#Milazzo, l’ultima estate di spiagge e mare per tutti #ambiente #mare
#benecomune
A partire dal 2027, il Comune di Milazzo rilascerà 18 concessioni per
altrettanti lidi che sorgeranno della splendida spiaggia di Ponente. Ogni
struttura occuperà 4.000 m2 tra terrapieno e spiaggia. Oltre 7 ettari di
ombrelloni, cabine, bar e ristoranti in mano a un gruppo di privati che
impediranno a migliaia di famiglie di godere del mare bene comune.
https://www.youtube.com/watch?v=L6aBr7os90o
Tag - mare
Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di
Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale,
stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto
al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli
stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo
per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso
il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio
“lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a
una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove
concessioni ancora da firmare, stenta a partire.
Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema
balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della
direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli
interessi di grandi operatori economici e finanziari?
GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO
La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di
controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della
Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato
circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è
stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima
dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a
demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti
costruiti ben oltre i limiti autorizzati.
Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni
ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più
che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una
questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del
litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e
privatizzazione progressiva dello spazio pubblico.
Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e
sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati,
spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul
litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea
stessa di mare come bene collettivo.
LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES
Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove
concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti
di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha
riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha
cambiato formalmente gestione.
Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno
una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a
un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria
nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli
Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà
procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali.
Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo
sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi
assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato
prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo
meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma
il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione.
di Metro Centric (Flickr)
Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma
una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che
il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità
finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti
nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una
semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio
territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di
posizionamento economico.
È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi
controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E
soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA,
produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del
demanio nelle mani di grandi operatori economici?
UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE
Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già
segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards
Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul
litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di
salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una
pianificazione efficace per la sicurezza in mare.
A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli
ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento
del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La
crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o
giudiziaria. È anche ambientale.
Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una
reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e
fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto
turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo
impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di
sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le
indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di
relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti
riconducibili ai clan Fasciani e Spada.
Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il
sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito
tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino,
sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni
attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il
progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni —
affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica.
Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla
foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione.
Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci
garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non
finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari,
togliendo spazio alle più modeste realtà locali?
POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE
Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei
nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti
è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le
amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è
rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi,
scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari.
Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene
elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato
all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di
Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono
esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio
Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli
eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno
respinto le accuse.
Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della
giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal
Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme
al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento
per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica
per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro
urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme
invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali,
mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si
è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei
concessionari.
Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema
balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale
sulle amministrazioni e sul governo del territorio.
di Andrea Vanni (Flickr)
LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO
La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di
alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è
se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici
oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile.
Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è
capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali
abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro
le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle
royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale
idea di città verrà costruita lungo il mare.
Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa
romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma
criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra
una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti
criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente
Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in
crisi.
Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del
demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal
Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli
equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi
decenni.
Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo
corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle
spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una
diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura
del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed
esclusivo.
La copertina è di Cala mar (Flickr)
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Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico
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Alberto, pescatore, durante una battuta di pesca notturna davanti i frangiflutti
installati durante i primi lavori del porto turistico a Isola Sacra, frazione di
Fiumicino, 2025
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Nel 2010, sul litorale romano, esattamente a Isola Sacra, frazione di Fiumicino,
è stata posata la prima pietra per la costruzione di un porto turistico. I
lavori sono proseguiti per diversi anni prima di interrompersi. Nel 2022, la
concessione per la realizzazione del porto è stata aggiudicata all’asta alla
società Fiumicino Waterfront (parte del Gruppo Royal Caribbean), integrando al
progetto originale una funzione crocieristica.
L’intera area coinvolta si inserisce in un contesto delicato, di valore
paesaggistico, storico e sociale. La presenza di un faro, dei bilancioni
(strutture in legno per la pesca), e di un porticciolo per piccole barche da
pesca, rendono questo luogo particolarmente suggestivo. A fare da cornice il
fiume Tevere, la zona residenziale di Passo della Sentinella e una Zona Speciale
di Conservazione (ZSC), un tratto di terra caratterizzato da una palude
salmastra di valore ambientale e interesse europeo.
