Tag - propaganda

Sottocosto
di   Mauro Armanino Dai poveri e migranti al lavoro precario, dai sogni al futuro: nella società del mercato tutto può essere svalutato. Persino le parole, quando smettono di raccontare …
September 4, 2026
Osservatorio Repressione
Hanover: finto think tank utile a diffondere propaganda israeliana
Un’inchiesta originariamente svolta dal Guardian ha svelato il meccanismo utilizzato da un finto Think tank – inesistente in quanto senza sede, senza indirizzi né referenze – “Hanover” che allena l’intelligenza artificiale nella creazione di propaganda ad hoc in favore di Israele e del suo operato. Eliana Riva ne ha parlato in un suo recente articolo e ai nostri microfoni racconta il funzionamento di questo metodo di propaganda molto raffinato, supportato dagli Stati Uniti e utilizzato come arma di guerra nel cercare di costruire una narrazione che legittimi il genocidio utilizzando strumentalmente la carta dell’antisemitismo.
September 3, 2026
Radio Blackout - Info
Think tank, influencer e IA: così Israele prova a riscrivere la propria immagine
Non passa giorno senza che emergano nuove informazioni su come l'apparato della comunicazione pubblica israeliana elabori nuove strategie e nuovi stratagemmi per orientare l'opinione pubblica e le politiche di nazioni che, sulla carta, dovrebbero essere alleate, ma che, spinte dal malcontento popolare, prendono sempre più le distanze dalle posizioni militariste di Tel Aviv. Israele cerca dunque di correre ai ripari, premendo sull'acceleratore per mettere in ombra tanto le posizioni di simpatia verso le sofferenze del popolo palestinese, quanto le proteste legate alla guerra con l'Iran, ricorre... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post Think tank, influencer e IA: così Israele prova a riscrivere la propria immagine appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
VERONA: GLI AUDIO DEI DIBATTITI DEL FESTIVAL FOMENTO
Nel mese di agosto Radio Onda d’Urto ha trasmesso i dibattiti che si sono svolti presso il Festival Fomento, che si è svolto presso lo spazio Gigi Piccoli di Via Caroto 1 a Verona, tra il 30 aprile e il 2 maggio scorsi. Oltre ai dibattiti, che si sono concentrati su temi quali imperialismo, propaganda, movimento e salute, il festival ha ospitato laboratori, assemblee aperte, presentazioni di libri, proiezioni di documentari e banchetti informativi. Sul canale Fomento Festival verranno pubblicati a breve i video dell’ultima edizione. Ringraziamo compagne e compagni di Fomento per aver condiviso con la radio gli audio dei dibattiti. QUALE MOVIMENTO? Il conflitto sociale tra protesta e populismo. Dibattito con Alessandro Barile. Fomenta l’incontro Marco Tabacchini. Dalla crisi del marxismo negli anni ‘70, al movimento dei centri sociali, fino alla parabola discendente della sinistra altermondista del dopo Genova 2001. Alla luce delle sconfitte che segnano la storia recente, quali sono i nodi da affrontare per ricomporre dal basso un’unità politica conflittuale, un movimento di massa capace di uscire dalla deriva populista e rimettere al centro gli interessi di lavoratori e lavoratrici per produrre un cambiamento reale? È possibile emanciparsi dalle stanche forme della protesta e tornare a darsi obiettivi concreti dentro un orizzonte comune? Ascolta o scarica CONTRO LA SCUOLA NEOLIBERALE. Presentazione del libro. Con Rossella Latempa, Emanuele Caon e Giovanni Ceriani. Nato dall’esperienza del collettivo “Consigli di classe”, il volume è una raccolta di voci di insegnanti, ricercatori, studiosi che vivono ogni giorno in prima persona il mondo della scuola e che trovano profondamente inadeguato il modo in cui le questioni educative vengono oggi trattate nel dibattito generale e nelle scelte politiche. Le recenti trasformazioni dell’istruzione pubblica hanno ridotto l’intero sistema della formazione ad agenzia di soddisfazione dei bisogni di studenti, famiglie e imprese, convertendolo in un prodotto a misura del paradigma neoliberale e delle sue esigenze. È solo assumendo la scuola pubblica come luogo di resistenza alla potenza pervasiva del mercato che essa può riguadagnare la centralità