#peace Ban #war: con Pax Christi un corso online contro il dogma della #guerra
Mercoledì 1° aprile 2026 6° incontro - ore 18-20
❖ Speranza o ansia di futuro? Come i giovani percepiscono la guerra, la
sicurezza, i fenomeni migratori – Raffaele Mantegazza
❖ La #militarizzazione in atto nelle #scuole. Ritorno alla leva obbligatoria? –
Antonio Mazzeo
Tag - scuole
La Marcia dei bruchi si conclude a Milano sabato 28 marzo. Venite a fare l’ultimo chilometro con noi?
“Signor John, cosa sta succedendo nel mondo?”. Me lo ha chiesto un ragazzino di
quinta elementare durante un incontro in Val Camonica. “E perché fanno le
guerre?”, ha aggiunto una bambina di prima elementare, forse la più piccola del
gruppo. Eravamo riuniti nell’atrio di una scuola elementare, con tutte le
classi, dalla prima alla quinta. Ero stato invitato a incontrare gli alunni e
alunne di questa scuola alla vigilia della marcia che, martedì 10 marzo scorso,
ha coinvolto a Darfo Boario Terme circa 500 persone tra alunne, alunni e
docenti. Come si fa a rispondere a domande così difficili, soprattutto quando
arrivano da bambini così piccoli, con uno sguardo e un tono molto più seri di
quelli di tanti adulti dei nostri tempi?
Mi chiamo John Mpaliza, sono un cittadino italo-congolese. Vivo a Trento e sono
in Italia da 34 anni: ne ho 57. Ingegnere informatico di formazione e di
professione fino al 2014, oggi sono attivista per i diritti umani a tempo pieno.
Da 16 anni organizzo marce nazionali e internazionali con l’obiettivo di creare
momenti di dialogo e di confronto sui temi dei diritti umani, della giustizia e
della pace. Da cinque anni promuovo la Marcia dei bruchi, un’iniziativa che ogni
anno scolastico, sempre in una regione diversa, coinvolge migliaia di giovani,
soprattutto studenti attraverso le scuole. In questo momento sto attraversando a
piedi la Lombardia con la quinta edizione di questa iniziativa, partita sabato
21 febbraio da Mantova, che si concluderà a Milano nel pomeriggio di sabato 28
marzo.
Ti starai probabilmente chiedendo come sarà andata a finire con le domande di
quei bambini! Me lo chiedo ancora anch’io. Non so bene cosa abbia detto per
convincerli. Si poteva leggere nei loro occhi e nell’espressione dei loro volti
che erano soddisfatti della risposta. Ricordo solo che ho sorriso, ho chiesto
scusa per non avere una risposta semplice pronta e ho iniziato a raccontare.
Cosa? Non ricordo, ma ricordo le loro facce. Sembrava ascoltassero una fiaba.
Erano circa ottanta, tutti curiosi, tranquilli e attentissimi. Alla fine ho
visto sui loro volti quella bellissima espressione di soddisfazione, senza
maschera, che solo i bambini hanno. Cos’era successo? Mistero! In quel momento
ho capito che le mie spiegazioni erano arrivate a destinazione: nei loro cuori.
Potevo quindi fermarmi. Ho quindi messo una canzone che speravano conoscessero
ed hanno cantato a squarciagola. “Me la sono cavata piuttosto bene”, ho pensato
tra me e me.
E se fosse capitato a voi? Mi piacerebbe davvero saperlo come avreste risposte a
quelle domande!
Tornando a noi adulti, purtroppo la situazione attuale nel mondo non è delle
migliori. Tra governanti criminali e armi di distruzione di massa — non solo
quelle atomiche, ma anche la sempre più invasiva intelligenza artificiale —
l’umanità sembra avvicinarsi come non mai a un punto di non ritorno.
Palestina, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Iran, Ucraina, Venezuela,
Libia, Cuba, Haiti, Siria. La lista è purtroppo lunghissima! Basta che nel
sottosuolo di un Paese ci siano importanti riserve di materie prime, soprattutto
petrolio, per finire nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati. Tra
questi, secondo me, soprattutto la nostra Europa — soprattutto quella cosiddetta
“unita e fondata sui diritti” — che sembra non rendersi conto di essere una
marionetta in una relazione transatlantica in cui a guidare, comandare e trarre
beneficio sono sempre, e da sempre, gli Stati Uniti.
