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Il futuro del cibo si costruisce nei territori
LE CRISI CLIMATICHE, ECOLOGICHE E ALIMENTARI PONGONO UNA DOMANDA SEMPRE PIÙ URGENTE: COME POSSONO I TERRITORI TORNARE PROTAGONISTI DEL PROPRIO FUTURO? TRA IL CONFRONTO INTERNAZIONALE SULLA SICUREZZA ALIMENTARE ALLA FAO E LA COP31 SUL CLIMA, L’INCONTRO PROMOSSO DA NAVDANYA INTERNATIONAL IL 24 OTTOBRE A BRACCIANO PORTA AL CENTRO IL RUOLO DELLE COMUNITÀ NELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA. ATTRAVERSO AGROECOLOGIA, BIODIVERSITÀ, EDUCAZIONE E PARTECIPAZIONE, SCUOLE, GIOVANI, AGRICOLTORI E ISTITUZIONI SI CONFRONTANO SU COME TRASFORMARE LE ESPERIENZE LOCALI IN PROCESSI DI CAMBIAMENTO CAPACI DI INCIDERE ANCHE SULLE POLITICHE PUBBLICHE Dal 19 al 23 ottobre, nella sede della FAO a Roma, la 54ª sessione del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (CFS) avrà tra i suoi passaggi centrali le raccomandazioni politiche per la costruzione di sistemi alimentari resilienti. Poche settimane dopo, dal 9 al 20 novembre ad Antalya, la COP31 sul clima tornerà a porre agricoltura e sistemi alimentari dentro il confronto globale su adattamento, biodiversità e sicurezza alimentare. È in questo spazio tra grandi trasformazioni globali e capacità di azione delle comunità che si colloca “Agroecologia e Comunità Rigenerative. Reti di resilienza tra giovani, scuole, agricoltori e istituzioni”, la giornata organizzata da Navdanya International il 24 ottobre al Chiostro degli Agostiniani di Bracciano con la partecipazione anche di alcune realtà e delegati provenienti dal confronto internazionale sulla sicurezza alimentare. Dietro il termine “resilienza” c’è però una questione politica tutt’altro che astratta. Chi produce il cibo? Con quali sementi e con quale accesso alla terra e all’acqua? Quali sistemi agricoli vengono sostenuti dai mercati e dalle politiche pubbliche? Chi possiede le conoscenze e chi partecipa alle decisioni che determinano il futuro di un territorio? Le crisi globali – climatica, ecologica, alimentare – si materializzano infatti sempre in luoghi concreti. Nei campi esposti a condizioni climatiche sempre più instabili, nella perdita di biodiversità, nella fragilità delle filiere, nella difficoltà della piccola agricoltura, nella progressiva separazione tra giovani, produzione del cibo e territori. I sistemi alimentari industriali hanno contribuito a frammentare molte delle relazioni che sostengono la vita: tra chi coltiva e la terra, tra sapere e pratica, tra produzione e consumo, tra i giovani e i luoghi in cui vivono, tra le comunità e le istituzioni chiamate a sostenerle. La transizione ecologica deve partire necessariamente anche dalla ricostruzione di queste relazioni. DAL GLOBALE AL LOCALE, E RITORNO Così, mentre alla FAO il Comitato per la sicurezza alimentare mondiale discute di sistemi alimentari resilienti e la COP31 si prepara a riportare agricoltura, adattamento e sicurezza alimentare al centro dell’agenda climatica, a Bracciano scuole, giovani, agricoltori, ricercatori e istituzioni provano a capire come le grandi transizioni possano diventare processi concreti, partecipati e riproducibili. L’obiettivo è mettere in comunicazione scale che troppo spesso procedono separatamente. Da una parte le sedi internazionali, nelle quali si analizzano le crisi e si definiscono indirizzi e politiche. Dall’altra i territori, dove quelle crisi producono conseguenze concrete ma dove possono anche essere sperimentate risposte. Il passaggio, tuttavia, non può essere unidirezionale. Non si tratta semplicemente di tradurre localmente decisioni prese altrove. Le esperienze territoriali possono produrre conoscenze, pratiche ed evidenze che devono poter risalire verso i luoghi nei quali si costruiscono le politiche nazionali e internazionali. Il locale può essere un laboratorio della transizione se ciò che viene sperimentato entra in dialogo effettivo con i vari livelli istituzionali. IL TERRITORIO COME LABORATORIO È con questa prospettiva che dal 2023 Navdanya International