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Uno straniero tra stranieri
«È stato allora che tutto ha vacillato. Dal mare è spirato un soffio denso e rovente. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua vastità per lasciar piovere fuoco. Tutto il mio essere si è teso, ho stretto la mano sulla pistola. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre levigato del calcio ed è stato lì, nel rumore al contempo secco e assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato di dosso il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità». Meursault ha il volto apatico. Segue il susseguirsi del processo con distacco, quasi fosse parte del pubblico. Il botta e risposta tra giudice, pm e avvocato pare un curioso rito di forma. Ha ucciso un arabo. Ma non è questo il punto. L’uccisione di un arabo è irrilevante, si viene assolti sempre. La condanna a morte di Meursault è in realtà dovuta alla sua mancata adesione alle istituzioni della società bianca: non ha pianto ai funerali della madre, è amico di un ruffiano, rifiuta il pentimento religioso. E se non ha un’anima, non fa parte dell’umanità. > Accanto alla religione, la giustizia è l’arma della società per proteggere la > sua integrità morale, strumento normativo che permette di definire le regole > per partecipare alla parentela. Una costruzione che legittima l’oppressività > sistemica del mondo bianco. Quel “non so” indifferente e annoiato di Meursault, ripetuto più volte in risposta alla richiesta di motivare i suoi comportamenti, è pericoloso perché smaschera la vacuità delle convenzioni sociali. Al contrario dell’arabo, relegato al ruolo di subalterno, lo straniero fa paura perché, rifiutandosi di dire il falso, rompe inevitabilmente la finzione del bianco.  Pubblicato nel 1942, Lo Straniero di Camus narra lo svolgersi del destino di Meursault, modesto impiegato che vive ad Algeri in un perenne stato di straniamento, da sé stesso e dal mondo. La sua vita procede tranquillamente, fin quando un giorno, dopo un litigio, uccide un arabo. Senza cercare giustificazioni o menzogne, segue impassibile le conseguenze del fatto fino alla sua condanna: del resto l’esistenza è qualcosa che accade e nell’assurdità della vita l’unica verità ineluttabile è proprio la morte. > Pur rimanendo abbastanza fedele al testo – con tanto di ripresa di alcuni > passi in voice over – , Lo Straniero di Ozon (2025) coglie l’occasione per > affrontare un grande rimosso nell’inconscio collettivo francese, e in generale > occidentale: l’esperienza coloniale e il razzismo sistemico. ALGERI COLONIALE Algeri negli anni ‘40 è il cuore del colonialismo francese: colonia di popolamento dal 1830, vede affiancarsi coloni bianchi “cittadini della madrepatria” e indigeni arabi, meri “sudditi” della Repubblica secondo il Codice dell’indigenato adottato nel 1881. > Nonostante l’abolizione della schiavitù la segregazione domina come fatto > sociale e mentale, generando estraneità reciproca tra le due culture. Merito > di Ozon è riuscire a raccontare i due volti di Algeri, dando più spazio ai > grandi invisibili del romanzo, gli arabi. I filmati di archivio iniziali celebrano la colonizzazione di Algeri come opera di civilizzazione: la colonizzazione urbanistica della città si riflette nella distinzione netta tra spazi per cittadini e spazi per indigeni.  Essere coloni vuol dire poter godere di una città rendendola simile al proprio mondo. In un certo senso, quasi appropriandosene. La casa di Meursault, i locali in cui entra – rigorosamente con l’insegna solo in francese e il divieto di accesso agli indigeni –, il cibo che mangia, i film che vede, le spiagge che frequenta fanno pensare di trovarsi in Francia. Il latino è l’emblema della distanza linguistica tra le due culture: utilizzato durante la cerimonia funebre della madre di Meursault – ma anche, in generale, la lingua della cultura, della giustizia e della religione bianca –, può essere considerato il simbolo del potere coloniale. Osservando le società schiaviste dell’Africa occidentale Meillassoux ha definito i “liberi” come parenti, coloro che, nati e cresciuti insieme, contribuiscono al ciclo produttivo e riproduttivo della società secondo il “principio di reciprocità differita”. Essere liberi vuol dire avere dei