Regno Unito. La condanna degli attivisti di Palestine Action e la rivolta dei giuristi
Riprendiamo dalla pagina Facebook della scrittrice, blogger e saggista
Claudileia Lemes Dias questo interessante articolo.
Se vogliamo mantenere un po’ della nostra sanità mentale in questa Europa
guerrafondaia, che zittisce di fronte alle barbarie perpetrate da Israele in
Medio Oriente, dobbiamo partire da due presupposti elementari: a) salvare vite
umane non è terrorismo; b) le armi non sono persone da tutelare con identici
diritti.
Ieri un tribunale britannico ha tracciato una linea di confine che potrebbe fare
tendenza nel diritto europeo, trasformando in “terrorismo” la distruzione di
“drone killer” fabbricati da un’azienda israeliana.
La condanna a pesanti pene detentive per Charlotte Head, Samuel Corner, Leona
Kamio e Fatema Rajwani, attivisti del gruppo Palestine Action, ci porta a
pensare: da quando in qua il danneggiamento di un oggetto inanimato, concepito
per uccidere, equivale a un atto terroristico?
Come evidenziato in un duro appello firmato da oltre 50 avvocati ed esperti
legali “confondere la distinzione tra un’azione diretta di principio e il
terrorismo è il tratto distintivo dei regimi autoritari”.
Un portavoce del gruppo “Defend Our Juries” ha sottolineato l’eccezionalità
dell’evento: “È insolito che gli avvocati si esprimano pubblicamente su
procedimenti penali in corso. Il fatto che così tanti eminenti giuristi e
docenti di diritto si siano sentiti costretti a farlo dà la misura della portata
costituzionale di questo caso.”
Il giudice Jeremy Johnson ha giustificato il “legame con il terrorismo” parlando
di “gravi danni alla proprietà” e dell’intento di “influenzare il governo”. Ma
c’è un’asimmetria morale che la giustizia britannica sembra aver deliberatamente
ignorato: la spedizione del 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems a
Bristol ha preso di mira e distrutto 40 armamenti, inclusi droni militari
destinati ai cieli di Gaza. Quei droni non sono finestre di un ufficio, né
automobili private, ma strumenti di distruzione di massa.
Assimilare il sabotaggio di “droni killer” al terrorismo è compiere un’acrobazia
giuridica, logica e morale, perché:
Le armi non sono persone. Il terrorismo, nella sua definizione storica, è l’uso
della violenza per colpire o terrorizzare i civili. Neutralizzare un’arma prima
che prema il grilletto è una forma di disarmo forzato, non un attacco alla vita.
Come ha denunciato Penny Green, professoressa di legge e globalizzazione alla
Queen Mary University di Londra: “È più che scioccante che atti di danno penale,
volti a prevenire il massacro di massa dei palestinesi da parte di Israele,
siano trattati dallo Stato britannico come atti di terrore. Perché la giustizia
britannica è stata così svilita e distorta da schierarsi a difesa dei
perpetratori di un genocidio?”.
Significa ignorare il grido dei medici di Gaza che, accanto ai giuristi e a
centinaia di operatori sanitari britannici, inclusi medici e infermieri che
hanno prestato soccorso sul campo nella Striscia di Gaza, hanno firmato una
lettera aperta di condanna alla sentenza e ricordato al tribunale che gli
attivisti hanno agito “nel contesto di un genocidio, di un sistema sanitario
distrutto e di una guerra in cui i mezzi di sorveglianza e puntamento sono
inseparabili dai mezzi che causano le ferite”. I sanitari hanno rivendicato il
dovere etico di fermare la catena di montaggio delle mutilazioni: “Il silenzio
di fronte a un’atrocità prevenibile non è neutralità. È complicità. Salvare vite
non è terrorismo”.
Il “trucco” giuridico e un giudice sotto accusa per parzialità
Le condanne inflitte sono pesantissime: cinque anni per Head e Kamio, quattro
anni e otto mesi per Rajwani, e sette anni e otto mesi per Corner, ma è la
modalità con cui si è giunti a questo verdetto a far balzare dalla sedia i
giuristi.
Il giudice ha stabilito l’aggravante del “legame terroristico” ai sensi
dell’articolo 69 del Sentencing Act 2020 in modo del tutto inedito per un caso
di danni penali, bypassando la giuria (che è stata tenuta all’oscuro) e
nonostante gli attivisti non fossero stati condannati per reati di terrorismo.
Il giurista Michael Mansfield KC, già nominato Consigliere della Regina (Queen’s
Counsel) nel 1989, specializzato in libertà civili e nello smascheramento di
errori giudiziari, ha definito questa manovra una vera e propria “minaccia
costituzionale”: “Si tratta di riclassificare il reato senza un processo. È
particolarmente insidioso perché è stato negato loro di spiegare le proprie
motivazioni a una giuria. E ora lo Stato eleva la gravità dei reati, quando una
giuria avrebbe benissimo potuto non condannarli se avesse saputo che sarebbero
stati trattati come terroristi”.
Sullo sfondo emergono dettagli non trascurabili sulla condotta del giudice
Jeremy Johnson. Gli attivisti avevano presentato un’istanza formale per
chiederne la rimozione dal processo, accusandolo di palese parzialità e
discriminazione. Johnson si è rifiutato di fare un passo indietro, nonostante si
sia dovuto scusare pubblicamente per aver precedentemente tentato di far
perseguire per “oltraggio alla corte” l’avvocato capo della difesa, Rajiv Menon
KC.
Un rappresentante del comitato di difesa ha dichiarato senza mezzi termini: “È
ora che il Crown Prosecution Service e il giudice Johnson smettano di usare gli
imputati come pedine nella guerra del governo britannico contro Palestine
Action”.
Un regime post-carcerario da incubo e la caccia ai manifestanti
La classificazione di “terrorismo” imposta dal giudice stravolge completamente i
diritti dei condannati, perché significa che mentre i detenuti comuni scontano
in genere il 40% della pena, i quattro attivisti dovranno scontarne almeno i due
terzi, e potranno uscire solo se la commissione per la libertà condizionale
riterrà che abbiano “rinnegato le proprie convinzioni.”
Basicamente è quanto accade nei regimi totalitari o quanto accaduto negli USA ai
tempi del maccarthismo.
Una volta fuori, affronteranno fino a 15 anni di obblighi di notifica
antiterrorismo. Ogni volta che apriranno un conto in banca, cambieranno
indirizzo email o inizieranno una relazione sentimentale, dovranno registrarlo
alla polizia. Una minima svista li riporterà dritti in cella.
E mentre dentro l’aula si consumava questo strappo costituzionale, fuori la
polizia presidiava il tribunale con metodi da stato di polizia: più di 70
persone sono state arrestate solo per aver manifestato solidarietà ed esposto
cartelli.
Durante le veglie silenziose organizzate per protestare contro la
militarizzazione del diritto, gli attivisti sapevano a cosa andavano incontro:
“Siamo abituati alla risposta della polizia. Arresteranno per terrorismo anche
noi che protestiamo pacificamente. Questo non ci fermerà. Comunque vada,
sappiamo già che sono i Quattro di Filton, e non il giudice Johnson, a stare
dalla parte giusta della storia”, ha detto uno degli arrestati.
I manifestanti hanno causato danni materiali a un’azienda israeliana che produce
le armi responsabili dell’uccisione di migliaia di civili.
Vale ricordare che il 13 febbraio 2026 l’Alta Corte del Regno Unito si era
pronunciata contro il provvedimento, adottato dal governo di Londra il 5 luglio
2025, di dichiarare “gruppo terrorista” e mettere al bando il movimento
Palestine Action.
Il governo britannico ha fatto ricorso, aprendo la finestra giuridica che ha
permesso la condanna dei quattro attivisti, a dimostrazione che il governo
Starmer vuole ad ogni costo compiacere il governo Netanyahu e il suo operato
genocida.
Ma quanto valevano le vite che quei droni assassini avrebbero potuto colpire? E
quanto valgono tuttora?
Perché se nulla valgono, allora i tribunali occidentali potranno continuare a
sentenziare che il metallo di un drone israeliano vale più della carne umana e
che esporre un cartello è un azione violenta, terroristica, motivo di arresto.
Potranno così mettere nel secchio la parola “giustizia”, senza timore di
smuovere le coscienze intimorite.
Tutti però saremo al corrente che vale tutto, anche giocare sporco e strappare
sentenze con l’inganno per proteggere i mercanti d’armi.
Chi ha una coscienza sa che il vero pericolo pubblico è chi fabbrica strumenti
di morte e li rivende ai peggiori assassini, non chi difende la vita.
Manteniamo questa lucidità come misura delle nostre scelte politiche ed
esistenziali.
Fonti
BBC: “Palestine Action activists jailed over factory raid” (13/06/2026)
The Guardian: “Pro-Palestine activists sentenced as terrorists over damage at
Israeli arms factory in UK” (12/06/2026)
The New Arab: “Top UK lawyers, health workers denounce plan to sentence
Palestine Action activists as ‘terrorists’” (12/06/2026)
Al Jazeera: “Palestine Action activists could face UK ‘terror’ sentences: What
we know” (11/06/2026)
Amnesty International Italia: “Regno Unito: illegittimo mettere al bando
Palestine action” (13/02/2026)
Redazione Italia