsabilità democratica oppure uno Stato disposto a trasformare un uomo condannato per genocidio in un simbolo nazionale? La domanda, a questo punto, va ben oltre l’annunciato funerale di Stato di Ratko Mladić. Riguarda la direzione stessa che la Serbia ha scelto di imboccare. Perché il problema non nasce oggi. Da anni, il rapporto con le guerre degli anni Novanta costituisce uno dei terreni sui quali si misura l’arretramento democratico del Paese: il ridimensionamento o la negazione delle responsabilità per i crimini di guerra, la persistenza di narrazioni nazionaliste che trasformano gli aggressori in vittime e le vittime in elementi marginali della memoria pubblica, la difficoltà di accettare pienamente le sentenze dei tribunali internazionali. A questo si aggiunge una politica estera che mantiene un rapporto privilegiato con Mosca. La Serbia continua a non aderire alle sanzioni europee contro la Russia e Aleksandar Vučić ha ribadito la volontà di preservare la cooperazione con Vladimir Putin. Non si tratta, evidentemente, di sostenere che la sola vicinanza alla Russia renda uno Stato non democratico; ma, inserita insieme agli altri elementi, questa scelta contribuisce a delineare una politica sempre più distante dai valori e dagli standard democratici che l’Unione Europea richiede ai Paesi candidati. E si somma anche una politica interna sempre più autoritaria e liberticida. Dal movimento studentesco nato dopo il crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad del novembre 2024, le proteste contro la corruzione e il governo Vučić sono diventate una delle più grandi mobilitazioni della storia recente della Serbia. Di fronte ad esse, sono state documentate intimidazioni, pressioni e un crescente uso della forza: nell’agosto 2025 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva già denunciato l’escalation della repressione delle proteste pacifiche; nel marzo 2026 nuovi scontri hanno opposto studenti e polizia a Belgrado. È la convergenza di questi fenomeni a rendere l’annuncio del funerale di Mladić politicamente significativo. Il problema non è soltanto chi verrà eventualmente sepolto con gli onori, ma quale idea di Stato quegli onori intendano rappresentare. Se un Paese relativizza i crimini del proprio passato, celebra i responsabili, reprime chi chiede trasparenza e responsabilità e contemporaneamente mantiene una posizione di sostanziale prossimità politica a un regime autoritario come quello russo, allora il funerale di un condannato per genocidio non è più soltanto una questione di memoria: diventa il simbolo di una scelta politica. LA SCELTA FRA DUE IDEE OPPOSTE DI SERBIA Da una parte, una Serbia capace di guardare il proprio passato, riconoscere le vittime, rispettare le sentenze internazionali e difendere il diritto dei cittadini a protestare e a chiedere conto al potere, dall’altra, una Serbia nella quale la memoria viene selezionata secondo la convenienza politica, i crimini vengono relativizzati, i condannati possono essere trasformati in eroi e il dissenso viene trattato come una minaccia. È questa, in fondo, la domanda che l’annuncio del funerale di Mladić lascia aperta: non soltanto quale memoria della guerra voglia conservare la Serbia, ma quale democrazia voglia essere. La risposta non riguarda soltanto una cerimonia, riguarda la memoria, riguarda la giustizia, riguarda l’Europa. E riguarda soprattutto le vittime. Perché alla fine, davanti a un funerale annunciato, non sono soltanto i morti a essere giudicati. Sono i vivi che scelgono che cosa ricordare, che cosa onorare e che cosa non devono mai più glorificare.   The post “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 30, 2026
Popoff Quotidiano
Chi era il boia di Srebrenica
È MORTO ALL’AIA RATKO MLADIĆ, EX COMANDANTE SERBO-BOSNIACO ALL’ERGASTOLO PER CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ, CRIMINI DI GUERRA E PER GENOCIDIO   Leggo la notizia e chiamo la mia amica Nadja Mujčić, profuga bosniaca in Italia, che nel genocidio di Srebrenica ha perso un fratello e il marito, i cui resti, a distanza di trenta anni, non sono stati ancora trovati.. “La sua morte non risolve niente” mi dice,, “il male che ha fatto rimane per sempre”. “ Verissimo”, rispondo. “Però un criminale in meno al mondo”. E lei riconosce: “è vero, uno di meno. Ma muoiono sempre troppo tardi i boia. Muoiono e l’orrore che hanno generato sopravvive a loro. Muoiono e lasciano dolore nel cuore. E il dolore non muore né va in prescrizione” La morte di Mladić chiude la parabola personale di uno dei principali responsabili della guerra in Bosnia, ma riapre una domanda che accompagna da trent’anni la memoria di Srebrenica: anche se alla fine i perpetratori sono stati condannati, una pace, seppur fragile e imperfetta come gli accordi di Dalton, è stata fatta, cosa ne è oggi di quel riuscito melting pot che era la Bosnia prima della guerra? E potrà mai  Srebrenica – ancora parte della entità della  Repubblica Srpska, che dal sangue della genocidio sia nutrita e che da quel sangue è nata – tornare a vivere, quando ancora circa 1000 corpi smembrati senza nome né tomba? Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026 in un ospedale carcerario delle Nazioni Unite all’Aia, mentre stava scontando la condanna all’ergastolo pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Aveva 84 anni. La sua morte arriva a quasi trentuno anni dall’incriminazione e a cinque anni dalla sentenza definitiva. Ma chi era il boia di Srebrenica, il generale che trasformò la guerra in una campagna di terrore prima e poi in un genocidio? Nato il 12 marzo 1942 nell’area dell’odierna Bosnia-Erzegovina, all’ epoca  in cui il maresciallo Tito combatteva i nazisti e i fascisti invasori in Jugoslavia, Mladić aveva fatto carriera nell’Esercito popolare jugoslavo. Con la dissoluzione della federazione nel 1992, divenne comandante dello Stato maggiore dell’esercito della Republika Srpska, la formazione militare dei serbo-bosniaci. Assunse formalmente l’incarico il 12 maggio 1992 e rimase al vertice del comando fino al novembre 1995. Il suo nome è legato soprattutto a due luoghi: Sarajevo e Srebrenica. A Sarajevo le forze sotto il suo comando sottoposero la popolazione civile a un assedio durato quasi 4 anni -il più lungo della storia europea, compresi quelli di Leningrado e Stalingrado e terminato oltre la firma dei trattati di Pace – caratterizzato da bombardamenti e attacchi dei cecchini. Ma è a Srebrenica che il nome di Mladić è diventato sinonimo di genocidio. Nel luglio 1995, dopo più di tre anni di guerra e di assedio, l’esercito serbo-bosniaco conquistò Srebrenica, formalmente dichiarata dalle Nazioni Unite «safe area». Migliaia di civili bosgnacchi si rifugiarono a Potočari, presso il compound delle Nazioni Unite, mentre almeno  quindicimila  uomini tentarono di raggiungere il territorio controllato dal governo bosniaco attraverso le montagne, venendo però inseguiti e uccisi anche dopo che si erano consegnati. La caduta della città fu seguita dalla separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, che furono deportati. I maschi adolescenti  e adulti, furono detenuti in stadi, fattorie, scuole e progressivamente trasferiti nei luoghi delle esecuzioni. Nei giorni successivi, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. I loro corpi vennero sepolti in fosse comuni, molte delle quali furono successivamente riaperte e i resti dispersi in altre fosse nel tentativo di nascondere le dimensioni del crimine. Il Tribunale internazionale per la Ex Jugoslavia (ICTY)  ha stabilito che a Srebrenica fu commesso genocidio e che Mladić ebbe un ruolo centrale nell’impresa criminale finalizzata all’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca dell’area. La giustizia internazionale arrivò sulla carta già durante la guerra. L’ ICTT, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993, incriminò Mladić il 25 luglio 1995, pochi giorni dopo il genocidio di Srebrenica, mentre la guerra è formalmente finita il 21 novembre 1995. Le accuse comprendevano genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Ma