privilegi in virtù della parentela. Di contro, lo schiavo è l’anti parente, non contribuisce alla riproduzione della società, è solo merce e forza lavoro. La sua estraneità alla parentela corrisponde a un’espulsione dall’umanità. La deumanizzazione è intrinseca al concetto di schiavo. In Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista (2021)  Aurélia Michel racconta come, dopo la fine della schiavitù, abolita formalmente in Francia nel 1848, il rischio del “meticciato” – ovvero di entrata nella parentela degli affrancati e, dunque, di perdita dei propri privilegi – abbia portato progressivamente al rafforzamento della “finzione del bianco” in antitesi alla “finzione del negro”. Il concetto di razza, basato su presunti attributi biologici, ha una funzione politica, serve a tracciare una linea netta tra il colono e l’indigeno nelle colonie di popolamento. Nell’Ottocento il razzismo diventa lo strumento per legittimare, ancora una volta, il dominio del bianco sul colonizzato. Non è un caso se il Codice Civile Napoleonico del 1804 attribuiva al maschio proprietario bianco il monopolio della filiazione tramite la trasmissione del cognome. Era solo il capofamiglia a poter determinare la parentela, la “bianchezza”, e dunque l’accesso alla civiltà – poi nazione –, la donna fungeva solo da mediatrice. Restringere la possibilità di accesso alla parentela vuol dire restringere la possibilità di accesso all’umanità. Alber Camus LA FINZIONE DEL MASCHIO BIANCO Ricreare in terra straniera i simboli del mondo bianco – rigorosamente fallocentrico – vuol dire ricreare i simboli della virilità bianca. Valga da esempio prendendo a riferimento il film: la sigaretta, la bevuta di alcolici tra amici, il rapporto con le donne, la giacca e cravatta per andare in ufficio. Del resto, il fisico statuario del protagonista (Benjamin Voisin) incarna perfettamente l’idealtipo di corpo maschile bianco. L’insistere sulle scene della quotidianità di Meursault, mostrato spesso in bagno o davanti a uno specchio, contrasta con l’assenza di scene di vita privata dell’arabo. La mancanza della dimensione dell’intimità significa non appartenenza alla civiltà, all’umanità. La mascolinità tossica propria di questo mondo emerge dal dialogo tra Meursault e Sintès (Pierre Lottin). Questi gli racconta di aver picchiato a sangue l’amante indigena come punizione per “averlo fregato”: lei campava a sue spese ed era così che lo ripagava? Meursault, impassibile, lo aiuta a scrivere una lettera per “farla pentire” ed è così, con questa reciproca affermazione della loro virilità, che diventano amici. Nel mentre del confronto Ozon inquadra le foto sulle pareti della casa di Sintès, ritraenti donne discinte e uomini a torso nudo: l’oggettificazione della donna e l’esaltazione della virilità maschile. La finzione del maschio bianco è intrinsecamente colonialista e patriarcale perché retta dal dominio sul colonizzato, sull’animale, sulla donna. Una loro minima insubordinazione è punita prontamente con violenza. La riaffermazione del proprio dominio è esemplificata dalle bastonate di Salamano (Denis Lavant), vicino di Meursault, al proprio cane, o le già menzionate botte di Sintès all’amante. L’indifferenza del protagonista, quel «c’est leurs affaires» con cui liquida queste faccende, evidenzia la normalizzazione di queste dinamiche, il distanziamento e la deumanizzazione che permettono di non essere turbati dalla violenza. Il personaggio di Marie (Rebecca Marder), donna con cui il protagonista inizia una relazione all’indomani del funerale della madre, mostra perfettamente le caratteristiche della controparte femminile funzionali a reggere la finzione della virilità maschile. In primo luogo è un corpo, estremamente sensuale e “femminile”: le scene in spiaggia – dove sia lei che Meursault paiono delle semidivinità bianche – si focalizzano sul suo corpo sinuoso, avvolto da un costume intero fasciante, la pelle candida che risplende alla luce del sole. L’emotività e la passionalità di Marie si contrappongono all’assenza di emozioni del protagonista, il suo costante chiedergli di sposarsi ribadisce l’importanza delle istituzioni del mondo bianco, quelle che Meursault puntualmente priva di significato. Quando Meursault è in prigione Marie è la donna angelo rappresentante