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Regno Unito, altra vittoria per Palestine Action: l’azione contro Barclays non è terrorismo
La scure della normativa antiterrorismo non si abbatterà sui cinque attivisti di Palestine Action finiti a processo per aver vandalizzato una filiale della Barclays. Lo ha stabilito il giudice Robert Altham presso la Preston Crown Court, con una decisione salutata da scroscianti applausi e cori di giubilo da parte delle decine di sostenitori del movimento riunitisi all’esterno dell’aula. I cosiddetti “Barclays Five” affronteranno il mese prossimo pene detentive ridotte rispetto a quanto temuto, dal momento che il tribunale ha stabilito l’inapplicabilità dell’articolo 69 del Sentencing Act, norma che avrebbe configurato un nesso causale con il terrorismo. Gli attivisti Brendon O’Hagan, Amanda Kelly, Hmeera Atiqnisar, Mohammed Malik e Alma Yaniv erano stati dichiarati colpevoli lo scorso giugno per l’azione effettuata nell’agosto del 2024. In quel frangente furono infatti infrante le vetrate dell’istituto e l’edificio venne imbrattato con vernice rossa, causando danni quantificati in circa 212 mila sterline. La protesta mirava a denunciare i rapporti tra Barclays ed Elbit Systems, il principale produttore israeliano di armamenti. La condanna per danneggiamento sarà dunque confermata, sfociando in una pena che verrà pronunciata il 4 settembre. Il giudice Robert Altham ha però escluso l’aggravante prevista dalla legislazione antiterrorismo: pur rilevando l’entità dei danni, ha ritenuto che l’episodio non fosse paragonabile ad altre azioni e non avesse colpito un obiettivo sensibile come una fabbrica di armi. Quest verdetto costituisce uno snodo importante, contribuendo a erodere in maniera evidente la narrazione repressiva voluta dalle istituzioni britanniche. Negli ultimi anni, infatti, il governo ha tentato di far passare un messaggio tanto chiaro quanto draconiano: qualsiasi contestazione materiale contro le aziende legate a Israele da parte di Palestine Action doveva essere inquadrata e punita come terrorismo. Non a caso, nel luglio del 2025 il Ministero dell’Interno aveva ufficialmente inserito l’organizzazione nella lista dei gruppi terroristici, equiparandola legalmente a sigle come ISIS o al-Qaeda. L’obiettivo politico, in una pervicace continuità bipartisan, era quello di creare un forte deterrente, trasformando chiunque protestasse contro la macchina bellica in un nemico dello Stato, reprimendo così ogni forma di dissenso. A febbraio l’Alta Corte ha giudicato illegittima e sproporzionata la decisione governativa, ma il successivo 15 giugno la Corte d’Appello ha stabilito che la proscrizione era legittima. Non si tratta della prima pronuncia favorevole per i membri di Palestine Action. Lo scorso febbraio, la giuria del Woolwich Crown Court di Londra aveva dichiarato non colpevoli sei attivisti britannici del movimento accusati di furto aggravato e altri reati in relazione a un’irruzione nella fabbrica di Elbit Systems nel sud-ovest dell’Inghilterra, scagionando Leona Kamio, Samuel Corner, Fatema Rajwani, Zoe Rogers, Jordan Devlin e Charlotte Head dalle accuse più gravi. Secondo l’accusa i sei avrebbero sfondato con un furgone le recinzioni della fabbrica e, una volta all’interno, avrebbero danneggiato attrezzature e provocato scontri con il personale di sicurezza. La difesa a processo aveva sostenendo che l’intento del gruppo non fosse quello di commettere reati violenti ma di esprimere una protesta politica contro la fabbrica di armamenti, nel tentativo di fermarne l’attività. Quelle assoluzioni avevano indotto la procura a ritirare la medesima accusa di furto aggravato nei confronti di altri 18 imputati. Nel successivo processo di maggio, Kamio, Corner, Rajwani e Head sono stati condannati per danneggiamento, mentre Rogers e Devlin sono stati assolti. Un altro risultato favorevole è arrivato ad agosto: in un secondo procedimento sull’azione di Filton, la giuria dell’Old Bailey non ha raggiunto un verdetto su 14 dei 15 capi d’imputazione contestati a otto presunti organizzatori. Soltanto uno è stato riconosciuto colpevole di danneggiamento. The post Regno Unito, altra vittoria per Palestine Action: l’azione contro Barclays non è terrorismo appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 22, 2026
L'INDIPENDENTE
Quando il dissenso fa paura
di Samuele Lucia Dalla Gran Bretagna alla Germania fino all’Italia, le norme contro terrorismo e antisemitismo sollevano una domanda scomoda: dove finisce la tutela della sicurezza e dove comincia la …
Quattro attivisti di Palestine Action condannati di nuovo per terrorismo
Avevamo raccontato esattamente un mese fa la storia dei quattro attivisti di Palestine Action condannati per danneggiamento a uno dei siti britannici dell’israeliana Elbit Systems, reato a cui però la corte avrebbero tentato di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo” in sede di scrittura della sentenza. Così è […] L'articolo Quattro attivisti di Palestine Action condannati di nuovo per terrorismo su Contropiano.
