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Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza
LO SCOOP DI UN SITO AMERICANO RIVELA L’ESISTENZA DI UN RAPPORTO INTERNO DEI DEMOCRATICI CHE QUEL PARTITO NON VUOLE RENDERE PUBBLICO Lo scoop pubblicato dal sito di informazione statunitense Axios ha riaperto una frattura che attraversa da mesi la politica americana: il sostegno dell’amministrazione di Joe Biden e della candidata democratica Kamala Harris al genocidio a Gaza da parte di Israele potrebbe essere costato ai democratici una parte decisiva dell’elettorato nelle presidenziali del 2024, vinte da Donald Trump. Secondo Axios, un’“autopsia” interna del Democratic National Committee (DNC) – il vertice esecutivo del partito – avrebbe rilevato che la linea seguita dalla campagna Harris, cioè il rifiuto di rompere con la politica di Biden di armare e sostenere militarmente Israele durante la devastazione di Gaza, ha avuto un impatto elettorale negativo. Il rapporto non è stato reso pubblico, ma Axios afferma di aver verificato in modo indipendente che gli analisti incaricati dal partito hanno riconosciuto come la questione di Gaza abbia danneggiato la posizione dei democratici tra diversi segmenti dell’elettorato. La notizia è emersa anche grazie a un incontro tra funzionari del DNC e rappresentanti dell’Institute for Middle East Understanding Policy Project, un gruppo di advocacy impegnato sul tema dei diritti dei palestinesi. Durante il confronto, secondo quanto riportato, i dirigenti democratici avrebbero ammesso che i dati interni indicavano come la politica su Gaza fosse stata – nelle loro parole – una “net negative”, un fattore nettamente sfavorevole per il partito alle urne. Per molti attivisti pro-Palestina si tratta di una conferma tardiva di ciò che denunciano da oltre un anno: il sostegno quasi incondizionato di Washington alla guerra israeliana ha alienato una parte significativa della base progressista, in particolare giovani, elettori arabo-americani e indipendenti. Un segreto imbarazzante per il Partito Democratico La rivelazione ha alimentato accuse di insabbiamento nei confronti della leadership democratica. Diverse organizzazioni chiedono che il rapporto venga pubblicato integralmente, sostenendo che la sua segretezza serva proprio a evitare un dibattito sulla responsabilità politica del partito nella guerra di Gaza. Il sito britannico Novara Media, attraverso un articolo del giornalista Joshua Carroll, ha interpretato la vicenda come un possibile momento di resa dei conti interno al campo progressista statunitense. Se le conclusioni dell’autopsia fossero confermate, scrive Carroll, rappresenterebbero una rivincita per quei settori della sinistra che hanno sostenuto per mesi che la posizione della candidata democratica su Gaza fosse una delle cause centrali della sconfitta. Ma l’aspetto più significativo non è tanto il contenuto del rapporto quanto il fatto che il partito sembri riluttante a discuterne apertamente. Il nodo politico è evidente: riconoscere che la linea filo-israeliana abbia contribuito alla sconfitta significherebbe mettere in discussione decenni di consenso bipartisan sulla politica mediorientale degli Stati Uniti. Ed è qui che il dibattito si allarga oltre lo scoop di Axios. James Zogby: “Non serve un’autopsia” Secondo James Zogby, fondatore e presidente dell’Arab American Institute e per anni membro del DNC, l’intera discussione sull’autopsia rischia di essere fuorviante. In un lungo intervento pubblicato da The Nation, James Zogby sostiene che il rapporto non potrà dire nulla che già non sia evidente da tempo. Zogby parla con una lunga esperienza interna al partito: ha fatto parte del comitato esecutivo democratico per sedici anni e per oltre un decennio ha presieduto il comitato per le risoluzioni. La sua conclusione è netta: la leadership democratica ha sistematicamente evitato di affrontare la questione dei diritti dei palestinesi, temendo il costo politico di una rottura con il consenso pro-israeliano. L’episodio più emblematico, ricorda, risale alla convention democratica del 1988 ad Atlanta, quando intervenne per sostenere la piattaforma di Jesse Jackson, che chiedeva riconoscimento reciproco e autodeterminazione sia per israeliani sia per palestinesi. Per quella presa di posizione, racconta Zogby, gli fu chiesto di lasciare il DNC: i dirigenti temevano che i repubblicani avrebbero sfruttato la sua difesa dei diritti palestinesi come arma elettorale. La paura dell’establishment democratico di affrontare la questione palestinese, sostiene Zogby, non è dunque una novità ma una costante della politica americana. Un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense Il punto centrale dell’analisi di Zogby è che la politica statunitense verso Israele sta cambiando molto più rapidamente di quanto l’establishment voglia ammettere. Sondaggi recenti mostrano un’erosione significativa del sostegno pubblico a Israele. Un’indagine citata da Zogby, condotta da The Economist nell’agosto 2025, indica che il 43% degli elettori statunitensi è favorevole a ridurre gli aiuti militari a Israele, mentre solo il 13% vorrebbe aumentarli. Tra gli elettori democratici il divario è ancora più netto: il 58% sostiene una riduzione e appena il 4% un aumento. Ancora più significativo è il dato sulla percezione della guerra di Gaza: il 44% degli elettori ritiene che Israele stia commettendo un genocidio, contro il 28% che non lo pensa. Tra i democratici la percentuale sale al 68%. Anche altri istituti demoscopici registrano la stessa tendenza. Un sondaggio di Gallup ha mostrato per la prima volta che negli Stati Uniti più persone dichiarano di simpatizzare con i palestinesi che con gli israeliani. Secondo Zogby, questi dati spiegano molto più della presunta autopsia del DNC: indicano una trasformazione strutturale dell’opinione pubblica americana, accelerata dalla distruzione di Gaza e dal numero enorme di vittime civili palestinesi. Il “terzo binario” della politica americana Per decenni criticare Israele è stato considerato il “terzo binario” della politica statunitense: un tema talmente pericoloso che qualsiasi candidato rischiava di bruciarsi politicamente solo toccandolo. Zogby sostiene che questo paradigma si stia rovesciando. Sempre più candidati democratici stanno prendendo le distanze dalle lobby pro-israeliane e rifiutando i finanziamenti dei loro comitati d’azione politica. Più di tre dozzine di aspiranti membri del Congresso hanno già dichiarato che non accetteranno contributi dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) o di altri gruppi analoghi. Tra questi figurano anche parlamentari in carica che in passato avevano ricevuto milioni di dollari da organizzazioni filo-israeliane. Se questa tendenza continuerà, sostiene Zogby, il vero tema controverso nelle elezioni di metà mandato del 2026 potrebbe non essere più la critica a Israele, ma il suo contrario: il sostegno incondizionato alle politiche israeliane. Il futuro della sinistra americana La battaglia per la pubblicazione dell’autopsia del DNC può avere un valore simbolico, ma secondo Zogby non è la priorità. La questione centrale è un’altra: costruire un nuovo equilibrio politico che rifletta il cambiamento dell’elettorato democratico. Ciò significa sostenere candidati che rifiutano i finanziamenti delle lobby pro-israeliane e che mettono apertamente in discussione la politica mediorientale degli Stati Uniti. Se il Partito Democratico non saprà adattarsi a questo cambiamento, la frattura tra leadership e base rischia di allargarsi ulteriormente. E la lezione delle elezioni del 2024 – qualunque cosa dica o non dica il rapporto segreto del DNC – potrebbe essere solo la prima avvisaglia di una trasformazione più profonda della politica americana.   The post Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 8, 2026
Popoff Quotidiano
Ma chi sono le nazi-femministe francesi?
DAL RN AI NEOFASCISTI VIOLENTI, NEMESIS AL CROCEVIA DELL’ESTREMA DESTRA Gli scambi rivelati da “L’Humanité” mostrano gli stretti legami che il collettivo identitario intrattiene con i militanti neofascisti di Lione. Fin dalla sua creazione, il movimento guidato da Alice Cordier naviga all’incrocio di tutte le estrema destra, dalla più settaria alla più istituzionalizzata. Youmni Kezzouf per Mediapart «Possiamo essere due o tre ragazze a distribuire volantini dove volete che li consegniamo. Un po’ per fare da esca, e non lo rivendicheremo come Nemesis…» Questa proposta è stata formulata nell’ottobre 2025 in un gruppo Telegram di cinque persone, secondo le informazioni fornite da L’Humanité. Proviene da una responsabile locale del movimento identitario femonazionalista e si rivolge a un dirigente di Audace Lyon, un gruppuscolo neofascista lionese. Obiettivo: tendere una trappola alla «sinistra» affinché i teppisti di Audace possano aggredirla. Questo scambio getta nuova luce sulle strategie di mobilitazione di un gruppo che rivendica l’agit-prop e la provocazione pacifica, ma che allo stesso tempo frequenta sia i militanti più radicali che i dirigenti dei partiti politici. In questa conversazione su Telegram, le militanti locali di Némésis si organizzano per un’azione a cui sono abituate: una provocazione in pochi, con slogan e cartelli, per disturbare una manifestazione di sinistra o scatenare le proteste degli studenti progressisti in una delle facoltà della città. Il tutto in stretta collaborazione con Calixte Guy, leader del gruppuscolo Audace Lyon, che è succeduto al Bastion social e al Lyon populaire in seguito ai rispettivi scioglimenti. «Voi andate a Lyon 2-Lyon 3 a fare la vostra azione, noi mettiamo insieme una squadra sul posto per catturare la sinistra», suggerisce l’attivista nella registrazione riportata alla luce da L’Humanité. Sabato 21 febbraio ha partecipato alla marcia in omaggio a Quentin Deranque a Lione (Rodano). Il 23 febbraio, durante la trasmissione di CNews, la presidente di Némésis, Alice Cordier, ha accusato il giornale all’origine di queste rivelazioni di «aver perso la testa» basandosi su «un oscuro scambio su Telegram con pseudonimi che nessuno capisce ». Contattata da Mediapart, non ha risposto alle nostre richieste. In un comunicato pubblicato su X, il collettivo denuncia «un’operazione di disinformazione» e annuncia di aver presentato una denuncia per diffamazione contro L’Humanité. Gli happening sono il marchio di fabbrica del gruppo femminista nazionalista sin dalla sua creazione nel 2019. Ha ripreso il repertorio di azioni degli identitari: srotolare striscioni durante le manifestazioni, disturbare i cortei e comunicare il più possibile su questi momenti. Con i rischi che ciò comporta: uno dei primi happening si è concluso con una rapida evacuazione della marcia contro la violenza sulle donne del 23 novembre 2019, che le militanti di Némésis erano venute a disturbare con slogan contro «gli stranieri stupratori». UNA MODALITÀ DI AZIONE EREDITATA DAGLI IDENTITARI Con la crescita del gruppo, che attualmente conta 550 aderenti su tutto il territorio, le sue leader hanno creato un servizio d’ordine informale per garantire la sicurezza delle loro militanti e poter intervenire con la forza, se necessario. Hanno quindi attinto dal vivaio di giovani militanti maschi di vari gruppi estremisti. «Chiedono protezione a militanti che sono felici di fare i cavalieri, ma si integrano poco nel movimento», commenta con sarcasmo un ex militante identitario che ha lavorato nel loro servizio d’ordine. «Vogliono prendersi dei colpi, perché è il loro modello di militanza, ma senza prenderne troppi. E per questo si servono di altri militanti che corrono i rischi al posto loro. Una storia come quella di Quentin doveva inevitabilmente accadere un giorno». Nel novembre 2021, un nuovo disturbo della marcia contro la violenza sulle donne si è trasformato in una battaglia campale. Con i volti coperti, a volte armati di cinture o di un paletto metallico, alcuni squadristi hanno attaccato il corteo femminista. Tra loro: due dirigenti del sindacato di estrema destra La Cocarde, tra cui Vianney Vonderscher, che presiederà il sindacato prima di diventare collaboratore di un eurodeputato del Rassemblement national (RN). Da buoni identitari, i dirigenti di Némésis lavorano su due fronti: l’attivismo, nelle strade e sui social network, e l’istituzionalizzazione per diffondere le loro idee nelle sfere dirigenziali «Hanno ripreso ciò che c’era di più nuovo in Génération identitaire, il suo repertorio di azioni», analizza la politologa Marion Jacquet-Vaillant. «Si tratta di azioni il cui scopo principale è quello di ottenere visibilità mediatica e di disturbare eventi politici». Nel 2020, Alice Cordier, ex membro dell’Action française e a lungo vicina a un militante del gruppo neofascista Zouaves Paris, ha preso la parola durante il «forum