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Continua l’aggressione criminale alle coste e al mare. I dati di Mare Monstrum 2026
Sono quattro i principali fattori di pressione sull’ecosistema marino e costiero: l’inquinamento, il cemento illegale, la pesca di frodo e le violazioni del Codice di navigazione. A dircelo è Mare Monstrum 2026 di Legambiente, che nel 2025 ha accertato 20.490 reati, con una diminuzione del 20,4% rispetto all’anno precedente, ai quali si aggiungono però 36.322 illeciti amministrativi (-10,3%), per un totale complessivo di 56.812 violazioni ai danni delle coste e del mare. Un dato che restituisce comunque la misura di un fenomeno ancora ampio e diffuso in maniera capillare: circa 156 illeciti al giorno e oltre 6 ogni ora lungo le coste del nostro Paese. Vale sempre la pena ricordare che questi numeri sono il risultato dei 750.828 controlli effettuati nel 2025 (-19,8% rispetto al 2024), una flessione che contribuisce a spiegare, almeno in parte, la riduzione complessiva degli illeciti accertati. Sono 21.726 le persone denunciate (-19,2%) e 93 quelle arrestate (-31,1%), mentre i sequestri effettuati sono stati 3.267 (-19,9%). Sul fronte amministrativo si registrano 37.680 sanzioni irrogate (-6,6%), per un valore complessivo pari a oltre 191 milioni di euro, in forte contrazione rispetto al 2024 (-58,1%), a conferma di un ridimensionamento complessivo delle attività sanzionatorie rilevate. Al primo posto della classifica nazionale per numero di reati si conferma la Campania (4.002), seguita da Puglia (2.599), Sicilia (2.448) e Calabria (1.929). Complessivamente, nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa si concentra il 53,6% dei reati nazionali, un dato che evidenzia la persistenza di una forte pressione delle illegalità ambientali in questi territori. Analizzando le principali filiere dell’illegalità, il maggior numero di reati riguarda il ciclo illegale dei rifiuti e l’inquinamento marino, con 7.317 reati (pari al 35,7% del totale), seguito dal ciclo illegale del cemento con 6.189 reati (30,2%), dalla pesca illegale con 4.338 reati (21,2%) e dalle violazioni del Codice di navigazione e della nautica da diporto, anche in aree protette, con 2.646 reati (12,9%). Un quadro che, pur nella flessione complessiva rispetto all’anno precedente, conferma la strutturazione e la diffusione dei principali fenomeni illegali lungo le coste italiane. > “La morsa delle illegalità lungo le coste italiane, sottolinea Legambiente, > richiede interventi urgenti. Nel nostro rapporto, oltre ai focus in cui > denunciamo le aggressioni criminali alle coste, abbiamo elaborato anche le 10 > proposte che abbiamo avanzato al Parlamento e al Governo per tutelare in > maniera più efficace lo straordinario patrimonio ambientale marino del > Belpaese. Queste le 10 proposte avanzate da Legambiente: 1. Ripristinare l’efficacia dell’art.10-bis della legge 120/2020, affidando ai Prefetti l’abbattimento degli abusi edilizi non demoliti dai Comuni; 2. Prevedere il finanziamento con 100 milioni di euro l’anno del Fondo di rotazione istituito presso la Cassa depositi e prestiti a favore dei Comuni che demoliscono abusi edilizi e destinare 50 milioni l’anno a procure Generali e Prefetture per l’esecuzione delle sentenze di condanna; 3. Rafforzare il contrasto alle occupazioni abusive del demanio marittimo per ripristinare la legalità, tutelare l’ambiente e garantirne la fruizione pubblica; 4. Prevedere sanzioni penali per dirigenti comunali che non applicano le norme contro l’abusivismo edilizio e per i funzionari delle aziende erogatrici che stipulano contratti illegittimi con proprietari di immobili abusivi; 5. Rilanciare, a livello locale e nazionale, la costruzione e l’adeguamento dei sistemi fognari e di depurazione, integrando la gestione del ciclo idrico con quella dei rifiuti; 6. Aumentare la circolarità delle acque reflue e dei fanghi di depurazione, puntando su riuso (non è stato ancora emanato il DPR su questo tema), recupero di materia ed energia, e aggiornando la normativa con regole chiare “end of waste”; 7. La piena attuazione alla Direttiva UE 2019/883 sugli impianti portuali per la raccolta dei rifiuti delle navi e introdurre divieti stringenti per lo scarico in mare, come zone speciali di divieto anche oltre le 12 miglia dalla costa. 