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Contro la Trinity of Power, la lotta del femminismo curdo per l’ecodemocrazia radicale. Intervista a Laura Corradi
Mentre nella confusione del mondo sorgono guerre tra diversi imperialismi, dal 2014, in un piccolo angolo di terra del Nord-Est siriano, nella regione del Rojava, c’è in atto una rivoluzione di stampo ecosocialista ed ecofemminista che si ispira alle teorie del confederalismo democratico[1] di Abdullah Öcalan[2], leader politico curdo e fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)[3]. Il confederalismo democratico curdo è diventato negli anni un esempio politico e sociale per moltissimi militanti avendo come obiettivo la creazione di un’ecodemocrazia radicale, la costruzione di una leadership femminista e l’opposizione a patriarcato, capitalismo e Stato: una trinità di potere. Di questo parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, autrice di un interessantissimo studio dal titolo “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî” pubblicato a maggio 2026 sulla prestigiosa rivista Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies di Ca’ Foscari. Laura Corradi è un’attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene. Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale e di Genere e Scienza.  Come è nato il tuo recente studio e quanto tempo ha richiesto di approfondimento e lavoro? Conosco esuli del Kurdistan fin dagli anni ’80 quando ero una studente-lavoratore a Padova – a quei tempi perseguitati da Saddam Hussein, che nei loro confronti mise in atto una vera pulizia etnica, e sono sempre stata solidale con i popoli bersaglio di genocidio, ieri come oggi. Ma ho iniziato a studiare la questione curda nel 2014, quando in Rojava è stata approvata la Carta del Contratto Sociale – una costituzione bellissima la cui lettura mi ha entusiasmata. Era qualcosa di assolutamente nuovo. Per cui proposi alla Direttrice di Leggendaria, Annamaria Crispino, lo spazio per un Inserto ‘Speciale Curde’ – che vide la luce nel 2016 (n. 116 della rivista) col titolo “Jin Jiyan Azadi. Dove le donne vivono libere” per narrare l’esperienza femminista delle donne nella Federazione Rojava. Intervistai la costituzionalista Alessandra Algostino che analizzò il Contratto Sociale nelle sue peculiarità, collegandolo alle Costituzioni della Terra che si affacciavano al mondo in quel periodo. Oltre alla traduzione completa del contratto sociale, l’inserto conteneva anche altri contributi: di ragazze che avevano visitato Rojava in delegazione e dialogato con le organizzazioni delle donne; un articolo di Alessia Drò e Viola Lo Moro sul femminismo anticapitalista delle curde; e interviste raccolte da Radio Onda Rossa nel novembre 2014. ‘Speciale curde’ ottenne una grande diffusione e fu presentato in università, centri sociali, librerie riscuotendo attenzione e ammirazione per questo popolo che stava lottando contro l’Isis mentre costruiva una eco-democrazia diretta, con leadership di genere. Il doppio apicale (un uomo e una donna per ogni carica pubblica) sarebbe il minimo da fare anche qui – ovunque, nelle istituzioni come nelle comunità – ma nel nostro Paese siamo ancora bloccate da moderatismi e conflitti che favoriscono la frammentazione e rallentano in processi di mutamento radicale. Lei parla di una “trinity of power” composta da capitalismo, Stato e patriarcato. Da dove deriva questa espressione? Quale ruolo sta giocando nel nostro mondo contemporaneo, questa trinità di potere, nelle disuguaglianze di genere e nelle disuguaglianze di classe? ‘Trinity of Power’ è una espressione che propongo nel mio lavoro, per sintetizzare la complessa relazione tra patriarcato, capitale e stato – magistralmente analizzata dal leader curdo Abdullah Ocalan, incarcerato da 27 anni in un’isola della Turchia. I suoi scritti mi ricordano molto Antonio Gramsci – che ho imparato a conoscere fin da piccola, grazie a mia nonna. Se penso alle difficoltà di avere solo un libro alla volta, di essere privato di penna o matita per interi periodi, di non poter comunicare con l’esterno … mi rendo conto che il valore del suo lavoro è superlativo.  