porta avanti attorno al Lago di Bracciano il programma Terrae Vivae, un insieme di progetti pilota attraverso i quali mettere in relazione scuole, agricoltori, giovani, istituzioni, ricerca e cittadinanza e verificare sul campo quali condizioni possano rafforzare la resilienza di una comunità. Uno dei principali terreni di sperimentazione sono state le scuole. Attraverso percorsi di ecoliteracy, agroecologia e Formazione Scuola Lavoro, ragazze e ragazzi sono stati chiamati non soltanto a studiare biodiversità, suolo, sistemi alimentari e cambiamento climatico, ma a osservare il territorio nel quale vivono, incontrare chi lo coltiva, riconoscerne criticità e risorse e formulare proposte. Comprendere le possibilità di advocacy per difendere i diritti dell’ambiente e di tutte le forme di vita che lo abitano. Una parte di questo lavoro prosegue con “RiGenerAzione Ecologica – Cittadinanza e Partecipazione”, progetto cofinanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica nell’ambito della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. La collaborazione con il MASE assume in questo senso un valore che va oltre il singolo progetto: mette alla prova la possibilità di collegare politiche nazionali, sperimentazione territoriale e partecipazione delle nuove generazioni. La questione educativa diventa così immediatamente politica. Non basta aumentare le informazioni disponibili sulla crisi ecologica. Occorre chiedersi di quali conoscenze, esperienze, strumenti e spazi decisionali abbiano bisogno i giovani per diventare protagonisti della transizione. Anche le Officine Municipali di Bracciano, spazio civico gestito in collaborazione con il Comune, stanno diventando uno degli hub di questo processo: un luogo nel quale studenti, cittadini, produttori, associazioni e istituzioni possono incontrarsi, formarsi e progettare insieme. DALLE BUONE PRATICHE ALLE CONDIZIONI PER IL CAMBIAMENTO È anche questo il senso dell’incontro del 24 ottobre. Al mattino le organizzazioni e le reti giovanili, comprese quelle promosse a livello nazionale dal MASE, si confronteranno sul ruolo delle nuove generazioni nella rigenerazione dei territori, costruendo domande e proposte da portare al successivo dialogo con le istituzioni. Nel pomeriggio il confronto si allargherà ad agricoltori, ricercatori, scuole, amministratori e comunità agroecologiche provenienti da diversi territori attraverso tre conversazioni: educazione alla rigenerazione ed ecoliteracy; biodiversità e resilienza di fronte alla crisi climatica; processi di transizione ecologica guidati dalle comunità. Il punto non sarà soltanto individuare buone pratiche. Le buone pratiche esistono già. Più difficile è capire perché alcune riescano a consolidarsi mentre altre rimangano esperienze isolate. Significa interrogarsi sulle condizioni nelle quali operano gli agricoltori, sui mercati, sull’accesso alle risorse, sui sistemi sementieri, sulle politiche di sostegno, sugli spazi di governance e sulla possibilità reale dei cittadini di partecipare alle decisioni. Dentro questa riflessione si inserisce anche l’intervento di Salvatore Ceccarelli. Il suo lavoro sulle popolazioni evolutive di cereali – fondate sulla diversità genetica e sulla capacità delle colture di adattarsi progressivamente agli ambienti nei quali vengono coltivate – offre un esempio concreto di come biodiversità, autonomia sementiera e adattamento climatico possano concorrere alla resilienza agricola di un territorio. Ma anche in questo caso una soluzione agronomica ha bisogno di agricoltori, ricerca, accesso ai semi, mercati, politiche pubbliche e comunità capaci di sostenerla. Parlare di esperienze territoriali non significa dunque cercare una formula da replicare meccanicamente altrove. Non esiste un unico modello di comunità resiliente esportabile da un luogo all’altro. Possono invece essere condivisi processi e principi: mettere in relazione attori diversi, costruire fiducia, riconoscere gli squilibri di potere, distribuire responsabilità, custodire biodiversità e beni