8. Promuovere politiche attive e misure per la prevenzione nella produzione e per la lotta all’abbandono e la dispersione dei rifiuti; 9. Potenziare i controlli delle Agenzie regionali e provinciali protezione ambientale attraverso il Sistema Nazionale SNPA, rendendo operativa la legge 132/2016 con l’approvazione dei decreti attuativi mancanti; 10. L’adozione, da parte del Governo e del Parlamento, di adeguati interventi normativi con sanzioni efficaci contro la pesca illegale, non dichiarata e non documentata. Qui il Rapporto: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/09/MareMonstrum2026-02-2.pdf. Giovanni Caprio
September 7, 2026
Pressenza
Abusivismi, scarichi illegali e denunce: Legambiente fotografa l’assalto alle coste italiane
Sei illeciti all’ora, una media di 156 al giorno per un totale di 56.812 violazioni totali. Sono i numeri dell’assalto alle coste italiane fotografato nel report Mare Monstrum di Legambiente. Incrociando i dati di polizia e capitanerie di porto da 15 Regioni e 61 province costiere è stato possibile mappare le criticità e le violazioni commesse sulle nostre coste. Il pericolo numero uno per l’ecosistema marino è rappresentato dall’inquinamento legato alla gestione illegale di rifiuti e alla depurazione con 7.317 reati. Poi si trova il ciclo illegale del cemento, al secondo posto con 6.189 reati, la pesca illegale (4.338 reati) e il sequestro di attrezzatura con 11.243 oggetti sequestrati. Rispetto al 2024, reati e sanzioni sono in lieve calo: fattore che, stando al report, è imputabile a una flessione dei controlli sul territorio (750.828, -19,8% rispetto al 2024) e all’effetto deterrente prodotto dall’inasprimento delle pene per i reati ambientali. La mappa fotografata da Legambiente segnala anche come le Regioni a tradizionale presenza mafiosa si confermino come quelle con maggior presenza di reati. In Campania, Puglia, Sicilia e Calabria si concentra la metà del totale nazionale. Guardando lo storico degli ultimi 26 anni (dal 1999 ad oggi) i reati in queste regioni sono stati 260.399 (su 483.195 del totale nazionale). La colpa, come scrive Legambiente, è principalmente della «criminalità organizzata che continua saccheggiare mare e costa, in combutta con il nutrito e agguerrito esercito di faccendieri, pirati di nuova generazione e trafficanti, spalleggiati dall’immancabile schiera di corrotti e corruttibili in forza alla pubblica amministrazione». Seguono poi Liguria, Lazio, Sardegna e Toscana.  In campo di inquinamento, la regione peggiore – dal punto di vista delle indagini – è la Campania con 1.655 (il 22,6% del totale nazionale), ma anche il resto del Paese arranca «tra procedure d’infrazione, guasti ripetuti e chiusure temporanee». Anche il primato per il ciclo illegale del cemento – dall’estrazione di materie prime agli abusi edilizi – va alla Campania, la regione detiene il 18,8% dei reati accertati a livello nazionale (il numero da ricercare è 1.166). Per la pesca illegale, la regione meno virtuosa è la Sicilia con 816 reati (circa il 19% del totale nazionale) mentre il podio per numero di reati per le violazioni del Codice di navigazione è composto da Campania (834), Liguria (319) e Sicilia (305).  Di fronte a tutto questo Legambiente torna a chiedere un impegno corale che veda in prima linea Governo, Parlamento, Regioni e Comuni, mettendo al centro una serie di priorità. Queste vanno dal rafforzamento del sistema dei controlli repressivi e del Sistema Nazionale di Protezione Ambientale al completamento della rete di depurazione e al rilancio dell’economia circolare delle acque reflue, che si raggiungerebbe con l’adeguamento delle reti fognarie e l’approvazione dei decreti su riuso delle acque depurate in agricoltura. Contro l’abusivismo edilizio e le occupazioni illegali, Legambiente chiede tolleranza zero attraverso il ripristino del ruolo operativo dei Prefetti per le demolizioni, uno stanziamento di 150 milioni l’anno per gli abbattimenti e sanzioni penali per i funzionari omissivi. L’appello di Legambiente termina poi con la tutela della biodiversità garantendo il pieno recepimento delle norme sui rifiuti navali nei porti, lo stop agli scarichi oltre le 12 miglia (termine delle acque territoriali di uno stato) e l’inasprimento delle sanzioni contro la pesca illegale. The post Abusivismi, scarichi illegali e denunce: Legambiente fotografa l’assalto alle coste italiane appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