Gli esempi di questa relazione malata, tossica, sono tanti. Uno dei più
evidenti, dopo i dazi introdotti da Trump e accettati dall’Unione Europea senza
grandi reazioni, è la richiesta ai Paesi della NATO di contribuire con il 5% del
PIL al finanziamento dell’organizzazione. La NATO, dalla sua nascita, è stata
spesso il braccio armato della principale potenza occidentale, partecipando a
diverse guerre sanguinosissime provocate dagli USA senza l’avvallo preventivo
delle Nazioni Unite che, seppure siano rappresentative quasi del solo “Nord del
mondo”, dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti umani e lavorare per la
mediazione e la pace. Non sarebbe corretto però fare di tutta l’erba un fascio.
C’è anche chi dice “no”. La Spagna guidata da Pedro Sánchez, ad esempio, si è
opposta al finanziamento della NATO con il 5% del PIL e ha negato l’utilizzo
delle proprie basi militari per gli attacchi contro l’Iran, oltre alla sua
recente decisione di richiamare definitivamente la sua ambasciatrice da Tel
Aviv. Quindi allora, qualcosa si può fare, giusto? La speranza è che, poco alla
volta, altri Paesi seguano questa strada e che le cittadine e i cittadini
europei decidano di sostenere e proteggere queste scelte della Spagna: lo stesso
sostegno che chiediamo per i Paesi che si trovano nel mirino degli Stati Uniti,
come Cuba, affamata, e Venezuela, ma non solo.
Quando la legge del più forte diventa la norma, nessun Paese ricco di materie
prime o di energia è davvero al sicuro. Anzi, nessun Paese è proprio al sicuro,
nemmeno l’Italia! Per questo, l’umanità — o ciò che ne resta — deve fare una
cosa sola: unirsi e lottare contro ogni forma di imperialismo, capitalismo e
neocolonialismo. Pensare che non toccherà mai a noi, o che finché riguarda i
Paesi del cosiddetto “Sud del mondo” siano affari loro, è come vedere la casa
del vicino andare a fuoco e voltarsi dall’altra parte, convinti che le fiamme
non arriveranno mai fino alla nostra.
E la Marcia dei bruchi?
Questa iniziativa porta avanti queste lotte nei territori, coinvolgendo
soprattutto quei giovani che spesso definiamo “il nostro futuro” ma che, in
realtà, sono già “il nostro presente”. La marcia è alla quinta edizione. Mancano
15 regioni! Ce la faremo?
Un appello a fare insieme a noi l’ultimo km, sabato 28 marzo a Milano
Vorrei quindi lanciare questo appello a tutte le persone e ai gruppi di buona
volontà di Milano, della Lombardia e non solo: venite sabato 28 marzo, nel
pomeriggio, e facciamo insieme l’ultimo chilometro e chiudiamo insieme questa
edizione, con un messaggio di speranza: ci siamo e ci impegniamo per un futuro
miglio!
Portate bandiere o cartelloni con messaggi per dare voce alle cause e ai Paesi
che vi stanno a cuore. La marcia si svolgerà nel pomeriggio, dopo le 15, e si
concluderà entro le 18.
PS: informazioni e dettagli su orario, piazza di ritrovo e percorso saranno
disponibili da mercoledì 25 marzo sul sito della Marcia dei bruchi:
www.marciadeibruchi.org
Potete anche contattarmi direttamente per informazioni o adesioni: 320 430 9765.
“Cammineremo insieme e, come bruchi, ci trasformeremo in farfalle. E così
vogliamo trasformare anche il mondo”. Sono le parole di Giacomo, l’adolescente
che diede il nome a questa iniziativa quando aveva 9 anni. Quest’anno ha
partecipato anche lui alla marcia in Val Camonica.
John Mpaliza
https://www.marciadeibruchi.org
https://www.marciadeibruchi.org/appello-ultimo-km-a-milano
Redazione Italia
Le ingerenze della destra sulle scuole. Stilata la “lista nera” di chi non ha celebrato Il Giorno del Ricordo
Il “Giorno del Ricordo”, fortemente voluto dalla destra al governo nel 2004 per
creare una giornata nazionale da contrapporre al 25 Aprile, da ventidue anni ha
la pretesa istituzionale e politica di essere adeguatamente celebrato nelle
scuole. Il 10 febbraio di ogni anno intende ricordare i morti italiani nelle
foibe […]
L'articolo Le ingerenze della destra sulle scuole. Stilata la “lista nera” di
chi non ha celebrato Il Giorno del Ricordo su Contropiano.