June 14, 2026
Contropiano
Regno Unito. La condanna degli attivisti di Palestine Action e la rivolta dei giuristi
Riprendiamo dalla pagina Facebook della scrittrice, blogger e saggista Claudileia Lemes Dias questo interessante articolo. Se vogliamo mantenere un po’ della nostra sanità mentale in questa Europa guerrafondaia, che zittisce di fronte alle barbarie perpetrate da Israele in Medio Oriente, dobbiamo partire da due presupposti elementari: a) salvare vite umane non è terrorismo; b) le armi non sono persone da tutelare con identici diritti. Ieri un tribunale britannico ha tracciato una linea di confine che potrebbe fare tendenza nel diritto europeo, trasformando in “terrorismo” la distruzione di “drone killer” fabbricati da un’azienda israeliana. La condanna a pesanti pene detentive per Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio e Fatema Rajwani, attivisti del gruppo Palestine Action, ci porta a pensare: da quando in qua il danneggiamento di un oggetto inanimato, concepito per uccidere, equivale a un atto terroristico? Come evidenziato in un duro appello firmato da oltre 50 avvocati ed esperti legali “confondere la distinzione tra un’azione diretta di principio e il terrorismo è il tratto distintivo dei regimi autoritari”. Un portavoce del gruppo “Defend Our Juries” ha sottolineato l’eccezionalità dell’evento: “È insolito che gli avvocati si esprimano pubblicamente su procedimenti penali in corso. Il fatto che così tanti eminenti giuristi e docenti di diritto si siano sentiti costretti a farlo dà la misura della portata costituzionale di questo caso.” Il giudice Jeremy Johnson ha giustificato il “legame con il terrorismo” parlando di “gravi danni alla proprietà” e dell’intento di “influenzare il governo”. Ma c’è un’asimmetria morale che la giustizia britannica sembra aver deliberatamente ignorato: la spedizione del 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems a Bristol ha preso di mira e distrutto 40 armamenti, inclusi droni militari destinati ai cieli di Gaza. Quei droni non sono finestre di un ufficio, né automobili private, ma strumenti di distruzione di massa. Assimilare il sabotaggio di “droni killer” al terrorismo è compiere un’acrobazia giuridica, logica e morale, perché: Le armi non sono persone. Il terrorismo, nella sua definizione storica, è l’uso della violenza per colpire o terrorizzare i civili. Neutralizzare un’arma prima che prema il grilletto è una forma di disarmo forzato, non un attacco alla vita. Come ha denunciato Penny Green, professoressa di legge e globalizzazione alla Queen Mary University di Londra: “È più che scioccante che atti di danno penale, volti a prevenire il massacro di massa dei palestinesi da parte di Israele, siano trattati dallo Stato britannico come atti di terrore. Perché la giustizia britannica è stata così svilita e distorta da schierarsi a difesa dei perpetratori di un genocidio?”. Significa ignorare il grido dei medici di Gaza che, accanto ai giuristi e a centinaia di operatori sanitari britannici, inclusi medici e infermieri che hanno prestato soccorso sul campo nella Striscia di Gaza, hanno firmato una lettera aperta di condanna alla sentenza e ricordato al tribunale che gli attivisti hanno agito “nel contesto di un genocidio, di un sistema sanitario distrutto e di una guerra in cui i mezzi di sorveglianza e puntamento sono inseparabili dai mezzi che causano le ferite”. I sanitari hanno rivendicato il dovere etico di fermare la catena di montaggio delle mutilazioni: “Il silenzio di fronte a un’atrocità prevenibile non è neutralità. È complicità. Salvare vite non è terrorismo”. Il “trucco” giuridico e un giudice sotto accusa per parzialità Le condanne inflitte sono pesantissime: cinque anni per Head e Kamio, quattro anni e otto mesi per Rajwani, e sette anni e otto mesi per Corner, ma è la modalità con cui si è giunti a questo verdetto a far balzare dalla sedia i giuristi. Il giudice ha stabilito l’aggravante del “legame terroristico” ai sensi dell’articolo 69 del Sentencing Act 2020 in modo del tutto inedito per un caso di danni penali, bypassando la giuria (che è stata tenuta all’oscuro) e nonostante gli attivisti non fossero stati condannati per reati di terrorismo. Il giurista Michael Mansfield KC, già