che le spetta: è nel lavoro docente, nella trasmissione del sapere e in una relazione educativa svincolata sia da ogni autoritarismo, sia dalla logica dell’efficienza e dalle astrazioni pedagogizzanti, che emerge il ruolo dell’istruzione come spazio di conoscenza, conflitto, trasformazione del presente ed emancipazione. Ascolta o scarica SE 24 ORE VI SEMBRAN POCHE. Studio per la riduzione dell’orario di lavoro. Presentazione con Davide Dibitonto. Il realismo capitalista ci fa credere che non ci sia alternativa alle 40 ore di lavoro settimanali. Vieni a conoscere la proposta di riduzione della settimana lavorativa del movimento accelerazionista gratuitista. Ascolta o scarica QUALE IMPERIALISMO? Leggere i conflitti internazionali. Dibattito on John Bellamy Foster (da remoto) e Carlo Fino. Fomenta l’incontro: Nicolò Pedrollo. Cosa intendiamo con imperialismo e quali sono le possibili interpretazioni del fenomeno? Russia e Cina sono stati imperialisti? A partire dall’imprescindibile lavoro di Lenin cercheremo di mappare i diversi posizionamenti contemporanei, soffermandoci sulle con continuità e le discontinuità con il suo pensiero. Proveremo poi a capire se come categoria possa essere ancora utile per comprendere lo scenario globale di oggi, con particolare riferimento alle relazioni di sfruttamento neocoloniale. Ascolta o scarica QUALE CURA? Classe e salute mentale. Dibattito con Vincenzo Costa e Gabriele Germani. Fomenta l’incontro: Renzo Vendrasco. Sono già numerosi gli autori che correlano la questione della salute mentale alla precarizzazione delle relazioni all’interno della società neoliberista, evidenziando i limiti di un approccio alla cura medicalizzante e relegato alla sfera individuale. È possibile ritrovare una dimensione pubblica della cura che punti all’emancipazione collettiva? Ascolta o scarica QUALE PROPAGANDA? Narrazioni conflittuali in tempo di guerra. Dibattito con Karem from Haifa e Nicolò Monti. Fomenta l’incontro: Mackda Ghebremariam Tesfaù. Prima ancora dei campi di battaglia, il terreno di scontro è quello dell’informazione, le cui caratteristiche sono in continua evoluzione. Come ci possiamo difendere dalla martellante propaganda imperialista a cui siamo sottoposti? Decostruzione e verifica dei fatti da sole sono sufficienti o è necessario passare al contrattacco? Esiste una propaganda ‘buona’? Ascolta o scarica
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Militarizzazione: dalla propaganda alle serie TV. Strumenti per una didattica antimilitarista
Siamo alle solite: ecco che in piena estate rispunta quella che ormai è chiaro a tutti si tratti della punta di un iceberg, ovvero l’ennesimo caso aberrante di mala-polizia che in questo caso coinvolge la Polizia Locale a Milano e dintorni ( clicca qui per le informazioni). Anche in questo caso possiamo individuarne una chiave di lettura sociologica, ma soprattutto trarne degli spunti che possono tradursi in strumenti didattici per stigmatizzare fenomeni che troppo superficialmente vengono derubricati, nel pensiero mainstream, nel capitolo “poche mele marce”. Un’altra formula per derubricare queste violenze spesso adotta il linguaggio cinico e razionale del diritto penale ad esempio “eccesso colposo della legittima difesa” che fanno tornare alla memoria il nauseante dibattito intorno al presunto “omicidio perfetto” di Marta Russo per il quale fino al giudizio in Cassazione si portò avanti il concetto di “omicidio colposo…con dolo eventuale“. I tragici fatti di Milano con il loro lungo strascico di polemiche intorno a quel lungo elenco di “reati in divisa”, rappresenta un caso che mette a dura prova la voglia di tranquillità di quest’inizio d’agosto in cui, come ogni estate, per chi ha voglia di scavalcare a piè pari la solita montagna di “gossip da spiaggia”, può osservare da un lato i tentativi della politica di portare a casa le peggiori leggi/decisioni dell’anno (vedi le chat di Delmastro, il riconoscimento facciale, la clausola di salvaguardia per le spese militari, ecc.ecc.) dall’altro, appunto, i tentativi di una contro-narrazione di una militarizzazione tossica dilagante presentata invece