tra un’incriminazione e un arresto passarono quasi sedici anni. È questo uno degli elementi più significativi della vicenda Mladić. Nel momento in cui il suo nome era già associato ai più gravi crimini commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, il generale non era in carcere. Era latitante. E non si trattò di una fuga breve o improvvisata. Dal 1995 al 2011 Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura. Per anni visse in una sorta di zona grigia nella quale l’esistenza del mandato di arresto internazionale si scontrava con la mancanza di volontà politica, di consegnarlo alla giustizia. Nel 2001 il procuratore del Tribunale riferiva al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di avere ricevuto informazioni considerate molto affidabili secondo cui Mladić sarebbe stato protetto dalle strutture militari della Repubblica Federale di Jugoslavia e si sarebbe trovato in Serbia, probabilmente a Belgrado. Non basta  dire che Mladić «fu bravo a nascondersi». Per una parte consistente della sua latitanza egli beneficiò di una rete di protezioni, sostegni e complicità che rese possibile la sua permanenza fuori dalla portata della giustizia internazionale. Anche dopo la fine della guerra, Mladić continuò a godere di una significativa rete di sostegno. La sua figura era diventata quella di un eroe per una parte del nazionalismo serbo, il cui volto è soggetto tuttora di numerosi murales a Belgrado, Banja Luka e inoltre varie cittadine serve di qua e di là dalla Drina. La sua cattura avrebbe significato, per la Serbia, affrontare direttamente il tema delle responsabilità dello Stato e delle strutture politiche e militari che avevano sostenuto i serbo-bosniaci. Quelle responsabilità che tutt’ora rifiuta protestando offesa per la istituzione due anni fa da parte delle Nazioni Unite della giornata internazionale per la memoria delle vittime di Srebrenica . La pressione internazionale crebbe progressivamente. La collaborazione con il Tribunale dell’Aia divenne una questione centrale nei rapporti della Serbia con l’Unione europea e con la comunità internazionale. Solo il 26 maggio 2011 Mladić venne arrestato in Serbia, nel villaggio di Lazarevo. Aveva trascorso quasi sedici anni da latitante. Il 31 maggio fu trasferito all’Aia. Il processo cominciò il 16 maggio 2012 e si concluse, dopo anni di testimonianze, documenti e prove, con la sentenza del 22 novembre 2017. Il Tribunale lo riconobbe colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra e gli inflisse l’ergastolo. La sentenza non riguardò soltanto Srebrenica. I giudici riconobbero la responsabilità di Mladić per una serie di crimini commessi in diverse parti della Bosnia-Erzegovina e per il suo ruolo in quattro distinti «joint criminal enterprises», cioè imprese criminali comuni. Una riguardava il progetto più generale di rimozione permanente dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci. Una seconda riguardava Sarajevo e la campagna di cecchinaggio e bombardamento contro la popolazione civile. Una terza riguardava direttamente Srebrenica e l’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca. La quarta riguardava la presa in ostaggio del personale delle Nazioni Unite per impedire i bombardamenti NATO. Mladić non accettò la condanna e presentò appello. L’8 giugno 2021 la Camera d’appello del Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali confermò sostanzialmente la sentenza. Furono respinte le principali contestazioni della difesa relative alle imprese criminali comuni riguardanti la Bosnia, Sarajevo e Srebrenica e furono confermate le condanne per genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e altri crimini. Anche la condanna all’ergastolo venne confermata. Da quel momento la condanna è diventata definitiva. Mladić, non ha mai mostrato pentimento. Durante il procedimento mantenne un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti del Tribunale e continuò a respingere le accuse. La sua morte arriva dunque senza una confessione e senza una richiesta pubblica di perdono alle vittime. Anche per questo la morte di Mladić non può essere letta soltanto come la scomparsa di un ex generale. Srebrenica continua infatti a porre la stessa domanda che la sua morte non può chiudere: come fu possibile che, un genocidio si sia consumato nel cuore dell’Europa? Ratko Mladić è morto in carcere, anziano. Le sue vittime, invece, sono morte molto prima, a Srebrenica, a Sarajevo, nei villaggi della Bosnia orientale e nei luoghi dove furono compiute le esecuzioni. Alma Mustafić, ricercatrice, il cui padre proprio come il marito di Nadja lavorava per il Dutchbat – il battaglione olandese delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto difendere Srebrenica e che invece me ha consegnato gli uomini a Mladić come carne da macello – proprio oggi ha ricevuto il HU Genotenprijs – il più alto riconoscimento della Hogeschool Utrecht – per i suoi molti anni di impegno, contributo scientifico e sociale nell’aumentare la conoscenza e la consapevolezza sul genocidio di Srebrenica. Proprio oggi, che è stato annunciato anche che il criminale di guerra Ratko Mladić è morto. Coincidenza bizzarra, quasi irreale. Mentre l’artefice del genocidio lasciava definitivamente la sua cella del carcere di Scheveningen nei Paesi Bassi, lei, in quello stesso Stato, saliva sul palco per essere onorata per aver costruito pace ed istruzione. La prima domanda che le hanno fatto  è: “Come ti senti?”. Le sue parole ricordano molto quelle di Nadja – il dolore ha una sola voce e non varia – : “l’uomo che ha distrutto migliaia di vite non è più tra noi. L’uomo che ha fatto baciare ai miei figli una lapide invece di un nonno non c’è più. Ma l’ideologia malvagia che ha portato a questi orrori è ancora molto viva. In Serbia e in alcune parti della Bosnia, Mladić è ancora considerato un eroe dai suoi sostenitori. Finché quell’odio continuerà, il pericolo non è passato. Dobbiamo continuare a combattere contro quel male. Il genocidio non finisce con l’ultimo proiettile o con l’ultima fossa comune. Finisce solo quando affrontiamo l’ideologia fascista che lo sostiene”. Ratko Mladić è morto. Ma Srebrenica no. Resta nei nomi delle vittime, nelle fosse che ancora aspettano di essere aperte, nelle famiglie che cercano un corpo per poter finalmente dare un luogo al proprio lutto. Resta nella memoria di chi è sopravvissuto e nella responsabilità di chi, oggi, deve scegliere se guardare quella storia negli occhi o trasformarla in una pagina da dimenticare. La morte di un uomo non cancella i crimini che ha commesso, né scioglie le responsabilità di chi lo ha protetto, sostenuto o celebrato. E soprattutto non cancella un’ideologia quando quella ideologia continua a trovare spazio, parole e simboli. Forse è questo il senso più profondo della coincidenza di oggi: mentre Mladić usciva per sempre dalla sua cella, Alma Mustafić veniva premiata per aver dedicato la propria vita alla conoscenza e alla costruzione della pace. Da una parte la morte di chi ha incarnato l’odio; dall’altra una donna che ha scelto di trasformare il proprio dolore in memoria e consapevolezza. Perché il vero superamento del genocidio di Srebrenica non sarà la morte dell’ultimo dei suoi carnefici. Sarà il giorno in cui nessuno avrà più bisogno di ricordare perché tutti avranno imparato. Fino ad allora, il dolore continuerà a parlare. E noi abbiamo il dovere di ascoltarlo.             The post Chi era il boia di Srebrenica first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Chi era il boia di Srebrenica sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 29, 2026
Popoff Quotidiano
La guerra infinita contro Cuba