Queste immagini hanno l’obiettivo di mostrare il contesto nel quale si
inserirebbe una grande opera come quella di un porto crocieristico. Un luogo
dove si susseguono scene che sembrano riecheggiare nel tempo, scuotendolo; un
luogo dove si mescolano persone, ciascuna al contempo straniera e autoctona, il
cui stretto legame è la terra stessa. Luogo che ti torce la bocca in una smorfia
e poi la lascia aperta per lo stupore, mentre racconta la storia di conflitto
tra mare e cemento, che lentamente, corrode l’eredità sotto i piedi dei vecchi
e dei bambini.
Siamo davvero convinti che esistano progetti di grandi opere per i quali valga
la pena accettare la scomparsa di luoghi con caratteristiche uniche? Luoghi che
non avremmo alcuna possibilità di trovare altrove? Siamo davvero pronti a
spogliarci di tutto, venendo meno alla nostra responsabilità di preservare la
terra e il mare di cui abbiamo goduto, privando le generazioni future della
possibilità di fare lo stesso?
L’intera area vive in uno stato di sospensione da più di dieci anni.
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Nome del progetto: Deep Blue (autore, Adriano Marchesi)
Instagram: adriano_marchesi_ph
Testo e foto per Comune: l’utilizzo di terzi deve essere concordato:
adrianomarchesi.photography@gmail.com
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Arrivo di una burrasca, Mar Tirreno 2024 Dune dei dragaggi coprono il mare, 2026
Tratto di costa interessato dal progetto del porto crocieristico, 2024 Un uomo
posiziona una rete da pesca alla foce del fiume Tevere, 2026 Cementificio
installato fronte mare durante i primi lavori del porto turistico, 2024 Un uomo
di fronte al muro che interdice l’accesso al mare, 2025 Struttura da pesca
tradizionale, nota come Bilancione, 2026 Gianfranco Miconi, detto “Attila”,
dentro la sua casa, uno dei Bilancioni, 2024 Area di cantiere intorno al vecchio
faro di Fiumicino, 2026 “Barrucca”, pescatore, nella sala comune del
porticciolo, luogo di ritrovo, 2024 Un Bilancione alla foce del fiume Tevere,
2025 Eugenio, attivista, contrario alla costruzione del porto crocieristico,
2025 Nicola trasporta un gommone al di là di una rete, 2025 Frequentatori della
zona del porticciolo e dei Bilancioni, 2024 Un cigno nella zona salmastra
adiacente alla spiaggia dopo una mareggiata, 2026 Partecipanti a un evento
musicale svolto nell’area dei Bilancioni, 2025 Una chiesa nell’area residenziale
di Passo della Sentinella, 2026 Abitante di Passo della Sentinella, sullo sfondo
il fiume Tevere, 2025
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L'articolo Quel pezzetto di mare non ha chiesto un porto crocieristico proviene
da Comune-info.
Quando il mondo fa male
di Mauro Armanino Le ferite che non abbiamo combattuto, il futuro che non
abbiamo difeso … La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con
dentro …
Napoli. Mare libero e gratuito da San Giovanni a Bagnoli
Mare libero e gratuito da San Giovanni a Bagnoli, corrispondenza con una
compagna da Napoli contro l'Americas Cup
Nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono
E invece nel Mediterraneo i morti già certi sono 1000. articoli di Luca
Casarini, Mediterranea, Paolo Hutter, una trasmissione di Radiotre e una canzone
di Luca Faggella Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il
ciclone Harry Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È
chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle
Educazione e iniziative dal mare: soft skills, inclusione e militarizzazione
Venezia, Riva San Biasio, Sestiere Castello: il veliero – nave scuola – Amerigo
Vespucci all’ancora, mostra tutta la sua bellezza, lucido di legni, brillante di
metalli, nel candore delle vele ancora dispiegate. La folla ammira dalle
Fondamenta, i bambini e le bambine aspettano Capitan Uncino.
Ancora Venezia, l’Arsenale: i turisti che varcano il suo trionfale ingresso
governato dalle due torri, vedono l’enorme invaso protetto dalla lunga corona di
mura merlate, guardano con meraviglia le gigantesche gru, visitano il Museo.