Nel suo ultimo libro ‘Sociologia della libertà’, Ocalan va alle radici delle oppressioni e sostiene (come altri/e studiosi/e) la tesi per cui le prime forme di patriarcato, capitale e Stato si manifestarono 5000 anni fa, con la sedentarizzazione e la possibilità di accumulare. Il saggio cerca di collegare le innovative proposte politiche del Movimento delle donne curde sul confederalismo democratico e la Jineolojî (gineologia, “Scienza delle donne”). Cosa è la gineologia e qual è il suo rapporto con il femminismo curdo? La gineologia – parafrasando la critica alla “scienza patriarcale e maschilista occidentale” di Vandana Shiva – può essere un “nuovo paradigma di scienza”? Nel mio saggio sintetizzo il lavoro di Ocalan, collegandolo con le proposte politiche del movimento delle donne curde, dal confederalismo mondiale delle donne alla Jineoloji (scienza delle donne) una grande operazione di riscrittura delle scienze dal punto di vista delle donne, a partire da ciò che ancora sopravvive nella vita quotidiana, nelle varie discipline, nelle pratiche delle donne. Da più parti è considerato un ‘nuovo paradigma’ nella costruzione della conoscenza, ha molto in comune con l’esperienza dei femminismi intersezionali e decoloniali, ma come spiego nel saggio, loro vanno oltre il femminismo …. Infine nell’ultima parte del mio lavoro traccio un ponte fra le epistemologie pratiche indigene e questa esperienza curda così vicina a noi. Curda e non solo, perchè coinvolge siriani, ezedi, turcomanni, arabi, armeni – tutte le etnie presenti nel luogo – in una forma di confederalismo democratico che potrebbe essere la soluzione per i conflitti in medio-oriente, e che ricalca le alleanze indigene delle 5 Nations, un tema che ho affrontato in tre saggi su Jacobin Italia. Questo lavoro pubblicato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia sta avendo successo perchè guarda a possibili soluzioni e mi piacerebbe tradurlo in italiano – se durante l’estate ce la faccio – credo potrebbe essere un contributo al dibattito attuale nel nostro paese. All’interno del saggio/studio ‘Trinity of Power’ lei usa il termine ecodemocrazia radicale. Di cosa si tratta e perchè è la forma di organizzazione politica auspicabile di una società che si pretende “orizzontale” e democratica? In Rojava – nelle Amministrazioni Autonome del nord-est della Siria – si stanno sperimentando forme di eco-democrazia radicale in maniera partecipata ridefinendo bisogni, produzione, riproduzione, cooperazione; utilizzando processi decisionali che coinvolgono tutt*, senza i quali sarebbe impossibile pensare alla costruzione di eco-agricoltura ed eco-industria senza un consensus forte. Ma la radicalità della loro democrazia sta anche nell’impegno a generare eco-società ove non alberghino maschilità tossiche, razzismo, abilismo, etc. Il lavoro delle curde nella educazione in generale – e degli uomini in particolare – ci dà un grande esempio. Nella seconda parte del saggio lei parla di intersectional decolonization of knowledge (“decolonizzazione intersezionale della conoscenza”), sottolineando come la messa in discussione del colonialismo storico sia un punto di partenza fondamentale per ripensare oggi un mondo dal basso. La direzione è verso la condivisione dei saperi e il rifiuto di ogni mentalità estrattiva?  Non solo. Nella decolonizzazione intersezionale dei saperi si mette in atto uno smontaggio profondo ….non si tratta solo di condividere i saperi che esistono rifiutando che vengano male utilizzati – per fini estrattivi e distruttivi – ma si tratta di capire come la conoscenza che ci insegnano come “neutrale” sia l’espressione delle idee e degli interessi di una trinità di poteri – patriarcato, capitale, stato – che si è generata nel corso di millenni, con il passaggio dai matriarcati alle prime città-Stato. Nel mio corso di Genere e Scienza, alla Università della Calabria, cerchiamo di decostruire la matrice di ciò che sappiamo, decodificandone l’origine e gli sviluppi in maniera intersezionale. Come ci insegna la sociologa della scienza Sandra Harding, una pioniera della epistemologia femminista, il sapere