comuni, creare spazi reali di partecipazione e restituire alle comunità capacità di incidere sulle decisioni. La relazione tra Bracciano e Tubas, che sarà esposta durante la giornata, introduce un’ulteriore dimensione di questo approccio: mettere in relazione territori differenti attraverso il rapporto con la terra, l’acqua, l’agricoltura, il cibo e la continuità delle culture rurali per costruire relazioni tra comunità che affrontano, in contesti diversi, alcune delle grandi questioni che attraversano oggi i sistemi alimentari. DAI TERRITORI ALLE POLITICHE Il valore dell’incontro di Bracciano si misurerà  nella capacità di portare le esperienze territoriali dentro un confronto politico più ampio. Le istituzioni presenti saranno per questo chiamate non soltanto a intervenire, ma ad ascoltare e a rispondere alle domande emerse nel corso della giornata. Le urgenze globali devono trovare risposte nei territori; i territori devono poter sperimentare soluzioni; quelle esperienze devono produrre conoscenze e proposte; e politiche nazionali e internazionali devono creare le condizioni perché ciò che funziona possa consolidarsi e diffondersi. In questa circolarità tra locale e globale si colloca il lavoro sull’agroecologia comunitaria. La transizione ecologica non può essere lasciata esclusivamente alla buona volontà delle comunità, così come non può essere realizzata soltanto attraverso decisioni istituzionali prese dall’alto. Richiede entrambe le dimensioni: rafforzare la capacità collettiva dei territori di agire e, contemporaneamente, trasformare le condizioni economiche, politiche e istituzionali entro cui quell’azione diventa possibile. 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October 20, 2026
Comune-info
I fascisti della «fine dei tempi» stanno…
… stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara. di Naomi Klein e Astra Taylor; pubblicato sul «Guardian». Abbiamo ripreso la traduzione di Lavinia Marchetti (dal suo sito). Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli. Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di
September 15, 2026
La Bottega del Barbieri
La Global Sumud Flotilla fa rotta sull’Albania
La Global Sumud Flotilla, dopo i ripetuti tentativi di forzare il blocco navale israeliano contro Gaza, si è data una nuova missione. Il 20 agosto tre imbarcazioni della GSF sono partite dal porto di Brindisi facendo rotta questa volta verso l’isola albanese di Sazan. L’obiettivo è quello di unirsi alla […] L'articolo La Global Sumud Flotilla fa rotta sull’Albania su Contropiano.
August 22, 2026
Contropiano
Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
Voce del banditore – « Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell’Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove e che la terra non è il centro del mondo e si muove Andrea – (forte) Sventurata la terra […] L'articolo Sventurata la terra che ha bisogno di eroi su Contropiano.
August 10, 2026
Contropiano
Terra e memoria della terra: S’Atobiu 2026
Arriva alla V edizione il Festival dell’editoria indipendente che si tiene in Sardegna fra Selargius e Tertenia: “Per immaginare un percorso di transizione dal capitalismo” S’Atobiu, prima parte, Selargius (CA) 8, 9 e 10 maggio 2026 “S’Atobiu” (L’Incontro, in Iingua sarda), è il festival della piccola editoria indipendente, nato nel novembre del 2022 dall’esigenza di costruire uno spazio di confronto
Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI COME TERRA E ACQUA IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
La devastazione ambientale in Palestina è un’arma del sionismo
Ecoresistenze ha pubblicato l’opuscolo “La devastazione ambientale è un’arma del sionismo – Voci da un viaggio in Palestina contro l’ecocidio di Israele”, come primo resoconto di un recente viaggio nei territori occupati in Cisgiordania con l’obiettivo di continuare ad ampliare ed alimentare il dibattito sull’utilizzo mirato della distruzione della Natura […] L'articolo La devastazione ambientale in Palestina è un’arma del sionismo su Contropiano.
