Nobel alla sbarradi Marco Boccitto,
Il Manfesto, 11 ottobre 2026.
Nobel per la pace a Navi Pillay, una vita contro la legge del più forte in ogni
caso, dal Sudafrica al Ruanda fino a Gaza. L’ira di Israele: Goebbels plaude
dall’inferno. L’ira di Trump: sanzioni contro la Corte penale internazionale. E
sotto accusa finiscono la giurista e il tribunale.
Ginevra, Navi Pillay presenta il suo rapporto sulla Palestina – foto Ep
Di inspiegabile, nell’annuncio di ieri che il Nobel per la pace va alla giurista
sudafricana Navanethem “Navi” Pillay, c’è solo il fatto che l’anno prima la
scelta era caduta sull’oppositrice venezuelana María Corina Machado. La quale,
universalmente giudicata a corto di titoli per meritarsi il riconoscimento,
verrà poi definitivamente screditata dal principale dei suoi sponsor, il
presidente Trump, una volta che aveva capito quanto più conveniente fosse
asservire al disegno di dominio USA su Caracas l’attuale “presidenta ad interim”
Delcy Rodriguez.
PERALTRO IL TYCOON non ha cambiato idea su quanto il premio spetti di diritto a
lui, per il numero considerevole di guerre terminate. Né sono cambiati i cinque
membri del comitato norvegese che assegna il Nobel. O forse sì, una qualche
metamorfosi nelle loro coscienze deve essere intervenuta, per spiegare due
scelte così agli antipodi. Per giungere alla conclusione che se la pace migliore
è quella “giusta”, non poteva esserci un profilo più adatto a ricevere il
premio, nell’anno in cui si vorrebbe mettere proprio la giustizia internazionale
sul banco degli imputati.
Nata nel 1941 in una famiglia di origini tamil della Durban “indiana”, Navi
Pillay aprirà – prima donna non bianca a farlo – un suo studio legale dopo un
percorso di studi giocoforza a ostacoli, nel Sudafrica delle leggi
segregazioniste che impattano anche sul sistema educativo. Seguono 28 anni di
esercizio della professione nel difficile contesto dell’apartheid, durante i
quali si batte per garantire il diritto alla difesa per i militanti
anti-apartheid detenuti a Robben Island, l’isola-prigione in cui è rinchiuso
anche Nelson Mandela. Capisce che una proiezione internazionale della lotta,
anche sul piano giuridico, può essere un punto di forza.
IN QUESTA DIREZIONE va il dottorato in scienze giuridiche conseguito nel 1988.
Sono gli anni in cui insieme alla stella polare del diritto internazionale
brilla l’impegno sulle questioni di genere: la creazione dell’Advice Desk for
the Abused e i rifugi per le vittime di violenza domestica sono atti
propedeutici al contributo che da membro della Women’s National Coalition darà
alla futura Costituzione “arcobaleno” del paese, in particolare alla clausola
che proibisce la discriminazione per motivi di razza, religione e orientamento
sessuale. Sempre di respiro internazionale è il gruppo per i diritti delle donne
Equality Now, che Pillay contribuisce a fondare.
Nel 1995, poco dopo la caduta dell’apartheid, Mandela la vuole come giudice
della nuova Corte Suprema sudafricana. Da avvocata, in quanto non bianca, le era
precluso anche entrare nella stanza di un giudice. Per la prima volta, quella
stanza era la sua. Ma sempre su indicazione di Mandela, poco dopo viene nominata
dall’Assemblea Generale ONU al Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, di
cui sarà presidente dal 1999 al 2003. Tra i diversi procedimenti che la vedono
protagonista spicca quello contro Jean-Paul Akayesu, in cui per la prima volta
viene sancito il principio che lo stupro non può più essere considerato «un
trofeo di guerra» e che anzi le violenze sessuali possono essere inquadrate come
atti di genocidio.
DAL 2003 AL 2008 Pillay si sposta alla Corte Penale Internazionale (CPI), dopo
aver contribuito alla sua fondazione codificando i diritti delle donne e
sostituendo il termine «sesso» con «genere». Poi va a dirigere l’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani, che interpreta come una
permanente «voce delle vittime».
Nel tempo Pillay ha difeso con le ragioni di WikiLeaks e di Edward Snowden,
criticato lo Sri Lanka per i massacri di civili Tamil e la comunità
internazionale per l’inazione nella guerra civile siriana; ha spinto per
togliere le sanzioni allo Zimbabwe di Mugabe e non ha fatto sconti neanche al
civile Canada quando il governo del Quebec ha ristretto il diritto a manifestare
degli studenti. È stata anche giudice ad hoc della Corte di Giustizia
Internazionale, occupandosi delle accuse di genocidio dei Rohingya formalizzate
dal Gambia nei confronti del Myanmar.
NEL SUO PERSEGUIRE una «pace giusta» ha scatenato però la reazione di USA e
Israele, di cui le sanzioni annunciate ieri da Marco Rubio per la CPI sono
un’esibizione plastica. L’ultima sfida è stata la pubblicazione, il 16 settembre
2025, delle conclusioni cui è giunta la Commissione d’Inchiesta, ravvisando
nella condotta di Israele a Gaza almeno quattro dei cinque atti che configurano
il genocidio. Apriti cielo. «Comprendo il significato della parola “genocidio” e
non la uso con leggerezza», ha scritto quello stesso giorno sul New York Times,
spiegando in parole povere le conclusioni del rapporto.
Nel combinato disposto della giudice paladina del diritto internazionale che ha
parlato di genocidio a Gaza e del suo paese che per questo ha denunciato Israele
alla Corte di Giustizia Internazionale c’è abbastanza materia per incrudelire le
reazioni scomposte di Washington e Tel Aviv. A dire che Pillay «ha servito
l’umanità con integrità e con la convinzione che il mondo possa e debba essere
un posto migliore» ci pensa il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.
«IL DIRITTO INTERNAZIONALE e le sue istituzioni sono la pietra angolare di un
mondo più pacifico», ha detto il presidente del Comitato Norvegese per il Nobel,
Jorgen Watne Frydnes. Salvo poi precisare che il premio non significa
condividere l’accusa di genocidio nei confronti di Israele. Nel timore forse che
dopo la CPI i giustizieri del diritto internazionale non puniscano anche il
Comitato di Oslo.
https://ilmanifesto.it/navi-pillay-un-premio-per-la-pace-giusta-alla-giudice-di-durban