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Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale, stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio “lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove concessioni ancora da firmare, stenta a partire. Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli interessi di grandi operatori economici e finanziari? GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti costruiti ben oltre i limiti autorizzati. Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e privatizzazione progressiva dello spazio pubblico. Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati, spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea stessa di mare come bene collettivo. LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha cambiato formalmente gestione. Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali. Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione. di Metro Centric (Flickr) Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di posizionamento economico. È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA, produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del demanio nelle mani di grandi operatori economici? UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una pianificazione efficace per la sicurezza in mare. A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o giudiziaria. È anche ambientale. Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti riconducibili ai clan Fasciani e Spada. Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino, sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni — affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica. Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione. Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari, togliendo spazio alle più modeste realtà locali? POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi, scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari. Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno respinto le accuse. Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali, mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei concessionari. Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale sulle amministrazioni e sul governo del territorio. di Andrea Vanni (Flickr) LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile. Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale idea di città verrà costruita lungo il mare. Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in crisi. Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi decenni. Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed esclusivo. La copertina è di Cala mar (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 28, 2026
DINAMOpress
Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico
-------------------------------------------------------------------------------- Alberto, pescatore, durante una battuta di pesca notturna davanti i frangiflutti installati durante i primi lavori del porto turistico a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Nel 2010, sul litorale romano, esattamente a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, è stata posata la prima pietra per la costruzione di un porto turistico. I lavori sono proseguiti per diversi anni prima di interrompersi. Nel 2022, la concessione per la realizzazione del porto è stata aggiudicata all’asta alla società Fiumicino Waterfront (parte del Gruppo Royal Caribbean), integrando al progetto originale una funzione crocieristica. L’intera area coinvolta si inserisce in un contesto delicato, di valore paesaggistico, storico e sociale. La presenza di un faro, dei bilancioni (strutture in legno per la pesca), e di un porticciolo per piccole barche da pesca, rendono questo luogo particolarmente suggestivo. A fare da cornice il fiume Tevere, la zona residenziale di Passo della Sentinella e una Zona Speciale di Conservazione (ZSC), un tratto di terra caratterizzato da una palude salmastra di valore ambientale e interesse europeo. Queste immagini hanno l’obiettivo di mostrare il contesto nel quale si inserirebbe una grande opera come quella di un porto crocieristico. Un luogo dove si susseguono scene che sembrano riecheggiare nel tempo, scuotendolo; un luogo dove si mescolano persone, ciascuna al contempo straniera e autoctona, il cui stretto legame è la terra stessa. Luogo che ti torce la bocca in una smorfia e poi la lascia aperta per lo stupore, mentre racconta la storia di conflitto tra mare e cemento, che lentamente, corrode  l’eredità sotto i piedi dei vecchi e dei bambini. Siamo davvero convinti che esistano progetti di grandi opere per i quali valga la pena accettare la scomparsa di luoghi con caratteristiche uniche? Luoghi che non avremmo alcuna possibilità di trovare altrove? Siamo davvero pronti a spogliarci di tutto, venendo meno alla nostra responsabilità di preservare la terra e il mare di cui abbiamo goduto, privando le generazioni future della possibilità di fare lo stesso? L’intera area vive in uno stato di sospensione da più di dieci anni. -------------------------------------------------------------------------------- Nome del progetto: Deep Blue (autore, Adriano Marchesi) Instagram: adriano_marchesi_ph Testo e foto per Comune: l’utilizzo di terzi deve essere concordato: adrianomarchesi.photography@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Arrivo di una burrasca, Mar Tirreno 2024 Dune dei dragaggi coprono il mare, 2026 Tratto di costa interessato dal progetto del porto crocieristico, 2024 Un uomo posiziona una rete da pesca alla foce del fiume Tevere, 2026 Cementificio installato fronte mare durante i primi lavori del porto turistico, 2024 Un uomo di fronte al muro che interdice l’accesso al mare, 2025 Struttura da pesca tradizionale, nota come Bilancione, 2026 Gianfranco Miconi, detto “Attila”, dentro la sua casa, uno dei Bilancioni, 2024 Area di cantiere intorno al vecchio faro di Fiumicino, 2026 “Barrucca”, pescatore, nella sala comune del porticciolo, luogo di ritrovo, 2024 Un Bilancione alla foce del fiume Tevere, 2025 Eugenio, attivista, contrario alla costruzione del porto crocieristico, 2025 Nicola trasporta un gommone al di là di una rete, 2025 Frequentatori della zona del porticciolo e dei Bilancioni, 2024 Un cigno nella zona salmastra adiacente alla spiaggia dopo una mareggiata, 2026 Partecipanti a un evento musicale svolto nell’area dei Bilancioni, 2025 Una chiesa nell’area residenziale di Passo della Sentinella, 2026 Abitante di Passo della Sentinella, sullo sfondo il fiume Tevere, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico proviene da Comune-info.