February 5, 2026
Contropiano
Una ricerca di bellezza
ARTIVISMO È UN LIBRO CHE AFFIANCA 36 POESIE E 36 IMMAGINI. LE FOTO DI DANIELA DI BARTOLO SONO LA RISOLUZIONE VISUALE DELLE PAROLE DI ALESSANDRA PILLONI, LE PAROLE DI ALESSANDRA, LA VOCE DELLO SGUARDO DI DANIELA. IL LIBRO È IL FRUTTO DI UNA COSTANTE RICERCA DI BELLEZZA, IN FORTE RISONANZA CON IL PENSIERO CRITICO DELL’ECOFEMMINISMO, LADDOVE È DIFFICILE TROVARNE. IL RISULTATO? UN MANIFESTO LEGGERO E RESISTENTE Foto di Daniela Di Bartolo -------------------------------------------------------------------------------- “Siamo qui per una serie di incredibili sincronie e perfette simbiosi” Daniela Di Bartolo, donna delle erbe e della natura, insieme ad Alessandra Pilloni, archeologa e scrittrice operativa in Sardegna, hanno dato vita a un progetto editoriale tanto semplice quanto potente: Artivismo, edito da Introterra edizioni. Il titolo è una dichiarazione di azioni e intenti in cui le parole arte e attivismo si fondono creando un modo di vivere e di percepire la Terra. La delicatezza degli sguardi di Daniela Di Bartolo che prendono in prestito dalla vita attimi di equilibrio e perfezione accompagnano le parole di Alessandra Pilloni che dichiara con fermezza le sue posizioni, le sue battaglie, i suoi momenti di tregua. Il libro si compone di 36 poesie accompagnate da altrettante immagini che si abbracciano e si completano a vicenda. Nulla prevarica, tutto è in armonia. Le foto di Daniela sono la risoluzione visuale delle parole di Alessandra, le parole di Alessandra, la voce dello sguardo di Daniela. Nelle poesie si evince quanto patisca per la condizione della Terra, per le violenze che sistematicamente subisce, per la sofferenza che prova. La Terra, appunto, la difesa della Casa che ci ospita e della quale non riusciamo ad avere cura, il riconoscimento della bellezza nascosta nei dettagli della natura e nel passo lento sono i temi che hanno fatto sì che Alessandra e Daniela si incontrassero e che rendono Artivismo una ricerca di bellezza laddove è difficile trovarne. Il loro incontro ha la magia che solo il caso sa creare: da uno scambio di opinioni su un social, trasformato poi in corrispondenza fino alla nascita del progetto Artivismo tutto è stato naturale. Perché, come recita una delle quattro leggi della spiritualità indiana, le cose vanno sempre come devono. Artivismo, con la sua immediatezza, si pone come una voce fuori dal coro, come un manifesto leggero e resistente. -------------------------------------------------------------------------------- Una delle poesie raccolte nel libro: Sono uscita presto la bella di notte era ancora sveglia, mi ha detto che le stelle stanotte hanno avuto freddo perché da lassù hanno visto tutte le brutture del mondo accadere senza poter fare nulla. Gli ho detto che anch’io a volte mi sento così giù ed è proprio grazie a loro che ritrovo la speranza. In questo, stelle e fiori si somigliano, si schiudono per fare luce. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una ricerca di bellezza proviene da Comune-info.
November 19, 2025
Comune-info
India. Nel Ladakh esplode la protesta delle nuove generazioni
Lo scorso 10 settembre il noto attivista climatico e volto di molte proteste per lo status costituzionale speciale del Ladakh e la tutela ambientale, Sonam Wangchuk, ha iniziato uno sciopero della fame di trentacinque giorni, dando il via all’ultima di una lunga serie di proteste pacifiche che Wangchuk ha guidato […] L'articolo India. Nel Ladakh esplode la protesta delle nuove generazioni su Contropiano.
