Con la riforma i giudici dipenderanno dalla politica? risponde Enrico GrossoNecessario fermare l’invadenza della magistratura? risponde Enrico
Grosso Presidente del Comitato Giusto dire No – (trascrizione dell’intervento in
video pubblicato il 30 gennaio 2026 – in calce)
ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Professore Enrico Grosso, Presidente del Comitato
Giusto Dire No, le chiediamo subito un commento sul famoso slogan che appare sui
manifesti del comitato Giusto dire NO che sono stati affissi, in particolare
nelle stazioni italiane: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?” Uno
slogan che ha sollevato le contestazioni del fronte del SI, addirittura con
iniziative legali, perché molti sostengono che la riforma non tocca l’autonomia
della magistratura, che resta scritta a caratteri cubitali nella Costituzione,
e che quindi quello slogan è una fake news dei Comitati del NO. Ma è veramente
una fake news?
PROF. ENRICO GROSSO: Provo a spiegarlo con le parole più semplici di cui sono
capace. E’ ovvio che la Costituzione continuerà a proclamare in astratto “la
magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. Ma
questo di per sè non è sufficiente a garantire che lo sia davvero.
Perché, vedete, le Costituzioni sono meccanismi complessi, sono impasti di
principi e regole. Vengono proclamati dei principi, poi a questi principi si
affiancano delle regole che servono a renderli effettivi, perché i principi,
finché sono lasciati soli, restano scritti sulla carta. Ai miei studenti faccio
sempre questo esempio: durante la Rivoluzione francese, la prima cosa che
scrissero gli autori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino
del 1789 era che la libertà personale doveva essere inviolabile, che nessuno
poteva essere arbitrariamente arrestato in mezzo alla strada. Dopodiché, durante
il Terrore giacobino, la gente veniva appunto arrestata indiscriminatamente e
ghigliottinata il giorno dopo. Mancava un corpo di regole che rendesse effettivo
quel principio così solennemente proclamato, e così il potere, di quel
principio, poteva farsi beffe allegramente. Che cosa ci insegna tutto ciò? Che i
principi non basta proclamarli, bisogna poi garantirne l’effettività con un
sistema di regole che li inverino e li difendano nel quotidiano.
Allora che cosa ha fatto il Costituente nel 1947? Dopo aver proclamato il
principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, cioè della
separazione e dell’equilibrio dei poteri, ha introdotto una serie di regole che
rendessero effettivo quel principio, che scongiurassero il rischio che esso
restasse scritto solo sulla carta. La principale di queste regole è stata
l’istituzione di un organo costituzionale, che si chiama Consiglio Superiore
della Magistratura, al quale è stato affidato il delicatissimo compito di
sottrarre alla politica, al potere politico, tutta una serie di decisioni
concernenti lo status giuridico (e anche la vita personale) del magistrato che,
se assunte da chi è titolare di potere politico, rischiano inevitabilmente di
condizionare le decisioni giudiziarie che quel magistrato si troverà ad
assumere.