May 4, 2026
Comune-info
Nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono
E invece nel Mediterraneo i morti già certi sono 1000. articoli di Luca Casarini, Mediterranea, Paolo Hutter, una trasmissione di Radiotre e una canzone di Luca Faggella   Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle
February 9, 2026
La Bottega del Barbieri
Educazione e iniziative dal mare: soft skills, inclusione e militarizzazione
Venezia, Riva San Biasio, Sestiere Castello: il veliero – nave scuola – Amerigo Vespucci all’ancora, mostra tutta la sua bellezza, lucido di legni, brillante di metalli, nel candore delle vele ancora dispiegate. La folla ammira dalle Fondamenta, i bambini e le bambine aspettano Capitan Uncino. Ancora Venezia, l’Arsenale: i turisti che varcano il suo trionfale ingresso governato dalle due torri, vedono l’enorme invaso protetto dalla lunga corona di mura merlate, guardano con meraviglia le gigantesche gru, visitano il Museo. Difficilmente volgono lo sguardo verso l’altro versante della Laguna dove, i pinnacoli delle abbandonate industrie chimiche e metallurgiche diventano, al tramonto, fantastici castelli di fantasmi, rivolti verso San Marco. Oggi, su quella riva paludosa di Marghera, la Fincantieri ci costruisce le navi da crociera, le stesse che i veneziani odiano. Potrei continuare a dire di bellezza e di disarmonie disarmanti, ricordando il Museo del Mare di Gaeta, ristrutturato a cura dell’Università Sapienza di Roma che, dopo averne scempiato gli antichi spazi interni, ha abbandonato il sito al volontariato e ai pochi fondi del Comune. Eppure, è bello, va visto. Ma, come nelle segnalazioni che commentiamo, nelle favole, l’incanto, la meraviglia sono apotropaici, sono funzionali a creare il clima di sospensione del giudizio, lo stupore che blocca per un attimo il pensiero e lascia senza parola. Insomma, la miscela emotiva che mantiene vivo il consenso verso le iniziative formative e di orientamento (magia delle parole cangianti…) proposte alle scuole italiane dalla Marina Militare. Aderisce al progetto della Fondazione Nave Italia (https://www.naveitalia.org/) con il brigantino Ermes, biblica arca, anche l’Istituto di Istruzione Superiore (IIS) Antonio Stradivari di Cremona che, dalla terra ferma padana imbarca i suoi giovani e i suoi violini (clicca qui per la notizia). Le intenzioni sono al solito inclusive, pacifiste, soccorrevoli: come salvare dal baratro della dispersione scolastica le migliaia di studenti naufraghi, abbandonati senza giubbotti salvavita, nello sconforto che va dalla fragilità, alla esclusione sociale e via verso la devianza della cultura del coltello e dello spaccio. Lo spiega con orgoglio il dirigente dell’istituto padano. Sembrano felici le professoresse e i professori di vedersi ancora una volta scippato il lavoro educativo, di insegnamento, di costruzione di una scuola che provi a sfidare il degrado dei quartieri periferici, lo squallore delle vite famigliari, la violenza delle strade. Le competenze non cognitive, le soft skill dell’affettività e della manualità mutualistica si imparano a bordo. E qui faccio un inciso per segnalare l’articolo di Rossella Latempa su ROARS (https://www.roars.it/le-soft-skills-a-scuola-i-fragili-e-i-metal-detector/). I progetti che presentano le scuole aderenti alla sperimentazione sulle abilità soft, ex legge 19 febbraio 2026 n. 22, di cui scrive Latempa, sono simili a quelli qui segnalati. Passate attraverso le tre fasi previste anche da Nave Italia (momento introduttivo al PNRR per un po’ di educazione economico-finanziaria; team building creativo nell’ambiguità fra le skill dell’individualismo e della cooperazione; mostra finale, ovviamente multimediale e multiverso), le attività proposte verranno giudicate da una Commessione grazie alla restituzione operata dall’INVALSI (e si stenta a crederlo, ma è proprio così). Ormai si sa, noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo affetti da retropensiero, pensiamo che tutto questo navigare serva solo a coltivare i sogni di un lavoro dignitoso signorsì, siano ancorati a una scuola che non esiste più, fatta di aule, banchi, libri, voci che narrano, discutono, cercano. Una scuola dove si impara che – nel Seicento – il giusnaturalista olandese Grozio (Ugo de Groot), fondò il diritto del mare nell’ambito del più ampio diritto internazionale. Il mare infinito, libero da ogni contrattazione profittevole, bene di tutti, definito come inappropriabile, nel secolo in cui la proprietà privata e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo trovavano i loro pensatori. Una scuola dove si ricordi agli studenti che il mare nostrum, il Mediterraneo, è diventato un immenso cimitero, luogo di sepoltura anonima di migliaia di persone che nemmeno sono arrivate a popolare i nostri degradati quartieri, a gonfiare le cifre dell’abbandono scolastico. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Harry è passato, ma è solo un avvertimento