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra.
Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea
di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione
militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania,
laddove i diritti sono negati.
Quali sono state le maggiori difficoltà?
Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i
Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di
supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in
questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha
congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già
approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si
sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma
(ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso
toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è
stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna
prova in questo senso.
Come vi finanziate?
In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per
la Cooperazione che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza
grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune
fondazioni private.
Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia.
Ci sono ancora?
Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane
doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità
sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte
altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni
continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le
violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni
attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati,
vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese.
Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni?
Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona
bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono
occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in
cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti,
si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a
volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati
accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio
trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in
mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano
con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo
indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col
sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco.
Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due
comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno
rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare
le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove
si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di
loro sono stati accolti.
È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che
ci sia un internazionale tuteli i palestinesi?
Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che
difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in
faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che
cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più.
Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al
governo, all’occupazione?
Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte
di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è
che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che
siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una
ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior
parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani,
come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa
brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie.
Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica
faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via
perché non riescono a vivere in quel contesto.
Ma vanno tutti tre anni nell’esercito.
Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin
dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che
quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa
comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia,
dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e
addirittura chi si toglie la vita.
Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare?
Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la
loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì
abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di
educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con
Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta
sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il
volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il
tempo si era fermato.
Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i
palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare?
E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e
bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano
gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti
inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete.
Quali erano i rapporti con Hamas?
C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non
abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di
oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero
dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera
molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero
interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori.
Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi
(certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo
costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio,
che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che
abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo
pubblico palestinese.
Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di
accerchiamento e di reclusione?
Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento
alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono
bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane,
anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e
sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali
collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come
parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di
attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza
hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili,
ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di
insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie.
E adesso?
Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la
casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli
gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce
la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai
13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non
completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti
regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio
psicologico, di gruppo o individuale.
Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis.
Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata
importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi
sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di
scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il
nostro personale è composto da 45 persone.
Un altro problema: come fate con il materiale didattico?
Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale
autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo
fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che
vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo
possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo
distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili
per le famiglie.
E la corrente elettrica?
Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva
l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o
pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano
ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i
pannelli solari.
Gli aiuti non entrano.
No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la
delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi
di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di
camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta
questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che
facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi
ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco
direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti
quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati
per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza.
Come avvengono invece i trasferimenti di soldi?
È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così
c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un
abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento
elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati
bravissimi. Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del
nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui
credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e
per le loro famiglie.
Che cosa possiamo fare qua?
Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto,
spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che
avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale
prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di
un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale.
Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera
tutti e tutte.
Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano?
Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la
proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non
possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non
vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce
la facciano a uscire da questa situazione. I coloni armati sono dei criminali
istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando
spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il
vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno
una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella
propaganda.
Andrea De Lotto
PISA: LA SCUOLA NON VUOLE L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE CHE DENUNCIA, “LIMITATI GLI SPAZI DEMOCRATICI”
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
denuncia in un comunicato e ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’impossibilità
di partecipare ad un incontro con studenti e studentesse del liceo scientifico
Dini di Pisa.
Diverse persone dell’Osservatorio erano state invitate a scuola dal Comitato
Studentesco del Dini, per parlare di riarmo e processi di militarizzazione. Il
Consiglio d’Istituto tuttavia ha ritenuto legittimo selezionare chi potesse
accedere ai locali scolastici e chi no.
“Una grave forma di discriminazione, in aperta violazione dell’Articolo 3 della
Costituzione, che impone la pari dignità senza distinzione di opinioni politiche
e condizioni personali” scrive l’Osservatorio, che ha quindi deciso di
boicottare l’incontro.