come accattivante, affascinante, parte di quell’uso delle “maniere forti” dei bei tempi andati. I fatti di Milano, infatti, non sono un fulmine al ciel sereno, ma, purtroppo, la punta di un iceberg di una cultura che nel migliore dei casi è accondiscendente rispetto, appunto, alle cosiddette “maniere forti” (ricordiamo l’attuale clamore per il gioielliere che a rapina terminata insegue i malviventi, ormai in fuga, uccidendone due alle spalle e ferendone gravemente un terzo), ma anche semplicemente verso comportamenti diametralmente opposti a quelli suggeriti da un sedicente Stato di diritto. Negli ultimi dieci-quindici anni, in aggiunta al filone poliziottesco aggiornato al nuovo millennio, che ha visto pullulare su tutti i canali a pagamento e/o pubblici diverse serie con poliziotti Carabinieri o magistrati, si sono fatti strada filoni in cui il confine tra legalità e illegalità, tra il bene e il male appaiono sempre più sfumati fino a sfociare nella giustificazione plateale di comportamenti violenti da parte di personaggi che rappresentano le forze dell’ordine. In classe, quindi, rimanendo nell’ambito della cultura italiana potremmo ad esempio analizzare insieme agli studenti e alle studentesse, alcune scene salienti di Rocco Schiavone, il vice questore “romano de Roma”, giunto alla sua settima edizione (iniziata nel 2016). Rocco, il protagonista, appartiene alle forze dell’ordine e rappresenta l’autorità nel suo livello dirigenziale: è vice-questore, un ruolo che nelle puntate viene più volte ribadito da Schiavone stesso nell’ intento di rimarcare il proprio ruolo di potere. Pur rivestendo quel ruolo, Marco Giallini, alias Rocco Schiavone, infrange regole, procedure e leggi: la serie tende a presentarcelo dietro con una mal celata simpatia, senza approvarlo in modo esplicito, ma spingendoci sempre dalla sua parte, deridendo le regole, sempre troppo strette per lui, comprendendone le motivazioni o presentandolo come uno che “fa quello che deve essere fatto”. In questo senso, Rocco Schiavone è quasi il caso perfetto per i nostri tempi: viene addirittura descritto come un poliziotto con un’etica personale, ma che purtroppo, spesso, non coincide con quella prevista per un poliziotto e le cui azioni, proprio per questo, giocoforza oltrepassano frequentemente i margini della legalità. Dopo un fatto grave in cui a pagarne le conseguenze è stata addirittura la moglie che aleggia sempre, come in un sogno/incubo in ogni puntata, il nostro vice-questore, dalla piazza di Roma, terreno di coltura a lui congeniale, viene spedito praticamente al “confino” ad Aosta. Qui porta con sé le proprie malsane abitudini compresa quella di una contiguità con la malavita, tutte però sempre funzionali al raggiungimento finale della cattura del malvivente, tramite una giustizia in po’ addomesticata. Risulta chiaro, però, che quel confine tra legalità e illegalità presentato sempre come bonariamente labile o infrangibile all’occorrenza se applicato tout-court alla realtà attuale e alle modalità tendenziose di buona parte dei mass-media nel presentare fatti di mala-polizia, diventi alla fine un pericoloso elemento più che giustificatorio di tali fatti, diremmo addirittura assolutorio. Rimanendo alle produzioni italiane possiamo poi presentare un altro personaggio anch’esso bonariamente “assolto” su tutti i fronti, attraverso però un’originale chiave tragicomica, in tutte le sue esternazioni violente sessiste e molto spesso anche pesantemente razziste: l’ispettore Coliandro per la regia dei fratelli Manetti. Qui la serie si presenta ancora più accondiscendente nei confronti dell’atteggiamento del protagonista perché lo inserisce, nel meccanismo della commedia all’italiana. Lo spettatore viene piacevolmente spinto a derubricare questi fatti fittizi di malapolizia anche con una semplice battuta sintetizzabile in “in fondo è un bravo ragazzo”, oppure “ma guarda che scemo!”