Difficilmente volgono lo sguardo verso l’altro versante della Laguna dove, i
pinnacoli delle abbandonate industrie chimiche e metallurgiche diventano, al
tramonto, fantastici castelli di fantasmi, rivolti verso San Marco. Oggi, su
quella riva paludosa di Marghera, la Fincantieri ci costruisce le navi da
crociera, le stesse che i veneziani odiano.
Potrei continuare a dire di bellezza e di disarmonie disarmanti, ricordando il
Museo del Mare di Gaeta, ristrutturato a cura dell’Università Sapienza di Roma
che, dopo averne scempiato gli antichi spazi interni, ha abbandonato il sito al
volontariato e ai pochi fondi del Comune. Eppure, è bello, va visto. Ma, come
nelle segnalazioni che commentiamo, nelle favole, l’incanto, la meraviglia sono
apotropaici, sono funzionali a creare il clima di sospensione del giudizio, lo
stupore che blocca per un attimo il pensiero e lascia senza parola.
Insomma, la miscela emotiva che mantiene vivo il consenso verso le iniziative
formative e di orientamento (magia delle parole cangianti…) proposte alle scuole
italiane dalla Marina Militare. Aderisce al progetto della Fondazione Nave
Italia (https://www.naveitalia.org/) con il brigantino Ermes, biblica arca,
anche l’Istituto di Istruzione Superiore (IIS) Antonio Stradivari di Cremona
che, dalla terra ferma padana imbarca i suoi giovani e i suoi violini (clicca
qui per la notizia).
Le intenzioni sono al solito inclusive, pacifiste, soccorrevoli: come salvare
dal baratro della dispersione scolastica le migliaia di studenti naufraghi,
abbandonati senza giubbotti salvavita, nello sconforto che va dalla fragilità,
alla esclusione sociale e via verso la devianza della cultura del coltello e
dello spaccio. Lo spiega con orgoglio il dirigente dell’istituto padano.
Sembrano felici le professoresse e i professori di vedersi ancora una volta
scippato il lavoro educativo, di insegnamento, di costruzione di una scuola che
provi a sfidare il degrado dei quartieri periferici, lo squallore delle vite
famigliari, la violenza delle strade.
Le competenze non cognitive, le soft skill dell’affettività e della manualità
mutualistica si imparano a bordo. E qui faccio un inciso per segnalare
l’articolo di Rossella Latempa su ROARS
(https://www.roars.it/le-soft-skills-a-scuola-i-fragili-e-i-metal-detector/). I
progetti che presentano le scuole aderenti alla sperimentazione sulle abilità
soft, ex legge 19 febbraio 2026 n. 22, di cui scrive Latempa, sono simili a
quelli qui segnalati.
Passate attraverso le tre fasi previste anche da Nave Italia (momento
introduttivo al PNRR per un po’ di educazione economico-finanziaria; team
building creativo nell’ambiguità fra le skill dell’individualismo e della
cooperazione; mostra finale, ovviamente multimediale e multiverso), le attività
proposte verranno giudicate da una Commessione grazie alla restituzione operata
dall’INVALSI (e si stenta a crederlo, ma è proprio così).
Ormai si sa, noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università siamo affetti da retropensiero, pensiamo che tutto questo
navigare serva solo a coltivare i sogni di un lavoro dignitoso signorsì, siano
ancorati a una scuola che non esiste più, fatta di aule, banchi, libri, voci che
narrano, discutono, cercano. Una scuola dove si impara che – nel Seicento – il
giusnaturalista olandese Grozio (Ugo de Groot), fondò il diritto del mare
nell’ambito del più ampio diritto internazionale.