Ci racconta quanto accaduto Federico, delegato CUB e dell’Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università. Ascolta o scarica
Riportiamo il Comunicato dei Sanitari per Gaza inviatoci in redazione:
Sanitari per Gaza, nel ringraziare per l’invito a portare una testimonianza sul
diritto alla cura e su quanto accade in Palestina, non può che esprimere
solidarietà verso l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole
dell’Università, in merito ai recenti e incomprensibili ostacoli frapposti alla
partecipazione all’assemblea delle studentesse degli studenti del liceo
scientifico Dini.
Il consiglio d’istituto ha selezionato arbitrariamente chi tra gli attivisti
dell’osservatorio potesse prendere parte all’incontro proposto, operando una
discriminazione e una violazione dell’articolo 3 della Costituzione.
Alla luce di queste considerazioni, nonostante la consapevolezza e l’ importanza
di parlare di diritto alla cura e di non spegnere le luci sulla Palestina, siamo
costretti a non accettare l’invito, viste le condizioni imposte, e ci
dichiariamo solidali con l’Osservatorio, perché accettare un compromesso oggi,
significa normalizzare questi comportamenti.
Restiamo a completa disposizione delle studentesse, degli studenti e del corpo
docenti per un futuro incontro, perché la scuola pubblica continui ad essere
luogo di crescita e di confronto, in cui poter sviluppare una coscienza critica
alla base di un agire consapevole.
Rilasciata bimba arrestata dall’ICE. 700 agenti lasciano il Minnesota
I sindacati degli insegnanti del Minnesota si sono uniti a due distretti
scolastici locali in una causa legale volta a impedire agli agenti federali
dell’immigrazione di accedere alle proprietà scolastiche e alle fermate degli
autobus. Alcune scuole delle Twin Cities hanno visto fino alla metà degli
studenti rimanere a casa durante la repressione dell’ICE.
La causa legale è stata intentata subito dopo che la piccola Elizabeth Zuna
Caisaguano, di 10 anni, è stata rilasciata insieme alla madre dal centro di
detenzione per immigrati di Dilley, in Texas, dopo che entrambe erano state
arrestate dall’ICE quasi un mese fa mentre si recavano a scuola nel sobborgo di
Columbia Heights, a Minneapolis. Secondo quanto riferito, la bambina presenta
sintomi influenzali ed è stata colpita da orticaria, suscitando timori per la
sua salute a causa di un’epidemia di morbillo nella prigione dell’ICE di Dilley.
Intanto il cosiddetto “zar della frontiera” del presidente Trump, Tom Homan, ha
dichiarato che 700 agenti federali lasceranno il Minnesota. Homan ha citato
quelli che ha definito “progressi significativi” nel costringere i funzionari
locali a cooperare con la repressione del governo federale. Il governatore del
Minnesota Tim Walz ha definito la mossa un “passo nella giusta direzione”, ma ha
chiesto un ritiro più rapido delle forze federali.
I membri democratici della Camera dei Rappresentanti del Minnesota hanno chiesto
il ritiro completo, scrivendo: “Ci sono ancora più di 2.000 agenti dell’ICE che
terrorizzano ogni giorno le comunità del Minnesota. ICE OUT NOW” (ICE fuori
subito). Gli agenti dell’ICE superano di gran lunga il numero degli agenti del
dipartimento di polizia di Minneapolis.
Democracy Now!
Genocidio a Gaza: giorno 853. Continuano le stragi di civili. GMO: 1.520 violazioni israeliane del cessate il fuoco a Gaza in 115 giorni
Gaza – InfoPal. La situazione nella Striscia di Gaza è devastante, tra
bombardamenti israeliani in un cessate il fuoco continuamente violato da parte
del regime di Tel Aviv, i crolli delle poche strutture ancora in piedi, le
piogge e il forte vento. Nel frattempo, il mainstream ha distolto la già scarsa
attenzione da Gaza, avallando un accordo di pace coloniale e a danno della
popolazione indigena, e l’ha posta sugli attivisti pro-Pal in Europa e in
Italia. Una vergogna nella vergogna. Nel frattempo, con il Board of Peace, il
processo di colonizzazione israelo-statunitense della Striscia prosegue
impunemente.
Un palestinese ucciso a Khan Yunis; altri due muoiono per le ferite.
Un cittadino palestinese è stato ucciso dal fuoco israeliano a Khan Yunis,
giovedì, mentre altri due sono morti a causa delle ferite riportate in
precedenti attacchi sulla Striscia di Gaza.