L’ULTIMA FRONTIERA CONTRO IL COLONIALISMO USA VICINA AL CROLLO. DONALDONE RIUSCIRÀ DOVE TUTTI HANNO FALLITO? C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste al. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa. L’ISOLA È ALLO SVUOTAMENTO DEI POSACENERE Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta. IL TRADIMENTO VENEZUELANO Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili. Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l’armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa. IL CANCRO DI GUANTANAMO Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano (vedi mappa), oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante. IL BUON GIOCO DI DONALDONE Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici maduristi passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare un po’, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote e le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti, in prima fila nel codazzo dei servi. QUESTIONE DI TEMPO, O DI UN MIRACOLO È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco & tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Donaldone e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un gran miracolo pure per la Madonna nera di Cuba. The post La guerra infinita contro Cuba first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La guerra infinita contro Cuba sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 15, 2026
Popoff Quotidiano
Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta
PERCHÉ IN DECINE DI MIGLIAIA HANNO TENTATO DI ATTRAVERSARE IL CONFINE CHE È UNA CLASSICA LEVA DI PRESSIONE DIPLOMATICA PER IL MAROCCO? INTERVISTA CON LA GIURISTA MARIE-LAURE BASILIEN GAINCHE Ilyes Ramdani su Mediapart La situazione a Ceuta è «praticamente» tornata alla normalità, hanno assicurato sabato pomeriggio le autorità spagnole, dopo l’arrivo di «50.000 o 60.000 persone» entrate illegalmente nell’exclave nei giorni precedenti provenienti dal Marocco. Le stesse fonti hanno indicato che 48.000 di loro sono state ricondotte in territorio marocchino, con l’aiuto dell’esercito spagnolo mobilitato d’urgenza. La polemica, invece, continua: l’Italia e la sua leader, Giorgia Meloni, stanno cercando di spingere l’Unione europea a sospendere la partecipazione della Spagna agli accordi di Schengen. Pedro Sánchez, il primo ministro spagnolo, ha denunciato la «demagogia» di una proposta «contraria al diritto europeo, al diritto umanitario e ai legami di solidarietà» che uniscono i membri dell’Unione europea. Nella stessa lettera indirizzata ai vertici delle istituzioni europee e resa nota dall’AFP, ha chiesto una riunione urgente dei ministri dell’Interno dei Ventisette. Marie-Laure Basilien Gainche è docente di diritto pubblico all’Università di Lione III Jean-Moulin e membro senior dell’Institut universitaire de France. Esperta di frontiere e politiche migratorie, analizza per Mediapart quella che percepisce come una «doppia strumentalizzazione» dai risvolti geopolitici, a spese di una società marocchina afflitta da disuguaglianze e difficoltà socio-economiche. Secondo i dati del Ministero dell’Interno spagnolo, sono morte almeno sessantasette persone, in particolare per annegamento. Mediapart: «Quasi la totalità» delle persone entrate illegalmente a Ceuta è tornata in Marocco, hanno dichiarato sabato le autorità spagnole. Come descriverebbe questi ultimi giorni di crisi e la loro portata? Marie-Laure Basilien Gainche: È l’esempio lampante di un caso di strumentalizzazione della migrazione. Una strumentalizzazione opera da parte delle autorità marocchine, a pochi giorni dal vertice diplomatico tra Spagna e Algeria. Da diversi decenni il Marocco dimostra di utilizzare i migranti per esercitare pressioni diplomatiche sulla Spagna, e persino sull’Unione europea. Lo scopo era ottenere o sovvenzioni tramite fondi europei, o cambiamenti nelle posizioni diplomatiche. Va notato che il Marocco è caratterizzato da evidenti disuguaglianze socio-economiche, da una povertà quasi endemica e da un tasso di disoccupazione giovanile – in particolare tra i giovani uomini – particolarmente elevato. Sebbene le partenze dal Marocco verso la Spagna siano fortemente diminuite, sono molti coloro che intendono emigrare. È ipotizzabile che le autorità marocchine abbiano permesso ai propri cittadini di radunarsi alle porte di Ceuta, impedendo loro inizialmente di dirigersi verso l’exclave e poi, una volta raggiunta una massa critica, lasciandoli partire via mare. Altri attribuiscono questo fenomeno alla decisione della Corte Suprema spagnola, resa pubblica l’8 luglio, che impedisce il rimpatrio immediato di un migrante giunto via mare. Non sono convinta che l’episodio sia interamente attribuibile alla decisione della Corte Suprema spagnola, secondo cui la legge del 2015 che autorizza le autorità a effettuare i «rechazos en frontera» [respingimenti alla frontiera – ndr] non si applica alle frontiere marittime. Forse le voci diffuse dai social network hanno avuto un ruolo nel mobilitare i marocchini e nel spingerli a radunarsi alle porte di Ceuta. Ma non riesco a immaginare che l’episodio abbia avuto un tale effetto di massa senza che le guardie di frontiera marocchine fossero coinvolte, almeno con la loro passività. L’effetto è in ogni caso immediato su una parte dei leader e dei responsabili politici europei, che vi vedono un pericolo imminente per l’Europa. È qui che entra in gioco la seconda strumentalizzazione. La destra e l’estrema destra europee utilizzano queste immagini per illustrare la sovversione migratoria e la «grande sostituzione», fenomeni che non esistono, ma che giustificano la loro stessa esistenza. Sfruttano le immagini di queste migliaia di marocchini arrivati a Ceuta per nutrire gli spettri, per attizzare le paure, alimentare gli odi. L’episodio rafforza le loro posizioni in materia di migrazione e asilo, che propendono per politiche ancora più restrittive e severe. D’altra parte, anche se queste persone fossero rimaste in Europa, il normale funzionamento delle frontiere tra il Marocco e l’Unione europea è già particolarmente restrittivo. Ceuta è un’exclave. Si tratta di un territorio spagnolo situato all’interno dello stesso territorio marocchino, con un litorale. Si tratta quindi di un pezzo di Spagna sul continente africano. Quando un marocchino arriva sul territorio dell’exclave spagnola, si trova su territorio spagnolo. Ma ciò non significa che possa beneficiare della libera circolazione nello spazio Schengen, poiché esistono misure restrittive che limitano la possibilità di recarsi da Ceuta alla penisola iberica. Ricordiamo che oltre l’80% dei marocchini giunti nelle ultime ore a Ceuta è già stato rimpatriato nel proprio paese d’origine. È lecito ritenere che nessuno di coloro che hanno partecipato alla traversata metterà piede sul continente europeo. Diversi capi di Stato o di governo, a cominciare da Donald Trump e Giorgia Meloni, hanno colto l’occasione per puntare il dito, più o meno esplicitamente, contro la politica condotta in Spagna dal governo di Pedro Sánchez. Si è assistito, dal suo arrivo al potere, a un allentamento dei controlli alle frontiere? Bisogna riconoscere al governo Sánchez di avere un discorso che si mostra aperto alla migrazione e che riconosce i diritti fondamentai dei migranti. Ma alcune delle misure adottate dal governo spagnolo presentano analogie con quelle adottate da Meloni in Italia. La politica di regolarizzazione di 500.000 cittadini di paesi terzi in Spagna consente a coloro che ne beneficiano di ottenere un permesso di soggiorno della durata di un anno. Ebbene, l’Italia di Meloni ha cercato di regolarizzare 500.000 cittadini di paesi terzi per soddisfare le esigenze dell’economia nazionale, concedendo anch’essa permessi di soggiorno della durata di un anno. I discorsi sono divergenti. Ma alcune politiche sono simili. Ad esempio? A Ceuta e Melilla, la Spagna applica una politica che illustra perfettamente ciò che l’Unione europea intende fare in materia di migrazione: istituire un filtro il più rigoroso possibile per impedire ai migranti ritenuti indesiderati di accedere al territorio europeo. Questa settimana, la reazione immediata è stata l’invio di forze militari e l’azione diplomatica congiunta con il Marocco per organizzare i rimpatri. Tale sviluppo è in linea con gli orientamenti del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. In altre parole, il governo di Sánchez ha reagito con