dominante esprime una supremazia di genere, di classe, e coloniale. Senza una azione critica nei confronti della scienza continueremo ad accettare passivamente qualsiasi tecnologia – anche inutile e dannosa – magari in nome del “progresso”. La costruzione di un sapere liberato può darsi in un percorso di trasformazione sociale dal basso, orientato al benessere della gente e non al profitto, alla competizione, alla guerra. Tale percorso non può vedere le donne, le popolazioni neo-colonizzate e le comunità indigene, come soggetti subalterni ma come agenti attive e consapevoli del futuro. Recentemente lei, per questo originale saggio, ha ricevuto un premio di livello mondiale dal World Congress of Women Studies, tenutosi in Thailandia, per il miglior lavoro svolto nell’ambito degli studi di genere. Secondo lei, perchè l’importanza dei suoi studi viene riconosciuta “ai margini” del mondo e non viene premiata nell’ambito accademico europeo? Crede che sia un problema di autoreferenzialità accademica o di un incancrenito eurocentrismo duro da sciogliersi? Ho presentato solo una parte di questo saggio al Congresso Mondiale degli Studi delle Donne a Chiang Mai, nell’ambito di un lavoro su Genere e Scienza: “Dalla critica della scienza in Sandra Harding alla Jineoloji – Scienza delle donne curde”. Non mi aspettavo davvero tanto interesse; in Italia sono abituata a non ricevere riconoscimenti per il mio lavoro, anzi. Pensa che l’ultima volta che sono stata bocciata ad un concorso per prof ordinaria, nelle motivazioni c’era scritto che ho “una prospettiva ecofemminista”, che faccio “ricerca militante” e che rigetto in blocco il “neoliberismo, dominazione maschile e colonialismo”, come fosse un peccato. Devo dire che non è solo l’eurocentrismo: se guardiamo alla accademia italiana ancora così ancien regime, in maniera intersezionale, possiamo notare quanto pesino il classismo, l’eteropatriarcato (sia nelle sue forme moleste che in quelle moraliste) e le relazioni di potere … purtroppo anche tra donne.  L’individualismo, la competizione e la sfiducia sono alla base della mancanza di alleanze serie fra donne nell’università italiana – un ambito che conosco da oltre 40 anni. Speriamo che le cose cambino con le future generazioni: la lezione delle curde, le accademie delle donne, le norme di comportamento (non criticare mai una donna davanti agli uomini, non parlare alle sue spalle, offri una critica amorevole …) forse potranno essere raccolte dalle ragazze di oggi e dare frutti domani.   [1] Confederalismo democratico, basato sulle teorie di Abdullah Öcalan ed edotto dall’ecofilosofo Murray Bookchin, è una forma di organizzazione politica che rigetta lo Stato-Nazione e si fonda su tre pilastri: democrazia diretta (dal basso), parità di genere ed ecologia sociale. [2] È stato imprigionato nel 1999 dopo essere stato arrestato in Kenya dai servizi segreti turchi con la collaborazione di governi stranieri come Israele e Stati Uniti. È stato condannato all’ergastolo per reati quali “tradimento” e “separatismo” e per dieci anni è stato l’unico prigioniero dell’isola-prigione di Imrali. Il suo totale isolamento per 23 ore al giorno e i continui rifiuti di visitarlo sono stati denunciati in molte occasioni dalle organizzazioni per i diritti umani, rendendo la sua liberazione una causa inscindibile del popolo curdo. [3]Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato ufficialmente il proprio scioglimento e la fine della lotta armata contro lo Stato turco a maggio 2025. La storica decisione, che ha chiuso quasi 50 anni di conflitto, è stata formalizzata a seguito di un congresso basato sulle direttive dello storico leader Abdullah Öcalan.   Fonti: https://bodypolitics.noblogs.org/ Laura Corradi, “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî”, Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies, Ca’ Foscari, Maggio 2026 https://edizionicafoscari.unive.it/en/edizioni4/riviste/inequalities/2026/3/ “Speciale Jin Jiyan Azadì – Dove le donne vivono libere. L’esperienza femminista delle donne curde nella Federazione Rojava” in Leggendaria N. 116, maggio 2016, pp. 43-56. https://bodypolitics.noblogs.org/files/2015/08/Speciale-Jin-Jiyan-Azadì-femminismo-curdo.pdf Carta del Contratto Sociale del Rojava https://www.eleuthera.it/files/materiali/carta%20del%20rojava.pdf Lorenzo Poli