la luce e la speranza di uscirne. Illuminante è la scena in cui, durante un pranzo sulla spiaggia a casa di amici, dopo un primo scontro con gli arabi – tra cui il fratello dell’amante di Sintès – gli uomini decidono di ritornare sul luogo dell’incontro per una resa dei conti. Prontamente le donne cercano di trattenerli, la loro preoccupazione fa da contrappeso all’aggressività irresponsabile dei compagni. UN CRIMINE SISTEMICO I feel the steel butt jump, smooth in my hand Staring at the sea, staring at the sand Staring at myself reflected in the eyes Of the dead man on the beach (The dead man on the beach)  Nella canzone Killing an Arab dei The Cure, colonna sonora dei titoli di coda del film, l’arabo, nel suo essere antitesi, diventa specchio del bianco. Il confronto tra Meursault e l’arabo è rapido ma significativo. L’uso del bianco e nero attenua la percezione del caldo e del sole accecante, quelli che nel romanzo erano gli attenuanti all’azione del protagonista. Pistola contro coltello. Il dominio tecnologico occidentale non lascia scampo all’arretratezza indigena. > Poco prima di sparare il primo dei cinque colpi il volto dell’arabo diventa > sfocato, indistinto. Quel velo di razzismo che permette di spersonalizzare > l’altro. In fondo l’arabo è il non parente, non un amico o un fratello per cui > provare pietà. In prigione Meursault è straniero tra gli stranieri – gli arabi non cittadini, gli anonimi. La sua crescente alienazione è simboleggiata da scarafaggi di kafkiana memoria. Algeri da dietro le sbarre è il mondo di cui non fa più parte. Escluso dalla società dei bianchi è già morto prima dell’esecuzione. Il bianco e nero rimarca quanto tutto l’avvicendarsi del film non sia altro che un ricordo sempre più sbiadito di un morto vivente.  > A metà strada tra Lazzaro nel sepolcro e Cristo prima della crocifissione, > Meursault diventa il capro espiatorio che incarna la violenza dell’epoca > coloniale, rivelando la finzione su cui si poggia. Nella scena onirica di > Meursault che rincontra la madre prima di salire al patibolo si compie > un’idealistica espiazione storica. Con un tradimento prospettico dalla forte valenza politica, Ozon restituisce ai colonizzati il diritto al ricordo e al lutto. «Mi dispiace per vostro fratello». «A nessuno importa di mio fratello. È un arabo. Contano solo il vostro francese con sua madre. Ora dovrebbe tornare a casa». «La sua casa è qui». Il dialogo tra Marie e la sorella della vittima nell’aula di tribunale racconta il dramma dell’arabo, invisibile a casa propria. Nel finale la scena della sorella davanti alla tomba del fratello morto – di cui si scoprono nome e cognome sulla lapide – restituisce dignità e, quindi, umanità alla vittima, trasformando un delitto par hasard in un crimine sistemico. Riprendendo la filosofia dell’assurdo di Camus, di fronte all’insensatezza del mondo e all’ineluttabilità della vita, ribellarsi alla finzione che regge un sistema oppressivo diventa, in ultima istanza, un atto necessario di affermazione della propria umanità. Immagine di copertina di Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Uno straniero tra stranieri proviene da DINAMOpress.
July 10, 2026
DINAMOpress
I Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi tornano in Italia dal 4 luglio al 21 agosto
Dal 4 luglio al 21 agosto tornano in Italia i Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi, il progetto di accoglienza nato nel 1982 che ha consentito ad oltre 15.000 bambine e bambini provenienti dai campi profughi saharawi di Tindouf (Algeria), di trascorrere un periodo nel nostro Paese grazie all’impegno di associazioni, enti locali, famiglie e migliaia di volontarie e volontari. L’edizione 2026 coinvolgerà sette regioni – Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Campania – attraverso una rete coordinata dalla Rete Saharawi, in collaborazione con la Rappresentanza in Italia del Fronte Polisario, le associazioni territoriali e il Ministero della Gioventù e dello Sport della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Per gli aspetti autorizzativi il progetto è realizzato in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano. Per i 120 bambini coinvolti il soggiorno rappresenta un’importante occasione di tutela della salute, grazie