rapidità e fermezza, assicurandosi che i migranti marocchini non raggiungessero il suolo europeo. Si potrebbe parlare ancora di più dei «rechazos en frontera», praticati al confine terrestre tra il Marocco e la Spagna. Si tratta nientemeno che di respingimenti, come quelli effettuati dalla Polonia e dall’Ungheria per respingere gli stranieri rispettivamente verso Bielorussia e Serbia. L’Italia, insieme alla Danimarca e alla Finlandia, sta spingendo affinché l’Unione europea sospenda la Spagna dallo spazio Schengen. Cosa significa questa proposta e cosa ne pensa? Nel regime dello spazio Schengen non esiste un meccanismo che consenta di sospendere la partecipazione di uno Stato a tale spazio. Esiste invece la possibilità per gli altri Stati membri di ripristinare i controlli alle frontiere interne. Va notato che l’Italia, la Finlandia e la Danimarca non hanno frontiere terrestri con la Spagna. Al massimo, potranno rafforzare i controlli sui voli in arrivo dalla Spagna sul proprio territorio. Non dimentichiamo che numerosi Stati membri hanno ripristinato i controlli alle frontiere interne dal 2015, rinnovando da allora le relative misure ogni sei mesi. Ci si arriva persino a chiedere se lo spazio Schengen offra realmente uno spazio di libera circolazione delle persone, quando i controlli alle frontiere vengono applicati in numerosi valichi di frontiera da oltre dieci anni. Cosa resterà di questi ultimi giorni di luglio? Resteranno delle immagini, che saranno utilizzate dai partiti di destra e di estrema destra per illustrare le loro tesi sul «grande rimpiazzo». Al contrario, le circa sessanta persone che hanno perso la vita durante questo episodio saranno dimenticate. I loro nomi saranno cancellati. Dietro questa strumentalizzazione della migrazione, si dimenticano le vite umane che ne sono colpite, che sono state perdute. Si dimenticano le vite e le voci di chi vive nella miseria, di chi cerca nuove prospettive: non vengono ascoltate. Bisogna sia allargare lo sguardo, per capire che si tratta di un fenomeno episodico che è stato strumentalizzato, sia restringere lo sguardo, per cogliere che ognuno di queste decine di migliaia di marocchini rivela un’angoscia umana e una speranza infranta. L’angoscia non deriva solo dai conflitti e dalle persecuzioni; scaturisce anche da condizioni socio-economiche deleterie. Ma chi si interesserà alle condizioni di vita della gioventù marocchina? Chi parlerà della disoccupazione, dell’analfabetismo, dello sfruttamento? LA CRONACA CEUTA: LA CRISI È SOPRATTUTTO POLITICA ALL’INTERNO DELL’UNIONE EUROPEA «Quasi la totalità» delle decine di migliaia di migranti entrati negli ultimi giorni nell’enclave spagnola di Ceuta è tornata in Marocco, secondo il governo spagnolo. La Francia e l’Italia, tra gli altri, hanno provocato una crisi nell’UE. * Agence France-Presse e la redazione di Mediapart «Quasi tutti» i decine di migliaia di migranti entrati negli ultimi giorni nell’enclave spagnola di Ceuta sono tornati in Marocco, secondo il governo spagnolo, bersagliato dalle critiche degli altri paesi dell’Unione europea. Sul posto, in una fitta nebbia, sabato mattina alcuni giovani continuavano ad attraversare il confine in senso inverso, sotto lo sguardo dei militari e della Guardia Civile spagnola, come ha constatato una giornalista dell’AFP. Chi si attardava troppo sul lungomare veniva immediatamente spinto verso l’uscita dai soldati, mentre l’AFP ha visto, nella direzione opposta, due uomini uscire dall’acqua sulla spiaggia adiacente al confine, crollare sulla sabbia, visibilmente allo stremo delle forze al loro arrivo. «Un amico mi ha chiamato, mi ha detto che il confine era aperto», ha raccontato all’AFP Soufiane, un marocchino di 42 anni, anch’egli giunto a Ceuta nuotando per «tre, cinque minuti» nella speranza di raggiungere Madrid, centinaia di chilometri più a nord, per vedere sua madre, «affetta da leucemia». Secondo lui, l’afflusso massiccio di migranti negli ultimi giorni dimostra «che tutti vogliono “salire” (in Spagna) e sperano in un futuro migliore, che in Marocco non hanno». Venerdì sera, il governo spagnolo ha assicurato che «quasi la totalità» dei migranti arrivati negli ultimi giorni era già tornata in Marocco: dei «50.000, 60.000» migranti arrivati dal Marocco questa settimana, secondo il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlask, più di 48.000 sono già rientrati in Marocco. Almeno 67 morti in mare Queste decine di migliaia di migranti, in stragrande maggioranza marocchini, e principalmente giovani uomini e adolescenti, erano arrivati dall’inizio della settimana attraversando il confine terrestre o via mare. Sessantasette sono morti, molti dei quali annegati, secondo il ministro dell’Interno spagnolo. Questo piccolo territorio di 84.000 abitanti, situato all’estremità settentrionale del Marocco, confina con lo stretto di Gibilterra e costituisce uno dei due confini terrestri tra l’Africa e l’Europa (insieme a Melilla, l’altra enclave spagnola). Per impedire d’ora in poi ai migranti di attraversare a nuoto lo stretto tra il Marocco e Ceuta, è in fase di installazione nel Mar Mediterraneo una barriera gonfiabile lunga 500 metri, come annunciato sabato mattina dal ministero dell’Interno spagnolo. Più nell’entroterra, l’AFP ha visto centinaia di migranti, tra cui molti africani subsahariani, in attesa davanti al centro di accoglienza per migranti, che rimane chiuso, con la polizia che ne blocca l’accesso. Le immagini di questa crisi migratoria, senza precedenti per la sua portata a Ceuta, hanno suscitato vive reazioni in seno all’UE, in particolare da parte della destra e dell’estrema destra, tra l’altro in merito alla questione dei controlli alle frontiere dello spazio Schengen. Già giovedì l’Italia aveva annunciato l’intenzione di sospendere la Spagna dallo spazio Schengen, una misura per la quale Roma ha ottenuto il sostegno della Finlandia e della Danimarca. Sulla scia di ciò, Madrid si è opposta con forza a questa proposta «demagogica» e di portata incerta; i giuristi consultati dall’AFP hanno infatti assicurato che è impossibile applicarla nell’attuale quadro giuridico. Da sabato, l’Italia di Georgia Meloni ha ripristinato i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, mentre la Francia ha quintuplicato, portandolo a 334, il numero di poliziotti e gendarmi in rinforzo al confine franco-spagnolo, in pieno periodo delle vacanze estive. All’unisono con l’estrema destra, lo stesso presidente Emmanuel Macron ha chiesto di «rafforzare i controlli al confine con la Spagna». «Non dividerci» In questo contesto teso, il primo ministro Pedro Sánchez, il cui governo difende un approccio più aperto in materia di immigrazione rispetto a molti altri paesi europei, venerdì ha esortato i suoi colleghi dell’UE a «non dividerci ». Sabato, in una lettera indirizzata ai vertici delle istituzioni europee, Pedro Sánchez ha denunciato l’atteggiamento degli europei che «va contro gli interessi a lungo termine» del Vecchio Continente. Il suo ministro Fernando Grande-Marlaska ha invece denunciato davanti ai giornalisti «la malafede» di alcuni che «hanno la memoria molto corta», ricordando in particolare il sostegno offerto dalla Spagna all’Italia durante la crisi migratoria sull’isola di Lampedusa nel 2023. Venerdì da Ceuta, il leader socialista – il cui governo ha avviato un ampio piano di regolarizzazione dei migranti privi di documenti, per il quale sono state presentate circa 1,2 milioni di domande da parte di stranieri in situazione irregolare – aveva parlato «un attacco, una violazione dell’integrità territoriale della Spagna» e accusato alcune «mafie» di essere all’origine della voce sull’apertura del confine. A Madrid venerdì sera, diverse centinaia di manifestanti anti-migranti si sono radunati davanti all’ambasciata del Marocco per «difendere l’identità spagnola», come ha constatato un giornalista dell’AFP. A Washington, Donald Trump, che da diversi mesi è ai ferri corti con Pedro Sánchez, ha definito le immagini di Ceuta simili a «un’invasione di un Paese», accusando su X Madrid di aver intrapreso «azioni deliberate» che hanno favorito questa immigrazione clandestina.     The post Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 2, 2026
