Moby Ovadia incanta a Milano
Dal 3 all’8 Marzo, teatro Carcano. Moni Ovadia. Il cartellone lo mette in
grande. lui il centro, il fulcro, di una storia, della storia, una delle storie
più forti che siano mai state scritte: Moby Dick.
Lui il baricentro impazzito, il capitano che ha perso il senno, l’inseguitore
del destino che vuole prenderlo e sconfiggerlo, lui che sfida l’infinito, la
vita e la morte.
Lo spettacolo inizia, ma per i primi 20 minuti il capitano Achab non appare.
Eppure, la sua presenza si avverte, ogni volta che entra qualcuno in scena
potrebbe essere lui, saranno in 9 alla fine sulla scena, tutti rigorosamente
uomini, come su una baleniera deve essere. Giovani e meno giovani, coraggiosi,
goffi, cialtroni, tutti sbeffeggianti la vita. Ma poi c’è l’ufficiale, il
quacchero Starbuck, quello che prova a resistere ad Achab, quello che, quando la
profezia iniziale dice che uno solo si salverà, tutti pensano a lui, lui che
vuole salvare le vite dei suoi, lui che cerca di frenare il delirio del suo
capitano. Sarà lui a salvarsi?
Che abbiate letto o non abbiate letto il libro, se potrete, andate a vedere
questa rappresentazione esemplare.
Questo spettacolo debuttò a Roma, quasi un anno fa e da allora è stato solo a
Roma, Siena e ora a Milano. Troppo poco. Bello immaginare, come ai vecchi tempi,
la compagnia andare in giro, salire e scendere da treni, forse da pullmini,
forse da aerei, le valige coi costumi, gli alberghi, le cene a tarda ora,
l’aspettarsi, il bere, il raccontarsi. Questo spettacolo merita di prendere il
largo.
Dopo decine e decine di repliche, l’equipaggio sarà davvero tale. Questo
spettacolo puo’ solo crescere.
Moni Ovadia, a un passo dai suoi 80 anni, compare a metà del primo atto e, come
per ogni vecchio attore amato, dal pubblico partono indecisi applausi. In fondo
siamo a Milano, il pubblico è serio, composto, piuttosto attempato, solo alla
fine pioveranno applausi commossi.
Come in quel formidabile romanzo, lo spettacolo è un crescendo: prima parte
dominata da risate sguaiate di uomini imbarcati, e il capitano appare serio,
staccato, concentrato, lui cambia il ritmo dei dialoghi. I silenzi circondano le
sue parole. Moni non recita, è il capitano Achab, è in guerra con una balena, è
in guerra contro un mondo folle dove piovono bombe, dove si compie un genocidio,
dove si sta impazzendo, dove l’essere umano rischia di cancellarsi. Moni conosce
la balena bianca, l’ha vista, davvero.
Moni-Achab trascina tutti, ha una forza dettata dalla sua vita, dalla sua
conoscenza, dalle lingue che parla, dal mondo che ha visto, dagli uomini e dalle
donne che ha conosciuto, dai libri che ha letto. Moni-Achab sa, quello che gli
altri non sanno, lui è il più vecchio, lui ha visto, ha sperimentato, ha perso
un pezzo di sé.
Moni-Achab mangia il cuore di una balena presa, ma è cotto male, il cuoco deve
imparare, deve imparare prima di tutto a parlare con i pescecani che disturbano
la quiete, deve trovare le parole giuste. Moni-Achab spiega, riprende, prova a
formare la sua ciurma, ma in fondo stima tutti questi giovani uomini; lui sa
verso dove li sta portando, sa che il fine è alto, ma che la fine si avvicina.
La storia piano piano si ribalta. Gli uomini che ridevano adesso sono atterriti,
ma è Achab che ora ride, ride degli iceberg, della sorte ignota, delle
disgrazie. Lui punta alla balena bianca, tutto il resto non esiste al confronto.
L’assoluto lo aspetta, e lui lo sfida, lo vuole.
Moni è un capo compagnia, come il grande Eduardo. Intorno ha attori, anche
giovani. Bravi, ma recitano, stanno in superficie, sperano di avere la moneta
inchiodata sull’albero maestro. Vogliono bere e fornicare. Lui, burbero e
affettuoso, li scuote, li prende poi per mano, e li fa scendere, lentamente,
quasi senza che se ne accorgano, negli inferi.
E così da attori che recitano, anche bene, ma ripetono la loro parte, piano
piano, lungo le due ore della scena, il loro atteggiamento cambia. La
drammaticità diventa loro, sono loro su quella barca che è in mezzo ai flutti,
alla tempesta e alla bonaccia, è loro il compagno che muore, quello che si sente
morire, quello che rimane sotto un albero caduto.
Hanno capito dove sono finiti, ma è tardi e si buttano col loro capitano.
Lui è pazzo, ma è pur sempre il capitano, un capitano gigantesco, quanto
l’impressionante balena bianca.
Andrea De Lotto