September 28, 2025
Contropiano
Sentirsi parte di una narrazione a più voci
TRA MILLE DIFFICOLTÀ E CONTRADDIZIONI IL MONDO CONTADINO RACCOGLIE OGGI SEMPRE PIÙ ESPERIENZE DIVERSE DI RITORNO ALLA TERRA E DI CREAZIONE DI COMUNITÀ LEGATE ALL’AGRICOLTURA CONTADINA, COME PRATICHE CARICHE DI SENSO, RICCHE DI NUOVE E VECCHIE DOMANDE. QUESTO UNIVERSO È GIÀ IN GRADO DI INDICARE STRADE DI DISOBBEDIENZA, OFFRIRE SAPERI, ROMPERE L’INDIVIDUALISMO DELLA SOCIETÀ ATOMIZZATA. SI TRATTA PERÒ DI NON DIMENTICARE MAI CHE I CAMBIAMENTI CULTURALI NON AVVENGONO IN MESI O ANNI MA IN DECENNI E PER QUESTO QUALSIASI ECOSISTEMA DEVE RESTARE APERTO, MA SI TRATTA ANCHE DI NON DELEGITTIMARE, SCREDITARE, ISOLARE ESPERIENZE DIVERSE DALLA PROPRIA. ALCUNE RIFLESSIONI DALLA TRE GIORNI “STORIE E RESISTENZE CONTADINE” IN VAL PELLICE Raccolte d’autunno: Ortica per il pasto, Prugnolo-Sambuco&Biancospino per la composta. Foto di Daniela Di Bartolo -------------------------------------------------------------------------------- In giugno ho partecipato per un giorno e una notte all’incontro “Storie e resistenze contadine” in Val Pellice. Un luogo incantevole, una cornice bella e accogliente, fra uno spazio per le tende, un prato al centro che ospita un grande cerchio, un bellissimo torrente d’acqua fresca e cristallina che attraversa lo spazio comunitario quasi a rigenerarlo e a ricordare che nulla è fermo. E ancora: una cucina aperta e un operoso collettivo che sforna ottimo cibo, una spina di birra artigianale e un box di ottimo barbera a offerta libera stanno a ricordare che la fiducia è una pratica e un esercizio politico essenziale. Una comunità biodiversa si pone delle domande nella creazione di esperienze e pratiche di contadinanza a partire da una critica radicale al modello dominante che considera la città come il grande parassita, il mostro che tutto colonizza, tutto sussume, tutto mercifica, tutto intossica e abbruttisce fuori e dentro di noi. La critica alla città come fonte ed emblema del problema, contesto mortifico da lasciarsi alle spalle per dare vita ad altre forme di economia e di autonomia, a partire dalla cura della terra come cura di noi stessi e noi stesse e dall’autoproduzione di cibo, come primo passo di autosussistenza e autodeterminazione. Città come epicentro dell’inutile e del fittizio, che non risponde ad alcun bisgno se non a quello della sopravvivenza e delle perpetuazione del capitalismo. La città irradia modelli e gerarchie come fossero assiomi assoluti e immodificabili ed espande la dipendenza dal denaro e la cupidigia dell’accumulo come unica prospettiva che avviluppa tutto, a partire dal pensiero. Nella convivialità dell’incontro colpisce la presenza giovanile, che costituisce la maggioranza delle e dei presenti e l’eterogeneità dei partecipanti, tra chi da tempo lavora con la terra, chi si sta avvicinando, chi ne è affascinato e sta pensando a come lasciare la città, chi si muove in funzione di raccolte e lavori temporanei senza avere riferimenti fissi. C’è chi conduce piccole aziende agricole che di fatto sono piccole imprese, chi non ne vuole saperne di burocrazia e compromessi e si dedica a sviluppare progetti di sussistenza nell’informalità, chi in modo comunitario, chi in forma collettiva. Diverso anche il rapporto col denaro tra chi riceve contributi pubblici per portare avanti il proprio progetto e chi li rifiuta, chi ha contratto dei debiti per avere accesso a trattore e altre forme di tecnologia e vive fatiche e ansie legate a mole di lavoro, costi e debiti che allontanano dalle speranze originarie di una vita armonica e serena in natura e chi ha deciso di proseguire secondo un approccio rigorosamente low tech, vivendo diverse forme di fatiche. Una ragazza racconta il timore di lasciare la città e un lavoretto che le garantisce delle entrate certe anche solo per mantenersi una macchina e qualche minima tutela e certezza. Nella pluralità delle visioni e nell’apertura del confronto, un contadino della Val Pellice contesta il carattere