… facendo passare in secondo piano il fatto che il protagonista è un poliziotto, un rappresentante in divisa dello Stato. La chiave tragicomica è quindi la modalità scelta per banalizzare il male commesso dal braccio armato della legge e alla fine assolverlo. Rimanendo sempre in tema di formazione e strumenti didattici, possiamo prendere in prestito un terzo personaggio che ha influenzato molto, (anche in quanto rappresentante emblematico di quella cinematografia “colonizzante” proveniente dagli USA), quella visione manichea semplificatoria di una società divisa in buoni e cattivi che non ha nessuna intenzione di scavare tra le cause sociali della devianza: l’ispettore Callaghan. Qui la filosofia, volutamente meno articolata sul piano socio-psicologico ma più basata sugli “effetti speciali”, è basata sostanzialmente sul criminale pericoloso che spinge il poliziotto-sempliciotto Callaghan, di fronte a criminali incalliti, ad essere ancora più duro di loro: insomma la forza individuale, contro un sistema burocratico. Sebbene quest’ultimo ancora oggi possa incontrare l’interesse di quel pensiero fascio-leghista dominante in Italia, Rocco Schiavone, al confronto ha un profilo molto più articolato, prevarica spesso illegalmente il “malvivente”, ma porta con sé il dolore e come si diceva qui sopra, la perdita, gli amici, la nostalgia di Roma: è proprio in questa formula di coinvolgimento empatico che sta la pericolosità sociale del personaggio che possiamo stigmatizzare in classe. Per concludere questa trilogia possiamo a questo punto passare ad una rappresentazione filmica per nulla accondiscendente verso tali comportamenti, con il “Cattivo tenente” di Abel Ferrara, interpretato dal grande Harvey Keitel nel 1992: qui senza nessun intento assolutorio o compiacente si scava a fondo nella psiche umana analizzando l’abisso in cui sprofonda il protagonista che diventa alla fine più delinquente degli stessi delinquenti che dovrebbe reprimere. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Trump, il voto e il comunismo
Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump. Da quando […] L'articolo Trump, il voto e il comunismo su Contropiano.
August 4, 2026
Contropiano
Possibili mandanti e propaganda: i lati oscuri della crisi di Ceuta
Dal punto di vista dei numeri, la crisi scatenata dall’ondata di migranti a nuoto che si è diretta su Ceuta, la città spagnola in territorio marocchino, sta rapidamente rientrando: in circa 40mila hanno già fatto ritorno in Marocco senza che si siano registrati incidenti. Quello che non accenna per ora a rientrare è l’uso politico della vicenda, tra polemiche interne e prese di posizioni propagandistiche di Paesi esteri (tra tutti l’Italia). Sullo sfondo, inoltre, rimane una domanda scomoda per tutti, anche per il governo spagnolo che non vuole andare allo scontro con quello marocchino. Cosa è successo realmente e chi ha manovrato una gigantesca operazione che ha visto arrivare via mare e via terra 60mila persone tutte insieme? Che la polizia marocchina non si sia accorta di nulla è impossibile, diversi video mostrano agenti che guardano centinaia di partenti senza intervenire, e un’inchiesta del New York Times riporta che diversi migranti hanno confermato che la polizia di Rabat avrebbe aperto i posti di frontiera incitando le persone ad entrare nel territorio spagnolo. Se così fosse, sulle ragioni che potrebbero aver mosso il Marocco (in autonomia o per procura) a voler mettere in difficoltà il governo Sanchez vi sono diverse ipotesi. LE TENSIONI TRA GOVERNO SANCHEZ E MAROCCO Sebbene quanto accaduto nelle ultime ore tra il confine settentrionale del Marocco e Ceuta sia stata considerata la più grande crisi migratoria nella storia dell’exclave spagnola, nel maggio del 2021 circa 8mila persone attraversarono la frontiera in maniera del tutto simile a quanto accaduto nelle ultime ore. Il governo spagnolo contrastò la situazione attraverso il dispiegamento delle forze di sicurezza e l’utilizzo copioso delle cosiddette “devoluciones en caliente”, rimpatri forzosi compiuti non appena le persone migranti varcavano la frontiera. In quell’occasione, molte delle persone che raggiunsero Ceuta furono costrette a rientrare in Marocco, più o meno volontariamente, copione che si sta ripetendo nelle ultime ore. Secondo il ministero degli Interni spagnolo sono circa 60mila le persone che hanno