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Le notizie sul clima non sono buone. Dall’uscita dell’amministrazione Trump dagli accordi di Parigi sulle limitazioni delle emissioni e del non raggiungimento di 1,5C° di temperatura (ormai superata), all’abbandono del New Green Deal (la strategia per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050) e al conseguente smantellamento della ricerca sulla questione ambientale, dalla resistenza all’abbandono dei motori termici per le auto a quella della diffusione delle fonti rinnovabili per favorire quelle fossili e, infine, alla dura repressione nei riguardi dei movimenti giovanili che si battono per il clima. Da una parte c’è un processo di rimozione collettiva: ci si illude che non sarà possibile la scomparsa della specie, l’innovazione tecnologica sarà in grado di fronteggiarla, prima o poi. Dall’altra le lobby del fossile pronte a sfruttare fino all’ultima goccia di petrolio esistente sotto la crosta terrestre, come ha dimostrato la recente questione del Venezuela. E poi le guerre, un po’ dovunque, che contribuiscono a incrementare la produzione di CO2 e a distruggere territorio e manufatti. Bisognerebbe ricordare, quanto alla sopravvivenza della nostra specie, che i dinosauri sono vissuti (incontrastati) su questo pianeta per 160 milioni di anni, eppure scomparsi perché diventati una specie ecologicamente insostenibile. La nostra, di specie, abita questo pianeta da circa 4,5 milioni di anni, un tempo assai più breve di quello dei dinosauri che pure sembravano i padroni indisturbati del pianeta. Molti ritengono che la crisi climatica proceda secondo una tendenza lineare con cambiamenti progressivi per cui è sempre possibile intervenire con sistemi di adattamento anch’essi progressivi tali da contenere gli effetti del riscaldamento climatico. Non è così. Nei sistemi complessi (e il clima lo è) i processi di interazione tra le variabili non sono lineari e nemmeno progressivi. Succede invece che una sollecitazione porti il sistema a collassare senza alcun preavviso (è il noto “effetto farfalla”). Questi sistemi sono caratterizzati da quelli che Federico Butera (su inTrasformazione, V.14, n. 2, 2025) chiama “punti di svolta”, ovvero quei particolari stati in cui le variabili retroagiscono tra loro positivamente in modo tale da stressare l’intero sistema. Accade per esempio nel corpo umano quando, in vecchiaia, è sufficiente una modesta malattia che mette sotto stress l’intero organismo facendo collassare, uno dopo l’altro, gli altri organi pur non direttamente colpiti dalla malattia. Conosciamo abbastanza bene i motivi che stanno accelerando la crisi climatica: utilizzo di fonti fossili, consumo di suolo, allevamenti intensivi di animali, disboscamenti, intubazioni di alvei di fiumi, impermeabilizzazione di suolo, abbandono delle zone montane con conseguente migrazione di popolazione verso le coste, e poi produzione di CO2 per auto, aerei, navi da crociera, ecc. Tuttavia questi processi non solo non vengono contrastati ma si continua a incentivarli con costruzioni più o meno abusive, aumento della mobilità nelle città, costruzione di nuovi porti per navi da crociera, nuove piste per aeroporti. Il ciclone Harry non sarà l’ultimo che si abbatterà sul Mediterraneo. Già nel 2019 Filippo Giorgi (del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico: IPCC) avvisò che nel Mediterraneo sarebbero aumentati i medicanes, ovvero gli uragani. Questo mare risulta sempre più caldo ma ciò che produce più danni è il suo innalzamento: dal 1900 esso si è innalzato di oltre 20 cm, metà dei quali avvenuti dopo il 1993. Questi due elementi combinati (aumento della temperatura e innalzamento