antispecistico dato alla tre giorni e al relativo menu. La dimensione del rapporto con le bestie anche crudele ma non industriale fa parte dell’agricoltura, delle pratiche ancestrali e della storia dell’uomo (leggi anche ). Tra diversi racconti ed esperienze che esprimono soprattutto spinte embrionali e recenti tentativi di avvicinarsi alla terra, spiccano esperienze più solide, durature e con le idee chiare. Atelier Paysan con il suo articolatissimo lavoro “Liberare la terra dalle macchine” approfondisce nella storia i meccanismi politici, economici e culturali di espropriazione che hanno relegato il settore primario ai margini delle civiltà europee e denuncia le minacce e i pericoli di controproduttività insiti nell’agricoltura 4.0, dominata dall’alta tecnologia e dalla dipendenza da grandi capitali, dalla proprietà delle sementi e dai nuovi ogm. A fronte delle concrete minacce rivolte alla sovranità alimentare di tutti e tutte, Atelier Paysan propone la sfida di un ritorno diretto alla terra per un milione di contadini e del recupero delle pratiche, dei metodi e dei contenuti dell’educazione popolare per un cambiamento più profondo e integrale. Per la rivoluzione sociale sono necessarie alleanze e strategie con vari settori della popolazione, per cambiare i rapporti di forza a partire dal legame con la terra. Servono ecosistemi aperti e dinamici, non esistono isole felici: la comunità chiuse alla lunga implodono… Il livello e la portata della discussione si alza molto. A comprenderlo e reggerlo ci sono diversi contadini storici. Nonostante il Italia le realtà agricole, controllate da grandi organizzazioni di secondo livello molto colluse col sistema, stentino a dar vita a movimenti politici di massa, è rimasta viva dall’inizio del terzo millennio una rete di agricoltori che era riuscita nel 2013 a fare approvare una legge nazionale che definiva il concetto di “Contadinanza”, a protezione dalle politiche, dalle leggi e dalle normative che privilegiano le grandi imprese. L’impegno, seppur frastagliato, era quello di dar vita a cooperative territoriali integrali, che possano garantire sicurezza alimentare e sociale sui territori, con l’idea di uscire da una dimensione di minoritarietà e marginalità, per fondere i movimenti per i diritti politici e sindacali con quelli contadini, in nome della sovranità territoriale locale. Un tentativo che con molta fatica ha coinvolto circa 250 realtà agricole solo in Piemonte… A fronte di tante esperienze diverse e di nuove e vecchie domande quello che accomuna è vedere nel ritorno alla terra e nella creazione di comunità radicate nella terra una possibile via per resistere al dominio, e praticare sentieri generativi e in qualche modo carichi di senso, maggiore libertà e felicità mentre il futuro si fa sempre più tetro e il disastro intorno incombe. Accomuna il rifiuto di un mercato che penetra ogni ambito della vita in una escalation che porta inevitabilmente alla guerra, di un paesaggio dentro e fuori di noi che si uniforma, di un sistema normativo inibente e senza senso che atrofizza gusto e sensi, rende asettiche pratiche e relazioni e insapore il cibo, di un sistema di controllo che si articola in vari apparati e disegni concorrendo in modo coordinato alla devastazione. Espropriazione dell’acqua, della terra e della possibilità di coltivare e produrre cibo sono la prima forma di attacco e annichilimento, materiale e spirituale. In questo senso un pensiero non può che andare alla Palestina. In questo senso un movimento verso un ritorno reale alla terra pare l’unica forma di irriducibilità e resistenza. Nell’incontro emerge dunque la visione di un sistema totalitario e totalizzante che fa della mercificazione, dell’estrattivismo, del controllo e della paura le principali forme di dominio, dall’altra una molteplicità di esperienze e percorsi di lotta ed emancipazione a partire dal ritorno alla terra. In realtà quello che percepisco e che vorrei mettere in luce in questo testo è che il problema è non