June 26, 2026
Pressenza
[2026-05-28] Un Ponte Per presenta “La Rebelión de las flores” al Cinema Aquila @ Nuovo Cinema Aquila
UN PONTE PER PRESENTA “LA REBELIÓN DE LAS FLORES” AL CINEMA AQUILA Nuovo Cinema Aquila - via l'Aquila 66/74 (giovedì, 28 maggio 20:00) Nell’ambito del percorso di avvicinamento ad “Arene Decoloniali” 2026, Un Ponte Per organizza la proiezione del documentario “La Rebelión de las flores” di María Laura Vásquez (Argentina, 2022, 81 min), che si terrà giovedì 28 maggio al Nuovo Cinema Aquila di Roma.   Il documentario racconta l’occupazione pacifica del Ministero dell’Interno in Argentina nel 2019 da parte di 23 donne appartenenti a diverse comunità indigene, provenienti da varie regioni del paese, che si sono riunite per denunciare le violenze nei loro territori e chiedere la fine delle uccisioni e della devastazione ambientale.   L’azione, durata 11 giorni, ha dato visibilità al concetto di “terricidio” e alle forme di resistenza dei popoli contro l’eredità coloniale e le sue conseguenze contemporanee.   L’iniziativa si inserisce in un ciclo di eventi di avvicinamento alla seconda edizione di “Arene Decoloniali”, la tradizionale rassegna di cinema e letteratura decoloniale promossa da Un Ponte Per nel mese di Settembre, a Roma, e che quest’anno sarà dedicata ai femminismi nati e sviluppati nel Sud globale e nei contesti segnati dall’esperienza coloniale e postcoloniale.   Attraverso incontri, proiezioni e momenti di confronto, il percorso intende contribuire alla costruzione di uno spazio di ascolto e discussione sulle molteplici forme assunte dalle lotte femministe, che si sviluppano fuori dal perimetro bianco, occidentale ed eurocentrico.     Programma della serata | 28 maggio 2026   Nuovo Cinema Aquila (Via L’Aquila 66/74, Roma)   Ore 20:00 – Incontro con la regista María Laura Vásquez in dialogo con Lizet Aguilar e Diana Terrones (Blocco Decoloniale) e Pilar Morena D’Alò   Ore 21:00 – Proiezione del film “La Rebelión de las flores”   Costo del biglietto: 7 euro  
May 25, 2026
Gancio de Roma
La lotta delle donne per la giustizia sociale e climatica
Con la pubblicazione nel 1974 del libro Le Féminisme ou la Mort, Françoise d’Eaubonne diede vita all’Ecofemminismo, una vibrante corrente di pensiero che evidenzia come la distruzione ambientale scaturisca dal congiunto della repressione patriarcale sulle donne e sulla natura. Da allora, l’Ecofemminismo si è arricchito di numerosi contributi, molti dei quali provenienti dal Sud Globale, che hanno messo in discussione le epistemologie dominanti, inclini a soffocare punti di vista e modalità di conoscenza alternativi. La lente ecofemminista è stata adottata anche nella cooperazione internazionale per orientare i processi di sostenibilità ambientale. UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, nel suo rapporto “Gender Snapshot 2025” sottolinea che gli effetti del cambiamento climatico non sono neutri dal punto di vista del genere, poiché sono le donne e le ragazze a subirne il peso maggiore, né uniformi in quanto le varie forme di disuguaglianza spesso si intersecano e si rafforzano a vicenda. Il rapporto presenta inoltre alcuni dati chiave dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla disuguaglianza di genere: 1) esacerbarsi della povertà: oltre 351 milioni di donne potrebbero ancora vivere in condizioni di estrema povertà entro il 2030; il cambiamento climatico potrebbe spingere in povertà altre 158 milioni di donne entro il 2050; 2) scarsità d’acqua: nell’80% delle famiglie, le donne sono le principali responsabili della raccolta dell’acqua, un compito che la siccità rende ancora più gravoso; 3) violenza di genere: i femminicidi aumentano del 28% durante le crisi climatiche; 4) effetti sulla salute: durante le ondate di calore la probabilità di parti prematuri aumenta di circa il 26%. Il rapporto evidenzia inoltre la gestione verticistica dell’azione per il clima che esclude le donne dalla