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La solidarietà che resiste alla guerra in Sudan
Mentre la guerra continua a devastare il Paese e gli aiuti internazionali faticano a raggiungere le popolazioni, migliaia di volontari sudanesi si mobilitano ogni giorno attraverso le Emergency Response Rooms. Cucine comunitarie, assistenza medica, evacuazioni, rifugi e sostegno ai più vulnerabili: una rete nata dal basso che tiene in vita intere comunità e potrebbe avere un ruolo anche nel futuro del Sudan. In Sudan, mentre la guerra infierisce da tre anni sulla popolazione civile e gli aiuti umanitari faticano ad arrivare, c’è una rete di volontari che ogni giorno salva migliaia di persone. Sono le Emergency Response Rooms (ERR), cellule operative di soccorso nate dal basso e diventate uno dei principali strumenti di assistenza della società civile sudanese. Distribuiscono cibo e medicine, gestiscono cucine comunitarie, evacuano feriti. Lo fanno senza grandi mezzi, comunicando attraverso chat di WhatsApp e muovendosi tra posti di blocco e territori controllati da forze rivali. Un lavoro indispensabile che è valso loro la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025 e, a inizio settembre di quest’anno, il Premio per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli, assegnato dalla Fondazione Balzan a istituzioni o singole persone che si sono distinte in opere umanitarie eccezionali. L’organizzazione era tra i nomi che circolavano maggiormente anche quest’anno alla vigilia dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato norvegese. L’importanza delle Emergency Response Rooms è cresciuta insieme alle dimensioni della crisi. A più di tre anni dall’inizio della guerra, il Sudan conta ancora oltre 8,5 milioni di sfollati interni, mentre più di 5,1 milioni di persone sono rientrate nelle proprie aree d’origine, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il ritorno, però, non significa necessariamente sicurezza: molte famiglie rientrano in abitazioni danneggiate e in territori dove i servizi essenziali sono ancora largamente compromessi. A rendere ancora più difficile la risposta sono la scarsità di finanziamenti e, soprattutto, le difficoltà di accesso. In molte aree gli operatori umanitari internazionali devono confrontarsi con combattimenti, posti di blocco, autorizzazioni e ostacoli burocratici. L’Oim considera infatti i soccorritori locali, comprese le Emergency Response Rooms di Khartoum, un elemento importante nelle attività di risposta e di prima ripresa. Sia l’esercito regolare (Saf) sia i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) sono accusati di ostacolare l’accesso agli aiuti e di utilizzare l’assistenza alimentare come strumento di pressione politica e negoziale. Rallentano i permessi, impongono ostacoli ai convogli e, in un contesto segnato da attacchi alle strutture sanitarie, gli operatori umanitari sono spesso esposti ad accuse di ingerenza. È dentro questo vuoto che le ERR hanno costruito il loro spazio. Come sono nate le ERR Le prime sono nate a Khartoum dopo lo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, per poi estendersi in altre parti del Paese. La loro origine affonda però negli anni precedenti. Molti dei volontari provenivano dai comitati di resistenza, le reti di giovani che avevano avuto un ruolo centrale nelle mobilitazioni contro il regime di Omar al-Bashir e che, durante la pandemia di Covid-19, avevano già organizzato forme di assistenza nei quartieri. Quando nell’aprile 2023 è cominciata la guerra tra le Sudanese Armed Forces (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, quelle reti erano già presenti sul territorio. Hanno così riconvertito la loro esperienza in una macchina di soccorso adattata alla guerra. Le ERR non sono Ong nel senso tradizionale del termine. Sono gruppi locali, spesso organizzati a livello di quartiere, che coordinano