solo esterno ma anche interno al movimento. Il problema siamo anche noi. Mi riferisco, di fondo, a una mancanza di rispetto ai percorsi personali e collettivi. Quella biodiversità delle esperienze che sopra descrivevo, anziché essere un punto di forza diventa un terreno di conflitti, denigrazioni, screditamenti, diffamazioni, diaspore. Si erigono feudi per mettere in campo espressioni di narcisismo, edonismo, nichilismo per espiare drammi, fallimenti, frustrazioni, ambizioni e incapacità personali. Continuiamo a guardare, denunciare, colpevolizzare il nemico fuori senza riconoscere i limiti e blocchi che abbiamo dentro. “La mia o la nostra esperienza è sempre la più giusta, la più rivoluzionaria e radicale…”. Manca di fondo un’etica e una pratica fondata sul rispetto e il supporto ai percorsi altri. Uno dei principali ostacoli alla creazione di un movimento più allargato e al dipanarsi di alternative credibili è la tendenza interna ai movimenti di giudicare, delegittimare, screditare, isolare esperienze diverse dalla propria che rappresentano invece percorsi che ciascuno, secondo propri equilibri e sensibilità, intraprende per provare a vivere nel modo più libero e coerente possibile gestendo le proprie contraddizioni in una cornice oppressiva e in un momento storico deprimente ma proprio per questo colmo di domande e di possibili scelte radicali. In permacultura il concetto di omeostasi si riferisce alla capacità della natura di rafforzarsi e far fronte ai pericoli grazie alla capacita di creare relazioni tanto più solide quanto più agite da soggetti biodiversi. Noi facciamo esattamente il contrario e in questo modo ci indeboliamo. Si tratta invece di accogliere i precari equilibri e gli ecosistemi personali che ogni persona e realtà sta costruendo e di inventare forme creative di mutuo aiuto, fuori dal sistema e dal pensiero dominante. Evitare il reduzionismo che porta a vedere il mondo e le prospettive di cambiamento da un solo tema e angolatura, visto che tutto è collegato. Ciascuno di noi contiene moltitudine e si tratta di accettare che ognuno sceglie e riesce a gestire ambiti di antagonismo e radicalità e ambiti di negoziazione e convergenza perché non ne ha le forze o sente anche di impazzire e implodere nel combattere contro tutto e tutti. In qualche caso riesce ad agire senza denaro e secondo le pratiche che sente proprie dedicando tempo, energie e amore, in altri deve scendere a patti. Chi decide di occupare e chi ritiene aver più margine di azione tenendo aperto un circolo ARCI, chi decide di comprare la terra e chi valuta che la terra non può essere comprata, chi ritiene imprescindibile il rifiuto verso ogni pratica burocratica e chi decide di aprire una piccola impresa o cooperativa agricola per avere risorse per partire e riconoscersi un reddito, chi sceglie per la certificazione biologica e chi no… si tratta di porsi in una posizione di ascolto e apprendimento senza la pretesa di sentirsi più rivoluzionario e più radicale degli altri. Per essere più esplicito: si tratta di imparare a non romperci i coglioni e di perderci in quisquiglie e rivalità personali e di utilizzare tutte le energie a supportarci, a creare un ecosistema basato su rispetto e fiducia e una cornice versatile in cui tutti e tutte in diversi momenti possano trovare spazio e dare supporto, secondo una disciplina e delle pratiche condivise. Stefania Consigliere ci ricorda il valore della molteplicità. Siamo cresciuti nel dualismo dell’o/o, pro o contro, con me o contro di me invece dobbiamo imparare a ragionare con la categoria dell’e/e…. Più esperienze, più relazioni, più percorsi, più forme di intreccio, più esiti, più collaborazione. Di fondo più rispetto e supporto riconoscendo che non ci siano gerarchie ma nemmeno uniche certezze e verità o modelli validi per tutti. Servono disobbedienza, opposizione, massa critica, esperienze concrete che possano essere di riferimento. Servono saperi che rischiano di essere persi e depredati. Saperi tecnici legati