Popoff Quotidiano
Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa
LA COPPIA ORTEGA-MURILLO GESTISCE LO STATO COME UNA TENUTA PRIVATA. LE ISTITUZIONI E I MECCANISMI DI RIPRODUZIONE POLITICA ED ECONOMICA SONO SUBORDINATI AI DISEGNI DELLA FAMIGLIA Ana Marcela Montanaro per El Salto L’America Centrale, la cintura dell’America Latina, compare nel dibattito pubblico europeo in modo intermittente; è quasi una regione invisibile. Una catastrofe naturale, le carovane di migranti verso gli Stati Uniti, la violenza delle bande, la violazione dei diritti umani nei megacarceri o alcune elezioni controverse riportano, in modo momentaneo e secondario, la regione sulla scena dell’informazione. Il Nicaragua, il paese che nel 1979 rovesciò la dittatura della famiglia Somoza dopo una lunga lotta rivoluzionaria, condivide questa invisibilità con il resto dell’istmo. La commemorazione del 47° anniversario della Rivoluzione sandinista, lo scorso 19 luglio, ha posto il paese sotto i riflettori internazionali. Di fronte a una folla e in difesa della Rivoluzione, Daniel Ortega, che governa il Paese insieme alla moglie, Rosario Murillo, ha annunciato tra applausi e cori che in Nicaragua «non ci saranno più elezioni» e ha assicurato che promuoverà leggi per impedire che alcune forze politiche, che ha collegato agli Stati Uniti e all’eredità del somocismo, tornino a contendersi il potere. Ortega e Murillo, questa volta senza alcuna reticenza e al di là dell’abituale denigrazione di un’opposizione sottoposta da anni a una repressione sistematica, hanno precluso ogni possibilità di confronto politico e di alternanza al governo. Tre giorni dopo, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Gustavo Porras, ha affermato che le elezioni si terranno, sebbene in un quadro costituzionale che le “protegga” dall’ingerenza straniera e dai “traditori della patria”. Nessuno ha spiegato chi potrà candidarsi né secondo quali regole, né ha fatto riferimento alle centinaia di oppositori incarcerati, esiliati, banditi o privati della cittadinanza. È opportuno sottolineare, inoltre, la presenza significativa di persone appartenenti a comunità indigene tra i prigionieri politici. La deriva antidemocratica e la violazione dei diritti umani e delle libertà civili non sono un fenomeno recente. Dal 2018 si è inasprita la repressione contro chi si oppone a Ortega; nel 2021 il regime ha incarcerato o ineleggibilizzato i sette precandidati presidenziali con reali possibilità di competere contro di lui, assicurandosi una rielezione senza una vera opposizione. Nel 2025, una riforma costituzionale ha nominato Rosario Murillo copresidente, ha esteso il mandato presidenziale e ha conferito al potere esecutivo l’autorità di «coordinare» i poteri legislativo e giudiziario. Maurice e Daniel Edmundo Ortega Murillo, due dei figli della coppia presidenziale, ricoprono incarichi all’interno di una rete familiare legata al commercio dell’oro e alle confische forzate di proprietà. Nell’aprile del 2026, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti li ha sanzionati, insieme a vari funzionari e imprenditori minerari, per il ruolo che hanno svolto in tale rete. Dal 2021, il governo ha concesso oltre 1,2 milioni di ettari, pari a un decimo del territorio nazionale, sotto forma di concessioni minerarie ad aziende cinesi, molte delle quali situate in territori indigeni e di discendenza africana. La coppia Ortega-Murillo e la rete familiare costruita attorno a loro gestiscono lo Stato come una tenuta privata. In essa si confondono i confini tra pubblico e privato, tra lecito e illecito; le istituzioni e i meccanismi di riproduzione politica ed economica sono subordinati ai disegni della famiglia. In Nicaragua, come in tutta l’America Latina, lo Stato-nazione è legato a un’esperienza coloniale che non si è conclusa con l’indipendenza politica dalla Corona spagnola, ma che sopravvive in un continuum di eredità coloniale con accento creolo, capace di configurare cittadinanze degradate e di valore diseguale. Le élite nicaraguensi hanno amministrato e riprodotto quell’eredità che perdura, imponendosi sui popoli indigeni, sulle comunità di discendenza africana, sulle dissidenze e sulle donne, su corpi-territori assoggettati alla logica del capitalismo, del patriarcato e della colonialità. Daniel Ortega e Rosario Murillo sono un’espressione di quell’eredità. Si presentano come eredi della Rivoluzione sandinista, ma non rompono con quella matrice coloniale-imperiale. Si rivestono del discorso e della simbologia della lotta contro il somozismo e contro l’impero statunitense, una lotta che nel 1979 aprì un orizzonte rivoluzionario e antimperialista di costruzione del socialismo. È vero che l’ingerenza statunitense è reale e storica. Gli Stati Uniti hanno sostenuto il somozismo e in seguito hanno cercato con ogni mezzo di distruggere il processo di trasformazione. Nel 1986, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che gli Stati Uniti avevano violato il diritto internazionale attraverso il loro sostegno alla Contra e le loro azioni contro il Nicaragua, volte a vanificare i programmi della Rivoluzione, tra cui l’alfabetizzazione, la riforma agraria, la sanità comunitaria e il progresso dei diritti delle donne e delle popolazioni indigene. È inoltre innegabile che gran parte dell’opposizione provenga proprio da quella stessa eredità imperiale e si sfreghi le mani in attesa del crollo degli Ortega-Murillo. Ciò non scagiona coloro che oggi detengono il potere assoluto. Il fatto è che alcune frange della sinistra interpretano qualsiasi critica all’orteguismo come un megafono dell’impero e della destra e, nel rimpiangere così tanto una Rivoluzione che non era certo esente da eccessi, finiscono per proteggere coloro che riproducono la violenza in tutte le sue espressioni contro cui la stessa Rivoluzione si era ribellata. Mónica Baltodano, sandinista dissidente, avverte che la deriva autoritaria del Nicaragua non è scaturita dalla Rivoluzione, bensì da un accumulo di tradimenti e complicità successivi. Tra questi, sottolinea il patto del 1999 tra Ortega e l’ex presidente liberale Arnoldo Alemán, il silenzio dei settori imprenditoriali, le collusioni religiose con l’ortegismo e l’indifferenza della comunità internazionale. Per gli Ortega Murillo, le vite, i corpi e i diritti delle donne sono sempre stati merce di scambio. Nel 1998, Zoilamérica Narváez, figliastra di Daniel Ortega, lo denunciò pubblicamente per gli abusi sessuali che, secondo la sua testimonianza, aveva subito fin da bambina. L’apparato orteguista la screditò, respinse l’accusa e protesse Ortega con l’immunità parlamentare. Nel 2006, ormai riconciliatosi con il cardinale Miguel Obando y Bravo, il Congresso approvò, con i voti dell’ortegismo, il divieto totale dell’aborto terapeutico, nell’ambito della sua alleanza con le gerarchie religiose. Ortega vinse quelle elezioni e il femminismo nicaraguense, protagonista della guerra contro Somoza e del processo rivoluzionario, fu sacrificato in quella transazione. La deriva autoritaria non è esclusiva del Nicaragua. In El Salvador, l’Assemblea ha approvato e ratificato in un solo giorno, senza dibattito, una riforma che consente la rielezione a tempo indeterminato di Nayib Bukele. In Costa Rica, l’amministrazione di Laura Fernández e l’ex presidente Rodrigo Chaves hanno intensificato i loro attacchi contro il potere giudiziario e altri contrappesi istituzionali. Non si tratta di regimi equivalenti, ma in tutti e tre i casi si riconosce lo stesso movimento verso l’autoritarismo, nel tentativo di modificare le regole dall’alto affinché il potere smetta di essere realmente in gioco. In Nicaragua ci sono molte persone che sostengono il governo, che si sentono libere e lo difendono. Fanno parte della stessa contraddizione, perché un governo può garantire un tetto e del cibo e, al contempo, imprigionare chi dissente. Nessun processo, nemmeno