Secondo fonti mediatiche, un giovane identificato come Baha al-Fajam è stato
ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane nella città di Bani
Suheila, a est di Khan Yunis.
Un altro cittadino, Rami Abu Qirshein, è deceduto a causa delle ferite riportate
mesi fa in un attacco israeliano su Khan Yunis.
Anche l’ex prigioniero Basel al-Haymouni, un esiliato di al-Khalil/Hebron in
Cisgiordania, è stato dichiarato morto oggi dopo aver ceduto alle ferite
riportate in un attacco aereo israeliano che lo aveva preso di mira mercoledì a
Gaza. Era stato forzatamente inviato a Gaza diversi anni fa dopo il suo rilascio
nell’ambito dell’accordo di scambio dei prigionieri del 2011.
Nel frattempo, giovedì mattina aerei, da guerra israeliani hanno lanciato
attacchi su varie aree della Striscia di Gaza, mentre le forze di terra hanno
demolito abitazioni a est della città di Gaza.
Diversi raid sono stati effettuati anche a est di Deir al-Balah, nella parte
centrale di Gaza, mentre l’artiglieria ha preso di mira aree a est della città
di Gaza.
Veicoli corazzati israeliani hanno aperto il fuoco a est di Khan Yunis, mentre
elicotteri hanno sparato verso Rafah nel sud e il campo profughi di al-Bureij
nel centro.
Anche le cannoniere israeliane hanno aperto un intenso fuoco di mitragliatrici
al largo delle coste di Khan Yunis e Rafah, nel sud. Inoltre, aerei da guerra
hanno effettuato un altro attacco a est di Khan Yunis.
Uno dei giorni più mortali dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza: Israele
uccide 23 palestinesi, chi erano le vittime.
Gli attacchi israeliani di ieri, mercoledì, in tutta la Striscia di Gaza, hanno
ucciso almeno 23 palestinesi, in uno dei giorni più mortali dall’inizio del
cosiddetto cessate il fuoco a ottobre. Tra le vittime c’erano un paramedico,
diversi bambini, un neonato e una farmacista.
Fonti mediche e locali hanno riferito che 14 persone sono state uccise nei
bombardamenti israeliani sui quartieri di Tuffah e Zeitoun della città di Gaza,
tra cui un neonato di cinque mesi.
Altre tre persone sono state uccise in un attacco contro le tende che ospitavano
famiglie sfollate a Khan Younis, nel sud. Tra loro c’era un paramedico che si
era precipitato sul posto dopo un attacco precedente per curare i feriti, prima
di essere preso di mira in un secondo attacco che lo ha ucciso insieme a due
sorelle, Rahaf e Remas.
Almeno sette bambini figuravano tra coloro che sono stati uccisi mercoledì.
Entesar Shamallakh, una farmacista della Palestinian Medical Relief Society, è
stata anch’essa uccisa. Soldati israeliani hanno aperto il fuoco
indiscriminatamente contro edifici residenziali nel quartiere di Al-Tuffah, a
est della città di Gaza, secondo Healthcare Workers Watch (HWW), segnando il
terzo operatore sanitario ucciso a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco di
ottobre.
Screenshot
Un detenuto palestinese, Basel Haimouni, che era stato rilasciato dalle carceri
israeliane nel 2011 ed esiliato a Gaza, è stato anch’egli ucciso in un attacco
israeliano.
Una bambina di 11 anni e suo padre sono stati uccisi in un attacco israeliano
contro la loro tenda nel centro di Gaza.
Secondo il portavoce della Protezione Civile Palestinese a Gaza, “La guerra non
si è fermata a Gaza e i civili continuano a essere uccisi sistematicamente”.
“Mentre dormivamo nella nostra casa, il carro armato ci ha bombardati e i colpi
hanno colpito la nostra casa, i nostri figli sono stati martirizzati – mio
figlio è stato martirizzato, il figlio e la figlia di mio fratello sono stati
martirizzati… Non abbiamo nulla a che fare con nulla, siamo persone pacifiche”,
ha dichiarato Abu Mohamed Habouch, parlando al funerale della sua famiglia.
Gli attacchi di mercoledì sono arrivati solo pochi giorni dopo che le forze
israeliane hanno ucciso circa 30 palestinesi in attacchi in tutta l’enclave, in
uno dei giorni più sanguinosi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco.