nominato Consigliere della Regina (Queen’s Counsel) nel 1989, specializzato in libertà civili e nello smascheramento di errori giudiziari, ha definito questa manovra una vera e propria “minaccia costituzionale”: “Si tratta di riclassificare il reato senza un processo. È particolarmente insidioso perché è stato negato loro di spiegare le proprie motivazioni a una giuria. E ora lo Stato eleva la gravità dei reati, quando una giuria avrebbe benissimo potuto non condannarli se avesse saputo che sarebbero stati trattati come terroristi”. Sullo sfondo emergono dettagli non trascurabili sulla condotta del giudice Jeremy Johnson. Gli attivisti avevano presentato un’istanza formale per chiederne la rimozione dal processo, accusandolo di palese parzialità e discriminazione. Johnson si è rifiutato di fare un passo indietro, nonostante si sia dovuto scusare pubblicamente per aver precedentemente tentato di far perseguire per “oltraggio alla corte” l’avvocato capo della difesa, Rajiv Menon KC. Un rappresentante del comitato di difesa ha dichiarato senza mezzi termini: “È ora che il Crown Prosecution Service e il giudice Johnson smettano di usare gli imputati come pedine nella guerra del governo britannico contro Palestine Action”. Un regime post-carcerario da incubo e la caccia ai manifestanti La classificazione di “terrorismo” imposta dal giudice stravolge completamente i diritti dei condannati, perché significa che mentre i detenuti comuni scontano in genere il 40% della pena, i quattro attivisti dovranno scontarne almeno i due terzi, e potranno uscire solo se la commissione per la libertà condizionale riterrà che abbiano “rinnegato le proprie convinzioni.” Basicamente è quanto accade nei regimi totalitari o quanto accaduto negli USA ai tempi del maccarthismo. Una volta fuori, affronteranno fino a 15 anni di obblighi di notifica antiterrorismo. Ogni volta che apriranno un conto in banca, cambieranno indirizzo email o inizieranno una relazione sentimentale, dovranno registrarlo alla polizia. Una minima svista li riporterà dritti in cella. E mentre dentro l’aula si consumava questo strappo costituzionale, fuori la polizia presidiava il tribunale con metodi da stato di polizia: più di 70 persone sono state arrestate solo per aver manifestato solidarietà ed esposto cartelli. Durante le veglie silenziose organizzate per protestare contro la militarizzazione del diritto, gli attivisti sapevano a cosa andavano incontro: “Siamo abituati alla risposta della polizia. Arresteranno per terrorismo anche noi che protestiamo pacificamente. Questo non ci fermerà. Comunque vada, sappiamo già che sono i Quattro di Filton, e non il giudice Johnson, a stare dalla parte giusta della storia”, ha detto uno degli arrestati. I manifestanti hanno causato danni materiali a un’azienda israeliana che produce le armi responsabili dell’uccisione di migliaia di civili. Vale ricordare che il 13 febbraio 2026 l’Alta Corte del Regno Unito si era pronunciata contro il provvedimento, adottato dal governo di Londra il 5 luglio 2025, di dichiarare “gruppo terrorista” e mettere al bando il movimento Palestine Action. Il governo britannico ha fatto ricorso, aprendo la finestra giuridica che ha permesso la condanna dei quattro attivisti, a dimostrazione che il governo Starmer vuole ad ogni costo compiacere il governo Netanyahu e il suo operato genocida. Ma quanto valevano le vite che quei droni assassini avrebbero potuto colpire? E quanto valgono tuttora? Perché se nulla valgono, allora i tribunali occidentali potranno continuare a sentenziare che il metallo di un drone israeliano vale più della carne umana e che esporre un cartello è un azione violenta, terroristica, motivo di arresto. Potranno così mettere nel secchio la parola “giustizia”, senza timore di smuovere le coscienze intimorite. Tutti però saremo al corrente che vale tutto, anche giocare sporco e strappare sentenze con l’inganno per proteggere i mercanti d’armi. Chi ha una coscienza sa che il vero pericolo pubblico è chi fabbrica strumenti di morte e li rivende ai peggiori assassini, non chi difende la vita. Manteniamo questa lucidità come misura delle nostre scelte politiche ed esistenziali. Fonti BBC: “Palestine Action activists jailed over factory raid” (13/06/2026) The Guardian: “Pro-Palestine activists sentenced as terrorists over damage at Israeli arms factory in UK” (12/06/2026) The New Arab: “Top UK lawyers, health workers denounce plan to sentence Palestine Action activists as ‘terrorists’” (12/06/2026) Al Jazeera: “Palestine Action activists could face UK ‘terror’ sentences: What we know” (11/06/2026) Amnesty International Italia: “Regno Unito: illegittimo mettere al bando Palestine action” (13/02/2026)   Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