della dissidenza», organizzato dalla fondazione identitaria Polémia di Jean-Yves Le Gallou. L’attivista ha illustrato in dettaglio il suo progetto politico: «Il nostro ruolo è quello di difendere i nostri uomini, i nostri maschi bianchi, e di ridare lustro al comunitarismo, tra persone che considerano la Francia come la loro unica nazione e la cultura europea come la loro». Qualche anno dopo, il pubblico di Alice Cordier ha ampiamente superato le sfere dell’estrema destra di nicchia. La presidente di Némésis è ora regolarmente invitata dai media Bolloré e coltiva la sua vicinanza con i politici istituzionali. Nel febbraio 2024, il senatore di Marsiglia (Bouches-du-Rhône) Stéphane Ravier ha ricevuto una delegazione del suo gruppo al Palazzo del Lussemburgo per consegnare una medaglia simbolica a una delle sue attiviste. Nel novembre dello stesso anno, il gruppo RN al consiglio regionale di Bourgogne-Franche-Comté aveva brandito nell’emiciclo un cartello xenofobo – «Stupatori stranieri fuori» – esposto pochi giorni prima da un’attivista di Némésis durante il carnevale di Besançon. Nel settembre 2024, è stata l’eurodeputata RN Virginie Joron ad accogliere Alice Cordier al Parlamento europeo per un evento sulla libertà di espressione. Una delle dirigenti del movimento, Nina Azamberti, è stata per un breve periodo assistente parlamentare del deputato RN Romain Baubry, mentre Marie-Émilie Euphrasie, membro del gruppo sin dalla sua creazione, ha rappresentato il partito RN a Parigi durante le elezioni legislative del 2022. «Nemesis […], complimenti per la vostra lotta, sapete che vi sono molto vicino», aveva risposto Bruno Retailleau, allora ministro dell’Interno, quando Alice Cordier lo aveva pubblicamente interpellato sullo scioglimento della Jeune Garde nel gennaio 2025. Le affinità non sono solo politiche. Astrid Mahé O’Chinal, cofondatrice del movimento, è la figlia di Jildaz Mahé O’Chinal, una delle figure di spicco della «GUD connection». Alla fine del 2024, Le Monde aveva rivelato che il maniero di Montretout, proprietà storica della famiglia Le Pen, era servito da base alle militanti riunite per preparare un’azione durante la manifestazione annuale del collettivo femminista #NousToutes. Le immagini che hanno permesso questa rivelazione sono state girate da Jordan Florentin, direttore della rivista Frontières e ospite abituale dell’emittente CNews, che appare regolarmente in occasione di eventi festivi al fianco dei dirigenti di Némésis. Alice Cordier è ormai presente a tutti gli eventi che riuniscono l’estrema destra, dal “vertice delle libertà” co-organizzato da Vincent Bolloré e Pierre-Édouard Stérin alla messa in suffragio di Jean-Marie Le Pen. «Fin dall’inizio, questo movimento era al crocevia dell’estrema destra. Alice Cordier era fin dall’inizio molto inserita sia nell’ambiente partitico che in quello radicale più marginale. Questo spiega in parte il successo di Nemesis», sottolinea Marion Jacquet-Vaillant, specialista dei movimenti identitari. LOTTE IDEOLOGICHE INTERNE Ora, per le sue azioni più importanti, Nemesis si avvale di un servizio d’ordine professionale, come quando il collettivo cerca di infiltrarsi nelle sfilate ufficiali delle manifestazioni femministe parigine. Questi professionisti collaborano con militanti estremisti, con volti e tatuaggi nascosti, che continuano a garantire la sicurezza del movimento. Nel mese di novembre 2025, mentre i manifestanti aspettavano al freddo la partenza del piccolo corteo identitario, un giovane confidava al suo vicino le sue motivazioni: «Ho esitato a venire, ma poi mi sono detto: “Sei un uomo in età di combattere e non verresti a sostenere le ragazze che manifestano, ma chi sei tu?…”». Nel marzo 2025, la partecipazione delle militanti di Nemesis al corteo femminista era stata resa possibile dalla benevolenza delle forze dell’ordine, unita al sostegno di militanti maschi con il volto nascosto, muniti di ombrelli per impedire alla stampa di filmare da troppo vicino. Nel movimento radicalizzato caratterizzato da un maschilismo dichiarato, la posizione politica del gruppo femonazionalista, così come il suo repertorio d’azione, continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. Altre critiche sono di natura più politica: identitario, il gruppo di Alice Cordier sostiene incondizionatamente il regime israeliano, che percepisce come un baluardo per la civiltà europea di fronte al mondo musulmano, considerato inevitabilmente ostile. In controtendenza rispetto alla posizione storica dei gruppi nazionalisti rivoluzionari, che l’antimperialismo e l’antisemitismo hanno portato a sostenere la causa palestinese. Il 13 febbraio, Alice Cordier ha risposto a queste critiche sui social network. «Non ho nulla da imparare dai militanti di Instagram», ha affermato in un video. «Noi siamo sul campo da sei anni. Non ho nulla da imparare da persone il cui unico lavoro di militanza è stato quello di picchiare più persone di destra che antifascisti». » Ma le dispute ideologiche tra i diversi movimenti di estrema destra tendono a svanire con le dissoluzioni e le ricomposizioni, come dimostra il percorso politico di Quentin Deranque, passato dai monarchici dell’Action française ai nazionalisti rivoluzionari di Allobroges Bourgoin. «Deranque è l’ideale tipo del militante radicale contemporaneo», riassume la ricercatrice Marion Jacquet-Vaillant. The post Ma chi sono le nazi-femministe francesi? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Ma chi sono le nazi-femministe francesi? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 25, 2026
Popoff Quotidiano
Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino
NOVE ARRESTI NELL’INCHIESTA SULLA MORTE DEL NEOFASCISTA. L’ARIA CHE TIRA A LIONE. DESTRA ED ESTREMA DESTRA SCATENATE Secondo quanto riferito da Marie Turcan su Mediapart, nell’inchiesta sulla morte del militante neofascista ventitreenne Quentin Deranque sono state arrestate nove persone, tra cui Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato insoumis Raphaël Arnault. A questo stadio delle indagini, ha precisato il procuratore di Lione Thierry Dran, non è possibile stabilire «il grado esatto di coinvolgimento» di ciascun fermato nei fatti avvenuti la sera del 12 febbraio. Poche ore dopo gli arresti, Arnault ha annunciato su X di aver già risolto il contratto del collaboratore: «Spetta ora all’inchiesta determinare le responsabilità». L’indagine aperta dalla procura riguarda diversi capi d’accusa, tra cui omicidio volontario, violenze aggravate e associazione a delinquere, con livelli di gravità differenti. Mediapart aveva rivelato in precedenza la presenza di Favrot sul luogo degli scontri, senza poter stabilire se avesse partecipato direttamente alle violenze; il suo avvocato ha «smentito formalmente» qualsiasi coinvolgimento nella morte di Deranque. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quel pomeriggio a Lione si sono verificati due episodi paralleli. Il primo riguardava un’azione del collettivo identitario femminista Némésis davanti alla sede di Sciences Po contro la visita dell’eurodeputata insoumise Rima Hassan. Il secondo, a circa quattrocento metri di distanza, ha visto un gruppo di militanti di estrema destra, giunti per garantire la sicurezza dell’iniziativa, scontrarsi con una quindicina di individui ritenuti vicini all’area antifascista. I video diffusi da alcuni media confermerebbero «scambi reciproci di pugni e calci»: dalle immagini emergerebbe l’uso, da parte degli attivisti di estrema destra, di una stampella metallica, un ombrello e un casco da moto come armi improvvisate, oltre al lancio di un fumogeno e allo spray al gas lacrimogeno. Dopo gli scontri, la maggior parte dei militanti di estrema destra è riuscita a fuggire, ma tre di loro sono stati picchiati; tra questi, Deranque sarebbe stato «gettato a terra e poi picchiato ripetutamente» da almeno «sei individui», riportando ferite alla testa risultate fatali. Secondo informazioni pubblicate da Le Progrès, sei sospetti — cinque uomini e una donna — sarebbero stati identificati e apparterrebbero alla Jeune Garde, gruppo antifascista cofondato da Raphaël Arnault e sciolto nel giugno 2025 dal Ministero dell’Interno per presunte attività violente o di incitamento alla violenza. Il ricorso presentato contro lo scioglimento è ancora pendente davanti al Consiglio di Stato, ma senza effetto sospensivo. Ciò significa che, se fosse accertata la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante le violenze che hanno portato alla morte di Quentin Deranque, anche questi potrebbero essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di lega sciolta. Questo reato, previsto dall’articolo L431-15 del Codice penale, punisce con tre anni di reclusione e 45.000 euro di multa il fatto di «partecipare al mantenimento o alla ricostituzione, aperta o dissimulata, di un’associazione o di un gruppo sciolto». Dopo la morte a Lione del militante neofascista Quentin Deranque, La France insoumise (LFI) e l’area antifascista sono oggetto di una forte campagna politica e mediatica. Nonostante la condanna della violenza da parte del partito, si è diffusa una narrazione di «complicità morale» che ha alimentato intimidazioni e atti vandalici. Lo scrivono Sarah Benhaïda e Mathieu Dejean, su Mediapart che sta trattando senza alcuna reticenza il caso. Popoff ha già tradotto un primo articolo all’indomani del linciaggio del militante di estrema destra in cui si ricostruiva il contesto, l’ambiguità del ruolo della polizia – una delle più violente e abnusanti d’Europa – senza tuttavia fare alcuno sconto nella definizione dei fatti che hanno portato alla morte di Deranque. A Les Lilas, vicino Parigi, la casa di un candidato LFI è stata imbrattata con la scritta «LFI tue». Il candidato denuncia che la polemica nazionale sta colpendo anche le campagne locali: «Ciò che mi rattrista è che questo evento disastroso distolga l’attenzione dalla campagna locale, progetto contro progetto». Secondo LFI, dal 13 febbraio almeno dieci sedi o locali del movimento sono stati presi di mira. Nel frattempo, esponenti della destra e dell’estrema destra hanno diffuso messaggi violenti. Il polemista Jean Messiha ha scritto: «Bisogna sterminare gli antifascisti», mentre due candidati LFI hanno ricevuto minacce di morte. Uno di loro denuncia: «Ci stanno mettendo un bersaglio sulla schiena». La polemica nasce dal presunto legame tra LFI e il gruppo antifascista Jeune Garde: un ex membro dell’organizzazione era presente sul luogo della morte, ma ha negato ogni coinvolgimento e la procura non ha incriminato il gruppo. Nonostante ciò, politici e commentatori parlano di responsabilità morale del partito. Il capo della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, ha dichiarato che «la radicalità nel discorso può talvolta tradursi in violenza nelle strade», evocando un legame «molto forte» tra LFI e la Jeune Garde. Sui social e nei comizi, lo slogan «LFI uccide» si è diffuso nell’area della destra e dell’estrema destra. Jean-Luc Mélenchon ha espresso «sconcerto», «empatia» e «compassione per la famiglia», ribadendo: «La morte non ha nulla a che vedere con le nostre pratiche… siamo ostili e contrari alla violenza». Anche il coordinatore Manuel Bompard ha preso le distanze dalle immagini degli scontri: «non ha nulla a che vedere con l’autodifesa popolare e l’ho condannato fin dal primo momento». Secondo diversi militanti e osservatori, però, l’offensiva politica colpisce l’intero campo antifascista. Simon Duteil parla di «Overton ++», denunciando la capacità dell’estrema destra di imporre la propria lettura dei fatti. Un sindacalista di Solidaires descrive «un clima molto pesante» dopo attacchi alla sede e minacce online. Attivisti e organizzazioni di sinistra denunciano una strategia di stigmatizzazione simile a quella adottata negli Stati Uniti. Youlie Yamamoto di Attac parla di «sfruttare le fake news… per stigmatizzare un movimento». Per l’attivista Sarah Durieux, «la sfida più grande è disinnescare l’inquadramento imposto», ricordando che «nessuno dovrebbe morire in questo modo» e che negli ultimi anni diversi attacchi mortali dell’estrema destra non hanno suscitato la stessa reazione politica. Il sociologo Kevin Vacher descrive «una terribile offensiva e un’ingiunzione a giustificarsi», avvertendo che la sinistra deve «resistere a questo bulldozer… continuando a diffondere un messaggio di pace». Mediapart ha anche cercato di ricostruire il percorso politico del ragazzo ucciso: secondo l’inchiesta di Alexandre Berteau e Donatien Huet, il ventitreenne Quentin Deranque, presentato dai familiari come «uno studente di matematica… che ha sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», si era in realtà avvicinato negli ultimi mesi a diversi ambienti dell’estrema destra radicale (fonte: Mediapart). Il giovane, residente