I magistrati devono essere liberi di assumere le loro decisioni, in applicazione
del diritto, senza timore delle conseguenze che ne potranno derivare. Il giudice
davvero “terzo e imparziale” è il giudice che non ha paura, non ha paura di
subire un arbitrario trasferimento ad altra sede, di avere un ritardo
ingiustificato nella sua progressione in carriera, di vedersi incolpato
disciplinarmente senza ragione, e così via. Tutti i provvedimenti amministrativi
e disciplinari concernenti i magistrati devono essere assunti senza alcun
condizionamento, neppure solo potenziale, da parte della politica. Perché tale
condizionamento rischia inevitabilmente di “ricondurre”, per usare un verbo che
forse piace ai membri del nostro attuale governo, i magistrati, inducendoli
magari a non assumere quelle decisioni scomode e sgradite. E allora che cosa
fece il saggio Costituente nel 1947? Disse: tutte queste decisioni – le
assunzioni, le assegnazioni, le promozioni, i trasferimenti, i provvedimenti
disciplinari nei confronti dei magistrati – devono essere assunte da un organo
che garantisca piena indipendenza dalla politica. Questo organo si chiama
Consiglio Superiore della Magistratura, che non a caso è composto in maggioranza
di magistrati eletti dai loro colleghi – ed è importante che siano “eletti” – e
da una parte minoritaria di professori universitari in materie giuridiche e
avvocati, eletti dal Parlamento in seduta comune. Per inciso, l’idea dei
Costituenti era che questi componenti “laici” (ossia individuati tra professori
e avvocati e non tra magistrati) sarebbero stati scelti tra i migliori giuristi
del Paese, i quali, in perfetta autonomia come dovrebbe garantire il loro
status, insieme ai componenti eletti dai magistrati avrebbero garantito un vero
“autogoverno” della magistratura. Il che non è avvenuto, da quando la politica
ha cominciato a designare al CSM persone che assicurassero il massimo grado di
fedeltà alle linee politiche dei partiti che li esprimevano.
Che cosa fa la riforma? Smonta il CSM, lo smonta in tre mosse.
Primo: lo divide in due, e tutte le volte che tu dividi un organo in due lo
indebolisci, perché secondo il noto principio “divide et impera” due consigli
tenderanno a confliggere l’uno con l’altro, a prendere decisioni magari in
contrasto reciproco, a delegittimarsi a vicenda. In ogni caso i due CSM non
rappresenteranno più il complesso della magistratura italiana, ma due corpi
separati (che si vorrebbero pure antagonistici) e già solo per questa ragione
risulteranno indeboliti.
Secondo: si sorteggiano i membri che provengono dalla magistratura. Non è una
banalità, perché il sorteggio, oltre a essere umiliante in sé in quanto sembra
presupporre che chiunque possa indifferentemente esercitare quella funzione
senza badare a competenza, attitudine, carisma, credibilità personale e così
via, impedisce che si realizzi quel necessario nesso di responsabilità e fiducia
che solo l’elezione produce. Se io eleggo alcuni miei colleghi a svolgere un
compito così delicato, quelle persone, che sono state investite con un mandato
elettivo, si sentiranno particolarmente responsabili nell’esercitare quel
delicatissimo ruolo. Invece si vuole sorteggiarli per sminuirne il ruolo, per
banalizzarlo, quasi a dire “tu conti poco, ti sorteggio perché tanto potevo
scegliere te come chiunque altro“. In un contesto in cui, invece, i membri laici
non sono affatto sorteggiati, ma accuratamente scelti, dalla politica, tra i più
fedeli, tra coloro che assicurino che gli interessi politici di coloro che li
hanno scelti siano puntualmente perseguiti e realizzati. Una componente
organizzata, da un lato, che si fronteggerà con una componente deliberatamente
disarticolata, dall’altro.
Terzo: si sottrae al Consiglio Superiore la più delicata delle funzioni
attualmente svolte dal CSM, e cioè la funzione disciplinare, quella che concerne
il controllo deontologico sul corretto esercizio della funzione giurisdizionale,
che può costituire la leva più potente per il condizionamento delle decisioni
giudiziarie. E questa funzione a chi la si conferisce? La si conferisce a una
fantomatica Alta Corte Disciplinare, che solo il nome sembra inventato apposta
per intimorire i magistrati, la quale sarà a sua volta composta da magistrati e
professori (o avvocati), naturalmente sorteggiati i primi, e invece
accuratamente scelti i secondi, con i medesimi meccanismi sopra descritti.
Tutto ciò che cosa produce? Produce un aumento del timore da parte dei giudici
delle conseguenze che potranno derivare dall’assunzione di determinate
decisioni. Essi cominceranno di nuovo a pensare, come avveniva prima che la
Costituzione istituisse quel CSM elettivo e autorevole: “ma se io prendo
decisioni scomode, che cosa mi succede?” Oggi questo non avviene perché il CSM
funge da scudo, da barriera, e difende i magistrati contro i tentativi della
politica di condizionarne le decisioni. Il risultato è molto semplice: la
Riforma abbassa in concreto le garanzie di indipendenza, che pure continuano ad
essere proclamate in astratto.
ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA: Le motivazioni del Sì, che sono anche in
contraddizione tra garantismo e deriva securitaria, parlano di “invadenza della
magistratura nelle decisioni della politica“.
PROF. ENRICO GROSSO Questa è una storia veramente curiosa, perché qui dobbiamo
metterci d’accordo. I fautori del sì sviluppano due argomenti che sono tra di
loro in aperta contraddizione. Da un lato sento dire che i magistrati devono
essere ricondotti a un sistema in cui un giudice davvero “terzo” valuti con
maggiore imparzialità le richieste del pubblico ministero, così da evitare che
vi siano eccessi nella privazione della libertà personale, o che i cittadini
siano perseguiti penalmente anche quando non dovrebbero esserlo. Insomma, il sì
servirebbe a limitare il potere eccessivo che oggi avrebbero i
pubblici ministeri di pregiudicare i diritti dei cittadini innocenti. Si tratta
di una narrazione garantistica e liberale, attraverso la quale si vorrebbe far
passare il messaggio che la riforma serva a difendere gli individui dalle
ingerenze arbitrarie da parte della magistratura sulla loro libertà. Circola
però anche la narrazione opposta. Quella secondo cui oggi i magistrati si
ribellerebbero alle politiche securitarie del governo, e dunque sarebbe per
colpa dei magistrati se circolano nel paese così tanti criminali e così tanti
immigrati irregolari, mentre il governo vorrebbe tanto difenderci dai criminali
ma non riuscirebbe a farlo per colpa dei giudici che “si mettono di traverso”.
Ora, si devono mettere d’accordo tra di loro: il sistema attuale è sbagliato
perché è troppo repressivo o è sbagliato perché è troppo liberale e garantista?
La verità è che sono erronee entrambe le narrazioni. Ciò che davvero disturba il
potere, il potere politico, è una magistratura che si sottragga ai suoi
condizionamenti, che assuma decisioni libere, applicando la legge e –
soprattutto – la Costituzione senza guardare in faccia a nessuno, anche contro
il volere di chi sta al governo, qualunque sia il colore politico di quel
governo.
Ma vogliamo ricordare quello che è successo nell’ultimo anno? Il Governo è
riuscito a litigare con la Corte di Cassazione, con la Corte Costituzionale, con
la Corte dei Conti, con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la Corte
Europea dei diritti dell’uomo, financo con la Corte Penale Internazionale (vi
ricordate il caso Almasri?).
Allora, quando un governo comincia a litigare con tutte le massime corti
giudiziarie, interne e sovranazionali, c’è qualcosa che non va. Ciò significa
che in realtà è il potere politico ad essere sempre più insofferente nei
confronti di qualsiasi forma di controllo. Ed è proprio questo lo spirito della
riforma: abbassare di fatto l’indipendenza e l’autonomia della magistratura per
sottrarre la politica ai controlli cui oggi è per fortuna sottoposta. Questa
riforma è figlia dell’insofferenza nei confronti di qualsiasi attività di
controllo e di tutela della legalità, che è l’attività tipica di ogni organo di
garanzia nello Stato di diritto. Del resto, tutto ciò è stato ampiamente
confermato dal Ministro Nordio nel suo libro recentemente pubblicato, quando ha
scritto, in un passo che cito sempre, a pagina 122 – ormai mi ricordo pure la
pagina – “non vedo perché l’opposizione dovrebbe contrastare questa riforma, in
fondo anche l’opposizione quando tornerà al governo con questa riforma
recupererà la sua libertà d’azione“.