Il mare infinito, libero da ogni contrattazione profittevole, bene di tutti,
definito come inappropriabile, nel secolo in cui la proprietà privata e lo
sfruttamento dell’uomo sull’uomo trovavano i loro pensatori. Una scuola dove si
ricordi agli studenti che il mare nostrum, il Mediterraneo, è diventato un
immenso cimitero, luogo di sepoltura anonima di migliaia di persone che nemmeno
sono arrivate a popolare i nostri degradati quartieri, a gonfiare le cifre
dell’abbandono scolastico.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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Harry è passato, ma è solo un avvertimento
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Le notizie sul clima non sono buone. Dall’uscita dell’amministrazione Trump
dagli accordi di Parigi sulle limitazioni delle emissioni e del non
raggiungimento di 1,5C° di temperatura (ormai superata), all’abbandono del New
Green Deal (la strategia per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il
2050) e al conseguente smantellamento della ricerca sulla questione ambientale,
dalla resistenza all’abbandono dei motori termici per le auto a quella della
diffusione delle fonti rinnovabili per favorire quelle fossili e, infine, alla
dura repressione nei riguardi dei movimenti giovanili che si battono per il
clima.
Da una parte c’è un processo di rimozione collettiva: ci si illude che non sarà
possibile la scomparsa della specie, l’innovazione tecnologica sarà in grado di
fronteggiarla, prima o poi. Dall’altra le lobby del fossile pronte a sfruttare
fino all’ultima goccia di petrolio esistente sotto la crosta terrestre, come ha
dimostrato la recente questione del Venezuela. E poi le guerre, un po’ dovunque,
che contribuiscono a incrementare la produzione di CO2 e a distruggere
territorio e manufatti. Bisognerebbe ricordare, quanto alla sopravvivenza della
nostra specie, che i dinosauri sono vissuti (incontrastati) su questo pianeta
per 160 milioni di anni, eppure scomparsi perché diventati una specie
ecologicamente insostenibile. La nostra, di specie, abita questo pianeta da
circa 4,5 milioni di anni, un tempo assai più breve di quello dei dinosauri che
pure sembravano i padroni indisturbati del pianeta.
Molti ritengono che la crisi climatica proceda secondo una tendenza lineare con
cambiamenti progressivi per cui è sempre possibile intervenire con sistemi di
adattamento anch’essi progressivi tali da contenere gli effetti del
riscaldamento climatico. Non è così. Nei sistemi complessi (e il clima lo è) i
processi di interazione tra le variabili non sono lineari e nemmeno
progressivi. Succede invece che una sollecitazione porti il sistema a collassare
senza alcun preavviso (è il noto “effetto farfalla”). Questi sistemi sono
caratterizzati da quelli che Federico Butera (su inTrasformazione, V.14, n. 2,
2025) chiama “punti di svolta”, ovvero quei particolari stati in cui le
variabili retroagiscono tra loro positivamente in modo tale da stressare
l’intero sistema. Accade per esempio nel corpo umano quando, in vecchiaia, è
sufficiente una modesta malattia che mette sotto stress l’intero organismo
facendo collassare, uno dopo l’altro, gli altri organi pur non direttamente
colpiti dalla malattia.
Conosciamo abbastanza bene i motivi che stanno accelerando la crisi climatica:
utilizzo di fonti fossili, consumo di suolo, allevamenti intensivi di animali,
disboscamenti, intubazioni di alvei di fiumi, impermeabilizzazione di suolo,
abbandono delle zone montane con conseguente migrazione di popolazione verso le
coste, e poi produzione di CO2 per auto, aerei, navi da crociera, ecc.
Tuttavia questi processi non solo non vengono contrastati ma si continua a
incentivarli con costruzioni più o meno abusive, aumento della mobilità nelle
città, costruzione di nuovi porti per navi da crociera, nuove piste per
aeroporti.
Il ciclone Harry non sarà l’ultimo che si abbatterà sul Mediterraneo. Già nel
2019 Filippo Giorgi (del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico:
IPCC) avvisò che nel Mediterraneo sarebbero aumentati i medicanes, ovvero gli
uragani. Questo mare risulta sempre più caldo ma ciò che produce più danni è il
suo innalzamento: dal 1900 esso si è innalzato di oltre 20 cm, metà dei quali
avvenuti dopo il 1993. Questi due elementi combinati (aumento della temperatura
e innalzamento del livello) producono le devastazioni che abbiamo visto in
Calabria, Sicilia e Sardegna. Mareggiate, onde alte fino a 9 metri e piogge
abbondanti (circa 550 mm tra Ogliastra, Messina e Catanzaro in quattro giorni).