#Milazzo (Messina), giovedì 3 settembre, ore 18,30 - READING D’ (A)MARE - Immagini, parole e suoni per un #mare di beni comuni 📍 Pineta San Papino #marebenecomune #spiaggelibere Immagina una sera d’estate, al tramonto, sedutə in cerchio tra i pini. Un proiettore, dei libri, musica, immagini e parole per parlare del mare che amiamo e di come desideriamo viverlo.https://www.facebook.com/events/28446945684937133?acontext=%7B%22event_action_history%22%3A[%7B%22mechanism%22%3A%22your_upcoming_events_unit%22%2C%22surface%22%3A%22bookmark%22%7D]%2C%22ref_notif_type%22%3Anull%7D
September 3, 2026
Antonio Mazzeo
La Nuova Zelanda inaugura le prime riserve marine gestite con i Māori
Il primo luglio, lungo la costa sud-orientale dell’Isola del Sud neozelandese, sono entrate in vigore cinque riserve marine integrali. Le gestiscono insieme il Department of Conservation e Kāi Tahu, la tribù maori della regione: è la prima co-gestione del genere nella storia del Paese, frutto di oltre un decennio di trattative tra autorità pubbliche, pescatori e comunità locali per proteggere 308 chilometri quadrati di fondali, canyon sottomarini e foreste di kelp gigante. Undici anni prima, davanti alle Nazioni Unite, l’allora primo ministro John Key aveva promesso qualcosa di più ambizioso: una riserva integrale più estesa dell’intero territorio neozelandese, attorno alle isole Kermadec. Incassò applausi internazionali, non il consenso dei Maori – i cui diritti di pesca erano riconosciuti da tempo in quelle stesse acque – e il progetto naufragò. Oggi le riserve di Otago capovolgono quel modello: non imposte dall’alto, ma costruite insieme a chi il mare lo chiama moana da generazioni. La rete si chiama Te Au Roa o Te Rakihouia: la lunga scia di Te Rakihouia, il navigatore che nella tradizione orale della tribù di di Kāi Tahu circumnavigò via mare l’Isola del Sud a bordo di una canoa, mentre il padre Rākaihautū ne esplorava l’interno scavando i grandi laghi. Le cinque riserve sono il primo tassello di una rete che dovrebbe arrivare a comprenderne dodici, ad affiancarsi alle riserve mātaitai e taiāpure già presenti oggi. A gestirla insieme al Department of Conservation (DOC) è proprio Kāi Tahu, attraverso tre consigli tribali locali — Moeraki, Kāti Huirapa Rūnaka ki Puketeraki e Ōtākou. Nove ranger, reclutati in parti uguali dalle due amministrazioni, pattugliano ogni giorno le acque. «È un modello che potrebbe rivelarsi valido anche altrove», ha dichiarato a Mongabay Edward Ellison, capo tribù di Ōtākou e uno dei sei governatori della rete. Il percorso non è stato breve: la trattativa iniziò nel 2014, quando il South-East Marine Protection Forum riunì attorno a un tavolo i rappresentanti della tribù, pescatori, associazioni ambientaliste, scienziati, operatori turistici e comunità locali. Dodici anni per mettere d’accordo interessi opposti su chi potesse ancora prelevare cosa, e dove. Tra le specie che dovrebbero beneficiarne c’è lo hoiho, il pinguino dagli occhi gialli ormai a rischio di estinzione locale, insieme all’albatro reale settentrionale (toroa) e ai leoni marini neozelandesi (pakake). Le riserve sono a divieto totale di prelievo, ma con un’eccezione che dice molto sul modello: gli Order in Council consentono ai rappresentanti della tribù di organizzare wānaka hī ika, corsi di pesca tradizionale in cui un prelievo limitato resta ammesso, per trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza ancestrale del mare. Non tutto, però, procede senza attriti: una sesta riserva prevista, Te Umukōau, resta bloccata da un ricorso giudiziario e dal confronto con l’associazione dei pescatori di aragoste dell’Otago. La decisione finale spetta al ministro della Conservazione. Il caso neozelandese non è isolato. In Canada, diciassette Prime Nazioni hanno