quello intrapreso in nome della liberazione, è al riparo dal riprodurre ciò che ha combattuto. I processi di trasformazione politica non sono un orizzonte armonioso. Sono permeati da tensioni che non sempre è possibile risolvere; anzi, rendere visibile il conflitto stesso permette di trovare vie d’uscita. È il «ch’ixi» del pensiero aymara a cui si riferisce Rivera Cusicanqui, quel grigio screziato le cui macchie convivono senza mai fondersi. Non si tratta di conciliare le contraddizioni né di cancellarle in una sintesi consolatoria, ma di mantenere la differenza che le rende visibili. Questa prospettiva è importante per comprendere appieno parte di ciò che sta accadendo in Nicaragua. La democrazia non si esaurisce nel votare ogni certo periodo. È la libertà di espressione, è il diritto di partecipare alla politica, è l’esistenza di fonti di informazione indipendenti dal governo, è la separazione dei poteri, è un sistema di controlli e contrappesi e il fatto che i cittadini abbiano spazi e capacità per frenare o promuovere le leggi che li riguardano. La democrazia è anche giustizia sociale, riconoscimento e ridistribuzione. È la possibilità di trovare un percorso collettivo e proprio verso una vita dignitosa e buona. Nulla di tutto ciò è realizzabile in un contesto di saccheggio, corruzione, impunità, abuso, repressione, limitazione dei diritti e delle libertà e, soprattutto, manipolazione della memoria. Coloro che mettono in discussione il potere degli Ortega-Murillo possono pagare col carcere, l’esilio, la privazione della cittadinanza, la confisca dei propri beni o addirittura la vita. Questo cerchio repressivo aiuta a spiegare perché non si intravede un’alternativa in grado di spezzare quella matrice né la logica della colonialità della democrazia. Per questo motivo, la via d’uscita va oltre il ripristino di una democrazia procedurale. Perché in Nicaragua, come nel resto dell’istmo centroamericano, non è mai stata costruita una democrazia in grado di garantire libertà e diritti a coloro che sono stati storicamente esclusi dalla democrazia stessa. La nostalgia e la malinconia non favoriscono alcun processo di liberazione né la democrazia stessa, perché la memoria della Rivoluzione può conservare la sua forza emancipatoria, legata alla giustizia sociale e al «buon vivere», solo se viene sottoposta a una critica che la proietti come orizzonte di trasformazione. The post Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 31, 2026
Popoff Quotidiano
Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio
IL RAPPORTO ANNUALE DELLA SCUOLA DI CULTURA DELLA PACE DELL’UAB INDIVIDUA 40 GUERRE IN CORSO NEL MONDO E METTE IN GUARDIA DA UN AUMENTO DEI CONFLITTI ARMATI E DELLE LORO CONSEGUENZE UMANITARIE da El Salto, Josep Maria Royo, Scuola di Cultura della Pace dell’UAB Il mondo sta vivendo una nuova ondata di violenza armata a livello globale. Nel 2025 sono stati registrati 40 conflitti armati attivi (37 nel 2024), il dato più elevato dal 2011 e uno dei più alti da quando la Escola de Cultura de Pau (ECP) dell’Universitat Autònoma de Barcelona redige i propri rapporti annuali sui conflitti internazionali. La tendenza all’aumento del numero di conflitti armati negli ultimi anni è andata di pari passo con un significativo incremento delle tensioni sociopolitiche a livello mondiale, per un totale di 113 nel 2025. Queste sono alcune delle principali conclusioni del rapporto «Alerta 2026! Informe sobre conflictos, derechos humanos y construcción de paz», che analizza l’evoluzione dei conflitti armati, delle tensioni sociopolitiche e dell’impatto delle guerre sulla popolazione civile e sui diritti umani. Secondo lo studio, nel corso del 2025 si sono verificati 40 conflitti armati e 113 episodi di tensione sociopolitica in tutto il mondo. L’Africa continua a registrare il maggior numero di guerre (17), seguita da Asia e Pacifico (12) e Medio Oriente (7), mentre Europa e America registrano due conflitti armati ciascuna. I conflitti armati ad alta intensità – caratterizzati da elevati livelli di letalità (oltre mille vittime all’anno) e da gravi ripercussioni in termini di sfollamento della popolazione, distruzione delle infrastrutture e conseguenze sul territorio – hanno rappresentato il 50% dei casi nel 2025. Il continente colpito dal maggior numero di conflitti ad alta intensità è stato l’Africa (11 guerre ad alta intensità e il 55% del totale dei casi più gravi al mondo), seguita dal Medio Oriente (4 casi e il 20% del totale dei casi più gravi al mondo). Tuttavia, tra questi una ventina di casi ad alta intensità ve ne sono alcuni che superano ampiamente la cifra di mille vittime. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), soprattutto nella parte orientale, nel 2025 sono state registrate oltre 6.800 vittime, per lo più civili, secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data (ACLED). La situazione nella parte orientale della RDC nel corso dell’anno è stata caratterizzata dall’aggravarsi dell’offensiva del gruppo armato M23 e del Ruanda in territorio congolese, iniziata alla fine del 2021, dal crescente coinvolgimento del Burundi a sostegno della RDC e dal fallimento delle iniziative diplomatiche degli Stati Uniti e del Qatar. Ad Haiti, secondo i dati delle Nazioni Unite, tra gennaio e novembre del 2025 sono stati registrati oltre 8.100 omicidi, una cifra che la stessa ONU ritiene possa essere sensibilmente superiore a causa delle difficoltà di accesso alle zone controllate dalle bande. La violenza complessiva in Somalia ha causato oltre 9.900 vittime uccise, sfiorando la soglia dei 10.000, secondo i dati dell’ACLED. Per quanto riguarda il conflitto nella regione del Sahel occidentale, la violenza politica ha causato oltre 10.000 morti in Burkina Faso, Mali e Niger. Ancora una volta, il Burkina Faso si è confermato il paese più colpito dalla violenza jihadista nella regione, rappresentando il 55% di tutte le vittime legate al conflitto nel Sahel. D’altra parte, la guerra civile in Sudan ha causato nel 2025 la morte di oltre 17.800 persone, risultando il conflitto armato più letale del continente africano. Il conflitto e la violenza armata in Myanmar hanno causato oltre 15.300 vittime nel 2025. L’offensiva israeliana contro Gaza ha continuato a registrare livelli di mortalità molto elevati. Secondo il bilancio dell’OCHA basato sulle informazioni del Ministero della Salute di Gaza, da ottobre 2023 fino alla fine del 2025 più di 70.000 palestinesi, uomini e donne, sono morti a Gaza, una cifra prudente secondo diverse analisi. Infine, il conflitto armato più letale del 2025 è stato quello relativo all’invasione russa e alla guerra tra Russia e Ucraina, che ha causato oltre 78.000 vittime in Ucraina, secondo l’ACLED. AUMENTO DELLE GUERRE INTERNAZIONALI Il rapporto mette in guardia in particolare dall’aumento dei conflitti internazionali. Nel 2025 sono state registrate nove guerre tra Stati diversi o chiaramente internazionalizzate, il numero più alto da quando l’ECP utilizza l’attuale metodologia di classificazione. Tra i nuovi conflitti armati identificati vi è lo scontro tra India e Pakistan, la grave escalation tra Thailandia e Cambogia e la guerra di Israele e Usa contro l’Iran, nota nel 2025 come “la guerra dei 12 giorni” e che si è riaperta nel 2026. L’ECP avverte che questa evoluzione riflette un deterioramento della sicurezza globale ed è lo specchio di un sistema internazionale in cui molti attori non danno priorità alla prevenzione, all’affrontare le cause profonde delle controversie e al sostegno al dialogo. Infine, va sottolineato che questo quadro di intensificazione dei conflitti armati e delle loro gravi ripercussioni sui civili si è verificato in un contesto di aumento delle tensioni geopolitiche a livello mondiale, in uno scenario caratterizzato da cambiamenti nell’ordine globale e da un crescente militarismo e militarizzazione. In linea con le tendenze osservate negli anni precedenti, l’analisi annuale dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma (SIPRI, dall’acronimo inglese) ha confermato un aumento