varcato il confine nella giornata di giovedì 30 luglio, sia a nuoto che scavalcando i cancelli e più di 40mila sono coloro che hanno già fatto ritorno nei confini marocchini. Inoltre, secondo le stime di Europa Press sono già 87 le vittime, ma il numero sembra essere destinato a salire. Cinque anni fa la crisi fu scatenata dalla reazione della Corona marocchina in seguito al trasferimento del leader del Fronte Polisario in un ospedale spagnolo. Il caos politico che ne scaturì, causò una crisi istituzionale tra Madrid e Rabat che si concluse con una sostanziale vittoria marocchina. Il ricatto della pressione migratorio bastò a fare decidere al governo di Madrid di abbandonare la neutralità sulla questione saharawi appoggiata dalle Nazioni Unite e nel marzo del 2022 voltò definitivamente le spalle al Polisario approvando la proposta avanzata da Rabat di rendere il Sahara Occidentale un’autonomia sotto il totale controllo marocchino. Sebbene la assertività spagnola nei confronti del progetto di occupazione illegale del Sahara Occidentale da parte del Marocco sia stata stabile nel corso degli ultimi anni, come mai Rabat ha riutilizzato nelle ultime ore la stessa metodologia del maggio del 2021 per costringere Madrid a correre ai ripari? Secondo alcuni media spagnoli a causare la nuova crisi potrebbe essere stata la recente visita del premier Sánchez ad Algeri, durante la quale è stato rimarcato il partenariato strategico e «l’amicizia» tra i due paesi. Inoltre, in quell’occasione Sánchez ha sottolineato l’importanza delle relazioni commerciali ed energetiche con l’Algeria e ha evidenziato il ruolo del paese nordafricano nella stabilità del Sahel. Che le relazioni tra Algeri e Rabat siano tutt’altro che cordiali non è un mistero, in particolar modo se si tiene in considerazione la storica difesa della causa saharawi da parte del governo algerino. Inoltre, in occasione della recente regolarizzazione attuata dalla Spagna delle persone in situazione di irregolarità amministrativa, i cittadini saharawi sono rimasti esclusi dal processo. Tuttavia nell’ultimo mese il Congresso dei Deputati spagnolo ha avanzato una proposta per riconoscere la cittadinanza spagnola a tutti i cittadini saharawi nati prima del 1976 (anno in cui il Sahara Occidentale cessò di essere colonia spagnola e venne occupato dalla corona marocchina). L’IPOTESI ISRAELO-AMERICANA A questo si aggiungono i floridi rapporti diplomatici tra Israele, Stati Uniti e Marocco, che potrebbero pesare sulla questione, con il fine di destabilizzare ancora una volta il governo Sánchez. Rabat nel 2020 fece ingresso negli Accordi di Abramo, in seguito al riconoscimento da parte di Washington della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Da allora, Rabat e Tel Aviv intensificarono le proprie relazioni diplomatiche e commerciali, specialmente nel settore agricolo, turistico e tecnologico. Proprio negli ultimi giorni, un’inchiesta attuata da Forbidden Stories ha confermato che l’intelligence marocchina DGST avrebbe utilizzato il malware israeliano Pegasus nel 2021 per spiare 12.000 cellulari, tra cui i dispositivi dello stesso Sánchez. Pochi mesi dopo lo spionaggio, il governo spagnolo riconobbe ufficialmente il piano sull’autonomia del Sahara Occidentale avanzato da Rabat. Particolari che fanno sospettare a molti che vi possa essere quanto meno la lunga mano israeliana dietro la crisi di Ceuta. Anche considerando i rapporti da lungo tempo tesissimi tra il governo spagnolo (in prima linea per chiedere sanzioni europee contro Israele per i massacri in Palestina) e Tel Aviv. Pedro Sánchez in una conferenza stampa da Ceuta ha definito la crisi come una «minaccia all’integrità territoriale» della Spagna, senza però mai accusare la corona marocchina né altri soggetti. Per ora il premier ha fatto ricadere la responsabilità dell’accaduto sulle «mafie dei trafficanti», accusate di aver cercato di approfittare di una sentenza della magistratura spagnola che ha reso più complicati i rimpatri dei migranti che arrivano via mare. Tuttavia ad accusare direttamente il Marocco sono esponenti di Sumar (partito di sinistra in coalizione con