firmato nel giugno 2024, con i governi federale e della Columbia Britannica, un accordo di finanziamento permanente per la rete di aree marine protette del Great Bear Sea: dieci milioni di ettari, la più grande rete di aree marine protette a co-progettazione indigena al mondo. Nel Pacifico, alle Fiji, la rete FLMMA ha rimesso in circolo dal 1997 il tabu, l’antica pratica di chiusura temporanea della pesca: coinvolge oggi oltre quattrocento comunità e copre più di 10mila chilometri quadrati. Lo schema si ripete uguale: non la scienza contro il sapere tradizionale, ma l’una al servizio dell’altro. A Otago la scommessa dovrà ora reggere alla prova dei fatti, per capire se le riserve co-gestite funzionano meglio – o semplicemente diversamente – di quelle a gestione unica. The post La Nuova Zelanda inaugura le prime riserve marine gestite con i Māori appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 2, 2026
L'INDIPENDENTE
#Milazzo, l’ultima estate di spiagge e mare per tutti #ambiente #mare #benecomune A partire dal 2027, il Comune di Milazzo rilascerà 18 concessioni per altrettanti lidi che sorgeranno della splendida spiaggia di Ponente. Ogni struttura occuperà 4.000 m2 tra terrapieno e spiaggia. Oltre 7 ettari di ombrelloni, cabine, bar e ristoranti in mano a un gruppo di privati che impediranno a migliaia di famiglie di godere del mare bene comune. https://www.youtube.com/watch?v=L6aBr7os90o
June 23, 2026
Antonio Mazzeo
Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale, stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio “lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove concessioni ancora da firmare, stenta a partire. Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli interessi di grandi operatori economici e finanziari? GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti costruiti ben oltre i limiti autorizzati. Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e privatizzazione progressiva dello spazio pubblico. Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati, spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea stessa di mare come bene collettivo. LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha cambiato formalmente gestione. Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali. Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione. di Metro Centric (Flickr) Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di posizionamento economico. È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA, produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del demanio nelle mani di grandi operatori economici? UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una pianificazione efficace per la sicurezza in mare. A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o giudiziaria. È anche ambientale. Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti riconducibili ai clan Fasciani e Spada. Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino, sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni — affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica. Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione. Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari, togliendo spazio alle più modeste realtà locali? POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi, scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari. Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno respinto le accuse. Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali, mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei concessionari. Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale sulle amministrazioni e sul governo del territorio. di Andrea Vanni (Flickr) LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile. Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale idea di città verrà costruita lungo il mare. Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in crisi. Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi decenni. Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed esclusivo. La copertina è di Cala mar (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 28, 2026
DINAMOpress
Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico
-------------------------------------------------------------------------------- Alberto, pescatore, durante una battuta di pesca notturna davanti i frangiflutti installati durante i primi lavori del porto turistico a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Nel 2010, sul litorale romano, esattamente a Isola Sacra, frazione di Fiumicino, è stata posata la prima pietra per la costruzione di un porto turistico. I lavori sono proseguiti per diversi anni prima di interrompersi. Nel 2022, la concessione per la realizzazione del porto è stata aggiudicata all’asta alla società Fiumicino Waterfront (parte del Gruppo Royal Caribbean), integrando al progetto originale una funzione crocieristica. L’intera area coinvolta si inserisce in un contesto delicato, di valore paesaggistico, storico e sociale. La presenza di un faro, dei bilancioni (strutture in legno per la pesca), e di un porticciolo per piccole barche da pesca, rendono questo luogo particolarmente suggestivo. A fare da cornice il fiume Tevere, la zona residenziale di Passo della Sentinella e una Zona Speciale di Conservazione (ZSC), un tratto di terra caratterizzato da una palude salmastra di valore ambientale e interesse europeo. Queste immagini hanno l’obiettivo di mostrare il contesto nel quale si inserirebbe una grande opera come quella di un porto crocieristico. Un luogo dove si susseguono scene che sembrano riecheggiare nel tempo, scuotendolo; un luogo dove si mescolano persone, ciascuna al contempo straniera e autoctona, il cui stretto legame è la terra stessa. Luogo che ti torce la bocca in una smorfia e poi la lascia aperta per lo stupore, mentre racconta la storia di conflitto tra mare e cemento, che lentamente, corrode  l’eredità sotto i piedi dei vecchi e dei bambini. Siamo davvero convinti che esistano progetti di grandi opere per i quali valga la pena accettare la scomparsa di luoghi con caratteristiche uniche? Luoghi che non avremmo alcuna possibilità di trovare altrove? Siamo davvero pronti a spogliarci di tutto, venendo meno alla nostra responsabilità di preservare la terra e il mare di cui abbiamo goduto, privando le generazioni future della possibilità di fare lo stesso? L’intera area vive in uno stato di sospensione da più di dieci anni. -------------------------------------------------------------------------------- Nome del progetto: Deep Blue (autore, Adriano Marchesi) Instagram: adriano_marchesi_ph Testo e foto per Comune: l’utilizzo di terzi deve essere concordato: adrianomarchesi.photography@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Arrivo di una burrasca, Mar Tirreno 2024 Dune dei dragaggi coprono il mare, 2026 Tratto di costa interessato dal progetto del porto crocieristico, 2024 Un uomo posiziona una rete da pesca alla foce del fiume Tevere, 2026 Cementificio installato fronte mare durante i primi lavori del porto turistico, 2024 Un uomo di fronte al muro che interdice l’accesso al mare, 2025 Struttura da pesca tradizionale, nota come Bilancione, 2026 Gianfranco Miconi, detto “Attila”, dentro la sua casa, uno dei Bilancioni, 2024 Area di cantiere intorno al vecchio faro di Fiumicino, 2026 “Barrucca”, pescatore, nella sala comune del porticciolo, luogo di ritrovo, 2024 Un Bilancione alla foce del fiume Tevere, 2025 Eugenio, attivista, contrario alla costruzione del porto crocieristico, 2025 Nicola trasporta un gommone al di là di una rete, 2025 Frequentatori della zona del porticciolo e dei Bilancioni, 2024 Un cigno nella zona salmastra adiacente alla spiaggia dopo una mareggiata, 2026 Partecipanti a un evento musicale svolto nell’area dei Bilancioni, 2025 Una chiesa nell’area residenziale di Passo della Sentinella, 2026 Abitante di Passo della Sentinella, sullo sfondo il fiume Tevere, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico proviene da Comune-info.
May 4, 2026
Comune-info
Nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono
E invece nel Mediterraneo i morti già certi sono 1000. articoli di Luca Casarini, Mediterranea, Paolo Hutter, una trasmissione di Radiotre e una canzone di Luca Faggella   Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle
February 9, 2026
La Bottega del Barbieri