pianificazione delle risposte ai cambiamenti climatici, nonostante il loro ruolo cruciale nel settore delle energie rinnovabili e dell’agricoltura. Sebbene la correlazione fra cambiamento climatico e disparità di genere sia innegabile, le attiviste del Sud Globale ci mettono in guardia sulle implicazioni di certe analisi sociologiche che relegano le donne a mere “vittime” di un sistema dominante e che forniscono indirettamente una giustificazione al perpetrarsi di politiche verticistiche ed escludenti. Questo articolo presenta buone pratiche che contrastano questa prospettiva, mostrando come le donne, attraverso la gestione solidale delle risorse naturali, possano ergersi a agenti di cambiamento in favore della giustizia sociale ed ecologica, ridefinendo i propri ruoli e sfidando le norme culturali e sociali che normalizzano la loro discriminazione ed esclusione. I risultati presentati derivano dall’iniziativa di cooperazione triangolare tra Argentina, Messico e Italia: “Educazione idrica per uno sviluppo locale sostenibile”, finanziata dall’Unione europea. L’azione mira a rispondere alle sfide poste dal cambiamento climatico e dalla scarsità d’acqua alle comunità rurali delle regioni semi-aride della Mixteca (Oaxaca, Messico) e delle Valli Calchaquí (Tucumán, Argentina), introducendo soluzioni tecnologicamente e culturalmente adeguate, basate sulla valorizzazione delle risorse naturali e del capitale socioculturale locale. Le attività si concentrano sull’educazione ambientale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, con l’obiettivo di implementare strategie di gestione idrica efficaci e integrate che promuovano l’empowerment delle donne nelle comunità indigene in contesti rurali. Risultati significativi in questa direzione sono emersi dal ciclo di seminari “Gestione comunitaria dell’acqua in una prospettiva di genere”, rivolto a gruppi di donne delle comunità rurali della Mixteca e delle Valli Calchaquí, realizzato dalla Fondazione AVSI sia in forma presenziale che attraverso scambi virtuali fra gruppi di donne delle due regioni. Tra i risultati più significativi, spicca il fatto che l’adozione da parte di gruppi di donne di soluzioni tecnologicamente appropriate e accessibili, non solo migliori la gestione delle risorse naturali, ma contribuisca anche a rafforzare il loro ruolo all’interno della comunità. Un esempio paradigmatico è rappresentato da un gruppo di donne della Mixteca che hanno costruito dieci cisterne in ferrocemento per la raccolta dell’acqua piovana. L’acqua viene gestita in modo solidale, il che permette loro di coltivare ortaggi per il consumo familiare e per la vendita. Una donna illustra l’impatto della gestione solidale dell’acqua: “L’acqua ha cambiato la nostra vita. In passato, per andare a prendere l’acqua, facevamo un viaggio di un’ora a piedi. C’erano code al ruscello e non c’era abbastanza acqua per tutti. Grazie all’acqua, abbiamo creato una cucina comunitaria e un orto organico. I prodotti vengono usati per dare da mangiare ai bambini della scuola materna, il resto viene venduto al mercato e usato per comprare nuove sementi”. Un’altra donna sottolinea il valore della cogestione: “La cucina comunitaria è gestita in forma cooperativa. All’inizio ci sono stati dei conflitti, ma la gestione comunitaria ci ha aiutato a risolverli. Insieme abbiamo imparato a difendere i nostri diritti e a prendere decisioni che hanno migliorato la vita della comunità”. Le attività di educazione ambientale hanno favorito lo scambio fra le donne Mixteche e gruppi di donne di Amaicha del Valle (Valli Calchaquí). Le donne Amaicha che hanno partecipato a un gruppo di discussione, affermano di aver appreso dalle donne Mixteche l’importanza della gestione solidale dell’acqua, che ha permesso loro di accrescere la propria influenza e di contribuire al proprio benessere e a quello della comunità. Hanno inoltre interpretato l’esperienza delle donne Mixteche come una sfida ai pregiudizi culturali che escludono le donne da alcune attività considerate esclusivamente di pertinenza maschile. Una donna ha affermato: “Le donne hanno dimostrato agli uomini di poter svolgere