senza precedenti della spesa militare a livello mondiale. Secondo i dati pubblicati nel 2025, tali spese hanno raggiunto i 2.718 milioni di dollari nel 2024, con un aumento del 9,4% rispetto al 2023, il incremento annuale più marcato almeno dalla fine della Guerra Fredda. IMPATTO DEI CONFLITTI ARMATI SULLA POPOLAZIONE CIVILE Nel 2025 la popolazione civile ha continuato a subire gravissime conseguenze derivanti dai conflitti armati, i cui effetti si sono in molti casi intrecciati con altre crisi quali l’emergenza climatica, le disuguaglianze e le situazioni di insicurezza alimentare, che hanno aggravato le violazioni dei diritti in questi contesti. Nel suo rapporto annuale sulla protezione dei civili nei conflitti armati, pubblicato nel giugno 2025 e relativo agli eventi del 2024, il segretario generale dell’ONU ha segnalato tendenze allarmanti. António Guterres ha messo in guardia sull’elevato numero di vittime e feriti tra i civili, anche a causa dell’uso di bombe di maggiori dimensioni con esplosivi ad alta potenza in zone densamente popolate, una tendenza che si è accentuata. Ha inoltre messo in guardia riguardo alle munizioni inesplose e agli ordigni esplosivi improvvisati. Secondo i dati di tale rapporto, le Nazioni Unite hanno registrato oltre 36.000 vittime civili in 14 conflitti armati. Casi come quelli di Afghanistan, Colombia, Etiopia, Libano, Myanmar, Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Ucraina e Palestina sono stati teatro di un elevato numero di morti e feriti tra i civili, come segnalato dalle Nazioni Unite. L’organismo internazionale ha inoltre documentato denunce di torture, esecuzioni extragiudiziali, arresti, detenzioni arbitrarie, prese di ostaggi, sparizioni forzate, violenza sessuale e sfollamenti forzati, tra cui in Afghanistan, Colombia, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Palestina. Spiccano inoltre i danni a beni civili e infrastrutture critiche in numerosi conflitti, tra cui, per la sua grave entità, il caso di Gaza. Un’altra tendenza preoccupante segnalata dalle Nazioni Unite è stata l’insicurezza alimentare nei contesti di conflitto. Nel 2024, oltre 280 milioni di persone hanno affrontato una situazione di elevata insicurezza alimentare (fase 3) in 59 paesi e territori, gran parte dei quali colpiti da conflitti armati. Le Nazioni Unite hanno inoltre sottolineato il persistere della violenza sessuale legata ai conflitti, con 4.500 casi verificati nel 2024. Il 93% delle vittime era costituito da donne o ragazze. Il segretario generale ha anche denunciato l’erosione del rispetto del diritto internazionale umanitario. L’analisi dei conflitti armati nel 2025 rileva il persistere delle preoccupanti tendenze evidenziate nel rapporto del Segretario Generale dell’ONU. Nel 2025 si sono distinti casi come Gaza, la Repubblica Democratica del Congo (est), il Sudan, il Sud Sudan, la Somalia, Haiti, la Russia-Ucraina o il Myanmar, tra gli altri, per la gravità delle ripercussioni sui civili. I livelli di violenza da parte di Israele contro la popolazione palestinese hanno continuato a essere esorbitanti e hanno suscitato crescenti accuse di genocidio. Nella RDC (orientale), l’M23 e il Ruanda hanno condotto una campagna sistematica di repressione nelle zone occupate, che ha incluso esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni forzate e attacchi notturni agli ospedali. Inoltre, il conflitto ha continuato a generare gravi problemi relativi alla protezione della popolazione civile, quali violenza di genere, reclutamento di minori, rapimenti e sfollamenti su larga scala. Circa 27,7 milioni di persone, più di un quarto della popolazione, necessitavano di assistenza umanitaria. In Sudan l’impatto della guerra sulla popolazione civile nel 2025 è stato devastante. Si stima che oltre 21 milioni di persone soffrissero di insicurezza alimentare acuta, con focolai di carestia in tutto il Paese, poiché entrambe le parti in conflitto bloccano attivamente gli aiuti umanitari. Nel Sud Sudan, la guerra ha esacerbato la crisi umanitaria e quasi la metà della popolazione soffriva di fame acuta. In Somalia, l’ONU ha stimato che oltre 4,4 milioni di persone avrebbero sofferto di insicurezza alimentare acuta. Ad Haiti, la crisi umanitaria e di sicurezza si è aggravata, con circa 9.000 omicidi e oltre la metà della popolazione in condizioni di insicurezza alimentare. Inoltre, l’UNICEF ha segnalato che circa la metà dei membri delle bande armate era costituita da minori. Per quanto riguarda la guerra tra Russia e Ucraina, nel corso dell’anno si è verificato un grave deterioramento delle condizioni di vita nelle regioni del fronte, con ingenti danni alle abitazioni e ad altre infrastrutture civili; secondo l’OCHA, nel 2026 10,8 milioni di persone in Ucraina avranno bisogno di assistenza umanitaria. In Siria, nel corso dell’anno si è registrato un numero particolarmente elevato di massacri, con quasi 2.700 vittime in 63 episodi, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR). Nel 2025 è stato constatato l’uso della violenza sessuale in numerosi conflitti armati, tra cui Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (est), regione del Lago Ciad (da parte di Boko Haram), Somalia, Sudan, Haiti e Colombia. Tra gli altri casi, in Somalia va sottolineata la persistenza della violenza sessuale nel conflitto, di carattere generalizzato e commessa principalmente da al-Shabaab. Le autorità hanno ricevuto quasi 15.000 denunce di violenza sessuale e di genere tra marzo e agosto del 2025. Ad Haiti, le Nazioni Unite hanno segnalato l’aumento degli stupri di gruppo e hanno denunciato che nel 2025 i casi di violenza sessuale erano aumentati del 40%, quasi tutti ai danni di donne e bambine, nella stragrande maggioranza dei casi da parte delle bande armate come strategia di controllo, terrore e vendetta contro persone accusate di collaborare con lo Stato. Va sottolineato che tra gli impatti più evidenti dei conflitti armati figurano ancora gli sfollamenti forzati della popolazione. Secondo il rapporto semestrale sulle tendenze pubblicato dall’UNHCR nel novembre 2025, che riporta i dati raccolti durante il primo semestre dell’anno, la popolazione globale sfollata con la forza – sia rifugiati che sfollati interni – ammontava a 117,3 milioni di persone. Ciò ha rappresentato una diminuzione del 5% rispetto al 2024, in contrasto con la tendenza all’aumento incessante registrata negli anni precedenti. Secondo l’UNHCR, tale riduzione è stata associata al marcato aumento dei rientri di rifugiati e sfollati in alcune delle crisi più gravi, come quelle nella Repubblica Democratica del Congo, in Siria, in Sudan e in Afghanistan. Alla fine dell’anno il Sudan rappresentava la crisi di sfollamento più grave al mondo, con 12,8 milioni di persone sfollate a causa della violenza, secondo i dati dell’ONU, di cui 4,3 milioni fuggite dal Paese, principalmente verso l’Egitto, il Ciad e il Sud Sudan. RETROCESSIONI NEI DIRITTI DELLE DONNE In coincidenza con il 25° anniversario della risoluzione 1325 dell’ONU su donne, pace e sicurezza, il rapporto mette in guardia da una regressione globale dei diritti delle donne. Secondo lo studio, il 70% dei conflitti armati di massima intensità si verifica in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere. 23 dei 40 conflitti armati verificatisi nel 2025 hanno avuto luogo in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere, e 16 dei 20 conflitti armati ad alta intensità del 2025 (l’80%) si sono verificati in paesi in cui l’Associazione Internazionale di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali aveva documentato leggi o politiche che criminalizzavano la popolazione LGTBIQ+. Inoltre, la partecipazione delle donne ai processi di pace promossi dalle Nazioni Unite continua a diminuire. L’ONU ha verificato oltre 4.600 casi di violenza sessuale legata ai conflitti nel corso del 2024, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Il 93% delle vittime erano donne e ragazze. The post Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 30, 2026
Popoff Quotidiano