GMO: 1.520 violazioni israeliane del cessate il fuoco a Gaza in 115 giorni.
Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza più di 1.520 volte in 115 giorni,
uccidendo centinaia di civili e bloccando l’ingresso di aiuti tanto necessari.
Israele ha ucciso più di 556 palestinesi da quando il “cessate il fuoco” è
entrato in vigore quasi quattro mesi fa, tra cui 288 bambini, donne e anziani.
Almeno 71.803 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani
dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023.
L’Ufficio Governativo per i Media (GMO) a Gaza ha rivelato mercoledì che le
forze di occupazione israeliane hanno commesso 1.520 violazioni dell’accordo di
cessate il fuoco da quando è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 fino ad oggi.
Queste violazioni hanno causato 559 vittime palestinesi e 1.500 feriti,
nell’ambito di violazioni sistematiche dei termini del cessate il fuoco e del
diritto internazionale umanitario.
Secondo il comunicato, tali violazioni si sono verificate nell’arco di 115
giorni e hanno incluso 522 episodi di colpi d’arma da fuoco, 73 incursioni di
veicoli militari in aree residenziali, 704 raid aerei e attacchi mirati, e 221
demolizioni di abitazioni e di vari edifici.
Il GMO ha sottolineato che il 99% delle persone uccise erano civili, tra cui 288
bambini, donne e anziani, e 268 uomini. Tra i 1.500 feriti, oltre 900 erano
bambini, donne e anziani, molti dei quali sono stati colpiti all’interno di
quartieri residenziali e lontano da qualsiasi linea del fronte, portando il
tasso di feriti civili al 99,2%.
Il comunicato ha inoltre riportato l’arresto di 50 palestinesi durante questo
periodo, tutti provenienti da aree residenziali e al di fuori delle linee
designate del cessate il fuoco.
Il GMO ha affermato che solo 29.603 camion di aiuti, commercio e carburante sono
entrati a Gaza, su un totale previsto di 69.000, con un tasso di conformità di
appena il 43%. I camion di carburante hanno rappresentato solo il 14% del volume
concordato.
Ha inoltre osservato che Israele non ha rispettato gli obblighi del protocollo
umanitario, inclusi l’ingresso di tende, rifugi e case mobili, macchinari
pesanti per la rimozione delle macerie e il recupero delle vittime, forniture
mediche, la riapertura del valico di Rafah e il funzionamento della centrale
elettrica di Gaza.
Ha inoltre condannato le violazioni in corso lungo la linea gialla (la zona
cuscinetto).
Il GMO ha anche avvertito che le continue violazioni minano pericolosamente il
cessate il fuoco, aggravando la catastrofe umanitaria a Gaza. Ha ritenuto
Israele pienamente responsabile del deterioramento delle condizioni e delle
morti civili.
(Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute
di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network,
PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori).
Per i precedenti aggiornamenti:
https://www.infopal.it/category/genocidio-e-pulizia-etnica-a-gaza
Human Rights Watch: Israele sta commettendo un genocidio a Gaza
Gaza. Philippe Bolopion, direttore esecutivo di Human Rights Watch, ha accusato
le forze israeliane di commettere un genocidio nella Striscia di Gaza,
affermando che l’organizzazione ha documentato numerosi crimini commessi dal
governo israeliano contro i civili.
In dichiarazioni ad Al Jazeera, Bolopion ha osservato che il governo degli Stati
Uniti non ha adottato misure serie per fermare le atrocità a Gaza. Ha inoltre
sottolineato che la violenza dei coloni in Cisgiordania ha raggiunto il suo
picco, provocando lo sfollamento dei residenti dei campi profughi.
In uno sviluppo correlato, Human Rights Watch aveva precedentemente dichiarato
che il governo israeliano ha ostacolato il diritto dei rifugiati palestinesi a
tornare nelle loro terre.
L’organizzazione ha ribadito che lo sfollamento dei palestinesi è tuttora in
corso, definendo queste azioni un crimine contro l’umanità commesso dal governo
israeliano.
Sul terreno, fonti mediche hanno riferito che dall’alba di oggi 24 civili sono
stati uccisi in attacchi aerei israeliani su Gaza, in una chiara violazione
dell’accordo di cessate il fuoco.