volontari e risorse attraverso reti informali. I numeri attribuiti alla rete sono imponenti: alcune stime parlano di oltre 26 mila volontari distribuiti nei 18 Stati sudanesi. Anche la comunicazione si è adattata alle condizioni della guerra. Le reti utilizzano applicazioni di messaggistica che consentono ai volontari di coordinare rapidamente richieste e interventi, cercando allo stesso tempo di ridurre i rischi di intercettazione. In particolare, alcuni gruppi utilizzano app di messaggistica criptata come Signal o Telegram per limitare il rischio di identificazioni e ritorsioni da parte delle forze armate. Perché il rischio è concreto. I volontari possono essere accusati dall’una o dall’altra parte di sostenere il campo avversario. In questi anni diversi operatori delle ERR sono stati arrestati, minacciati o uccisi. In una guerra in cui anche l’assistenza può essere interpretata come una presa di posizione, aiutare i civili significa spesso esporsi ad accuse di spionaggio o di collaborazione con il nemico. Le radici culturali e morali di questo modello di mutuo soccorso affondano nel concetto di nafeer, che in arabo indica una forma di azione collettiva e richiama l’antica tradizione sudanese dell’aiuto reciproco. Anche le risorse arrivano in gran parte dai cittadini stessi, in particolare dalla diaspora, vale a dire da quelle persone che nei decenni passati sono emigrate nei Paesi del Golfo o in Occidente. Attraverso micro donazioni, applicazioni di banking digitale e rimesse dirette, la diaspora sostiene quotidianamente l’azione dei volontari sul territorio. Cosa fanno concretamente le ERR? L’operato di questi gruppi varia in base alle necessità dei territori e alle risorse disponibili. I servizi principali riguardano l’assistenza medica di base e la distribuzione alimentare. I volontari gestiscono le takaya, cucine comunitarie che sfamano interi quartieri, aprono ambulatori, si occupano di evacuare e di individuare rifugi per i civili e recuperano salme per garantirne una sepoltura dignitosa. Non solo: nei comitati femminili viene offerto sostegno alle donne vittime di violenza e di stupri di guerra, mentre alcuni giovani insegnano inglese e arabo ai bambini, cercando di evitare che una generazione intera cresca senza istruzione. Nel tempo si sono aggiunte anche attività di raccolta dati e gestione dei media. Ad esempio, la ERR di Khartoum ha creato un progetto di mappatura “contro-militare” che, attraverso il linguaggio visivo, punta a superare la percezione riduttiva e militarizzata del conflitto sudanese, mettendo al centro il ruolo dei civili e della solidarietà sociale. Questo mostra come il ruolo delle reti di mutuo soccorso si spinga oltre l’assistenza: oltre a salvare vite nell’immediato, queste reti hanno sviluppato una capacità di intervento capillare e rapida, spesso difficile da replicare per le organizzazioni umanitarie che devono operare attraverso procedure e autorizzazioni. Per alcuni osservatori e per esponenti della società civile sudanese, queste “stanze” locali non sono soltanto una risposta all’emergenza di oggi, ma potrebbero rappresentare anche uno dei laboratori da cui partire per la ricostruzione democratica del Sudan di domani.   Africa Rivista
October 15, 2026
Pressenza
Sui nuovi mondi
SI POTREBBE COMINCIARE DA QUELLE COMUNITÀ CHE, TRA INEVITABILI FRAGILITÀ, COSTRUISCONO RELAZIONI SOCIALI DIVERSE NELLA VITA DI OGNI GIORNO, NEI PICCOLI PAESI COME NELLE CITTÀ. ENZO SCANDURRA HA INSEGNATO URBANISTICA PER OLTRE QUARANT’ANNI: IL SUO INVITO A METTERE AL CENTRO IL FARE DI QUELLE ESPERIENZE CHE CERCANO NUOVI MONDI TRA MUTUO SOCCORSO E DEMOCRAZIA COMUNITARIA, È ACCOMPAGNATO DA ALCUNE DOMANDE. COME APRIRE UNA DISCUSSIONE SU UN CONCETTO ABBANDONATO, IL SOCIALISMO, IN ITALIA? SIAMO IN GRADO DI ALLONTANARCI DA INUTILI RIUNIONI E LITI SU LEADER E FORMAZIONE DI NUOVI ALLEANZE? E SE RINUNCIASSIMO A QUESTO PER VIVERE “COME SE”, COME SE IL SOCIALISMO FOSSE GIÀ PRATICATO? QUESTE E ALTRE DOMANDE HANNO PERÒ BISOGNO DI UN ÀNCORA: “MOLTI DI QUELLI CHE PARLANO DI SOCIALISMO COL SOLITO LINGUAGGIO, CON QUEL TRABOCCHETTO CHE AFFERMA CHE NON HANNO IMPORTANZA I MEZZI ATTRAVERSO I QUALI SI RAGGIUNGE QUESTO FINE, SARANNO COLORO I QUALI, CAMBIANDO SISTEMA, IL SOCIALISMO LO OSTACOLERANNO… NON SI PUÒ PRATICARE LA VIOLENZA PER COSTRUIRE UN MONDO DAL QUALE SI VUOLE ESPELLERLA” San Michele Salentino. Foto di Attacco Poetico -------------------------------------------------------------------------------- C’è un dibattito sul socialismo a venire? Ben venga in questo Paese anestetizzato, dalla coscienza atrofizzata, dalla mancanza di qualsiasi stupore per ogni cosa. Come sempre, si scontrano diverse analisi e visioni; tutte partono dal rifiuto di come va il mondo adesso, delle guerre, delle mediocri personalità che ci governano, delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle sopraffazioni, delle miserie e della crisi climatica che ci minaccia; insomma dal rifiuto del capitalismo e dell’ideologia neoliberista che rischia di trasformare il pianeta in un deserto. Eppure mi sento a disagio a parlare di questo tema in termini teorici: quale socialismo; quando il socialismo? Anziché immergerci in queste dotte analisi e pensieri, compito spropositato, preferirei pensare alla vita quotidiana delle tante piccole comunità disseminate un po’ ovunque, che senza parlare direttamente del tema, lo vivono con il proprio corpo, le fatiche del vivere, i piccoli conflitti, la gioia di fare insieme e di cenare insieme, l’amicizia, l’amore per le cose e la natura. Non è forse questo il socialismo? Oppure mi sbaglio? Penso a quel bel quadro di Pellizza da Volpedo e ci sembra che in esso, nelle sue figure ottocentesche, ci sia l’immagine del socialismo. Piuttosto che cercarlo nelle teorie, si potrebbero osservare queste comunità, la vita in piccoli paesi quasi abbandonati, il ritorno a pratiche di vita desuete, a un’economia che non abbia il fine del profitto, ma la produzione di beni materiali necessari alla vita quotidiana (La Restanza di Vito Teti). Lo sguardo della sinistra dovrebbe ruotare di 180 gradi e rivolgersi verso queste comunità e il loro modo di vita. Si impara solo spingendosi ai limiti per inoltrarsi su sentieri nuovi, mai praticati. Abbandonare le inutili riunioni, gli stanchi dibattiti, le liti nella sinistra, il leaderismo, la ricerca del Capo, la formazione di nuovi schieramenti e lasciarli soli questi politici, che si azzuffino pure per futili motivi, per contendersi qualcosa di cui non abbiamo bisogno. Senza il nostro riconoscimento essi sono personaggi inutili, senza alcun potere, persino ridicoli. E se appunto rinunciassimo a tutto questo e decidessimo di vivere “come se”, come se il socialismo fosse già praticato? E se ci immergessimo, noi non più giovani, in questo nuovo mondo di resistenza (femminismo, movimenti giovanili, studenti, ecc.)? Bisogna partire da se stessi, rinunciare al dover essere, al presidenzialismo, ai propri privilegi perché se uno sta più bene degli altri, ci saranno sempre quelli che stanno meno bene di lui. E rinunciare al dominio del patriarcato che affiora anche ai livelli istituzionali (vedi Nordio, Roccella). Partiamo dalle città, i luoghi dove vive e lavora la maggior parte delle persone (destinate a crescere nel tempo). Nulla ci impedisce di pensare (come già immaginava Murray Bookchin) che esse possano diventare “culle di comunità”, dove gli abitanti sono legati da vincoli comunitari e dove la solidarietà e la convivenza ne sono i requisiti fondamentali. Oggi siamo ben lontani da questa situazione, il capitalismo e l’ideologia neoliberista stanno trasformando le nostre città in luoghi di disperazione, di solitudine, di una guerra silenziosa tra ricchi e poveri. In primo luogo, bisogna abbandonare l’idea di metropoli, quel