In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni
L’ANNUNCIO DURANTE LE CELEBRAZIONI PER IL 47° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE SANDINISTA, GLI ESPERTI E L’OPPOSIZIONE IN ESILIO SI INTERROGANO SUL FUTURO DEL REGIME, MENTRE WASHINGTON INASPRISCE I TONI Louise André-Williams su Mediapart «Qui non ci saranno più elezioni». Mentre aleggiavano dubbi sullo svolgimento di elezioni democratiche nel novembre 2026 in Nicaragua, l’annuncio clamoroso del presidente Daniel Ortega, in occasione delle commemorazioni del 47° anniversario della rivoluzione sandinista domenica 19 luglio, ha il pregio di essere chiaro. Con questa decisione, il Paese di 7 milioni di abitanti, governato con pugno di ferro dal leader sandinista da diciannove anni, compie un ulteriore passo avanti nella distruzione della democrazia. «È in un certo senso il colpo di grazia, ma in realtà non fa altro che istituzionalizzare una realtà che era già presente», afferma a Mediapart Alexandra Salazar, avvocata e attivista per i diritti umani in esilio in Spagna. Lo Stato centroamericano non ha più conosciuto elezioni senza irregolarità dal 2008. Sulla scia delle grandi manifestazioni del 2018 – durante le quali sono morte più di 300 persone, secondo le Nazioni Unite –, il governo ha lanciato una vasta ondata di repressione contro l’opposizione, le organizzazioni civili e la stampa indipendente. In occasione delle ultime elezioni del 2021, Daniel Ortega e sua moglie, Rosario Murillo, nominata copresidente nel 2014, avevano preventivamente incarcerato gli undici candidati dell’opposizione, assicurandosi così una quarta rielezione con un risultato dichiarato del 75,92% dei voti. Tale risultato non è mai stato confermato da un organismo indipendente. Nel 2025, Ortega e Murillo hanno fatto approvare una riforma costituzionale che conferisce loro pieni poteri e vieta la partecipazione alle elezioni ai partiti politici che non condividono «la stessa linea ideologica» del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), il partito presidenziale. VERSO UN REGIME MONOPARTITICO Ormai, in Nicaragua sono di fatto autorizzati solo due partiti: l’FSLN e il Partito Liberale Costituzionalista, alleato dei sandinisti. Le figure dell’opposizione sono in carcere o in esilio. Circa 450 nicaraguensi sono stati privati della cittadinanza. In questo contesto, l’annuncio fatto dall’ex guerrigliero domenica 19 luglio non ha suscitato sorpresa. «Ortega ha sempre affermato che i partiti sono indesiderabili perché, secondo lui, dividono la società», dichiara Juan Sebastián Chamorro, uno dei candidati alla presidenza incarcerati prima delle elezioni del 2021, alla Radio y Televisión Española (RTVE). A suo avviso, Ortega vuole imporre al Nicaragua un regime monopartitico, sul modello di Cina, Cuba e Corea del Nord. Secondo il giornalista del media in esilio Divergentes Wilfredo Miranda Aburto, la decisione di sopprimere semplicemente e puramente le elezioni ha «provocato la rabbia della stessa base sandinista. Si agisce una misura che proprio [Anastasio] Somoza [Debayle, l’ex dittaore del Nicaragua – ndt] non avrebbe osato prendere». È difficile, infatti, secondo il giornalista, non paragonare il regime di Ortega-Murillo a quello che l’ex guerrigliero aveva rovesciato nel 1979. La dinastia dei Somoza aveva dominato il Paese per quarantatré anni, con il sostegno degli Stati Uniti. Per Mónica Baltodano, storica ed ex guerrigliera sandinista, il divieto di tenere le elezioni annunciato da Daniel Ortega nel giorno della commemorazione della rivoluzione del 1979 è «l’espressione stessa dell’antitesi di ciò che rappresentava quella lotta, degli obiettivi e degli impegni di una lotta che è costata la vita a così tante persone. È una vera e propria provocazione fare questo annuncio in occasione dell’anniversario della fine di una dittatura». La forma giuridica che assumerà il divieto delle elezioni è ancora incerta. Sulla stampa, l’opposizione ipotizza diversi scenari: o il regime sospenderà le elezioni tramite una riforma costituzionale, oppure trasformerà l’Assemblea nazionale in Assemblea costituente, senza indire nuove elezioni. Il vantaggio di questa seconda opzione per la coppia presidenziale? La possibilità di assicurarsi la presidenza a vita. Per l’analista politico ed ex deputato dell’opposizione Eliseo Nuñez, in esilio in Costa Rica dal 2021, questa manovra ha in ogni caso lo scopo di «garantire la successione della dinastia». Daniel Ortega ha infatti espresso il desiderio di governare per altri dieci anni, ma la sua età avanzata – 80 anni – lascia spazio a dubbi. Rimane sua moglie, Rosario Murillo, e, alle sue spalle, i nove figli della coppia, che secondo il media Nicaragua Investiga «tirano già le fila del Paese in settori chiave come gli affari, i media, la moda e lo sport». GLI STATI UNITI «NON RESTERANNO A GUARDARE» La decisione di annullare le elezioni ha scatenato un’ondata di condanne da parte della comunità internazionale, in primis da parte degli Stati Uniti, principale partner commerciale del Nicaragua, che stanno già applicando restrizioni sui visti a numerosi funzionari nicaraguensi. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avvertito sul social network X, il 21 luglio, che Donald Trump e la comunità internazionale «non resteranno con le mani in mano mentre la dittatura […] intensifica la repressione e crea un’instabilità che minaccia la sicurezza nazionale» degli Stati Uniti. «Abolire» le elezioni «dimostra la vigliaccheria e la paura [di Daniel Ortega] nei confronti della volontà del popolo nicaraguense», ha aggiunto, invitando i membri della comunità internazionale a «unire le forze per dimostrare alla dittatura Murillo-Ortega che non può aspettarsi di mantenere relazioni con le altre nazioni come se nulla fosse». Secondo il New York Times, il discorso di Ortega riflette una «crescente paranoia» della coppia presidenziale da quando il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi a gennaio e l’amministrazione Trump ha intensificato le pressioni su Cuba – due paesi latinoamericani alleati del Nicaragua. In America Centrale, l’annuncio ha scatenato un’ondata di proteste. Il Costa Rica, primo Paese a reagire, ha richiamato il proprio ambasciatore per consultazioni, seguito pochi giorni dopo da Panama, dal Guatemala e dalla Repubblica Dominicana. El País sottolinea tuttavia il «silenzio eloquente» del Salvador di Nayib Bukele, proprio mentre il suo alleato, gli Stati Uniti, ha condannato le azioni di Ortega. Anche il presidente honduregno, Nasry Asfura, molto vicino a Trump, è rimasto in silenzio. L’avvocata Alexandra Salazar rileva l’assenza di reazioni, finora, da parte di Messico, Colombia e Argentina. Deplora più in generale che «la situazione in Nicaragua non trovi l’eco che merita nell’attuale contesto internazionale». «Da anni, quando ci rivolgiamo alla comunità internazionale, ci troviamo di fronte a una sorta di vuoto». E aggiunge un monito: «Ci sono persone in carcere, vite messe in sospeso, persone torturate, il 10% della popolazione in esilio fuori dal territorio». La storica Mónica Baltodano giudica «incoraggianti» le recenti prese di posizione ufficiali in America centrale, la cui mancanza di solidarietà con l’opposizione è stata, secondo lei, «una delle grandi lacune degli ultimi anni». Anche Eliseo Núñez esprime «la speranza» che queste reazioni diplomatiche gli infondono: «Questa volta, Ortega potrebbe ritrovarsi davvero isolato». Accoglie inoltre con favore la reazione dell’Unione europea (UE), che ha esortato il regime nicaraguense a organizzare le elezioni «come previsto» e a garantire che si svolgano «in modo trasparente, inclusivo e credibile». Il governo del Nicaragua ha definito queste critiche «ingerenze imperialiste»: «Non siamo vassalli di nessuno». Il 27 luglio, la copresidente Rosario Murillo ha annunciato di aver avviato un «processo di consultazione», con l’obiettivo di far approvare la riforma costituzionale all’inizio di settembre.   The post In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 29, 2026
Popoff Quotidiano