Questi sviluppi avvengono mentre le forze israeliane continuano a violare
l’accordo di cessate il fuoco raggiunto con Hamas, entrato in vigore lo scorso
ottobre
9-13 febbraio: per la libertà di insegnamento
ripreso da « Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università». Con link al Appunti resistenti per la libertà di insegnamento .
Settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento 9-13 febbraio. Dalla
crisi internazionale dei diritti alle piazze A dicembre insegnanti, studenti e
studentesse di 500 scuole, aderendo a una proposta didattica di Docenti per
Gaza, hanno partecipato a
Genocidio a Gaza: giorno 851. 5 Palestinesi uccisi nelle ultime 24 ore. Dal cessate il fuoco, 526 palestinesi sono stati uccisi e 1.447 feriti a causa delle violazioni israeliane. Rafah riapre per 5 pazienti, 20.000 in attesa di cure, 900 già morti
Gaza -InfoPal. La situazione nella Striscia di Gaza è devastante, tra
bombardamenti israeliani in un cessate il fuoco continuamente violato da parte
del regime di Tel Aviv, i crolli delle poche strutture ancora in piedi, le
piogge e il forte vento. Nel frattempo, il mainstream ha distolto la già scarsa
attenzione da Gaza, avallando un accordo di pace coloniale e a danno della
popolazione indigena, e l’ha posta sugli attivisti pro-Pal in Europa e in
Italia. Una vergogna nella vergogna. Nel frattempo, con il Board of Peace, il
processo di colonizzazione israelo-statunitense della Striscia prosegue
impunemente.
Il Ministero della Salute di Gaza ha annunciato lunedì che cinque salme
palestinesi sono state trasportate negli ospedali della Striscia di Gaza nelle
ultime 24 ore. Tra loro, due corpi sono stati recuperati da sotto le macerie,
oltre a quattro feriti.
Secondo il Ministero, il bilancio totale delle vittime e dei feriti dall’inizio
della guerra genocida israeliana contro Gaza, il 7 ottobre 2023, ha raggiunto
quota 71.800 e 171.555 feriti.
Il Ministero ha osservato che molte vittime rimangono intrappolate sotto le
macerie e sulle strade, poiché le squadre di emergenza e di protezione civile
non sono ancora in grado di raggiungerle a causa dei continui attacchi e delle
restrizioni di accesso.
Dall’entrata in vigore dell’ultimo cessate il fuoco, l’11 ottobre 2025, 526
palestinesi sono stati uccisi e 1.447 feriti a causa delle violazioni
israeliane. Inoltre, 717 corpi sono stati recuperati da sotto le macerie durante
questo periodo.
Bombardamenti contro funerale.
Ieri, Israele ha bombardato una casa di condoglianze nel campo profughi di
Al-Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale.
Secondo le prime notizie, oltre una dozzina di palestinesi sono rimasti feriti,
tra cui bambini piccoli.
Rafah riapre per 5 pazienti, 20.000 in attesa di cure, 900 già morti
Solo una manciata di palestinesi malati e feriti è stata autorizzata ad
attraversare il valico di Rafah nel primo giorno di riapertura parziale,
mettendo a nudo il rigido controllo israeliano imposto dopo oltre 20 mesi di
chiusura.
Sebbene inizialmente i funzionari parlassero di circa 200 movimenti, Israele ha
consentito l’uscita di soli cinque pazienti, ognuno accompagnato da due parenti,
mentre decine di persone sono state ritardate o bloccate dai controlli di
sicurezza israeliani e le ambulanze hanno atteso per ore al confine.
La riapertura limitata avviene in un momento in cui circa 20.000 palestinesi
necessitano urgentemente di evacuazione medica, tra cui oltre 11.000 pazienti
oncologici, con il sistema sanitario di Gaza devastato dagli attacchi
israeliani, tra cui la distruzione dell’unico ospedale oncologico specializzato
della Striscia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che 900 pazienti sono già
morti in attesa di lasciare Gaza, e i funzionari sanitari palestinesi
riferiscono che 4.000 pazienti con referti ufficiali non sono ancora in grado di
attraversare.
(Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute
di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network,
PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori).
Per i precedenti aggiornamenti:
https://www.infopal.it/category/genocidio-e-pulizia-etnica-a-gaza