non-luogo di flussi e merci devastatore di territori e luoghi. Perché le persone abitano i luoghi fisici e non i flussi. Ma se si vogliono salvare le città (“Non si salva il pianeta se non si salvano le città” è il titolo di un bel libro di Giancarlo Consonni), bisogna ridefinire il concetto di democrazia, ovvero il suo perno fondamentale che consiste nella (crisi della) rappresentanza. Una democrazia reale si fonda sul volere/potere dei cittadini che si organizzano in comunità che, in quanto tali, prendono decisioni sull’organizzazione della propria vita; in sostanza comunità autogovernanti e di mutuo soccorso. Esperienze di tal genere si sono realizzate anche in Italia, purtroppo, in situazioni di emergenza come a L’Aquila (post terremoto), e durante l’epidemia di Covid. Una comunità non è un semplice aggregato di individui, afferma Debbie Bookchin (vedi Pratiche urbane e alleanze dei corpi, ne il manifesto del 20.11.2025): “una forma di organizzazione che chiamiamo comunitarismo. Si tratta di un progetto profondamente educativo in cui ci riappropriamo del senso di solidarietà e impariamo di nuovo ad autogovernarci”. Perché è proprio dalle città che nascono e si moltiplicano movimenti antagonisti al potere autocratico, come recentemente avvenuto a New York. Le città sono diventate fiere futili di eventi, di spettacoli, di turisti mossi dall’ansia di consumare, di rapine da parte di fondi immobiliari stranieri e non che le spolpano di ogni ricchezza e bellezza. Ma tanto più diventano prigioni per motivi di sicurezza, tanto più crescono movimenti antagonisti, per ora isolati, silenziosi, afoni. Casematte di un possibile risveglio? Esempi virtuosi di un altro mondo? È sufficiente questo? No, credo di no. Bisogna anche impegnarsi a cambiare i nostri governanti, a combattere per sostituirli con rappresentanti più onesti e capaci. Ma solo a partire dalle esperienze di questi nuovi mondi inascoltati e invisibili dalla politica, senza le quali ogni rinnovamento diventa impossibile. C’è poi il problema delle istituzioni; quelle in cui riponevamo la nostra fiducia non esistono più. Il neoliberismo si è mosso nella direzione di neutralizzarle: governi che decidono senza parlamenti, leggi che stanno per introdurre il presidenzialismo (leggi: fascismo), aggiungiamo il tentativo di eliminare i sistemi di controllo internazionali e quelli nazionali (Corte dei Conti, Banca d’Italia, magistratura). Difficile quindi contare in esse, piuttosto ci si dovrebbe interrogare su come risanare e rafforzare le “vecchie istituzioni” (Onu), e al tempo stesso crearne di nuove sovranazionali per affrontare problemi nuovi, sconosciuti in altre epoche, per esempio quelli connessi alla minaccia climatica (Luigi Ferrajoli, Per una costituzione della terra; Progettare il futuro. Per un costituzionalismo globale). Crediamo però che molti di quelli che parlano di socialismo col solito linguaggio, con quel trabocchetto che afferma che non hanno importanza i mezzi attraverso i quali si raggiunge questo fine, saranno coloro i quali, cambiando sistema, il socialismo lo ostacoleranno, come già accaduto nella storia. Non si può praticare la violenza per costruire un mondo dal quale si vuole espellerla. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui nuovi mondi proviene da Comune-info.
November 23, 2025
Comune-info
Dossier Milano # 7 | Il futuro di Piazzale Loreto e la necessità di una svolta pubblica a partire dai municipi – di Angelo Junior Avelli
Il progetto di riqualificazione di Piazzale Loreto, al momento, sulla carta, è congelato, e non soltanto per la bufera che ha investito Milano con lo scandalo dell’urbanistica e le indagini della Procura, sul sistema di potere che girava intorno alla Commissione Paesaggio e ad un network - altamente selezionato - di manager e superconsulenti [...]
August 11, 2025
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