alla natura e all’agricoltura ma anche saperi di base. Anche cooperare, come ci ricorda sempre Stefania Consigliere, è un sapere, una parte di noi da riprendere e coltivare in una società atomizzata che ha fatto dell’individualismo l’unica forma di sacralità fino a farci sentire tutti soli e divisi… Si tratta di interrogarsi sul lavoro: ripensare forme di lavoro basate sull’economia di sussistenza e centrate sul valore d’uso del nostro impegno e delle nostre relazioni di scambio e/o difendere i diritti conquistati dai nostri padri e nonni all’interno dei rapporti di lavoro salariato? Per quale approccio tendere considerando che ciascuno dei due approcci è portatore di un diverso modo di intendere il tempo, le relazioni, la proprietà? Si tratta di calibrare sforzi e fatiche legate al lavoro, stabilire un equilibrio nella gestione del tempo, mettendo al centro e calibrando il valore del limite e della misura che per ciascuno è soggettivo e diverso. Si tratta di provare a star bene ricostruendo un tessuto di relazioni resistenti, nella convivialità, secondo l’accezione di Ivan Illich, equiparando il più possibile mezzi e fini: liberarsi liberandosi! I cammini si tracciano camminando, caminando se hace il camino… Ma ci vuole tempo… Sempre Stefania Consigliere ci ricorda che i cambiamenti culturali non avvengono in mesi o anni ma in decenni. L’importante è che gli ecosistemi siano aperti nello sviluppo e nelle relazioni e che dibattito e confronto siano ricchi, generativi e trasformativi. Il potere si gongola della nostre divisioni, deride i nostri numeri, si beffa delle nostre fatiche ma non dorme sonni tranquilli quando sappiamo organizzarci, radicare delle pratiche e delle esperienze credibili che sappiano contaminare e avvicinare altri giovani (non a caso si discuteva a Monza come a Venaus come oggi i più giovani siano le principali vittime delle più severe repressioni, quasi in una logica preventiva e intimidatoria). Uno dei più grandi apprendimenti che possiamo acquisire oggi è l’importanza della centratura personale. La dimensione delle emozioni e dello spirito che aiutano nelle scelte. Forse non è tanto l’appartenenza alla classe, non sono gli slogan e le parole d’ordine di un movimento o di un’ideologia che ci portano a scelte e percorso coraggiosi ma è un profondo sentire personale, una connessione con se stessi, col pianeta, con la vita, col genius loci dei territori che abitiamo, le relazioni e le forme di armonia invisibili che ci legano agli altri, umani e non. Forse è questa parte del sentire, a volte estromessa dai movimenti più orientati a sensi di appartenenza basati su altre categorie e dimensioni, quella che può dare autenticità e profondità alle scelte e favorire tante contaminazioni liberatrici. Rassegnazione, disincanto, senso di inutilità sono tra le principali armi del potere per infondere passività, assuefazione e sottomissione. Come ci suggerisce Marco Deriu la rabbia non può essere l’unica emozione che ci muove. La rivolta passa dal reincanto del mondo, dal ritrovare meraviglia, gioia, magia, dal riappropriarsi della consapevolezza di sé, coltivando l’immaginazione del possibile. Sentirsi parte di una narrazione a più voci, che faccia del valore e della pratica della biodiversità il proprio paradigma, senza dover aderire a un modello monolitico o a delle certezze definitive e incontrovertibili da difendere, ci può aiutare a trovare lo spirito e il coraggio per affrontare sotto mille forme e prospettive l’attacco all’umano e al pianeta da cui insieme dobbiamo difenderci contrattaccando. La chiave della biodiversità ci può anche aiutare a vedere intorno a noi tanti e sempre nuovi possibili amici e alleati e a trovare nuove chiavi per interpretare incontri generativi ed esperienze significative come quelle vissute in Val Pellice. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sentirsi parte di una narrazione a più voci proviene da Comune-info.
September 9, 2025
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