del livello) producono le devastazioni che abbiamo visto in Calabria, Sicilia e Sardegna. Mareggiate, onde alte fino a 9 metri e piogge abbondanti (circa 550 mm tra Ogliastra, Messina e Catanzaro in quattro giorni). La legge Galasso del 1985 tentò di porre rimedio alle costruzioni in vicinanza dei fiumi e del mare: 300 mt la distanza minima dalla linea di battigia, 150 mt da ciascuna sponda di fiume o torrente e 300 mt dalla riva dei laghi. Non è un divieto assoluto di costruire ma qualsiasi intervento in queste fasce richiede l’autorizzazione paesaggistica. In Sicilia la legge vieta di edificare a meno di 150 mt e in Sardegna a meno di 300, tuttavia in quella fascia proibita si sono consumati, dal 2006 al 2021, circa 1600 ettari di suolo. È evidente per chi ha viaggiato in treno attraversando la Calabria osservare scheletri di costruzioni in cemento disseminate a pochi metri dal mare. L’abbandono delle aree interne, con conseguente degrado dei territori, e le costruzioni sulle coste hanno reso particolarmente vulnerabili questi luoghi, esposti alla furia del mare e dei venti. Non è un fenomeno che riguarda il solo Mediterraneo, l’IPCC ha rilevato che circa 680 milioni di persone vivono attualmente nelle coste e che questo numero salirà a un miliardo verso gli anni 2050. Venendo a quanto accaduto per effetto del ciclone Harry, l’ultimo rapporto dell’Ispra ci dice che nella sola Calabria dal 2006 al 2020, su 745 chilometri di litorale calabrese 347 km hanno subito modificazioni per effetto dell’erosione costiera. La provincia di Catanzaro è quella più aggredita: il 77% delle coste alterate. E già vent’anni fa, in un documento dal titolo “Opere di ricostruzione e protezione del litorale in erosione”, un gruppo di geologi messinesi spiegava: «L’antropizzazione della pianura alluvionale ha ormai comportato la quasi totale scomparsa dell’apparato dunale retrostante, tipico della costa tirrenica della Calabria». E il naturale ripascimento delle spiagge non può avvenire, perché i torrenti a secco per la siccità, ma anche tombati dalle costruzioni e spolpati dalle attività estrattive necessarie all’edilizia, non hanno più sabbia da trascinare a valle (C. Dionesalvi su il manifesto del 25 gennaio). Purtuttavia sono richiesti alla Stato milioni di lire per poter ricostruire stabilimenti balneari e altre costruzioni distrutte dalle mareggiate quando è ormai evidente che bisogna liberare zone sempre più estese in vicinanza del mare. Costruire semmai lungomare, passeggiate a piedi o in bicicletta, stabilimenti in materiali leggeri smontabili; sistemi adattavi che non contrastino il sollevamento del mare e le sue mareggiate. In Italia sono particolarmente critiche le zone della Valle del Po e la città di Venezia. Forse, afferma Federico Butera, nel 2200, continuando a salire il livello del mare, il turismo a Venezia tornerà. Ma sarà fatto con escursioni in barca per vedere le rovine dell’antica città romana di Simena, la città scomparsa per sempre e sommersa dal mare. Purtroppo le esperienze urbane di Milano, Roma e Firenze lasciano male sperare che la grave crisi ambientale sia diventata patrimonio condiviso delle amministrazioni delle nostre grandi città. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a volerelaluna.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Harry è passato, ma è solo un avvertimento proviene da Comune-info.
February 1, 2026
Comune-info
Cosa vuol dire davvero “dal fiume al mare”
Agli occhi dello Stato di Israele, la pulizia etnica dei palestinesi non è mai avvenuta perché i palestinesi non sono un popolo. […] Il tratto comune che unisce tutto l’attivismo giovanile palestinese, indipendentemente dall’affiliazione politica, è la prospettiva di un futuro migliore, sebbene i dettagli di come realizzarla debbano essere […] L'articolo Cosa vuol dire davvero “dal fiume al mare” su Contropiano.
October 18, 2025
Contropiano
La legge del mare
In acque internazionali vige una legge semplice: libertà di navigazione. Nessuno Stato può imporre la propria forza oltre le dodici miglia nautiche dalla costa. È scritto nella Convenzione ONU sul Diritto del Mare. Ogni nave che solca il mare aperto risponde esclusivamente alle leggi dello Stato di bandiera: se batte […] L'articolo La legge del mare su Contropiano.
September 7, 2025
Contropiano