Sanchez), nonché molti analisti e organi di stampa spagnoli, compreso un articolo del più diffuso quotidiano nazionale, El Pais. IN ITALIA (E NON SOLO) È GIÀ TEMA DA CAMPAGNA ELETTORALE Al momento Sánchez si trova costretto a gestire non solo la crisi umanitaria, ma anche le accuse provenienti dalla destra spagnola ed europea. Vox e il Partido Popular hanno criticato la debolezza della gestione espressa dal governo spagnolo. Il caso più emblematico, però, è indubbiamente quello italiano. Le prime reazioni del governo Meloni si sono soffermate sulla proposta di una chiusura unilaterale dello spazio Schengen tra Italia e Spagna, sospeso ufficialmente nella serata di venerdì 31 luglio. L’Italia ha quindi reintrodotto i controlli di frontiera con la Spagna, ovvero con gli aerei e i traghetti in arrivo dal paese, visto che non esistono frontiere di terra tra Roma e Madrid. Una misura giudicata ostile dal governo spagnolo che, dati Frontex alla mano, ha fatto notare che dall’Italia negli ultimi cinque anni sono entrati in Europa 478.600 migranti irregolari (più che da ogni altro punto d’accesso e più del doppio di quelli entrati in Spagna nello stesso periodo), senza che nessun Paese abbia mai sospeso i trattati di libera circolazione con Roma. Meloni ha giustificato la misura come necessaria a «difendere i confini», ma si tratta di una decisione che trova come unica possibile lettura quella propagandistica, nel senso che è oggettivamente priva di ogni razionalità logica. Vi sono infatti tre elementi inconfutabili che rendono del tutto impossibile che i migranti possano arrivare in Italia: 1) Ceuta geograficamente si trova in Africa, quindi i migranti dovrebbero attraversare l’intero Mediterraneo per arrivare senza permesso; 2) Anche se, per assurdo, riuscissero a raggiungere la Spagna continentale ributtandosi tutti insieme in mare, dovrebbero poi percorrere migliaia di km attraversando l’intera Francia per arrivare in Italia; 3) l’ipotesi che arrivino direttamente da Ceuta imbarcandosi su qualche mezzo di trasporto civile è folle, se non altro perché l’enclave spagnola non ha un aeroporto né collegamenti marittimi diretti con l’Italia. Al solito l’interesse italiano, e di molte forze politiche in Europa, pare quello di usare il fatto come ingrediente nella campagna elettorale permanente. Localizzazione di Ceuta (cerchiata in rosso), enclave spagnola situata sulla costa nordafricana Tornando ai fatti. La velocità con la quale più di 50mila persone abbiano varcato la frontiera di Ceuta e che più di 40mila siano già rientrate in territorio marocchino desta indubbiamente qualche sospetto. Alcuni video mostrano la presunta complicità delle forze dell’ordine marocchine al momento dell’ingresso delle persone migranti. Resta il fatto che la complessità della vicenda sembra intrecciarsi su più linee che convergono tutte sullo stesso obiettivo: la stabilità del governo Sánchez. La corona marocchina ha dimostrato più volte di non avere particolari scrupoli nei confronti di chi si mette contro i suoi progetti di espansione. Questa crisi dimostra più elementi: sebbene alcuni esperti sottolineino come il Marocco possa essere una pedina del volere israeliano-statunitense, Rabat non solo mette in evidenza la vulnerabilità geografica di un lembo di terra conteso con l’Europa, ma anche il potere diplomatico di cui dispone per mettere in ginocchio la stabilità di un governo e le rispettive relazioni all’interno del contesto europeo. Più di ottanta persone hanno pagato con la loro vita, dimostrando ancora una volta il prezzo delle tensioni geopolitiche. The post Possibili mandanti e propaganda: i lati oscuri della crisi di Ceuta appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 1, 2026
L'INDIPENDENTE
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il […] L'articolo Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
La “giusta misura” della propaganda di la Repubblica per Telt
Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo promozionale. Nell’articolo che Repubblica dedica […] The post La “giusta misura” della propaganda di la Repubblica per Telt first appeared on notav.info.