il loro stesso lavoro e di possedere le capacità per farlo in tutti gli ambiti, persino nella costruzione di serbatoi per la raccolta dell’acqua”. Un’altra donna ha evidenziato che, attraverso la lotta per il diritto all’acqua, le donne sfidano i modelli culturali sessisti presenti nelle loro famiglie e comunità, che fanno ricadere su donne e ragazze la responsabilità dell’approvvigionamento idrico, senza che gli uomini si preoccupino di come le donne se lo procurino. Le donne Mixteche e Amaicha hanno inoltre sottolineato la necessità di un’ampia opera di sensibilizzazione rivolta alle donne, spesso portatrici di valori maschilisti e patriarcali, al fine di abbattere i pregiudizi culturali, i ruoli e gli stereotipi che perpetuano la disuguaglianza di genere. Uno dei contributi più significativi all’iniziativa da parte delle donne Mixteche e Amaicha è stato l’apporto della prospettiva culturale dei popoli indigeni. Le donne hanno sottolineato che, quando si affrontano le problematiche legate all’acqua, è essenziale tenere in considerazione il ruolo centrale che questo “fluido vitale” riveste nella cosmogonia e nella realtà magica dei popoli nativi, per la cui protezione e utilizzo i loro antenati impiegavano antiche pratiche e tecniche. La peculiarità della visione indigena dell’acqua risiede nel considerarla un’entità vivente che, fluendo, feconda la “Madre Terra”, dispensando la vita e animando l’universo. Su questa visione le popolazioni indigene fondano la reciprocità e la complementarità che lega gli esseri viventi alla natura, rivendicando l’accesso all’acqua come diritto universale e comunitario. Le buone pratiche sono confluite in un modello di educazione ambientale in cui le donne sono agenti di cambiamento imprescindibili per la sostenibilità ambientale e il progresso dei territori. Tuttavia, le attiviste ecofemministe ci ammoniscono dal chiedere all’ angelo del focolare di salvare il pianeta, una richiesta che aumenterebbe le pressioni sulla donna senza accrescerne i diritti. Come ci ricorda Alicia Puleo in “Ecofeminismo: para otro mundo posible”, e come ci hanno insegnato le donne Mixteche e Amaicha, per avanzare verso una società inclusiva è necessario adottare un approccio plurale che abbracci le diverse visioni sul rapporto tra esseri viventi e natura. In questa prospettiva le donne devono essere riconosciute come agenti culturali imprescindibili per la costruzione di una nuova epistemologia che armonizzi razionalità ed empatia e che ponga le basi per un nuovo rapporto tra esseri viventi e natura, fondato su un’etica relazionale della reciprocità e del rispetto. Unimondo
April 6, 2026
Pressenza
Esperienze di alternativa: lotta e conversione produttiva all’ex Gkn
Secondo corso “CRISI ECOCLIMATICA: VISIONI DI ALTERNATIVA, ESPERIENZE CONCRETE”   Quarta lezione ESPERIENZE DI ALTERNATIVA: LOTTA E CONVERSIONE PRODUTTIVA ALL’EX GKN DARIO SALVETTI 21 ottobre 2025 Qui la videoregistrazione della lezione: BIBLIOGRAFIA UTILE Collettivo di Fabbrica Gkn, Continua a leggere L'articolo Esperienze di alternativa: lotta e conversione produttiva all’ex Gkn proviene da ATTAC Italia.
October 26, 2025
ATTAC Italia
Esperienze di alternativa: l’economia solidale
Secondo corso “CRISI ECOCLIMATICA: VISIONI DI ALTERNATIVA, ESPERIENZE CONCRETE”   Terza lezione ESPERIENZE DI ALTERNATIVA: L’ECONOMIA SOLIDALE MARIA FRANCESCA DE TULLIO 14 ottobre 2025 Qui la videoregistrazione della lezione: BIBLIOGRAFIA UTILE Ex OPG – Je so’ pazzo, Manuale Continua a leggere L'articolo Esperienze di alternativa: l’economia solidale proviene da ATTAC Italia.
October 21, 2025
ATTAC Italia
Crisi ecologica: la prospettiva dell’ecofemminismo decoloniale
Secondo corso “CRISI ECOCLIMATICA: VISIONI DI ALTERNATIVA, ESPERIENZE CONCRETE”   Seconda lezione CRISI ECOLOGICA: LA PROSPETTIVA DELL’ECOFEMMINISMO DECOLONIALE FRANCESCA CASAFINA 7 ottobre 2025   Qui la videoregistrazione della lezione: BIBLIOGRAFIA UTILE Rachel Carson, Primavera Silenziosa (Feltrinelli, 2016) È raro Continua a leggere L'articolo Crisi ecologica: la prospettiva dell’ecofemminismo decoloniale proviene da ATTAC Italia.
October 13, 2025
ATTAC Italia