Ecco, è proprio questo che vogliono i sedicenti riformatori, ed è proprio questo
che non voglio io. Cioè che la politica abbia una completa libertà d’azione dai
controlli giudiziari. La politica non può pretendere, in uno stato
costituzionale, di sottrarsi ai controlli giudiziari che qualificano lo Stato,
appunto, come Stato costituzionale di diritto.
ANNA MARIA BIANCHI MISSAGLIA Questa riforma della magistratura non finisce qui,
se sarà confermata dal referendum ci saranno ulteriori sviluppi, forse
ancora peggiori. Il ministro Tajani proprio recentemente ha
dichiarato: “Dobbiamo andare avanti, non basta la separazione delle carriere,
penso alla responsabilità dei magistrati, penso ad aprire un dibattito se è
giusto o meno conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati,
discutiamone...”
PROF. ENRICO GROSSO : Forse quest’ultimo particolare, rivelato in un impeto di
sincerità, dovrebbe far riflettere ancora di più tutti gli italiani sul
possibile futuro che ci aspetta se questa riforma dovesse passare. Mi chiedo
veramente se quella che hanno lanciato non cominci ad avere l’aspetto di una
vera e propria crociata nei confronti del potere giudiziario, additato di tutte
le colpe, e al quale si vorrebbe ora addirittura sottrarre la possibilità di
disporre della polizia giudiziaria. Vorrei fare presente che oggi, per fortuna,
la polizia è sotto il controllo della magistratura, cioè la polizia, nel momento
in cui svolge attività di indagine e di controllo sulla commissione di reati,
obbedisce agli ordini dei magistrati e non dei politici. Sapete qual è oggi, tra
i tanti, il principale Paese in cui organi di polizia rispondono e obbediscono
direttamente agli ordini del governo, e sono espressamente sottratti al
controllo da parte della magistratura, tanto che quest’ultima non riesce più
neppure a incriminare singoli agenti per i loro eccessi di violenza a danno dei
cittadini? Sono gli Stati Uniti d’America: a Minneapolis il corpo
dell’Immigration and Customs Enforcement, ormai famigerato in tutto il mondo
civile, agisce fuori da qualsiasi controllo giudiziario preventivo, e si è messo
a sparare per le strade ai cittadini americani inermi. Ovviamente io non sto
dicendo che domani in Italia la polizia sparerà sui cittadini italiani inermi,
ci mancherebbe! Ma quella è la possibile deriva di una polizia sottratta al
controllo dell’autorità giudiziaria e direttamente rispondente ai
governi: quando le autorità di polizia non sono più sotto il controllo dei
magistrati, ma sono direttamente sotto il controllo del governo, il rischio è
che il governo finisca per utilizzare la polizia per i suoi scopi, che oggi
magari sono scopi perfettamente compatibili con le regole dello Stato di diritto
e con l’amministrazione imparziale della giustizia, ma che non sappiamo se e
fino a quando continueranno ad essere intesi nello stesso modo. Ricordiamoci che
le leggi (e le costituzioni) sono scritte nei momenti di saggezza, per potersene
servire nei momenti di follia. Le leggi (e le costituzioni) sono le corde che
legano Ulisse all’albero maestro, per impedirgli di saltare in acqua e inseguire
le sirene che lo perderanno. Teniamoci stretta, per favore, almeno la garanzia
che l’attività di polizia sia controllata rigorosamente e quotidianamente
dall’autorità giudiziaria. Questa è una delle grandi conquiste che il
costituzionalismo ha saputo infine realizzare, e che la Costituzione italiana ha
voluto prevedere proprio allo scopo di superare definitivamente una fase
storica, nella quale credo nessuno di noi vorrebbe essere ricacciato. Quel
periodo buio della storia d’Italia, quando la polizia era a disposizione, e a
discrezione, del governo. Era il ventennio fascista. Spero che nessuno rimpianga
quei tempi.
1 febbraio 2026
vai a I video – Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan
ingannevoli con gli altri video della serie e il calendario
vedi anche Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali
Per osservazioni e precisazioni: laboraatoriocarteinregola@gmail.com