July 13, 2026
notav.info
Cinema di propaganda sulla pelle dei palestinesi: da collaborazionisti a eroi, il passo è breve
Come viene segnalato da un interessante e dettagliato articolo di Vdnews, il 27 maggio un comunicato stampa diffuso da Rai Cinema e MasiFilm srl ha annunciato la realizzazione di “Linea di difesa – Gaza”, il primo film di una trilogia cinematografica dedicata alle missioni speciali svolte dall’Italia «nei contesti internazionali più critici per contribuire al mantenimento della pace, garantire la sicurezza e proteggere i civili» (clicca qui). Così recita la presentazione ufficiale del film prodotto con la collaborazione e il supporto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero della Difesa, del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, nonché dell’Unità di crisi della Farnesina. «Dalla sala decisionale di Roma alla mediazione vaticana, fino al perimetro operativo, il film mette in scena lavoro di squadra, senso del dovere, e peso emotivo delle scelte estreme. L’eroismo della responsabilità di un’Italia competente e umanitaria» continua, non senza retorica, il dossier in venticinque pagine di presentazione del film che sarà diretto da Alessandro Tonda, già direttore nel 2025 de Il Nibbio, film sulla storia di Nicola Calipari, anch’esso con un ampio sostegno istituzionale. Dopo il primo film, centrato sull’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), la trilogia dovrebbe continuare con un secondo film sul 9° Col Moschin  (Il 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” è il reparto di incursori  dell’ Esercito Italiano) e il terzo sull’Unità di crisi della Farnesina: «tre storie che valorizzano la vocazione al dialogo, la qualità operativa e il profilo umanitario che da sempre contraddistinguono l’approccio italiano nelle situazioni di emergenza globale». Un’operazione che appare dal sapore decisamente propagandistico e che può essere facilmente letta sia nel segno della retorica di quegli “italiani brava gente” e “popolo d’eroi”, che dell’esaltazione della cultura della difesa militare prodotta attraverso la decantazione dell’azione eroica degli appartenenti agli apparati militari, polizieschi e di intelligence di Stato. D’altra parte, tutto ciò emerge in maniera lampante dall’osservazione dell’immagine che apre il dossier di presentazione del film: un grande aereo militare al centro dell’immagine sovrasta un paesaggio devastato, sullo sfondo appena distinguibili delle persone vittime dei bombardamenti, al centro il titolo “Linea di difesa”, con l’ultima parola, più grande delle altre, unica a colori: quelli del tricolore italiano! “Gli eroi” protagonisti del film – una funzionaria dell’AISE, proveniente dalla Polizia di Stato (interpretata da Sara Seraiocco), un veterano delle forze speciali, ora sotto copertura dell’AISE (interpretato da Stefano Accorsi), un comandante del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti (Vinicio Marchioni) – come recita la sinossi, per salvare Asif, un minore di tredici anni e altri, derogheranno al protocollo e accetteranno una moneta di scambio operativa, «mentre l’Unità di Crisi italiana prepara visti e posti negli ospedali italiani, il varco si apre per tempo breve, ma nessuno ha intenzione di mollare, perché in gioco c’è il valore della vita stessa». A pensar male si fa peccato, ma sappiamo che difficilmente ci si inganna. E, allora, come non vedere in questa produzione un tentativo di “brandwashing” (e anche di pessima fattura) di fronte alla connivenza e collaborazione spudorata che il governo italiano ha mostrato verso quello israeliano in questi ormai quasi tre anni di genocidio? Nessun accordo con Israele a livello governativo è stato interrotto, nessuna condanna chiara dell’operato criminale dello stato sionista in nessuna sede, nazionale, europea, internazionale è stata espressa dal governo italiano; anzi condannata, censurata, repressa