Pedagogia della crudeltà, necropolitica e nuove élite
GLI EPSTEIN FILES NON RIVELANO UN’ECCEZIONE, NUTRITA DI PEDAGOGIA DELLA
CRUDELTÀ, MA SONO IL VOLTO DEL POTERE CHE DECIDE CHI PUÒ VIVERE E CHI PUÒ MORIRE
Foto di Rob Griffin su Unsplash
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Con pedagogia della crudeltà Rita Segato indica il processo attraverso cui la
violenza viene insegnata, appresa e normalizzata come competenza necessaria
all’esercizio del potere. Non si tratta di devianza individuale né di eccesso
morale, ma di un addestramento sistemico: la crudeltà è trasmessa come sapere
pratico, come capacità di scindere l’azione dal legame, il godimento dalla
responsabilità, la decisione dalla colpa.
La pedagogia della crudeltà agisce come dispositivo di disattivazione del
vincolo: essa non distrugge semplicemente i legami, ma li rovescia, trasformando
la relazione in dominio e il contatto in violazione. Il corpo dell’altro diventa
superficie di iscrizione del potere (qui un’intervista di Raúl Zibechi a Rita
Segato a proposito di potere maschile, guerre attuali e Gaza: Contro la legge
del potere di morte).
Gli Epstein Files rendono visibile questa pedagogia nella sua forma più nuda. Il
sistema costruito attorno a Jeffrey Epstein non va letto primariamente come rete
criminale privata, ma come dispositivo iniziatico occulto per la formazione
delle élite necropolitiche.
In questo dispositivo convergono quattro funzioni fondamentali.
La prima è l’addestramento alla scissione: i soggetti coinvolti apprendono a
separare radicalmente vita pubblica e vita segreta, decisione e desiderio,
potere e legge. Questa scissione è una competenza politica: consente di
esercitare violenza senza simbolizzazione.
La seconda è la produzione di complicità irreversibile. La partecipazione a
pratiche indicibili genera un vincolo negativo: non il legame che obbliga alla
cura, ma quello che obbliga al silenzio. Il vincolo non è più circolazione, ma
ricatto permanente.
La terza è l’iniziazione alla disumanizzazione. Le vittime non sono
semplicemente abusate: sono pedagogicamente trasformate in oggetti. Il messaggio
è chiaro: alcuni corpi non contano, alcune vite sono disponibili.
La quarte, infine, è la naturalizzazione della impunità. La violenza sistemica e
la perversione delle élite non sono residui arcaici, ma dispositivi di
addestramento necropolitico funzionali alla riproduzione del potere. Il sistema
insegna che la legge non è un limite universale, ma una risorsa selettiva. Chi
appartiene al circuito è al di sopra della norma; chi ne è escluso è esposto.
In questo senso, gli Epstein Files non rivelano un’eccezione, ma una tecnologia
di governo coerente con ciò che Achille Mbembe definisce necropolitica: il
potere che decide chi può vivere e chi può morire, chi è protetto e chi è
sacrificabile. Qui la morte non è solo fisica: è morte civile, simbolica,
relazionale. Le élite così formate non sono semplicemente ciniche: sono educate
alla crudeltà. La pedagogia della crudeltà costituisce il loro curriculum
implicito, il prezzo di accesso a un potere che non riconosce più il vincolo
come limite.
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