Imola, 12 giugno: «To Kill a War Machine»
Documentario realizzato da Palestine Action. Organizza l’Assemblea Anarchica imolese. VENERDÌ 12 GIUGNO dalle 21:15 PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO “TO KILL A WAR MACHINE”   Documentario realizzato da Palestine Action, il collettivo che dal 2020  mette in crisi l’industria bellica britannica con azioni dirette contro le fabbriche di armi coinvolte nel genocidio in Palestina.   Di recente il collettivo era stato dichiarato organizzazione illegale da
Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria
Quattro attivisti del gruppo Palestine Action, recentemente condannati per danneggiamento durante un’azione all’interno di una fabbrica di armi, rischiano ora di vedersi aggiunta l’accusa di terrorismo nella sentenza. La notizia è emersa solo martedì 11 maggio, dopo la revoca delle restrizioni sulla copertura mediatica del caso, che avevano impedito ai […] L'articolo Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
Starmer minaccia le proteste pro-Palestina, i solidali rilanciano le prossime piazze
Sale la polarizzazione politica nel Regno Unito intorno alla solidarietà con il popolo palestinese, con il tentativo del primo ministro Keir Starmer di strumentalizzare un caso di cronaca per imporre un ulteriore stretta sul diritto a manifestare e alla critica delle politiche terroriste e genocidiarie di Israele. La polemica è […] L'articolo Starmer minaccia le proteste pro-Palestina, i solidali rilanciano le prossime piazze su Contropiano.
May 4, 2026
Contropiano
Gran Bretagna. Ancora arresti di massa in piazza per chi sostiene Palestine Action
Nella giornata di sabato la polizia di Londra ha arrestato 523 persone durante una protesta a Trafalgar Square, nella capitale britannica. Gli attivisti sono stati arrestati per aver espresso solidarietà con il gruppo “Palestine Action” . Da quando questa organizzazione è stata dichiarata “terrorista” dal governo del Regno Unito lo […] L'articolo Gran Bretagna. Ancora arresti di massa in piazza per chi sostiene Palestine Action su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
PALESTINE ACTION: IN PRIMO GRADO IL TRIBUNALE DECIDE CHE LA MESSA AL BANDO È ILLEGITTIMA
Una sentenza (di primo grado) ha dichiarato illegittima la messa al bando dell’organizzazione Palestine Action, che era stata decisa dal governo britannico nel 2025. Ricostruiamo la vicenda, ripercorrendo alcune delle azioni più importanti di Palestine Action da quando è nata questa organizzazione nel 2020, insieme a Carlo Giannuzzi, collaboratore di Radio Onda d’Urto e autore della trasmissione Diario d’Irlanda. “Il principale bersaglio di Palestine Action è stata fin dall’inizio la società Elbit Systems“, ci spiega Carlo Giannuzzi, “una multinazionale israeliana di tecnologia militare che viene ritenuta la Palestine Action responsabile in particolare della fornitura di droni e di altri strumenti che sono stati usati fra l’altro anche nella striscia di Gaza. Nella sua campagna contro la Elbit Systems, Palestine Action ha occupato stabilimenti, uffici, ha lanciato vernice rossa sugli edifici, danneggiato strutture e così via. Le sue azioni sono aumentate di numero e anche di intensità verso la metà del 2024 e in questa sua campagna Palestina Action ha avuto un certo successo. Elbit ha venduto o chiuso alcune sedi nel Regno Unito”. “Nel giugno 2025 un gruppo di attivisti e attivisti di Palestine Action si è introdotto nella più grande base dell’Aeronautica Militare Britannica, Brize Norton, e ha spruzzato vernice rossa con degli estintori modificati nei motori di due aerei della RAF”. Anche di questa azione, Carlo Giannuzzi ci parla nell’intervista. Ascolta o scarica
February 14, 2026
Radio Onda d`Urto