La legge Galasso del 1985 tentò di porre rimedio alle costruzioni in vicinanza
dei fiumi e del mare: 300 mt la distanza minima dalla linea di battigia, 150 mt
da ciascuna sponda di fiume o torrente e 300 mt dalla riva dei laghi. Non è un
divieto assoluto di costruire ma qualsiasi intervento in queste fasce richiede
l’autorizzazione paesaggistica. In Sicilia la legge vieta di edificare a meno di
150 mt e in Sardegna a meno di 300, tuttavia in quella fascia proibita si sono
consumati, dal 2006 al 2021, circa 1600 ettari di suolo. È evidente per chi ha
viaggiato in treno attraversando la Calabria osservare scheletri di costruzioni
in cemento disseminate a pochi metri dal mare. L’abbandono delle aree interne,
con conseguente degrado dei territori, e le costruzioni sulle coste hanno reso
particolarmente vulnerabili questi luoghi, esposti alla furia del mare e dei
venti. Non è un fenomeno che riguarda il solo Mediterraneo, l’IPCC ha rilevato
che circa 680 milioni di persone vivono attualmente nelle coste e che questo
numero salirà a un miliardo verso gli anni 2050.
Venendo a quanto accaduto per effetto del ciclone Harry, l’ultimo rapporto
dell’Ispra ci dice che nella sola Calabria dal 2006 al 2020, su 745 chilometri
di litorale calabrese 347 km hanno subito modificazioni per effetto
dell’erosione costiera. La provincia di Catanzaro è quella più aggredita: il 77%
delle coste alterate. E già vent’anni fa, in un documento dal titolo “Opere di
ricostruzione e protezione del litorale in erosione”, un gruppo di geologi
messinesi spiegava: «L’antropizzazione della pianura alluvionale ha ormai
comportato la quasi totale scomparsa dell’apparato dunale retrostante, tipico
della costa tirrenica della Calabria». E il naturale ripascimento delle spiagge
non può avvenire, perché i torrenti a secco per la siccità, ma anche tombati
dalle costruzioni e spolpati dalle attività estrattive necessarie all’edilizia,
non hanno più sabbia da trascinare a valle (C. Dionesalvi su il manifesto del 25
gennaio).
Purtuttavia sono richiesti alla Stato milioni di lire per poter ricostruire
stabilimenti balneari e altre costruzioni distrutte dalle mareggiate quando è
ormai evidente che bisogna liberare zone sempre più estese in vicinanza del
mare. Costruire semmai lungomare, passeggiate a piedi o in bicicletta,
stabilimenti in materiali leggeri smontabili; sistemi adattavi che non
contrastino il sollevamento del mare e le sue mareggiate.
In Italia sono particolarmente critiche le zone della Valle del Po e la città di
Venezia. Forse, afferma Federico Butera, nel 2200, continuando a salire il
livello del mare, il turismo a Venezia tornerà. Ma sarà fatto con escursioni in
barca per vedere le rovine dell’antica città romana di Simena, la città
scomparsa per sempre e sommersa dal mare. Purtroppo le esperienze urbane di
Milano, Roma e Firenze lasciano male sperare che la grave crisi ambientale sia
diventata patrimonio condiviso delle amministrazioni delle nostre grandi città.
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Inviato anche a volerelaluna.it
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L'articolo Harry è passato, ma è solo un avvertimento proviene da Comune-info.
Cosa vuol dire davvero “dal fiume al mare”
Agli occhi dello Stato di Israele, la pulizia etnica dei palestinesi non è mai
avvenuta perché i palestinesi non sono un popolo. […] Il tratto comune che
unisce tutto l’attivismo giovanile palestinese, indipendentemente
dall’affiliazione politica, è la prospettiva di un futuro migliore, sebbene i
dettagli di come realizzarla debbano essere […]
L'articolo Cosa vuol dire davvero “dal fiume al mare” su Contropiano.
La legge del mare
In acque internazionali vige una legge semplice: libertà di navigazione. Nessuno
Stato può imporre la propria forza oltre le dodici miglia nautiche dalla costa.
È scritto nella Convenzione ONU sul Diritto del Mare. Ogni nave che solca il
mare aperto risponde esclusivamente alle leggi dello Stato di bandiera: se batte
[…]
L'articolo La legge del mare su Contropiano.