a Saint-Cyr-sur-le-Rhône, partecipava come servizio d’ordine all’azione del collettivo identitario Némésis davanti a Sciences Po Lione quando è stato aggredito. In precedenza aveva militato nell’Action française, che ha ricordato come uno che aveva «militato nelle [sue] file», prima di cancellare il riferimento. Secondo le informazioni raccolte dal giornale, Deranque faceva parte del gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin e nel maggio 2025 aveva partecipato alla parata neonazista del Comité du 9-Mai a Parigi, «inondata di riferimenti al Terzo Reich». Le immagini analizzate da Mediapart mostrerebbero il giovane presente alla manifestazione con il foulard ufficiale, anche se l’avvocato della famiglia ha parlato di «montature che non corrispondono all’identità della vittima». Il suo percorso politico includeva inoltre la partecipazione ad attività dell’Academia Christiana, ambiente cattolico tradizionalista di estrema destra, e la frequentazione del gruppo nazional-rivoluzionario lionese Audace, erede del Bastion social, organizzazione violenta sciolta nel 2019. Proprio Audace lo ha salutato come «[loro] camerata Quentin, ben noto ai [suoi] militanti». Alla messa in sua memoria erano presenti diversi esponenti dell’estrema destra locale, mentre uno dei coinquilini che lo ha descritto come «serio e equilibrato» era stato in passato rinviato a giudizio per il coinvolgimento in una spedizione punitiva di militanti del Bastion social. Nel comunicato diffuso dopo la morte del militante neofascista Quentin Deranque, il NPA (Nouveau Parti anticapitaliste) propone una lettura politica dell’episodio, inserendolo nel contesto della crescita dell’estrema destra e degli scontri con il movimento antifascista a Lione. Il partito ricorda innanzitutto il percorso del giovane ucciso, passato dall’Action française al gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin, sottolineando che da anni nella città si assiste all’insediamento di gruppi neonazisti violenti. La sua morte, avvenuta dopo un’aggressione, riporta dunque «alla ribalta la situazione del movimento sociale che si oppone all’estrema destra a Lione». Il contesto lionese Secondo il comunicato, i fatti si inseriscono negli scontri avvenuti a margine di un incontro pubblico con l’eurodeputata LFI Rima Hassan, provocato dalla presenza del collettivo identitario Némésis. Il gruppo, afferma il NPA, agisce da anni con azioni provocatorie in diversi contesti. A Lione, si sostiene, collettivi di sinistra, realtà antirazziste, librerie, iniziative di solidarietà con la Palestina e singole persone vittime di discriminazioni subiscono da tempo aggressioni da parte di gruppi «violenti, razzisti e virilisti». In questo scenario, il movimento sociale avrebbe sviluppato forme di autodifesa, anche perché questi gruppi di estrema destra colpiscono «senza alcuna reazione da parte dello Stato». «L’estrema destra e il razzismo uccidono» Il comunicato insiste su una lettura generale del fenomeno: «l’estrema destra e le sue idee uccidono». Viene citato un dato secondo cui, tra il 1986 e il 2021, il 90% dei 53 omicidi di matrice ideologica sarebbe stato commesso da ambienti di estrema destra. Il testo richiama diversi casi: * l’uccisione nel 2022 dell’ex rugbista argentino Federico Martín Aramburú da parte di membri del GUD; * quella del militante antifascista Clément Méric nel 2013; * e una serie di omicidi a sfondo razzista, tra cui quelli di Ismaël Aali, Djamel Bendjaballah, Rochdi Lakhsassi, Mustafa e Ahmid, Hichem Miraoui e Aboubakar Cissé. La «demonizzazione» della sinistra Secondo il NPA, la copertura mediatica della morte di Deranque sarebbe «sproporzionata» e funzionale alla demonizzazione di una sinistra che si oppone all’avanzata dell’estrema destra. Il comunicato ricorda che, pochi giorni prima, il Ministero dell’Interno aveva classificato LFI come forza di «estrema sinistra», mentre il ministro Gérald Darmanin ha parlato della «milizia di Mélenchon». Per il partito anticapitalista, negli ultimi due anni si è assistito a una «normalizzazione e banalizzazione» delle idee razziste, maschiliste e LGBTQIAfobiche dell’estrema destra, favorita da politiche securitarie e antisociali e dalla repressione dei movimenti sociali sotto i governi Macron. Appello a un fronte unitario Il comunicato denuncia inoltre le reazioni successive alla morte del militante: piccoli gruppi fascisti avrebbero invocato vendetta e attaccato sedi politiche, locali sindacali e spazi culturali come la libreria La Plume Noire. Militanti antifascisti, in particolare dell’ex Jeune Garde, sarebbero stati accusati pubblicamente di omicidio, minacciati e colpiti da campagne di doxxing. Secondo il NPA, i gruppi fascisti «idealizzano e romanticizzano la violenza e la morte», mentre l’antifascismo rappresenterebbe il campo «degli sfruttati e degli oppressi» e lotterebbe per «uguaglianza e giustizia». Il partito conclude sostenendo che non esistono scorciatoie nella lotta al fascismo e che serve l’unità delle forze politiche e sindacali impegnate nella trasformazione sociale. L’obiettivo indicato è costruire «un fronte unitario di massa» capace di respingere l’estrema destra non solo alle urne, ma anche «nelle strade, nei quartieri, nelle aziende», mantenendo «una linea antifascista unitaria, popolare e di massa» di fronte alla crescita della destra radicale. Ma la situazione è davvero complicata: se la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante gli scontri che hanno portato alla morte di Quentin Deranque fosse provata, potrebbe influire sul loro ricorso contro il decreto che ne ha decretato lo scioglimento. Questi ultimi potrebbero anche essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di un’associazione sciolta. Senza nemmeno attendere gli esiti dell’inchiesta, l’Assemblea Nazionale è teatro di un vero e proprio linciaggio del gruppo di LFI (anche da parte del PS e per scopi molto meno nobili di concorrenza elettorale) e l’antifascismo rischia seriamente di essere criminalizzato. La vicenda ha delle ricadute italiane sotto forma di sciacallaggio mediatico. In un commento pubblicato su Il Giornale di Francesco Giubilei insinua un collegamento tra la morte del militante neofascista di Lione a una presunta “internazionale dell’odio” dell’antifascismo, arrivando a tirare in ballo Ilaria Salis e Mimmo Lucano, eletti a Bruxelles con AVS, e un’esponente della CGIL colpevoli di aver sottoscritto, assieme ad alcuni nomi di LFI, l’adesione a un meeting antifascista che si terrà in estate in Brasile. A Giubilei non sfugge nulla, eccetto la realtà.         The post Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 18, 2026
Popoff Quotidiano
Israele avanza verso l’annessione formale della Cisgiordania
GRAZIE ALL’INERZIA INTERNAZIONALE, ISRAELE ESTENDE IL CONTROLLO SU AREE FINORA SOTTO L’EGIDA DELL’ANP. SI VUOLE «UCCIDERE L’IDEA DI UNO STATO PALESTINESE» Clothilde Mraffko su Mediapart Di fatto, la Cisgiordania, occupata da Israele dal 1967, è già stata annessa. Sulle mappe ufficiali israeliane, la linea verde che separa questo territorio palestinese da quello israeliano non è tracciata; non esiste nemmeno nella mente di molti israeliani. Ogni mattina, ai checkpoint, lunghe file di auto israeliane passano dalla Cisgiordania a Israele con la stessa facilità con cui gli automobilisti attraversano un casello autostradale in Francia. Un’intera rete di linee di autobus collega il territorio dal Mar Mediterraneo al Giordano, collegando gli insediamenti alle grandi città israeliane. I coloni «godono degli stessi diritti e vantaggi degli israeliani che vivono all’interno di Israele», ricordava un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani pubblicato il 7 gennaio, che evidenzia le discriminazioni tra palestinesi e coloni ebrei in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. L’esercito israeliano di occupazione conduce incursioni quotidiane nelle città delle zone A e B, che secondo gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto la giurisdizione amministrativa dell’Autorità palestinese. Israele ha già il pieno controllo della sicurezza e dell’amministrazione della zona C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania e dove si trova la stragrande maggioranza degli insediamenti. Il ministro suprematista ebreo Bezalel Smotrich, diventato una sorta di governatore della Cisgiordania dal febbraio 2023, nutre tuttavia sogni più ambiziosi. Incoraggiato dalle sue truppe nazionaliste-religiose, sostiene presso il governo l’annessione de jure della Cisgiordania e, più in generale, la sovranità ebraica su tutto il territorio compreso tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, e anche oltre. Domenica 8 febbraio, Bezalel Smotrich ha ottenuto una nuova vittoria. Il suo ministero delle Finanze, insieme a quello della Difesa, ha annunciato una serie di misure che rafforzano il controllo israeliano sulla Cisgiordania occupata e dovrebbero «modificare radicalmente la realtà giuridica e civile» di questo territorio palestinese. SEPPELLIRE OSLO E LO STATO PALESTINESE Israele abolirà le norme risalenti al periodo in cui la Giordania amministrava la Cisgiordania, prima del 1967, che vietavano agli ebrei di acquistare terreni. Bezalel Smotrich promette che gli israeliani potranno diventare proprietari senza dover passare attraverso un lungo iter burocratico presso l’amministrazione militare responsabile degli affari civili nei territori occupati. I catasti non saranno più protetti da norme di riservatezza: i potenziali acquirenti potranno contattare direttamente i proprietari. Il quotidiano israeliano Haaretz esprime preoccupazione per possibili falsificazioni di questi registri. Le colonie israeliane sono tuttavia illegali secondo il diritto internazionale, che vieta il trasferimento di parte della popolazione civile della potenza occupante nel territorio occupato. Le autorità israeliane dovrebbero ora amministrare anche la Tomba dei Patriarchi – la moschea di Ibrahim per i musulmani – a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme – entrambi i siti religiosi si trovano in zone sotto l’autorità palestinese. A Hebron, la prima città della Cisgiordania, dove i coloni vivono nel cuore della città, gli israeliani non dovranno più richiedere l’approvazione del comune palestinese per i permessi di costruzione. SEPPELLIRE OSLO E LO STATO PALESTINESE Israele abolirà le norme risalenti al periodo in cui la Giordania amministrava la Cisgiordania, prima del 1967, che vietavano agli ebrei di acquistare terreni. Bezalel Smotrich promette che gli israeliani potranno diventare proprietari senza dover passare attraverso un lungo iter burocratico presso l’amministrazione militare responsabile degli affari civili nei territori occupati. I catasti non saranno più protetti da norme di riservatezza: i potenziali acquirenti potranno contattare direttamente i proprietari. Il quotidiano israeliano Haaretz esprime preoccupazione per possibili falsificazioni di questi registri. Le colonie israeliane sono tuttavia illegali secondo il diritto internazionale, che vieta il trasferimento di parte della popolazione civile della potenza occupante nel territorio occupato. Le autorità israeliane dovrebbero ora amministrare anche la Tomba dei Patriarchi – la moschea di Ibrahim per i musulmani – a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme – entrambi i siti religiosi si trovano in zone sotto l’autorità palestinese. A Hebron, la prima città della Cisgiordania, dove i coloni vivono nel cuore della città, gli israeliani non dovranno più richiedere l’approvazione del comune palestinese per i permessi di costruzione. L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE DELLA CISGIORDANIA IN VIRTÙ DEGLI ACCORDI DI OSLO DEL 1993                                     ZONA A (18% DEI TERRITORI): CONTROLLO PALESTINESE Zona B (22% dei territori): controllo condiviso israelo-palestinese Zona C (60% dei territori): controllo israeliano Mappa: MediapartCreata con Datawrapper © Infografica Donatien Huet / Mediapart In generale, il gabinetto di sicurezza ha giustificato l’estensione del controllo israeliano sulle zone A e B amministrate dall’Autorità palestinese in nome delle «infrazioni legate all’acqua», dei «danni ai siti archeologici» e della lotta contro «i danni ambientali che inquinano l’intera regione». Le misure annunciate sono l’ennesimo colpo agli accordi di Oslo, che Israele ha smesso da tempo di rispettare. «Continueremo a seppellire l’idea di uno Stato palestinese», ha dichiarato con orgoglio Bezalel Smotrich. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto un intervento immediato degli Stati Uniti e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, denunciando la confisca delle terre palestinesi e «un evidente tentativo israeliano di legalizzare l’espansione della colonizzazione». Hamas ha invitato i palestinesi a «intensificare il confronto con l’occupazione e i suoi coloni». Finora, “l’apartheid israeliano faceva parte di un sistema burocratico molto sofisticato”, spiega un responsabile dell’Istituto palestinese per la diplomazia pubblica (PIPD): “Ci voleva tempo per espropriare i palestinesi. Questi ultimi potevano quindi sperare di guadagnare qualche anno di tempo prima degli sfratti, moltiplicando i ricorsi alla giustizia israeliana, anche se l’esito non era quasi mai favorevole, essendo la Corte Suprema uno degli strumenti di difesa dell’apartheid israeliana. «Oggi non abbiamo più tempo. Assistiamo all’accelerazione dei processi legislativi e burocratici che consentiranno a chissà quanti coloni di installarsi molto facilmente in Cisgiordania», prosegue la fonte du PIPD. IMPUNITÀ ISRAELIANA In un comunicato congiunto, Arabia Saudita, Giordania, Qatar, Pakistan, Indonesia, Egitto, Turchia e persino gli Emirati Arabi Uniti, solitamente il più compiacente alleato arabo di Israele, hanno condannato le misure annunciate domenica sera dal governo. L’Unione Europea ha denunciato «un altro passo nella direzione sbagliata». Israele, tuttavia, intensifica la sua colonizzazione senza ostacoli. A ottobre, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha votato in prima lettura un testo che apre la strada all’annessione della Cisgiordania. A dicembre l’ONU ha segnalato un «netto aumento» dei progetti di costruzione di alloggi israeliani in Cisgiordania, con piani per «circa 47.390 unità abitative avanzate, approvate o presentate» nel 2025, contro una media di 12.800 all’anno tra il 2017 e il 2022 , prima dell’arrivo al potere dell’attuale coalizione. A Gerusalemme Est, annessa illegalmente da Israele nel 1980, una trentina di famiglie palestinesi, per un totale di circa 175 persone, sono minacciate di espulsione nel quartiere di Silwan, ai piedi della città vecchia, ricorda l’ONG anticolonialista Ir Amim. L’organizzazione parla di un “punto di svolta” per questo quartiere, in un contesto di “violazioni mortali del cessate il fuoco che continuano a Gaza [e] di aumento della violenza dei coloni, [di] sequestro di terre e [di] espansione degli insediamenti nei territori palestinesi occupati”. Otto famiglie sono già state cacciate dalle loro case a Silwan e le loro abitazioni sono state immediatamente occupate da coloni israeliani. Di fronte al genocidio a Gaza e mentre più di mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dall’esercito o dai coloni dal 7 ottobre, i paesi europei, tra cui la Francia, hanno emesso sanzioni che colpiscono solo alcuni coloni, mascherando la realtà della violenza di Stato. L’Unione europea è tuttavia il principale partner commerciale di Israele. «La dissonanza cognitiva e la totale disconnessione tra i discorsi diplomatici o le soluzioni politiche proposte e la realtà sul campo sono sempre più evidenti», osserva il responsabile del PIPD. «Israele accelera l’annessione, ma la comunità internazionale si concentra sulla riforma dell’Autorità palestinese». Anche se le «tattiche» delle autorità israeliane differiscono a seconda dei territori interessati – Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est –, l’obiettivo rimane lo stesso, continua la fonte: «sostituire la popolazione palestinese». Nell’enclave meridionale, il blocco e poi il genocidio hanno spinto i più abbienti e le classi intellettuali a fuggire da una vita diventata impossibile. Il fenomeno si ripete in Cisgiordania: i raid dell’esercito, gli arresti, le strade bloccate e la disoccupazione in forte aumento, gli attacchi dei coloni che svuotano alcune zone dei loro abitanti palestinesi, hanno reso la vita quotidiana insopportabile e i più fortunati emigrano. Un’annessione de jure amplificherebbe questa violenza e questa espansione coloniale e, di conseguenza, accelererebbe la scomparsa di una società la scomparsa di una società palestinese ricca e diversificata nei suoi territori. 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February 10, 2026
Popoff Quotidiano
Trump, la Groenlandia e l’estrema destra
I VARI GRUPPI DELL’ESTREMA DESTRA EUROPEA IN ORDINE SPARSO DI FRONTE ALL’OFFENSIVA DI TRUMP CONTRO LA SOVRANITÀ DELLA GROENLANDIA Àngel Ferrero su El Salto Una delle conseguenze delle minacce aperte da parte dell’amministrazione statunitense di annettere la Groenlandia lo scorso gennaio è stata quella di aprire una frattura, anche se temporanea, nelle alleanze tra quest’ultima e diversi partiti e movimenti di estrema destra europei. La questione è già stata affrontata da testate come The Guardian o The New York Times, dato che questi partiti, descritti come “patriottici”, erano esplicitamente menzionati nella Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti come potenziali alleati per “coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa”. Vox e Aliança Catalana hanno optato per il silenzio, mentre altri, come il Fidesz di Viktor Orbán, hanno eluso la questione appellandosi alla risoluzione della controversia nell’ambito della NATO, o, come il Partito della Libertà Austriaco (FPÖ), si sono nascosti dietro la neutralità del loro paese e dietro dichiarazioni calcolate al millimetro: “Per quanto riguarda il futuro della Groenlandia, la questione più importante dovrebbe essere come e in quale costellazione la popolazione della Groenlandia stessa ritiene che i propri interessi saranno rappresentati in futuro; l’importante, dal nostro punto di vista, è che non si giunga ad alcun intervento militare o violenza”–. ha definito sul Welt am Sonntag le manovre del presidente americano come “politica imperiale”. Persino Nigel Farage, forse il più stretto alleato di Donald Trump dall’altra parte dell’Atlantico, ha definito dal Regno Unito «un atto molto ostile» il fatto che il presidente americano «minacciasse di imporre dazi se non fosse riuscito a ottenere il controllo della Groenlandia, senza nemmeno il consenso della popolazione groenlandese». “SOVRANI”, MA ALL’OMBRA DELL’AQUILA È possibile, naturalmente, che questa opposizione sia una mera gestualità retorica per mantenere un’apparenza di coerenza discorsiva davanti ai propri elettori, che per anni hanno ascoltato e letto dichiarazioni piene di parole come “sovranità” o “nazione”, il cui significato tali partiti non hanno mai precisato per potersi permettere, tra le altre cose, di riempirle di un orientamento razzista ed esclusivo. In altri casi, tuttavia, il diavolo sta nei dettagli. Il discorso al Parlamento europeo del presidente del Rassemblement national e candidato in pectore di quel partito alla presidenza della Francia nelle prossime elezioni, Jordan Bardella, è stato citato come un altro esempio di discrepanza – forse il più grande – tra l’estrema destra europea e il trumpismo. In esso Bardella è arrivato a proporre la sospensione dell’accordo commerciale che la Commissione Europea ha raggiunto con Washington lo scorso anno e l’attivazione dello strumento contro la coercizione economica contro gli Stati Uniti come misura di “autodifesa”. Al discorso di Bardella non mancò certo lo spirito combattivo: «Gli Stati Uniti ci pongono di fronte a un dilemma: accettare la dipendenza, mascherata da associazione, o agire come potenze sovrane in grado di difendere i propri interessi», «la scelta è semplice: sottomissione o sovranità», «l’Europa deve scegliere la libertà, la responsabilità e il controllo del proprio destino». Tutte queste frasi hanno raggiunto con successo il loro obiettivo, ovvero trasmettere l’immagine – e l’immagine è tutto ciò che conta al giorno d’oggi – di opposizione, nascondendo al contempo la vera preoccupazione di RN, espressa in un altro passaggio del suo discorso. La Groenlandia «è diventata un perno strategico in un mondo che sta tornando alla logica imperiale», ha affermato Bardella, «cedere oggi creerebbe un pericoloso precedente, mettendo a rischio domani altri territori europei – e persino i territori d’oltremare della Francia». Infatti, questi dipartimenti, regioni e collettività d’oltremare – ex colonie francesi – includono le Antille francesi e Saint-Pierre-et-Miquelon, entrambe nell’emisfero occidentale su cui Trump vuole estendere il suo “corollario” alla Dottrina Monroe. Se la Groenlandia è nel mirino degli interessi statunitensi, perché un giorno non potrebbero esserlo anche tutti questi territori sotto l’amministrazione francese? Il sostegno di Trump si è rivelato improvvisamente un’arma a doppio taglio per questi partiti. Da un lato, nessuno di loro vuole rinunciare alle enormi risorse che la vicinanza al movimento MAGA comporta: non solo economiche, ma anche sotto forma di contatti con mecenati, visibilità sui media e apprendimento di tecnologie politiche da applicare poi nelle loro campagne elettorali. L’immagine di una “internazionale di destra” sotto il potente patrocinio degli Stati Uniti è tatticamente interessante per tutti loro, poiché rafforza la falsa idea dell’inevitabilità della loro vittoria elettorale e della loro egemonia sociale. La creazione di una sorta di alleanza transatlantica dell’estrema destra è stata per alcuni anni il sogno accarezzato da Steve Bannon, che è arrivato persino a fondare nella Certosa di Trisulti, in Italia, una sorta di accademia politica per formare i “crociati” di quel progetto. D’altra parte, però, subordinarsi a questo progetto potrebbe potenzialmente trasformarli agli occhi delle rispettive popolazioni nei nuovi Vidkun Quisling, il presidente della Norvegia collaborazionista durante la seconda guerra mondiale, il cui cognome è diventato sinonimo di traditore, soprattutto se la posta in gioco è il controllo dei rispettivi territori o gli interessi del capitale nazionale che li sostiene. Naturalmente, la storia recente offre alcuni esempi di movimenti fascisti che aspiravano a far rivivere le presunte glorie passate delle loro nazioni e finirono per soccombere alla Germania nazista, come l’austrofascismo, o per servire gli interessi di quest’ultima mantenendo l’apparenza di stati indipendenti, come gli Ustascia croati, la Guardia di ferro rumena o l’effimero stato ucraino dell’Organizzazione nazionalista Ucraina. Tutte le immagini ipermascoline dei guerrieri patriottici che schiacciano il nemico e lo trafiggono con le baionette della propaganda nazionalista risultano, alla prova dei fatti, piuttosto ridicole quando si ha sul collo uno stivale più grande e più nero, senza il quale tutte le loro fantasie di dominio non possono in alcun modo realizzarsi. L’IRREDENTISMO BUSSA ALLA PORTA Comunque sia, e dato che non si è ancora arrivati a questa situazione, gli appelli al rispetto della “sovranità” di partiti come RN devono essere interpretati per quello che sono realmente: non un’appropriazione di un discorso di sinistra, come alcuni pretendono di vedere senza andare oltre la superficie, ma una difesa dello status quo ereditato da una lunga storia coloniale e un invito a rafforzarlo per impedire alle popolazioni che ne sono colpite di sfuggire ai legami stabiliti. Anche sul suolo europeo, il recente capitolo sulla Groenlandia ha tutti gli ingredienti per riaprire – come è successo, con le dovute differenze, nel caso della Crimea nel 2014 – questioni territoriali delicate anche per l’estrema destra stessa, come i tentativi dell’FPÖ di strumentalizzare il movimento autonomista di Bolzano/Alto Adige o gli ammiccamenti di Orbán all’irredentismo ungherese che mette in discussione i confini stabiliti dal Trattato di Trianon del 1920. E chi ha la certezza assoluta che l’AfD manterrebbe il suo rispetto per il confine sull’Oder-Niesse se vedesse in qualche momento l’opportunità di abbandonarlo? D’altra parte, si direbbe che ciò che davvero ferisce questi partiti è aver ricevuto ora lo stesso trattamento che hanno ricevuto in passato altri popoli non “europei” e che essi stessi hanno riservato a quegli altri popoli non “europei”. Questa situazione è peraltro estendibile al centro politico che così spesso ci viene presentato come alternativa democratica al trumpismo. Niente di più rivelatore della polemica degli ultimi giorni sulle dichiarazioni del presidente americano a Davos, quando Trump ha detto, riferendosi alle truppe degli altri Stati membri della NATO, che “non abbiamo mai avuto bisogno di loro”. “Non abbiamo mai chiesto loro nulla”, ha aggiunto Trump, “sai, ora diranno che hanno mandato alcune truppe in Afghanistan, o questo o quello, e lo hanno fatto, sono stati un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dalle linee del fronte”. Le parole di Trump sono state accolte con indignazione da diversi leader europei, che hanno sottolineato il contributo delle loro truppe in Afghanistan nelle loro dichiarazioni e sui social media. “Circa 59 soldati della Bundeswehr hanno perso la vita durante i quasi 20 anni di dispiegamento in Afghanistan”, ha protestato il cancelliere tedesco Friedrich Merz al Bundestag, “più di 100 sono rimasti feriti in modo parziale o grave durante operazioni e combattimenti”. “Non permetteremo che questa missione, che è stata svolta anche nell’interesse del nostro alleato, gli Stati Uniti d’America, sia oggi denigrata o disprezzata”, ha aggiunto. Come ha commentato il giornalista Mark Ames, ecco “l’insopportabile ipocrisia della Danimarca e degli europei che si lamentano: ‘Non è giusto che noi danesi siamo vittime dell’imperialismo quando abbiamo passato 20 anni a fare da spalla uccidendo insieme persone di colore! Non c’è onore tra imperialisti?'” E, commentando la notizia della decisione dell’UE di designare il Corpo delle Guardie rivoluzionarie Islamiche come organizzazione terroristica, aggiungeva: «Gli europei vogliono solo intimidire (bullismo) e dominare, e questo significa allearsi con l’impero più violento del mondo quando è possibile e poi lamentarsi quando diventano il bersaglio del suo imperatore, per poi tornare a intimidire le potenze più deboli quando se ne presenta l’occasione, e così via». The post Trump, la Groenlandia e l’estrema destra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump, la Groenlandia e l’estrema destra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 4, 2026
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Gaza, l’attacco peggiore dal “cessate il fuoco”
ISRAELE UCCIDE UNA TRENTINA DI PALESTINESI IN UNO DEI SUOI ATTACCHI PIÙ LETALI DAL PRESUNTO CESSATE IL FUOCO Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre, il numero dei palestinesi uccisi da Israele supera i cinquecento, di cui cento bambini. Redazione El Salto Sabato 31 gennaio l’esercito israeliano ha ucciso almeno 29 abitanti di Gaza, tra cui sei bambini di due famiglie, secondo quanto riferito da due ospedali della Striscia, in quella che è già una delle giornate più letali dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre 2025. Gli attacchi sono avvenuti nel nord e nel sud di Gaza, compreso il bombardamento da parte di un drone israeliano contro una tenda a Jan Yunis, in cui sono morti un padre, i suoi tre figli e tre dei suoi nipoti, secondo una fonte dell’ospedale Naser. Si contano altri 14 morti nel bombardamento di una stazione di polizia nella città di Gaza, secondo fonti mediche e della protezione civile. “Sono stati recuperati 28 cadaveri, un quarto dei quali bambini, un terzo donne e un anziano, tra cui quattro donne poliziotto”, ha precisato in un comunicato la Protezione Civile di Gaza, poco prima del ritrovamento di un altro corpo. Un missile israeliano ha colpito questa mattina la stazione di polizia del quartiere di Sheij Radwan, nella città di Gaza, causando sette morti, secondo quanto confermato da una fonte dell’obitorio dell’ospedale Shifa, che sono poi diventati 14 dopo il ritrovamento di quattro corpi tra le macerie. Secondo l’ospedale e un comunicato del Ministero dell’Interno di Hamas, tra le vittime almeno 4 donne agenti di polizia e 4 persone detenute. Tuttavia, non si conoscono i dettagli sugli ultimi sei uccisi. Al nord, a Gaza City, un madre e tre dei suoi figli sono rimasti uccisi con un altro familiare nel bombardamento aereo dell’appartamento in cui avevano trovato rifugio, secondo quanto riferito dall’ospedale Shifa. Ci sono stati anche altri quattro bombardamenti, tra cui quello contro un altro appartamento vicino all’incrocio di Jabalia, a est della città di Gaza, che ha causato solo feriti, e due a sud-est del campo profughi di Al Bureij, nel centro della Striscia e vicino alla cosiddetta linea gialla. Questi attacchi sono avvenuti nonostante il cessate il fuoco in vigore e con essi si superano i 500 palestinesi morti a Gaza, tra cui più di cento bambini, nonostante la presunta fine dell’offensiva militare israeliana, secondo i dati del Ministero della Salute locale. La prima fase del cessate il fuoco a Gaza ha raggiunto il suo obiettivo principale: distogliere l’attenzione dei media dal genocidio che Israele ha perpetrato su quel territorio dal 7 ottobre 2023. Mercoledì 14 gennaio, Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump e uno degli artefici dell’accordo di ottobre, ha confermato che la Striscia entrava nella fase 2 di quel cessate il fuoco. Lo status quo attuale a Gaza, secondo gli analisti di Mondoweiss, è quello di una Striscia “divisa, che soffre di una lenta carestia ed è colpita da periodici attacchi militari mortali”. La realtà è che, dall’entrata in vigore di questa seconda fase, si è verificata un’intensificazione dei bombardamenti da parte di Israele. Si tratta delle violazioni più evidenti del cessate il fuoco, che secondo il conteggio dell’Ufficio stampa del governo di Gaza (OGM) hanno raggiunto quota 1.244 dal 10 ottobre 2025. Secondo questa classificazione, si sono verificati 581 attacchi e bombardamenti contro persone disarmate e le loro abitazioni, 402 episodi di attacchi con armi da fuoco diretti contro civili, 66 incursioni di veicoli blindati in zone non autorizzate e 195 demolizioni e detonazioni di case, istituzioni ed edifici civili. Giovedì 15 gennaio sono stati segnalati attacchi aerei su due abitazioni nella zona occidentale di Deir al-Balah, nel centro di Gaza, in un attacco che ha causato la morte di Muhammad al-Hawli, leader delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Nel bombardamento sono morte cinque persone, tra cui una ragazza di 15 anni. Un altro attacco ha causato la morte di tre persone nel campo profughi di Al-Nuseirat, nel centro di Gaza. Ma è un bilancio che non si ferma e che deve essere aggiornato ogni settimana. Mercoledì 21 gennaio, Israele ha ucciso 11 palestinesi, tra cui due bambini di 13 anni – uno dei quali è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dai soldati israeliani – e tre giornalisti che si stavano spostando per motivi di lavoro.   The post Gaza, l’attacco peggiore dal “cessate il fuoco” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Gaza, l’attacco peggiore dal “cessate il fuoco” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 31, 2026
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Trump cerca di dare il colpo di grazia a Cuba e minaccia Messico e Canada
LA CASA BIANCA: DAZI AGGIUNTIVI CHI VENDE PETROLIO A L’AVANA. CUBA: «NEGLI USA UNA CRICCA FASCISTA E GENOCIDA CHE AGISCE PER FINI PURAMENTE PERSONALI» L’Avana. Le code per fare benzina si allungano e i blackout elettrici durano ormai fino a 10 ore nella capitale cubana, che accusa gli Stati Uniti di voler “soffocare” l’economia dell’isola. Giovedì il presidente statunitense Donald Trump ha emesso un decreto che minaccia di imporre dazi ai paesi che vendono petrolio all’Avana, affermando che Cuba rappresenta una “minaccia eccezionale” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. I dazi aggiuntivi su tutti i prodotti provenienti da “qualsiasi paese che direttamente o indirettamente venda o fornisca in altro modo petrolio a Cuba” piombano sull’isola in un momento in cui sta affrontando una grave crisi energetica, a seguito dell’interruzione delle forniture dal Venezuela all’inizio di quest’anno. La mossa sembra puntare al suo vicino meridionale. Negli ultimi giorni, le minacce al Messico non sono partite solo dalla Casa Bianca. I membri del Congresso della Florida hanno accusato il Messico di “minare la politica degli Stati Uniti” e persino di “grande tradimento” con la sua fornitura di carburante a Cuba. Trump ha firmato dunque un ordine esecutivo, una sorta di decreto, in cui afferma che le politiche, le pratiche e le azioni del governo cubano minacciano direttamente la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti. Sulla base di tale argomentazione, ha disposto che, a partire da ieri, spetterà ai segretari al Commercio, Howard Lutnick, e di Stato, Marco Rubio, verificare se qualche Paese fornisca, con qualsiasi mezzo, petrolio all’Avana. Rubio è noto per le sue posizioni contrarie al governo cubano e ora ha il potere di “emanare le norme, i regolamenti e le linee guida necessari o appropriati per l’attuazione del presente ordine. Il Segretario di Stato potrà inoltre prendere qualsiasi altra decisione o intraprendere qualsiasi altra azione necessaria o appropriata per l’attuazione del presente ordine”, si legge nel documento. L’annuncio preoccupa moltissimo la popolazione dell’isola: “Questo avrà un impatto diretto sulla vita dei cubani, prima o poi, avrà un’influenza, questa è l’intenzione”, ha detto all’Afp Jorge Rodríguez, un informatico di 60 anni, davanti a una stazione di servizio con lunghe code per fare rifornimento all’Avana. “Bisogna sedersi al tavolo delle trattative” con Trump, ha affermato. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha affermato venerdì che la minaccia di Trump di imporre dazi ai paesi che vendono petrolio all’Avana “mira a soffocare l’economia cubana”. La nuova misura tariffaria degli Stati Uniti contro la fornitura di petrolio a Cuba è “fascista, criminale e genocida”, ha affermato venerdì il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. “Questa nuova misura evidenzia la natura fascista, criminale e genocida di una cricca che ha sequestrato gli interessi del popolo statunitense per fini puramente personali”, ha affermato il presidente sul suo account X. Ha affermato che Washington intende “soffocare” l’economia dell’Avana con un “pretesto mendace e privo di argomenti, venduto da coloro che fanno politica e si arricchiscono a spese delle sofferenze” del popolo cubano. A sua volta, ha contestato le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio e di altri politici statunitensi, secondo cui il blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba non esiste. “Dove sono quelli che annoiano con le loro false storie secondo cui si tratta di un semplice ‘embargo sul commercio bilaterale’?”, ha scritto il leader dopo l’annuncio dei dazi. Anche la Cina ha protestato contro la minaccia di dazi doganali di Trump. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun ha dichiarato venerdì che il suo Paese “sostiene fermamente Cuba nella difesa della sua sovranità e sicurezza nazionale e nel rifiuto delle ingerenze esterne”. “La Cina si oppone fermamente alle misure che privano il popolo cubano del suo diritto alla sussistenza e allo sviluppo”, ha aggiunto. Giovedì sera, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez aveva già denunciato il “brutale atto di aggressione” contro il popolo cubano che “da oltre 65 anni” è sottoposto “al più lungo e crudele blocco economico mai applicato contro un’intera nazione”. “L’unica minaccia alla pace, alla sicurezza e alla stabilità della regione, e l’unica influenza maligna, è quella esercitata dal governo degli Stati Uniti contro le nazioni e i popoli della nostra America, che cerca di sottomettere, spogliare delle loro risorse, mutilare della loro sovranità e privare della loro indipendenza”, ha affermato. L’isola è soggetta a un embargo degli Stati Uniti dal 1962, che Trump ha notevolmente rafforzato dal suo primo mandato (2017-2021). Questo decreto aumenta la pressione sull’isola, che versa in una grave crisi economica e ha grandi difficoltà a coprire il proprio fabbisogno di carburante ed elettricità. Venerdì mattina, a causa delle interruzioni di corrente che hanno compromesso l’accesso a Internet e ai media, molti cubani non erano a conoscenza delle minacce statunitensi. SHEINBAUM INVITA GLI STATI UNITI A EVITARE UNA CRISI UMANITARIA A CUBA Se Cuba è presa al collo, il Messico è ricattato. Nel definire la posizione del Messico rispetto all’avvertimento della Casa Bianca sull’imposizione di dazi doganali ai paesi che inviano petrolio a Cuba, la presidente Claudia Sheinbaum ha invitato a evitare una crisi umanitaria nell’isola che potrebbe avere ripercussioni sugli ospedali, sull’alimentazione e sui servizi di base. In questo contesto, ha riferito delle istruzioni impartite al ministro degli Affari esteri, Juan Ramón de la Fuente, di contattare il Dipartimento di Stato per conoscere la portata dell’annuncio di Trump. Si tratta di evitare una crisi umanitaria a Cuba senza mettere a rischio il Messico. “Il Messico cercherà diverse alternative per aiutare umanitariamente il popolo cubano, in linea con la tradizione del diritto internazionale. Cercheremo il modo di mantenere la solidarietà con il popolo cubano senza mettere a rischio il Messico”, riporta così il locale quotidiano di sinistra, La Jornada. Sheinbaum, parlando da Tijuana, ha affermato che meno dell’1% della produzione nazionale viene inviato a Cuba. Si tratta del petrolio utilizzato nelle centrali elettriche perché, immaginando un’interruzione dell’elettricità, ciò avrebbe ripercussioni sugli ospedali e sui frigoriferi. Ha sottolineato che impedire questo impatto sociale a Cuba è nell’interesse non solo del governo, ma anche del popolo cubano. Petróleos Mexicanos (Pemex) ha riferito in un rapporto all’autorità di regolamentazione finanziaria degli Stati Uniti di aver inviato quasi 20.000 barili al giorno di petrolio a Cuba tra gennaio e il 30 settembre 2025, ha aggiunto l’agenzia. LA NUOVA GUERRA DI TRUMP “Cuba è una nazione in declino e si prova compassione per Cuba. Hanno trattato molto male la gente. Abbiamo molti cubano-americani che sono stati trattati molto male e probabilmente vorrebbero tornare. E no, non sto cercando di dirlo, ma sembra che sia qualcosa che semplicemente non potrà sopravvivere. Credo che Cuba non potrà sopravvivere”, ha dichiarato Trump giovedì sera, poco dopo aver reso pubblico il decreto esecutivo, durante la prima del documentario Netflix su sua moglie Melania. Durante la sua crescente crisi energetica ed economica, in gran parte causata dalle severe sanzioni economiche di Washington, Cuba ha fatto ampio ricorso agli aiuti stranieri e alle forniture di petrolio da paesi come Messico, Russia e Venezuela, fino a quando un’operazione militare statunitense ha portato al sequestro dell’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro. Trump ha affermato che non verrà più inviato petrolio venezuelano a Cuba e che il governo cubano sta per cadere, ha ricordato l’Associated Press. «Non era difficile prevedere che Donald Trump e il suo Segretario di Stato, Marco Rubio, avrebbero voluto aggiudicarsi la storica preda che sarebbe stata la sconfitta e la capitolazione di Cuba. Nonostante l’isola si trovi già di per sé in una situazione economica e di approvvigionamento piuttosto complicata e che l’approvvigionamento di petrolio proveniente dal Venezuela sia stato interrotto con l’intervento del Paese e il sequestro di Nicolás Maduro e di sua moglie, sembra che a Trump non basti e abbia annunciato nuove misure per continuare a soffocare il Paese. La Casa Bianca ha utilizzato nuovamente la stessa scusa che ha usato negli ultimi mesi ogni volta che Trump ha puntato gli occhi su un nuovo Paese del suo entourage: la sicurezza nazionale. Nonostante Cuba si trovi in uno dei suoi momenti peggiori, Trump ha affermato che Cuba rappresenta “una minaccia straordinaria e insolita” alla sicurezza nazionale, utilizzando la stessa formula usata con la Groenlandia», scrive su El Salto, Yago Álvarez Barba, coordinatore della sezione economia di questo media indipendente spagnolo. Alla domanda di un giornalista se la sua intenzione fosse quella di soffocare l’isola, il presidente ha risposto con un’altra delle sue tecniche discorsive, quella di negare e affermare qualcosa praticamente nella stessa frase: «La parola soffocare era piuttosto forte. Non è quello che cerco di fare, ma sembra che sia qualcosa a cui semplicemente non potranno sopravvivere». AUMENTANO LE TENSIONI CON IL CANADA Dopo l’abbraccio del primo ministro canadese Mark Carney con il presidente cinese Xi Jinping, in cui hanno concordato di ridurre le barriere tariffarie tra i due paesi, e il confronto verbale diretto nel discorso del canadese davanti al pubblico del Forum economico di Davos, Trump ha scatenato la sua ira contro il vicino del nord. Lo scorso fine settimana, gli Stati Uniti si sono ribellati agli accordi canadesi con la Cina. Trump ha minacciato il Canada con dazi del 100% sui prodotti canadesi se Carney avesse firmato un accordo commerciale con il Partito Comunista Cinese. “Se il governatore Carney pensa di trasformare il Canada in un porto di ingresso per la Cina per inviare beni e prodotti agli USA, si sbaglia di grosso», ha detto Trump dal suo social network. Osserva ancora Barba: «Sicuramente il presidente aveva in mente i veicoli elettrici cinesi. Dopo l’incontro tra Carney e Xi Jinping, il Canada ha annunciato che avrebbe ridotto le tasse di importazione di queste auto dall’attuale 100% al 6%. Una riduzione che, senza dubbio, avrà un impatto su uno dei principali concorrenti dei marchi cinesi: la statunitense Tesla di Elon Musk». Ma le tensioni non solo non si sono fermate qui, ma sono aumentate nelle ultime ore. Quasi contemporaneamente alla minaccia rivolta a tutti i paesi che esportano petrolio a Cuba, Trump ha anche minacciato di applicare un nuovo dazio sugli aerei fabbricati in Canada. Il nuovo scontro è dovuto al fatto che la Casa Bianca accusa il Canada di rifiutarsi di certificare diversi aerei della società statunitense Gulfstream. Nella sua ormai consueta difesa del settore aerospaziale militare, Trump ha minacciato di applicare dazi del 50% agli aeromobili prodotti in Canada. El Salto sottolinea che la firma di accordi commerciali e gli abbracci tra i leader dei paesi vicini agli Stati Uniti con la Cina e altre potenze, o quelli firmati dall’Unione Europea con il Mercosur o l’India, «dimostrano che i paesi medi stanno stufandosi del bullismo di Trump e si stanno organizzando per resistere, come ha sottolineato lo stesso Carney a Davos. Ma la realtà dal punto di vista economico è che sia il Canada che il Messico dipendono enormemente dalle loro esportazioni verso gli Stati Uniti. Trump lo sa e stringe la morsa sui suoi partner commerciali, mentre la Cina spalanca le sue braccia. La domanda è chi resisterà più a lungo a questa pressione e se i vicini di Trump si stancheranno di pagare i danni causati dalla guerra economica che Trump ha iniziato per non perdere un’egemonia economica in declino». The post Trump cerca di dare il colpo di grazia a Cuba e minaccia Messico e Canada first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump cerca di dare il colpo di grazia a Cuba e minaccia Messico e Canada sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 30, 2026
Popoff Quotidiano
Minneapolis, Trump minaccia l’Insurrection act
TRUMP TENTATO DALLA CARTA DELLA LEGGE SULL’INSURREZIONE. INTANTO IL SENATO PREVEDE ALTRI 10 MILIARDI DI DOLLARI PER RAFFORZARE L’ICE da El Salto Lo scontro nelle strade di Minneapolis, diventata negli ultimi giorni l’epicentro delle proteste contro Donald Trump, si riflette anche nella battaglia tra i partiti. Il Partito Repubblicano ha voluto, nelle ultime ore, attribuire la responsabilità della situazione nella città del Midwest ai Democratici dopo lo sciopero di giovedì 22 gennaio, le manifestazioni del fine settimana e l’esecuzione extragiudiziale dell’infermiere Alex Jeffrey Pretti. Kristi Noem, direttrice del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), ha giustificato l’azione della Guardia di Frontiera (CBP) e dell’agenzia di frontiera (ICE) che ha causato la morte di Pretti sulla base del fatto che si trattava di “terrorismo interno”. Nonostante questa affermazione, i numerosi video e testimonianze raccolti mostrano che Pretti è stato colpito da una decina di colpi mentre aiutava una donna ad alzarsi dal carico dell’operazione di polizia. In una nota d’addio, i genitori di Pretti hanno denunciato le menzogne che circondano il suo caso: “Alex chiaramente non era armato quando è stato attaccato dai sicari assassini e codardi del presidente Donald Trump. Aveva il telefono nella mano destra e la sinistra, vuota, alzata sopra la testa mentre cercava di proteggere la donna che l’ICE aveva spinto a terra, mentre veniva spruzzata con spray al peperoncino”. Noem ha attaccato i leader democratici del Minnesota, il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, per quello che considera “incitamento” e ‘incoraggiamento’ alla violenza contro “i nostri cittadini e le nostre forze dell’ordine”. Il partito blu vede in queste critiche una strategia del team di Donald Trump per invocare l’Insurrection Act, che autorizza il dispiegamento dell’esercito statunitense nell’applicazione della legge nazionale. Alexandria Ocasio Cortez, membro del Congresso di New York, è stata una di quelle che ha denunciato questa intenzione da parte dei repubblicani. Un’altra deputata, la democratica del Minnesota Ilhan Omar, ha ribadito la scorsa settimana questo timore: “Credo che l’obiettivo finale di Kristi Noem e del presidente Trump sia quello di agitare la gente abbastanza da poter invocare l’Insurrection Act e dichiarare la legge marziale”. Omar ha denunciato una campagna di fake news contro di lei alla quale si è unito Trump, che ha dichiarato che il suo governo la indagherà per essere arrivata dalla Somalia con la sua famiglia “senza nulla” e, secondo Trump, avere un patrimonio di 44 milioni di dollari, cosa che Omar sostiene essere falsa. INSURRECTION ACT A metà gennaio, dopo l’omicidio di Renée Nicole Good, Trump ha pubblicato sul suo social network (Truth Social) un messaggio in cui spiegava che la Legge sull’insurrezione “porrà rapidamente fine alla farsa che sta avvenendo”. La legge, promulgata nel XIX secolo, consente al presidente degli Stati Uniti di dispiegare l’esercito e la Guardia Nazionale in uno Stato, anche se i suoi leader non hanno richiesto né acconsentito alla presenza delle forze armate federali. In questo secolo non è mai stata invocata. L’ultima volta, dopo i disordini seguiti all’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato il cittadino Rodney King negli anni ’90 in California, è stata invocata con il consenso del governatore di quello Stato. Durante il secondo mandato di Trump, la Guardia Nazionale è stata effettivamente dispiegata in città come Los Angeles, ma con altre prerogative. Proprio questa settimana si terrà una votazione determinante per il futuro dei 10 miliardi di dollari destinati al Servizio Immigrazione e Controllo Dogane (ICE) al Senato. Si tratta di una legge di finanziamento governativo in cui la maggioranza repubblicana vuole aggiungere dieci miliardi di dollari alla dotazione dell’ICE. Questi fondi fanno parte di un pacchetto di 64 miliardi per l’intero DHS (equivalente al Ministero dell’Interno) e il loro blocco potrebbe portare a una nuova chiusura del governo come quella avvenuta lo scorso autunno. La maggior parte dei senatori democratici voterà contro con l’obiettivo di “limitare, riformare e restringere l’ICE”, secondo quanto dichiarato dal portavoce del loro gruppo, Chuck Summer. “I senatori democratici non forniranno i voti necessari per approvare il disegno di legge di assegnazione se viene incluso il disegno di legge sul finanziamento del Dipartimento della Sicurezza Nazionale”, ha spiegato Summer domenica 24 gennaio. La risposta di Trump all’ondata di proteste per il secondo omicidio dell’ICE in meno di un mese è stata quella di inviare sul posto il cosiddetto “zar delle frontiere”, Tom Homman, per supervisionare la situazione sul campo. La procura dello Stato vuole fermare l’arrivo degli agenti dell’ICE in Minnesota. Attualmente vi si sono trasferiti 3.000 agenti, “più dei poliziotti di Minneapolis e Sant Paul”, ha denunciato la senatrice Amy Klobuchar. The post Minneapolis, Trump minaccia l’Insurrection act first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Minneapolis, Trump minaccia l’Insurrection act sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 28, 2026
Popoff Quotidiano
I media che inventano la realtà alternativa di Trump
NEGLI USA, LO SPAZIO INFORMATIVO DEL 2026 NON HA PIÙ NULLA A CHE VEDERE CON QUELLO DEL 2016 E NEMMENO CON QUELLO DEL 2020 Maya Kandel →su Mediapart Trump I aveva aperto la finestra di Overton su ciò che è dicibile nella sfera pubblica. Trump II la sta polverizzando con un nuovo obiettivo: il deterioramento del dibattito grazie alla creazione di una vera e propria infrastruttura di propaganda. Questo tipo di mondo parallelo consolida la “realtà alternativa” trumpista, dove il miliardario ha vinto le elezioni del 2020 contro Joe Biden, dove l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 è stato una manifestazione pacifica e dove ogni critica non può che essere un complotto di una sinistra “terrorista”. Peter Baker, corrispondente del New York Times alla Casa Bianca, descrive bene il nuovo rapporto con i media dei membri dell’amministrazione Trump II: “Non considerano la sala stampa come un mezzo per trasmettere informazioni. Non la considerano nemmeno un mezzo per influenzare i giornalisti. Per loro è un teatro per il pubblico Maga [”Make America Great Again – ndr]”. Nel 2025, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha speso 51 milioni di dollari nella produzione di video YouTube che mostrano gli arresti effettuati dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il budget per le relazioni pubbliche di questa polizia dell’immigrazione è esploso nel 2025 grazie alla «grande e magnifica legge» finanziaria per divenire una macchina mediatica in grado di inondare i social. L’équipe lavora come un’agenzia di  influencer professionali, utilizzando strumenti a pagamento di monitoraggio dei social network per valutare i propri post, classificati in base al numero di visualizzazioni e al tasso di coinvolgimento. L’amministrazione Trump difende volentieri questa operazione: «È quello che vogliono gli americani, la prova visiva che Trump sta mantenendo la promessa di espellere milioni di immigrati in tutto il Paese». Questo è solo un esempio tra tanti. Con il ritorno di Donald Trump, l’ecosistema mediatico Maga ha consolidato il suo dominio sullo spazio informativo. Questo non ha più nulla a che vedere con quello del 2016 e nemmeno con quello del 2020. La sconfitta del 2020, l’assalto al Campidoglio e la “depiattaformizzazione” di Donald Trump, sospeso per un certo periodo da Twitter e Facebook, hanno completamente trasformato il panorama. I MEDIA DELLA CASA BIANCA Si è rapidamente consolidato un ecosistema mediatico alternativo, con piattaforme video e social network finanziati e dominati dai conservatori, tra cui la rete di Donald Trump, Truth Social. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk nel 2022 ha amplificato questo ecosistema garantendo l’interconnessione dell’insieme. Donald Trump ha avuto per diversi decenni un rapporto simbiotico con i media tradizionali, inscindibile dalla sua carriera di promotore immobiliare, poi di star dei reality show e infine di uomo politico. Ma è passato da una dipendenza reciproca a uno scontro diretto, esigendo sottomissione sotto pena di distruzione. Donald Trump non ha più bisogno dei media per raggiungere il suo pubblico. Li attacca, li perseguita legalmente, minaccia la loro credibilità e, in definitiva, il loro modello economico. Il Congresso (a maggioranza repubblicana) ha inoltre approvato la maggior parte dei tagli di bilancio ai media pubblici, minacciati di scomparsa. Da quando è tornato al potere, Donald Trump ha anche favorito i nuovi media fedeli, trasformando la composizione della sala stampa della Casa Bianca. Tra le persone accreditate c’è, ad esempio, Brian Glenn, di Real America’s Voice, un canale fondato nel 2020 che trasmette tutto ciò che fa Trump senza commenti. È stato Brian Glenn che, nel febbraio 2025, ha rimproverato Volodymyr Zelensky per non aver indossato giacca e cravatta durante il suo incontro con Donald Trump e J. D. Vance nello Studio Ovale. La vicinanza e l’accesso a Trump e al suo team hanno dato una spinta ai media pro-Maga, che hanno visto esplodere il loro pubblico e i loro introiti pubblicitari, come Newsmax, Fox News o il Daily Wire di Ben Shapiro, valutato oltre 1 miliardo di dollari. L’obiettivo di Donald Trump è cambiato: non si tratta più solo di catturare l’attenzione, ma di dominare lo spazio informativo. La stessa Casa Bianca è diventata un media, producendo contenuti, meme e narrazioni con una rapidità e una strategia simili a quelle di un’azienda mediatica. Ha anche rafforzato il suo apparato di attacchi al giornalismo, distorcendo pratiche come la verifica dei fatti. Ne è testimonianza questo sito ufficiale che si presenta come «Alla ricerca dei pregiudizi dei media»: riprende il vecchio trucco trumpista che consiste nel definire «fake news» notizie e informazioni comprovate ma che vanno contro la versione ufficiale. Un’altra pagina dello stesso sito si presenta come un feed quotidiano in stile AFP, un altro tentativo di sabotare il lavoro dei giornalisti. Jesse Watters, il conduttore di punta di Fox News che ha sostituito Tucker Carlson, spiega: «Stiamo conducendo una guerra dell’informazione contro la sinistra con gli strumenti del XXI secolo. È come una guerriglia popolare: qualcuno dice qualcosa sui social media, Musk lo ritwitta, Rogan lo diffonde nel suo podcast, Fox lo ritrasmette. E in pochissimo tempo milioni di persone lo hanno visto» . UNA GUERRA CONTRO LA REALTÀ Parallelamente, l’amministrazione Trump si è dedicata alla distruzione delle istituzioni e degli strumenti destinati a documentare la realtà. All’inizio dell’estate 2025, il presidente ha licenziato la responsabile dell’Ufficio di statistica del lavoro, una delle fonti più rispettate dagli attori economici, perché non gli piaceva il suo rapporto trimestrale. Egli stesso inventa statistiche e le diffonde freneticamente sulla sua rete Truth Social. Ha pubblicato più di 2.000 messaggi nei primi cento giorni del suo secondo mandato, ovvero più del triplo dei tweet pubblicati nei primi cento giorni del primo mandato. Adora essere presentato come «il più grande influencer». L’Ufficio di statistica del lavoro non è l’unica istituzione aggredita da Trump II. I suoi primi obiettivi sono stati gli enti incaricati di documentare il cambiamento climatico. Si può citare anche la sanità, affidata a Robert Kennedy Jr., che ha licenziato i 17 membri del comitato di esperti sull’immunizzazione del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), sostituiti da antivaccinisti. Questi sforzi vanno inseriti in un’offensiva più ampia volta a smantellare l’infrastruttura della conoscenza e della documentazione dei fatti, storici o contemporanei. I responsabili della Biblioteca del Congresso e degli Archivi Nazionali sono stati licenziati. In alcuni casi, in particolare sotto l’impulso del Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa un tempo guidato da Elon Musk, decine di banche dati sono state cancellate. Si può parlare della creazione di una “ignoranza strutturale”. Migliaia di pagine sono così scomparse dai siti governativi, che si tratti del sito ufficiale della Casa Bianca, del database del Dipartimento di Giustizia sull’assalto al Campidoglio o dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente. Decine di “parole chiave” – come nero, donna, discriminazione… – sono scomparse dai siti pubblici. Si tratta di imporre una “realtà alternativa” cancellandone le tracce: più di 150.000 pagine web governative sono scomparse dalla seconda investitura. Al loro posto, i responsabili dell’amministrazione Trump II utilizzano altre “fonti”. Harmeet Dhillon, ex avvocato di Donald ora responsabile della divisione dei diritti civili presso il Dipartimento di Giustizia, ha vantato al Wall Street Journal il suo “metodo”: “Inizio la giornata di lavoro sfogliando X, alla ricerca di denunce per discriminazione… Dopo aver individuato una lista di nuovi orrori, mando un SMS ai miei assistenti, assegniamo i casi e ci mettiamo al lavoro». Un trionfo dell’oscurantismo messo in scena come intrattenimento. INFLUENCER POLITICI Il quadro sarebbe incompleto senza la sua componente di intrattenimento: bisogna distrarre, occupare lo spazio e le menti, pena il ritorno della realtà. Questo è anche il motivo della presenza di influencer tra i giornalisti accreditati. A dicembre, il Pentagono ha imposto una carta che obbliga a far convalidare alcuni articoli e a rivelarne le fonti. Con l’obiettivo, raggiunto, di eliminare dai suoi briefing i veri giornalisti che potrebbero mettere in discussione la versione ufficiale. Tra i nuovi accreditati figurano il sito complottista Infowars e altri falsari, come James O’Keefe del Project Veritas, che da oltre un decennio fabbrica notizie false al servizio di Trump, Jack Posobiec, noto in Francia per il suo ruolo nella diffusione dei Macron Leaks durante le presidenziali del 2017, e l’influencer trumpista Laura Loomer. Alcuni degli stessi influencer si trovano al centro del processo politico, talvolta sui casi più importanti, o addirittura alla guida di agenzie federali, come l’FBI diretta da Kash Patel. È il caso di Charlie Kirk, arruolato nel gennaio 2025 nell’offensiva sulla Groenlandia, dove aveva accompagnato il figlio di Trump; di Jack Posobiec, integrato in una visita ufficiale in Ucraina; o ancora di Laura Loomer, responsabile dell’epurazione del Consiglio di sicurezza nazionale nell’aprile 2025. In politica estera, essi costituiscono una nuova categoria di soggetti attivi. Posobiec, ex ufficiale dell’intelligence della marina, aveva svolto un ruolo trainante online per difendere le pretese di Trump sul territorio della Danimarca, moltiplicando i video esplicativi su X e nel podcast di Steve Bannon. Il ruolo di questi influencer è emblematico della fusione tra politica e media nel trumpismo, che è tanto un potere narrativo quanto un movimento politico. Renée DiResta analizza questo potere nel suo libro Invisible Rulers. The People Who Turn Lies into Reality (“I decisori invisibili. Coloro che trasformano le bugie in realtà”, ed. PublicAffairs, 2024), dedicato alla trasformazione dei media e della politica sotto l’influenza degli algoritmi e delle piattaforme, dimostrando l’importanza del rapporto degli influencer con il loro pubblico, basato sulla fiducia e sull’autenticità. Un tale rapporto permette di influenzare le opinioni su tutti gli argomenti, come conferma un ampio studio delle università Columbia e Harvard. Secondo Samuel Woolley, docente all’università di Pittsburgh, «mostra che i creatori di contenuti sono una forza potente nella politica, che vogliono giocare un ruolo importante nelle elezioni di metà mandato del 2026 e ancora più importante nel 2028».   The post I media che inventano la realtà alternativa di Trump first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I media che inventano la realtà alternativa di Trump sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 21, 2026
Popoff Quotidiano
Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova
IL MALCONTENTO SOCIALE METTE IN LUCE IL DISAGIO DEL POPOLO IRANIANO, MA ANCHE LA CAPACITÀ DI RESISTENZA DEL SISTEMA INSTAURATO DOPO IL 1979 Redazione El Salto Poco si sa della portata di ciò che è accaduto in Iran nelle ultime tre settimane e che continua ad accadere, nonostante sembri che le proteste siano diminuite negli ultimi giorni. Il blackout informativo è stato il motivo per cui le notizie sono arrivate con il contagocce. Ad oggi, le organizzazioni internazionali per i diritti umani parlano di quasi 3.000 persone uccise dalla violenta repressione del regime, ma queste cifre, per il momento, non hanno potuto essere verificate. La popolazione iraniana è scesa in massa nelle strade, sia nelle grandi città che nei villaggi, per protestare, inizialmente, contro il crollo del rial iraniano e l’inflazione dei prezzi dei prodotti di base. Dopo diversi giorni di manifestazioni, il malcontento è andato crescendo e le richieste sono cambiate: una parte della popolazione vuole delle riforme, l’altra punta direttamente alla caduta del regime degli ayatollah, che governa il Paese con pugno di ferro dal 1979. Un Paese al buio Al momento in cui scriviamo, la connessione a Internet non è stata ripristinata e le chiamate in entrata e in uscita continuano ad essere limitate. Da giovedì 8 gennaio, Behruz (nome fittizio per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia), un iraniano che vive in esilio nello Stato Spagnolo da oltre vent’anni, non può contattare la sua famiglia. Behruz arrivò dal suo paese perché era un attivista. Da giovedì 8 gennaio, Behruz (nome fittizio per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia), un iraniano che vive in esilio in Spagna da oltre vent’anni, non riesce a contattare la sua famiglia. Behruz ha lasciato il Paese perché era un attivista. “L’altro ieri sono riuscito a parlare brevemente con mio fratello, che mi ha confermato che stavano tutti bene, ma non sono riuscito a parlare con mia madre in tutti questi giorni”, dice in una conversazione con El Salto. “C’è il coprifuoco e non possono uscire di casa; il paese è devastato”, spiega. Racconta anche che le poche informazioni che sono arrivate provengono da Teheran, la capitale, ma che nei paesi più piccoli, dove c’è un blackout totale, la repressione dello Stato è molto più dura. “Non potete nemmeno immaginare cosa sta succedendo fuori Teheran. Se il regime cadrà, vedremo la portata di ciò che è successo”. Insiste sul fatto che ciò che sta accadendo, tuttavia, non è una novità. Poiché le comunicazioni sono intercettate, Behruz spiega che parla in codice con la sua famiglia, usando parole segrete che solo loro conoscono. È a questo punto della conversazione che la sua voce si spezza. Ha paura di rivelare qualsiasi indizio sulla sua posizione geografica. Spiega che da quando ha memoria, “la gente è sempre scesa in strada”. Riconosce che forse non con la stessa forza di adesso, ma lo attribuisce ai sistemi di repressione del regime. “Il regime usa la strategia di dividere la società e, essendo un Paese con così tante etnie… Inoltre non ci sono leader, perché il regime li schiaccia. Non appena qualcuno emerge, lo uccidono”. Minacce di Trump e escalation della tensione Le proteste nel Paese hanno portato a un’escalation della tensione tra il regime e gli Stati Uniti, che  ha ripetutamente minacciato un attacco in risposta alla repressione della popolazione. Giovedì pomeriggio, tuttavia, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha disinnescato la minaccia dopo aver appreso che le esecuzioni extragiudiziali previste per quello stesso giovedì in Iran erano state annullate. Tuttavia, mentre pronunciava quelle parole, evacuava la base di al-Udeid, in Qatar, che ospita circa 10.000 soldati statunitensi ed è  la più grande base militare americana in Medio Oriente. Sempre lo stesso giorno sono state chiuse le strutture dell’ambasciata britannica e paesi come Italia, Polonia e Spagna hanno consigliato ai propri cittadini di lasciare il territorio nella misura del possibile. Nonostante l’inasprimento dei toni, alcuni analisti come Rosa Meneses, vicedirettrice del Centro di Studi Arabi Contemporanei (CEARC), ritengono che l’opzione di un attacco su larga scala fosse – o sia – poco probabile. «L’Iran non è il Venezuela, e un attacco al Paese potrebbe incendiare l’intera regione. Tuttavia, ciò che è accaduto in Venezuela costituisce un messaggio diretto al regime degli ayatollah”, spiega a El Salto. Un eventuale attacco all’Iran avrebbe conseguenze dirette sull’Iraq, e ciò sarebbe in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti. “Israele è più propenso a farlo, ma non così tanto gli Stati Uniti, che puntano a destabilizzare il regime per vedere se cade da solo”, precisa, “anche se vediamo che Donald Trump gasato per come sono andate le cose in Venezuela e per come si sono susseguiti gli eventi a giugno“. Lo scorso giugno, gli Stati Uniti, con il pretesto della ”legittima difesa”, hanno bombardato tre impianti nucleari in Iran – Isfahan, Natanz e Fordow – causando circa un migliaio di morti. Era la prima volta dalla Rivoluzione Islamica del 1979 che gli Stati Uniti attaccavano con le forze aeree strutture all’interno del Paese. Il regime iraniano ha risposto in quel momento con una raffica di missili che hanno colpito zone delle città di Tel Aviv, Nes Tziona e Haifa, e con un secondo attacco missilistico che aveva come obiettivo le basi statunitensi in Qatar. “È chiaro che il piano deve essere sul tavolo, ma se non l’hanno fatto è perché qualcosa li trattiene”, spiega Meneses, che ritiene che “il Venezuela sia andato molto bene, ma in Iran le cose potrebbero non andare come loro [gli americani] si aspettano”. A questo proposito, l’analista Ignacio Álvarez-Ossorio, professore di Studi arabi e islamici all’Università Complutense di Madrid, guarda alle monarchie del Golfo, che avrebbero lanciato l’allarme di un possibile attacco e avrebbero raccomandato a Trump di tenere conto della possibilità di destabilizzazione regionale che un attacco potrebbe causare. Arabia Saudita, Qatar e Oman puntano sulla via diplomatica, consapevoli di quanto possa essere incendiario un intervento. Nelle ultime ore è stato anche reso noto dal New York Times che Israele aveva chiesto a Donald Trump di rinviare qualunque attacco pianificato per delle falle nel sistema di difesa antimissile, danneggiato durante il conflitto tra Israele e Iran nel passato mese di giugno. Fedele al suo stile, ieri il presidente americano ha negato l’evidenza: «Nessuno mi ha convinto, mi sono convinto da solo», ha detto. Nelle ultime ore è anche emerso che il presidente russo Vladimir Putin avrebbe avuto colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian per affrontare la situazione e offrirsi come mediatore al fine di “garantire la stabilità e la sicurezza nella regione”, secondo quanto riferito dal Cremlino. Un regime solido Sebbene in questi giorni si sia parlato di un’eventuale caduta del regime, secondo Meneses ciò era piuttosto complicato, poiché “si tratta di un regime molto consolidato a causa dell’enorme repressione che esercita sulla popolazione. La capacità di reprimere qualsiasi rivolta sociale è enorme, come abbiamo visto in precedenti occasioni”. Per precedenti occasioni, bisogna risalire alle proteste di massa per l’omicidio, mentre era in custodia della polizia, della giovane ventiduenne di origine curdo-iraniana Mahsa Amini o alle proteste del 2009 contro Ahmadinejad. Né allora né ora il regime è stato sul punto di cadere. “Sanno usare molto bene il pugno di ferro e riescono sempre [gli ayatollah] a placare le ondate di malcontento”, assicura Meneses, che non nega l’esistenza di un “terreno fertile” per l’erosione del regime. In concreto, parla di un “processo sociale di lungo corso” e di una base sociale che interagisce con tutti gli ambiti, come quello politico o economico. Questo malcontento diffuso costringe il regime a reinventarsi e a riposizionarsi dopo ogni ondata di proteste “per poter sopravvivere”. Anche se la caduta del regime non sembra imminente, potrebbe comunque verificarsi “un processo di rigenerazione”. Ieri, 16 novembre, data dell’anniversario della caduta dello scià, l’analista Andreas Krieg scriveva su Al-Jazeera: “I sistemi illiberali tendono ad apparire più durevoli proprio prima di cambiare. Ma i momenti di agitazione possono anche generare un’illusione diversa: che il sistema sia a un passo dal collasso a causa di un drastico colpo esterno. Con l’Iran sconvolto da proteste senza precedenti contro la leadership del Paese, è allettante immaginare che la potenza aerea degli Stati Uniti possa sferrare il colpo finale. Questa tentazione fraintende il modo in cui la Repubblica Islamica sopravvive realmente”. A causa del momento geopolitico che stiamo vivendo, forse c’è “una percezione esterna di un regime indebolito”, come spiega Meneses. “È la tempesta perfetta”, afferma Ignacio Álvarez-Ossorio. “La strategia di massima pressione da parte degli Stati Uniti si combina con il malcontento generalizzato della società iraniana di fronte al collasso economico, ma qui non si tiene conto delle alternative possibili, e questo è un aspetto di cui si parla poco. Si tratta di un Paese di 92 milioni di persone, e per far cadere il regime ci deve essere qualcosa di ben congegnato”, avverte. Oltre alla repressione, c’è un altro elemento che caratterizza questo regime, a differenza di altri, ed è l’assenza di fessure nel regime nel suo seno. Le forze armate e la guardia civile rivoluzionaria sono ciò che sostiene politicamente il regime, e al momento, funzionano all’unisono. Continua Krieg nella sua analisi: “La coesione coercitiva è il lavoro del sistema: la capacità delle istituzioni politiche e di sicurezza di procedere in parallelo e operare congiuntamente. Quando tale coesione viene mantenuta, il sistema assorbe gli impatti che potrebbero influenzare gli Stati più convenzionali. Krieg  sottolinea quanto il Paese sia interconnesso e come sia strutturato sulla base di «centri di potere  sovrapposti attorno all’ufficio del Leader Supremo, alla Guardia Rivoluzionaria, agli organi di intelligence, ai guardiani clericali e a un’economia clientelare». Pertanto, “eliminare un nodo, anche il più simbolico, non fa crollare la struttura in modo sicuro”. D’altra parte, ed è importante tenerlo presente, “il regime ha ancora una base sociale e un sostegno piuttosto solidi”, sottolinea Álvarez-Ossorio. Pahlaví, una figura controversa che sta cercando di approfittare dell’occasione Dall’inizio delle proteste, il figlio dell’ultimo scià di Persia – Mohammad Reza Pahlaví regnò dal 1941 fino alla sua destituzione nel 1979 – sta cercando, dagli Stati Uniti e attraverso i suoi social network, di proporsi come valida alternativa agli ayatollah. Il suo ruolo negli ultimi giorni è stato controverso. Per Menseses, “è altamente improbabile che l’Iran torni ad essere una monarchia; e questo è il risultato di una campagna orchestrata dagli Stati Uniti e da Israele sui social media; ma la verità è che Pahlavi non ha alcuna base di sostegno interno sul campo”. Pahlavi è una persona che non conosce né il Paese né la sua società, poiché ha lasciato l’Iran nel 1978 a soli 18 anni per studiare negli Stati Uniti. Un anno dopo, suo padre sarebbe stato detronizzato e costretto a fuggire. Da allora, il figlio dell’ultimo shah non ha più calpestato il suolo iraniani. «Si lascia coccolare e coglie l’occasione, ma all’interno dell’Iran nessuno lo vede come un leader politico, né come il leader di cui l’Iran ha bisogno, e il capitale di cui dispone è molto negativo. Suo padre era a capo di un regime dittatoriale protetto dalla SAVAK [la polizia segreta] che reprimeva, torturava e uccideva», ricorda Meneses. Oltre alla repressione, Pahleví è accompagnato dal collaborazionismo di suo padre e dal suo stesso collaborazionismo con gli Stati Uniti e dagli ottimi rapporti con Israele e il suo primo ministro Benjamin Netanyahu. Nell’aprile 2023 ha incontrato i rappresentanti del Ministero dell’Intelligence israeliano e lo scorso giugno ha visitato il Muro del Pianto a Gerusalemme, cosa che non è stata ben accolta dalla società iraniana. “È stato percepito come un leader venduto a interessi estranei all’Iran”. Álvarez-Ossorio è chiaro: “Si tratta, soprattutto, di una campagna di pubbliche relazioni”, cosa confermata dalle indagini del quotidiano israeliano Haaretz. Ricorda il caso dell’Iraq: “Quando Saddam Hussein fu rovesciato, fu promossa anche la figura di un oppositore che all’epoca viveva rifugiato negli Stati Uniti. Non ha funzionato“. A questo proposito, l’analista afferma che Pahlaví è ”il candidato di Israele, nemmeno quello degli Stati Uniti“. Rosa Meneses cita gli esempi dell’Afghanistan e della Libia, dove c’erano anche voci che scommettevano sul ripristino delle antiche monarchie, ”ma le società di quei paesi avevano voltato pagina e scartato l’opzione”. Un altro aspetto da considerare è l’opposizione politica. A differenza del Venezuela, in Iran l’opposizione non esiste. E non esiste nel modo in cui esiste in Venezuela – dove ci sono leader in esilio e anche all’interno del Paese con propri e altrui portavoce – perché è assolutamente messa a tacere, in carcere e sottoposta a torture. «C’è opposizione, ma è messa a tacere, incarcerata, minacciata e torturata. I leader che potrebbero galvanizzare la popolazione sono stati messi fuori gioco dal regime”, sostiene Meneses, che cita come esempio il caso di Mir-Hosein Musaví, che ha sfidato l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad nelle elezioni del 2009 e ha guidato le successive proteste per frode elettorale. Attualmente vive in isolamento agli arresti domiciliari. Una delle opzioni, in caso di un’eventuale caduta del regime, sarebbe una transizione sostenuta dalle figure più riformiste del regime e procedere a una riforma della Repubblica islamica. “Entro i limiti di questo sistema si potrebbe puntare su una repubblica meno islamica, anche se oggi come oggi è complicato”, spiega Rosa Menses. Anche Álvarez-Ossorio mette sul tavolo questa opzione: “trovare qualcuno che, all’interno del regime, possa garantire ‘l’ordine’ ed evitare ‘il caos’; qualcuno del settore riformista, come Rohani”. Per la sua storia e la sua composizione etnica, l’Iran è un Paese estremamente complesso, con un sistema di etnie che potrebbe portare a una guerra civile o a conflitti in regioni come il Kurdistan, il Beluchistan o l’Arabistan, “per questo la cosa più logica sarebbe sostenere qualcuno all’interno del regime, ma con un programma riformista”, sottolinea Ignacio Álvarez-Ossorio. Cosa ne pensa la popolazione iraniana? Sebbene la popolazione iraniana viva sotto repressione e senza libertà, come ricordava Álvarez-Ossorio, il regime gode ancora di una solida base sociale. Inoltre, egli ritiene che un eventuale intervento statunitense potrebbe provocare l’effetto contrario e che la popolazione scesa in piazza potrebbe ritirarsi. “Un attacco massiccio alle caserme della Guardia Rivoluzionaria potrebbe accelerare il caos e produrre un effetto boomerang, con l’effetto contrario a quello desiderato. Cioè, la gente si smobiliterebbe per non partecipare al gioco degli Stati Uniti e di Israele. Un intervento americano e israeliano non andrebbe a vantaggio dell’Iran, ma a vantaggio dei progetti imperiali del primo. E non credo che la popolazione iraniana voglia diventare un protettorato israeliano o americano”, conclude Álvarez-Ossorio. Questa non è però l’opinione di Behruz che, dopo oltre vent’anni di esilio e vedendo la repressione subita dal suo popolo, assicura che la popolazione iraniana è arrivata a un punto di non ritorno. “Che altre opzioni abbiamo?”, si chiede. “Non posso continuare a vedere le immagini che arrivano da lì. Non può esserci niente di peggio di quello che c’è adesso”. Si considera antimonarchico, ma accetterebbe un eventuale ritorno di Pahlaví, perché crede che sia l’unica figura, al momento, in grado di unire il popolo iraniano. “Non possiamo continuare a pensare al futuro dell’Iran, ma dobbiamo pensare al presente. Più avanti vedremo cosa fare”. Scommetti sull’agire e poi “vediamo cosa si fa, perché in Iran ci sono persone molto preparate che stanno aspettando”, conclude. The post Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Tra le proteste e il ricordo dello Shah: la solidità del regime iraniano alla prova sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
January 18, 2026
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