Dal “blocco navale” alla “remigrazione”, per un pugno di voti
Per pura abitudine continuiamo a chiamarlo dibattito politico, ma oramai si
tratta troppo spesso di chiacchiere isteriche e formule vuote di effetto
pratico, utili a simulare una parvenza di idea programmatica ed a promettere sia
la soluzione per la complessa gestione migratoria che dei problemi economici del
Paese e dei cittadini.
Tuttavia questi annunci sono veri e propri soufflé che, analizzati alla luce
della logica e del diritto, si sgonfiano istantaneamente, lasciando emergere la
loro vera natura: espedienti di puro posizionamento elettorale che nulla hanno a
che vedere con il governo del Paese.
È innegabile che Giorgia Meloni sia arrivata a Palazzo Chigi anche grazie alla
promessa elettorale del “blocco navale” che l’imbonitrice presentava al corpo
elettorale come un normale strumento amministrativo di controllo. Il blocco
navale rappresenta in realtà, per il diritto internazionale, un esplicito atto
di aggressione militare, lecitamente applicabile solo in contesti bellici.
Quella retorica una volta raggiunto il potere, si è inevitabilmente sgonfiata
per evitare lo scontro fatale con i trattati europei, la Costituzione ed i
limiti oggettivi dello Stato di diritto e anche, ovviamente, con la realtà ed il
limite del buon senso.
A quella stessa logica di mistificazione risponde oggi Roberto Vannacci con la
promessa di “remigrazione”. Durante il recente faccia a faccia a Otto e Mezzo,
la giornalista Lilli Gruber ha chiesto a Vannacci di spiegare la differenza tra
questo termine e il concetto di rimpatrio.
Sia chiaro: la natura stessa dei due provvedimenti è profondamente diversa.
Il Rimpatrio è un atto giuridico individuale: Si tratta della conseguenza
diretta di un provvedimento giurisdizionale, emesso caso per caso dalla
magistratura o da autorità competenti dopo aver vagliato la posizione di singoli
individui, garantendo a ciascuno il dritto di difesa, il ricorso e verificando
l’assenza di rischi nel Paese di destinazione.
La remigrazione invece è un termine non tecnicamente definito, un atto politico
dell’esecutivo: è una parola priva di cittadinanza nel diritto, presa in
prestito dall’estrema destra filo-nazista europea, che presuppone un’azione
d’imperio del governo. Non agisce sul singolo ma mira a un allontanamento
indiscriminato e di massa su base etnica, ideologica o culturale, scavalcando il
controllo dei giudici ed ogni garanzia costituzionale attraverso decreti del
potere politico.
Liquidando questa enorme frattura come una banale “questione semantica”,
Vannacci ha tentato di far passare per ordinaria burocrazia un progetto di
espulsione collettiva che evoca le pagine più buie del Novecento.
Eppure, la verità è che la stessa “remigrazione” è a sua volta una clamorosa
mistificazione destinata a fare la fine del blocco navale. Se mai il movimento
di Vannacci dovesse arrivare alla prova dei fatti o assumere una qualsiasi
responsabilità di governo – non sia mai – questo slogan si perderebbe
immediatamente nei corridoi ministeriali. Un esecutivo che tentasse di applicare
la remigrazione si scontrerebbe all’istante con la Corte Costituzionale, con la
magistratura e con sanzioni internazionali. Esattamente come per il blocco
navale, la realtà del potere costringerebbe il generale a riporre il Bignami
della propaganda nel cassetto elettorale.
Il carattere puramente strumentale di queste mosse emerge chiaramente quando si
analizzano le altre proposte, quelle socio-economiche di Futuro Nazionale:
infatti, nel tentativo di accreditarsi come forza vicina ai bisogni materiali
delle fasce popolari, il movimento ha manifestato una apertura verso il salario
minimo legale, una misura storicamente avversata e rigettata dal centrodestra di
governo.
La giustificazione ideologica offerta ufficialmente è una copertina corta
iper-nazionalista: la paga minima servirebbe a proteggere i lavoratori italiani
dal dumping salariale causato dall’immigrazione. Ma qui si svela anche un
paradosso macroscopico: per l’Articolo 36 della Costituzione e per le normative
dell’Unione Europea, una soglia salariale minima non può essere applicata su
base etnica o di passaporto. Ne consegue che, se venisse approvata, si
applicherebbe obbligatoriamente a chiunque lavori sul territorio, finendo per
innalzare per legge proprio le retribuzioni di milioni di immigrati regolari.
Ma l’incoerenza logica nasconde il vero nucleo del tranello che è tutto
politico. Questa finta svolta sociale non ha per nulla l’obiettivo di tradursi
in leggi, bensì quello di mandare un preciso segnale di pericolo a Giorgia
Meloni: sposando una bandiera storica delle opposizioni, Vannacci mostra alla
Premier uno scenario da incubo per la maggioranza: Futuro Nazionale rimasto
fuori dal perimetro del governo di destra può attivare convergenze tattiche con
il centro-sinistra e il Movimento 5 Stelle su singoli provvedimenti economici e
sociali.
Sfruttando temi ad alta sensibilità popolare (salari, precariato, difesa della
sanità pubblica), il generale lancia l’avvertimento: se la coalizione di governo
non scenderà a patti con lui, dandogli ciò che vuole, i suoi parlamentari
saranno come una mina vagante in Aula, unendosi alle opposizioni progressiste
per mandare sotto l’esecutivo. La “sinistra” diventa così lo spauracchio
parlamentare perfetto per piegare le resistenze ed ottenere potere
nell’esecutivo.
Ed è la stessa assenza di realismo programmatico a svelare il vero scopo
politico di Vannacci: il generale non possiede, né mira a possedere, un
programma politico realizzabile per amministrare il Paese. La sua è una
mistificazione, una manovra interamente tattica di posizionamento e di puro
ricatto.
Attraverso lo sdoganamento della “remigrazione” , concetto odioso ed
inaccettabile in democrazia e l’uso spregiudicato della leva sociale in
Parlamento, Vannacci vorrebbe intercettare il voto dei delusi che giudicano la
Meloni oramai troppo istituzionale o “ammorbidita” dai diktat di Bruxelles.
Allora stesso tempo vorrebbe trasformare Futuro Nazionale nel socio di minoranza
indispensabile e letale per la tenuta del centrodestra.
Utilizzando la minaccia di qualche sponda con il centro-sinistra intende
costringere Fratelli d’Italia e la Lega a una trattativa al rialzo, monetizzando
il finto asse sociale in cambio di poltrone sicure, collegi blindati e influenza
nei ministeri chiave.
Il dramma di questa strategia è che la discussione pubblica su temi cruciali per
il futuro degli italiani— come i salari reali, il declino demografico, la sanità
in affanno e l’emigrazione dei giovani laureati — viene ridotta a merce di
scambio. La propaganda della destra continua a vendere opache e becere illusioni
ottiche ai suoi elettori trattati come gonzi, al solo scopo di alzare il prezzo
del proprio potere personale.
Gregorio De Falco
Redazione Italia