ai controlli medici e alle attività educative, sportive e ricreative, ma anche un’esperienza di incontro e di scambio con le comunità italiane. Al tempo stesso il progetto promuove un’accoglienza rispettosa della loro identità culturale, linguistica, religiosa e dei legami familiari. Negli ultimi due anni questa rete ha coinvolto oltre 4.000 volontarie e volontari e promosso più di 230 incontri istituzionali con amministrazioni locali, Regioni, Parlamento, enti pubblici e organizzazioni della società civile. Ogni edizione richiede mesi di preparazione: dalla selezione dei minori alla formazione degli accompagnatori, dall’organizzazione dei viaggi al coordinamento sanitario e logistico. Un impegno reso possibile quasi esclusivamente dal volontariato e dall’autofinanziamento delle associazioni. Da quarantaquattro anni i Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi rappresentano una delle più significative esperienze italiane di solidarietà internazionale, capace di unire istituzioni, associazioni e comunità locali, attorno ai valori della pace, della cooperazione e del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. Durante il periodo di permanenza saranno organizzati incontri pubblici, conferenze stampa e iniziative con le delegazioni saharawi, le associazioni promotrici e le comunità ospitanti. Restiamo a disposizione di giornalisti, emittenti televisive, radio e testate online per interviste, dichiarazioni e approfondimenti durante l’intero periodo di accoglienza. www.retesaharawi.it presidenza@retesaharawi.it Redazione Italia
July 2, 2026
Pressenza
Buona festa della mamma a tutte le madri invisibili – di Nadir Dendoune
Qualche giorno fa, in occasione della "festa della mamma", che in Francia si festeggia il 31 maggio, il giornalista, scrittore e regista Nadir Dendoune ha reso omaggio a sua madre, Messaouda, arrivata dall'Algeria nel 1959, e a tutte le "madri invisibili". Critica a un sistema che relega gli anziani in secondo piano e abbandona [...]
June 12, 2026
Effimera
Dal Marocco alla frontiera
Marocco – Berkane, Beni Mellal, Settat, Casablanca, Marrakech, Oujda, Saïdia, Jerada, Dakhla, Taourirt, Laâyoune, Rabat, Nador, Aïn Beni Mathar, Touissit, Zaio e Tunisi. Queste alcune delle città da cui sono partite, per riunirsi a Oujda 1, le famiglie afflitte dalla scomparsa o detenzione di una persona cara. Luoghi che accomunano e collegano esperienze diverse, di vita ed esistenza, di persone che partono e persone che restano. Città che, se guardate nel loro insieme, sono in grado di tracciare le direttrici di una mappa fatta di spostamenti, dolori e speranze. Reportage e inchieste HARRAGA: SPARIZIONI E DETENZIONI TRA MAROCCO, MEDITERRANEO E ZONE DI FRONTIERA Le famiglie esigono giustizia e verità Federico Massaro 15 Dicembre 2025 «Finché ci sono spostamenti, ci sono scomparse, dolori, storie e molti sacrifici, molti sentimenti; come diciamo in tunisino: ‘solo chi cammina sulla brace ne sente il dolore‘» (S., attivista tunisina, Oujda, Commemor’Action 2026) Il 5, 6 e 7 febbraio l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) ha organizzato ad Oujda, 3 giornate 2 di confronto, dibattito e sensibilizzazione “contro il regime di morte alle frontiere” per «esigere verità, giustizia e riparazione per le vittime della migrazione e le loro famiglie» 3. LE TESTIMONIANZE AL CENTRO La seconda giornata di mobilitazione ha visto l’organizzazione di un gruppo di condivisione/assemblea aperta con madri, padri, fratelli, sorelle e parenti delle persone scomparse o detenute. Un momento che ha dato la possibilità di esprimere le proprie difficoltà, esternalizzare le proprie sofferenze e apertamente condividerle, creando una rete di scambio di informazioni ed emozioni. Questo spazio ha dimostrato come le famiglie possano mutualmente supportarsi, per trovare, nella condivisione e nella solidarietà, strumenti di conforto. «Mi chiamo H., padre di un figlio scomparso il 29 giugno 2023. A tutti i padri e a tutte le madri che hanno un figlio o una figlia vogliamo dire che non siamo soli in questa lotta. Crediamo nel diritto di conoscere la verità e il destino dei nostri figli. È un messaggio che nasce dalle nostre lacrime, per conoscere e seguire il loro destino». (H., padre di un figlio scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) La violenza delle pratiche di controllo e “gestione” della mobilità raggiunge, influenza e si riflette sui familiari che vivono nei territori di partenza. Una struttura securitaria che non solo esternalizza la propria frontiera ma che spinge al di là di essa il dolore, lasciando al di qua conseguenze e sofferenze psicologiche e sociali. “Ma dobbiamo resistere 4. Abbiamo dei figli che sono separati da noi fisicamente. Sono sempre nei nostri cuori, sono sempre lì. Riflettiamo, pensiamo a loro”.  (H., padre di un figlio scomparso) Una separazione che trova nel ricordo e nella memoria una modalità di far fronte al trauma della scomparsa. Le foto strette nelle mani dei familiari si fanno ancoraggio di un’esistenza che non è andata persa ma che continua, giornalmente, ad essere presente e viva. Questi incontri intrecciano alla sfera più intima ed emotiva una più pratica e tecnica. L’AMSV si mobilita anche per orientare le famiglie lungo le tortuose procedure amministrative, giudiziarie e legali. L’accompagnamento e la sensibilizzazione vanno così intervallandosi a pratiche di autocritica e autoconsapevolezza, ove l’associazione si pone in ascolto delle proposte, soluzioni e critiche mosse dalle stesse famiglie. Momenti come questo edificano le fondamenta di uno spazio in cui poter vivere collettivamente le proprie emozioni e nella collettività trovare forza, supporto e confronto. Un’iniziativa che si dimostra essenziale per gettare basi di memoria e condanna che dal singolo si spostino al collettivo – per una piena conoscenza e giustizia per le sorti dei propri cari. TRA LE ONDE «Il mare uccide una volta, ma l’attesa uccide mille volte» 5 (Imane ElBoustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026) Queste le parole di Imane El Boustaoui, scrittrice e sorella di un ragazzo scomparso che, con voce ferma e decisa, chiude il discorso di presentazione del suo romanzo « Entre la vague et l’absence » 6. Il termine francese “vague”, letteralmente “onda” in italiano, si presta qui a una duplice lettura: da un lato richiama la dimensione materiale del mare e delle sue onde; dall’altro, in senso più simbolico, evoca una condizione di indeterminatezza e incertezza. La storia di Imane si è fatta spazio nelle 3 giornate di mobilitazione. Notizie COMMÉMOR’ACTION ALLE FRONTIERE: CONTRO IL REGIME DI MORTE CHE UCCIDE E FA SPARIRE Una mobilitazione transnazionale da Oujda a Palermo Federico Massaro 9 Febbraio 2026 Suo fratello, Mohammed, ha intrapreso quattro anni fa, insieme ad altre 41 persone, la rotta atlantica 7 e da allora non ha più avuto sue notizie. «Permettetemi di parlarvi di Mohamed, mio fratello. Prima di tentare la migrazione ha lavorato per anni in Libia ma, dopo che la situazione politica si è deteriorata, è tornato in Marocco. Ha cercato lavoro ed è stato impiegato per otto anni in un’azienda a Casablanca. Ma con la pandemia di Covid-19 è stato licenziato, insieme ad altri dipendenti, con il pretesto della crisi. Da quel momento, la vita di Mohamed è cambiata radicalmente. È cambiato. Non lo riconoscevamo più. Quando tutte le porte si sono chiuse, non gli è rimasta che una sola opzione: tentare l’avventura, intraprendere un cammino sconosciuto e salire a bordo di un’imbarcazione della morte, in direzione delle isole Canarie. Il nostro ultimo abbraccio è avvenuto sul molo, testimone silenzioso dell’ultimo addio». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Le vicende, racconta la scrittrice, l’hanno traghettata in un mare di incertezza: “nessuna notizia della sua morte, nessuna prova di sopravvivenza” 8. Quello stesso mare, nel romanzo più volte citato, diviene qui nemico, controparte e complice dell’oblio. «Il mare è un elemento fondamentale nel romanzo. Se non ci fosse il mare, non ci sarebbero le sue vittime. Il mare è un concorrente, un avversario, un nemico. Il mare è colui che ha inflitto questa sofferenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026) Il romanzo e le due storie raccolte al suo interno riflettono un dolore permanente, una condizione di sofferenza, di “disperazione” e di tristezza a cui la “speranza” va a contrapporsi 9. «La speranza non è una forza nel senso tradizionale del termine. È il contrario della sofferenza. È una forma, tra le altre, di resistenza». (Imane ElBoustaoui, Conferenza) La scrittrice ci parla inoltre di “un’assenza dolorosa” che si trasforma e si declina in “un’attesa perpetua e permanente […] un’attesa che non è scritta nei report” 10. L’attesa e un “silenzio assoluto” 11 si fanno, dunque, paradigmatici di una condizione multiforme contrassegnata dal dramma della scomparsa e della violenza della detenzione. «Ciò che ho affrontato non è solo l’assenza, ma il silenzio. Un silenzio che è più grave dell’assenza stessa. […] Ogni volta che siamo andate ai sit-in, alle manifestazioni, per chiedere verità e giustizia, abbiamo sempre trovato le porte chiuse». (Imane ElBoustaoui, Conferenza) Il libro « Entre la vague et l’absence » non racconta, dunque, di una perdita o di un’esperienza individuale ma anzi, prende queste ultime come punto di partenza, per narrare una condizione vissuta da numerose famiglie. «La mia storia non è un racconto individuale. È lo specchio di migliaia di sorelle la cui vita si è fermata al momento dell’addio, i cui progetti sono stati sospesi alla partenza dei propri fratelli. In ‘Entre la vague et l’absence’ non ho scritto solo del dolore di Imane, né dei miei quattro anni di personale sofferenza e attesa. Ho scritto di famiglie con storie diverse, ma unite dalla stessa ferita: la perdita di una persona cara. Questo romanzo non è una denuncia intima ma una testimonianza umana, una voce collettiva di famiglie che si confrontano con molteplici forme d’assenza: di scomparse di cui non si conosce il destino, di detenute senza colpa private della libertà, di defunte a cui non si è potuto dire addio con dignità. Il mio percorso di ricerca non si è mai fermato. Ho ascoltato le testimonianze di giovani tornati nelle nostre città, portando con sé sconfitta e disillusione. Le storie di Jawad e Omar, raccolte nel romanzo, non raccontano di loro come eroi ma come vittime di sogni spezzati lungo il cammino. […] ‘Entre la vague et l’absence’ non è stato scritto come una semplice storia, ma come un atto di documentazione, come una testimonianza. L’ho scritto per condividere con il mondo questa ferita che sanguina ogni giorno, per affermare che esistono altre storie che non sono ancora state raccontate». (Imane ElBoustaoui, testimonianza) Copertina e contro copertina di “Entre la vague et l’absence” DETENZIONI E INCARCERAZIONI IN ALGERIA Le testimonianze riportate nell’arco dei tre giorni a Oujda hanno dimostrato come l’incarcerazione su suolo algerino 12 sia una procedura che si ripercuote, ormai da anni, sulle vite delle persone in movimento. Nel 2025, su un totale di 436 dossier trattati 13 dall’associazione, 107 sono i casi di detenzione, di cui 104 su suolo algerino e 3 sulla rotta balcanica 14. Quando la famiglia riesce a mettersi in contatto con il proprio caro in Algeria, le informazioni, seppur veritiere, si fanno scarse e difficili da reperire. Questo perché, laddove un primo contatto avvenga, la persona trattenuta è sempre soggetta al rischio di deportazione interna verso altri luoghi di detenzione, così facendo ogni legame tra informatorә e famiglia viene immediatamente reciso. La comunicazione, tra famiglia e detenuti, si presenta, dunque, come non duratura e soggetta ad enormi rischi di estorsione. Intermediari e attività criminali promettono, in cambio di denaro, notizie e sostegno al di là del territorio marocchino. Una difficoltà in più con cui le famiglie si devono confrontare 15. DIRITTO ALLA VERITÀ E GIUSTIZIA Donare visibilità alle rivendicazioni portate avanti dai familiari delle persone scomparse è necessario ed essenziale. Troppo spesso, infatti, gli sbarchi e i corpi in movimento vengono sovramediatizzati, a favore di un discorso volto alla sicurezza e alla securitizzazione, o invisibilizzati estromettendo le voci delle famiglie delle persone scomparse dal discorso politico e mediatico 16. Rapporti e dossier “CORPI, DIRITTI E MEMORIE IN LOTTA” Il nuovo rapporto di Memoria Mediterranea e Clinica Legale Diritti Umani di Palermo Maria Giuliana Lo Piccolo 4 Gennaio 2026 Questo aspetto risulta essere perfettamente in linea con il Patto europeo in materia di migrazione e asilo che ha visto e sta vedendo un suo importante avanzamento prima e dopo le giornate di “CommemorAzione”. Il piano entrerà in vigore nel giugno 2026 17 e , con l’ultima approvazione del mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri 18, ha attualmente raggiunto la fase di negoziati interistituzionali con il Consiglio dell’Unione europea 19. Tralasciando le specificità 20 del Patto vediamo invece come quest’ultimo unisca e riassuma perfettamente le pratiche europee in ambito migratorio. La persona, le storie e i vissuti vengono messi in secondo piano, volutamente trascurati, per far spazio ad un discorso ed una narrazione che tutela e sostiene l’impianto securitario e la violenza razziale. Il paradigma della sicurezza, costruito discorsivamente e materialmente, trova così nell’oscurantismo delle rivendicazioni di giustizia e verità dei familiari delle persone scomparse, il perpetuarsi della sua condizione di colonialità e potere 21. Una struttura ramificata che sempre più tenta di controllare, oscurare e vittimizzare, tanto nel dibattito pubblico che in quello istituzionale, una presenza sin troppo scomoda per la propria agenda politica: le famiglie delle persone scomparse, decedute o detenute e gli harraga. Dobbiamo pertanto guardare al diritto alla verità in quanto slegato da una visione compassionevole e pietistica, tanto della persona in movimento che dei suoi familiari. Un diritto che deve essere invece riconosciuto come reale strumento politico, in grado di unire diritto alla giustizia, diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio nome, diritto al lutto e tutto ciò che a cui esso è interconnesso (accessibilità alle informazioni e alle pratiche di riconoscimento e identificazione dei corpi e possibilità di portare a termine riti funebri secondo il proprio culto o tradizione) 22. Il sostegno e la connessione in rete tra famiglie e amicз delle persone scomparse o detenute, così come le associazioni che vi forniscono supporto 23, acquisiscono un significato politico ben preciso. Si contrappongono ad una struttura securitaria che criminalizza e tenta di controllare ogni spiraglio di solidarietà. Contro una politica europea che reifica la mobilità umana all’interno di confini che la vedono unicamente in quanto fenomeno da controllare o gestire. Giornate come quelle organizzate a Oujda portano il nostro sguardo lontano dalla narrazione della vulnerabilità. Ci mostrano una comunità che, forte del sostegno e degli sforzi di un’associazione, trova una propria modalità di affrontare il dolore, di autosostenersi e dal basso organizzarsi. 1. Città a nord-est del Marocco, capoluogo della regione dell’Oriental. ↩︎ 2. Le giornate, parte della mobilitazione transnazionale Commemor’Action, hanno visto l’alternarsi di momenti di denuncia a workshop artistici e attività teatrali e letterarie ↩︎ 3. Testo di appello alla Commémor’Action del 6 febbraio 2026, giornata mondiale di lotta contro il regime di morte alle frontiere ↩︎ 4. In francese il termine utilizzato è “s’accrocher”: letteralmente aggrapparsi, stringersi. ↩︎ 5. Le citazioni di Imane El Boustaoui provengono sia da testimonianze personali sia da interventi pubblici; ove necessario, il contesto è specificato tra parentesi ↩︎ 6. È possibile acquistare il romanzo contattando direttamente l’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnérable (Oujda, Marocco) ↩︎ 7. La rotta contrassegna tutti quegli spostamenti che partono dalle coste affacciate sull’oceano Atlantico del Marocco, della Mauritania, del Senegal, del Gambia e della Guinea in direzione delle isole Canarie. ↩︎ 8. Imane ElBoustaoui, testimonianza, Oujda, Commemor’Action 2026 ↩︎ 9. Imane ElBoustaoui, Conferenza di presentazione del romanzo “Entre la vague et l’absence”, Oujda, 6 febbraio 2026 ↩︎ 10. Ibid ↩︎ 11. Ibid ↩︎ 12. Legge 08-11 del 25 giugno 2008 «relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie». Vedasi: Connivence sécuritaire entre l’Europe et le Maghreb, Orient XXI (gennaio 2017) ↩︎ 13. Migrants disparus : Ce qu’il faut retenir du rapport de l’AMSV, Enass (11 febbraio 2026) ↩︎ 14. « Tableau récapitulatif des statistiques, dossiers digitalisés reçu par l’association : disparus, détenus et décèdes, accompagnés, bloqués, libérés, suivi des dossiers organisés par région » in « Rapport annuel de l’association marocaine d’aides aux migrants en situation vulnérable du 1 janvier au 31 décembre 2025. Présenté pour la conférence de presse du jeudi 5 février 2026 » ↩︎ 15. L’AMSV, per compensare queste problematicità, ha creato dei gruppi su piattaforme di messaggistica e una linea telefonica dedicata. Ciò ha permesso di creare una rete tra famiglie residenti su differenti città, favorendo l’approfondimento delle ricerche, che si realizza tramite la condivisione di informazioni sull’identificazione dei propri carз. Sempre in quest’ottica sono state prodotte dall’AMSV 2 guide per il sostegno e l’accompagnamento pratico nei processi amministrativi e giudiziari. La prima guida assiste i familiari delle persone scomparse a livello amministrativo, fornendo una panoramica su quali documenti possedere, quali fornire e/o raccogliere. « Guide illustré de recherche d’un disparuoù détenu à la frontière » (AMSV, Oujda, settembre 2024); La seconda guida si concentra invece sull’accompagnamento e sull’assistenza, a livello legale e giudiziario delle famiglie delle persone in stato di arresto o detenzione in Algeria, Tunisia o Libia. Fornisce una panoramica sui documenti da possedere lungo la procedura di ricerca così come sui documenti richiesti per il ritorno in Marocco. « Droits aux familles à la vérité, dignité et justice. Guide illustré aux familleset des détenusaux parcours migratoires » (AMSV, Oujda, 2025) ↩︎ 16. L’abbiamo visto nella strage di Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023. Nella seguente data, presso la spiaggia in provincia di Crotone, persero la vita all’incirca 94 persone e circa una decina sono tuttora disperse. In tale contesto la sovramediatizzazione e la ricerca di giustizia è stata strumentalizzata in favore di una ricerca e denuncia di soggetti identificati come “scafisti”. A strage ormai avvenuta segue la creazione di un decreto-legge specifico, il 50/2023, che prevede l’inasprirsi delle pene nei confronti “dei cosiddetti scafisti”. Sorte diversa è toccata invece per la strage di Roccella Ionica. Nell’imbarcazione, che conteneva all’incirca 67 persone a bordo e naufragata tra il 16 e il 17 giugno 2024, hanno perso la vita almeno 35 persone mentre le restanti sono ancora dispersɜ. In questa occasione le autorità hanno calato un velo sulle morti e le scomparse, adoperando una vera e propria tattica di “dispersione” delle famiglie, dei sopravvissuti e dei corpi. Ciò ha comportato un’assenza in tema di copertura mediatica. Fonti: Corpi, Diritti e memorie in lotta, Report di monitoraggio e denuncia di MEM.MED Memoria Mediterranea e CLEDU di Palermo (2025) ↩︎ 17. Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo? Come l’Unione Europea sta riscrivendo il diritto d’asilo e normalizzando l’eccezione, Melting Pot Europa (dicembre 2025) ↩︎ 18. Il documento di compromesso concordato dal Consiglio a dicembre fornisce dettagli sulle modifiche proposte ↩︎ 19. Il regolamento introduce un primo elenco di paesi considerati di “origine sicura”, (Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia), insieme alla possibilità di designare ed applicare il “concetto di paese terzo sicuro”. Ciò si traduce in una possibilità di “rimpatrio”, o meglio deportazione, di migranti verso un “paese terzo” con il quale le persone non hanno potenzialmente mai avuto un legame. Tutto ciò a favore di quella che viene definita come una più “rapida ed efficiente” esamina di domanda d’asilo. Il Parlamento europeo dà il via libera al Regolamento sulle deportazioni. Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati, Melting Pot Europa (marzo 2026) ↩︎ 20. Non esistono “Paesi sicuri”. E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo, Melting Pot Europa (febbraio 2026) ↩︎ 21. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580  ↩︎ 22. Non solo memoria: Il diritto alla verità come obbligo degli Stati – diretta youtube, ASGI e Associazione Carta di Roma (3 marzo 2026) ↩︎ 23. Su suolo italiano MEM.MED (Memoria Mediterranea) si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, fornendo supporto legale e psico-sociale alle famiglie che cercano verità e giustizia. L’associazione facilita le famiglie nell’accesso alle informazioni oltre fornire loro supporto legale gratuito nelle procedure di ricerca, identificazione e rimpatrio delle salme. ↩︎
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