sistematicamente è stata ogni forma di solidarietà attiva che la società italiana ha mostrato verso la popolazione palestinese… Di esempi ne potremmo citare fin troppi, dalle bandiere fatte togliere dai balconi, alle segnalazioni ai servizi sociali attivate per aver partecipato a uno sciopero della fame per Gaza, alle ispezioni ministeriali nelle scuole per aver parlato del genocidio con una rappresentante dell’ONU, alle denunce e condanne verso gli attivisti per le manifestazioni contro l’operato criminale israeliano… L’atteggiamento, sprezzante verso qualsiasi norma del diritto internazionale e verso qualsiasi principio democratico, è costato al governo italiano un’ondata di rabbia e dissenso espressosi nelle piazze dell’autunno scorso, in molte forme e molti contesti territoriali di tutto lo Stivale: dunque quale maniera migliore di rifarsi una faccia se non con la promozione di una trilogia nella quale l’apparato militare e di Intelligence italiano venga mostrato nel ruolo di salvatore e benefattore delle povere vittime delle guerre, tra cui i palestinesi di Gaza? Leggendo la presentazione del progetto e la sinossi del film, non  può non colpire il lampante ordine discorsivo coloniale: protagonisti sono i salvatori bianchi, occidentali, con le loro tecnologie sofisticate e i loro apparati efficienti; sullo sfondo la popolazione di Gaza, oggettificata, vittimizzata, privata di ogni capacità di azione autonoma… Anche perché, sappiamo bene che appena questi soggetti – gli altri – iniziano a parlare e ad agire autonomamente,  subito diventano i nemici: quei nemici che è giusto bombardare, torturare, privare di tutto perché disumanizzati. Vittimizzare e disumanizzare sono facce di una stessa medaglia, appartengono entrambe a un processo di negazione della dignità ad esistere autonomamente, liberamente. D’altra parte, non solo viene fatta scomparire la popolazione palestinese ma anche gli autori del genocidio! In oltre venticinque pagine di presentazione mai viene nominato l’IDF o il ruolo e la responsabilità di Israele, un vuoto lampante e sconcertante emerge dalla descrizione del film: da dove arrivino i bombardamenti, da chi siano provocate le distruzioni e le sofferenze della popolazione che il governo italiano si propone di salvare resta un mistero… Quasi fosse una terribile catastrofe naturale o divina, di fronte alla quale cala un velo di silenzio omertoso. Pensando che l’ipocrisia di fronte a un genocidio possa essere il peggio a cui si possa assistere, ci si può però domandare se ancor peggio non sia voler fare, e in maniera palese, di un genocidio un grande spettacolo, come recita la dichiarazione di Massimiliano Di Lodovico, produttore per MasiFilm: «Con questo titolo accettiamo una sfida produttiva ambiziosa: realizzare un action-thriller italiano dal respiro internazionale, capace di fondere tensione cinematografica, spettacolarità e assoluta autenticità operativa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non possiamo non continuare a denunciare come l’ideologia della difesa totale e la politica della militarizzazione della società sia sostenuta da una propaganda sempre più violenta, ipocrita e di cattivo gusto che arriva a utilizzare come strumento la produzione cinematografica. Se da una parte il governo taglia i fondi al cinema italiano, rendendo sempre più difficile la possibilità di fare cinema  soprattutto ai giovani artisti; se, come dimostra il recente caso sul film dedicato alla storia di Giulio Regeni, viene ostacolato qualsiasi tentativo di fare cinema di denuncia rispetto alle connivenze del nostro governo con le violazioni del diritto internazionale;  al contrario il cinema, o quello che ne resta, viene rispolverato come arma di propaganda di Stato, facendo eco ad un triste passato da cui gli attuali governanti sembrano trarre grande ispirazione. Giulia Bausano, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente