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“Non interferite”: il sangue dei preti sull’altare delle mafie
Alla libreria IoCiSto di Napoli, Don Marcello Cozzi presenta il suo libro sulle storie dimenticate dei sacerdoti uccisi dalla criminalità organizzata. Con lui Luigi de Magistris, in un confronto sul valore della memoria, della testimonianza e della giustizia. L’ordine è semplice, quasi burocratico. Due parole appena, per una condanna. Eppure, dentro quelle due parole c’è una storia lunga oltre un secolo. Una storia fatta di minacce, di sangue, di silenzi costruiti con pazienza e di memorie che qualcuno ha tentato di cancellare. Non interferite. Il sangue dei preti sull’altare delle mafie è il titolo del libro di Don Marcello Cozzi, presentato il 9 giugno nella libreria IoCiSto di Napoli, luogo che da anni rappresenta uno spazio di confronto culturale e civile, in un incontro che ha assunto rapidamente il valore di qualcosa di più di una semplice presentazione editoriale. Accanto all’autore, Luigi de Magistris, magistrato prima e sindaco poi, uomo che conosce bene il costo personale che comporta la scelta di non voltarsi dall’altra parte. A condurre la conversazione, chi scrive. Il titolo nasce da una frase pronunciata da un collaboratore di giustizia e, quasi in un inquietante cortocircuito della realtà, dalla stessa frase che Don Marcello trovò scritta in una lettera che gli fu recapitata, accompagnata da un proiettile. Non interferite. Non interferite è il messaggio che le mafie hanno rivolto per decenni a chiunque provasse a spezzare il patto del silenzio, l’equilibrio del potere criminale. Magistrati, giornalisti, amministratori, sindacalisti e sacerdoti, soprattutto sacerdoti. Perché il libro di Don Marcello Cozzi racconta una storia che perfino l’Italia conosce solo in parte: quella dei preti uccisi dalle mafie. Non soltanto i nomi ormai entrati nella memoria collettiva, come Don Pino Puglisi o Don Peppe Diana, ma anche decine di figure quasi scomparse dagli archivi pubblici e dalla coscienza civile del Paese. L’autore, sacerdote lucano da sempre impegnato sui temi della legalità e della giustizia sociale, ha raccontato il lungo lavoro che ha preceduto la stesura del volume. Un lavoro che assomiglia più a una ricerca archeologica che a una semplice indagine storica. Archivi dimenticati, documenti dispersi, cronache locali, testimonianze sepolte dal tempo. Un paziente percorso di ricostruzione che ha consentito di restituire un volto e una storia a quattordici sacerdoti uccisi dalle mafie nell’arco di oltre un secolo e mezzo. Sacerdoti assassinati per aver difeso contadini sfruttati, per aver denunciato soprusi, per aver ostacolato interessi criminali, per aver semplicemente interpretato il Vangelo come una chiamata all’azione e non come un rifugio. Nel corso dell’incontro, l’autore ha più volte richiamato il ruolo della Chiesa e l’evoluzione della sua coscienza sociale. Un percorso che attraversa più pontificati e che trova una delle sue radici nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Da quel momento nasce una figura nuova di sacerdote, il cosiddetto “prete sociale”, impegnato non soltanto nell’assistenza spirituale ma anche nella difesa concreta delle persone più fragili. Molti dei sacerdoti raccontati nel libro appartengono proprio a questa tradizione. Uomini che, già nel lontano 1862, avevano compreso come il Vangelo non potesse limitarsi a una predicazione astratta. Difendere i diritti dei contadini, contrastare l’usura, promuovere cooperative, denunciare soprusi significava tradurre il messaggio evangelico nella vita reale. Una scelta che li ha portati inevitabilmente a entrare in conflitto con i poteri criminali. Don Marcello ha ricordato poi la forza delle parole pronunciate da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993. Quel celebre appello ai mafiosi, quel “convertitevi” gridato davanti al mondo intero, segnò una frattura simbolica importante nei rapporti tra la Chiesa e le organizzazioni criminali. Accanto a quella voce si sono poi collocate quelle di Papa Francesco e, più recentemente, di Papa Leone XIV, richiamati dall’autore come punti di riferimento di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, ad abitare le periferie umane e sociali, a non sottrarsi ai conflitti che nascono dalla difesa della dignità delle persone. Ma ben presto il libro è diventato soltanto il punto di partenza per una riflessione più ampia sul valore della memoria, sul coraggio della testimonianza e sul prezzo che spesso pagano coloro che decidono di non voltarsi dall’altra parte. Molti dei sacerdoti raccontati da Don Marcello non sono stati soltanto assassinati. Sono stati delegittimati. Infangati. Trasformati in uomini ambigui. È proprio questo uno degli aspetti più significativi del libro. La mafia uccide due volte. La prima con le armi. La seconda attraverso l’oblio. Sulle loro vite sono state fatte circolare insinuazioni, menzogne, sospetti. Se la vittima perde credibilità, se il suo nome viene associato a dubbi e ombre, allora anche il suo sacrificio perde forza. Durante la conversazione è emerso con chiarezza come questo schema non appartenga soltanto alla storia delle mafie. Luigi de Magistris ha riconosciuto in quelle pagine una dinamica che conosce bene. Nel corso della sua attività di magistrato, soprattutto durante alcune delle più delicate inchieste che lo hanno visto impegnato contro sistemi di potere radicati, ha sperimentato sulla propria pelle il peso della delegittimazione. Non sempre chi dà fastidio viene eliminato fisicamente. Talvolta si tenta di distruggerne la credibilità. Lo si isola. Lo si ridicolizza. Lo si trasforma nel problema da combattere. Le parole di de Magistris hanno stabilito un ponte ideale tra le storie raccontate nel libro e molte vicende contemporanee. Cambiano i contesti, cambiano i protagonisti, ma il meccanismo resta sorprendentemente simile. Colpire chi denuncia. Indebolire chi cerca la verità. Convincere l’opinione pubblica che sia meglio diffidare di chi pone domande scomode. È in questo passaggio che il libro di Don Marcello supera il confine della ricostruzione storica per diventare uno strumento di lettura del presente. Forse proprio per questo il libro colpisce così profondamente. Perché racconta vicende che appaiono quasi incredibili e che invece sono accadute davvero. Eppure, più delle storie di morte, ciò che resta impresso è la domanda che attraversa tutte le pagine del volume. Che cosa significa interferire? La risposta offerta dall’autore è tanto semplice quanto radicale. Interferire significa assumersi una responsabilità. Significa rifiutare l’indifferenza. Significa non accettare che il male diventi un elemento naturale del paesaggio. I sacerdoti raccontati nel libro hanno interferito perché hanno scelto di vedere ciò che altri fingevano di non vedere. Per questo il messaggio contenuto nel titolo non riguarda soltanto le mafie. Riguarda ciascuno di noi. Perché ogni società produce continuamente il proprio invito al silenzio. È un richiamo rassicurante, talvolta persino seducente, terreno fertile per ogni forma di sopraffazione. In un tempo attraversato da guerre, disuguaglianze crescenti e crisi democratiche, il tema della pace non può essere separato da quello della giustizia. La pace non coincide solo con l’assenza di conflitto. Coincide anche con la capacità di costruire società nelle quali la dignità umana venga difesa e la verità non venga sacrificata alla convenienza. Alla luce di tutto ciò, il lavoro di memoria compiuto da Don Marcello Cozzi assume un significato che va oltre il contesto. Restituire un nome a chi è stato cancellato, riportare alla luce vite che qualcuno avrebbe voluto sepolte per sempre, significa opporsi alla violenza nel suo esito più estremo, quello che non si accontenta di uccidere una persona ma pretende di cancellarne perfino il ricordo. Alla fine dell’incontro, più che le risposte, sono rimaste le domande. E forse è questo il risultato migliore che un libro possa ottenere. Costringerci a scegliere da che parte stare. Se dalla parte di chi chiede silenzio, o dalla parte di chi continua, ostinatamente, a interferire. Federica Flocco
June 11, 2026
Pressenza
I nuovi schiavi della Repubblica
Da Amendolara ai ghetti agricoli, la strage dei quattro braccianti afghani rivela il fallimento delle politiche sul lavoro e sull’immigrazione. Dietro il caporalato c’è una filiera che unisce sfruttamento, decreti …
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza
La semplicità disarmata: pace, dignità umana e critica della violenza organizzata
Vi è un paradosso che attraversa tutta la storia della civiltà umana: gli esseri umani possiedono da millenni le categorie morali necessarie per comprendere il valore della pace, eppure continuano a edificare sistemi politici, economici e culturali fondati sulla possibilità permanente della guerra. L’affermazione secondo cui sarebbe “semplice fare la pace” appare, a un primo sguardo, ingenua o utopica; tuttavia, proprio questa apparente ingenuità contiene una delle critiche più radicali rivolte all’ordine contemporaneo. Dire che la pace sia semplice significa infatti sostenere che le condizioni fondamentali della convivenza umana siano già note: non uccidere, non distruggere, riconoscere la dignità dell’altro, sottrarre la vita umana alla logica della forza. La difficoltà non risiede nella comprensione del principio, ma nella rinuncia ai sistemi di potere costruiti attorno alla violenza. La modernità politica ha spesso considerato la guerra come un elemento inevitabile della storia. Da una parte, la tradizione realista della filosofia politica ha interpretato il conflitto come conseguenza necessaria della natura umana, della competizione tra Stati o della lotta per le risorse; dall’altra, numerosi pensatori della nonviolenza hanno tentato di mostrare che l’inevitabilità della guerra non è una legge naturale, ma una costruzione storica. La presenza degli eserciti permanenti, delle industrie belliche e delle dottrine strategiche produce una normalizzazione della violenza organizzata che finisce per apparire naturale agli occhi delle società. In questo senso, l’abolizione delle armi e degli eserciti non rappresenta soltanto una proposta politica estrema, ma una critica antropologica: essa mette in discussione l’idea secondo cui la sicurezza debba necessariamente fondarsi sulla minaccia della distruzione. La civiltà contemporanea vive una contraddizione profonda. Le dichiarazioni universali sui diritti umani affermano l’eguaglianza e il valore inviolabile di ogni persona, mentre gli Stati continuano a investire immense risorse nella capacità di uccidere. Si crea così una frattura etica tra il linguaggio ufficiale della dignità umana e la concreta organizzazione della società internazionale. Le guerre moderne non colpiscono soltanto i combattenti; esse devastano popolazioni civili, ecosistemi, memorie collettive e possibilità future. La violenza armata produce effetti che oltrepassano il tempo immediato dello scontro: genera traumi, culture della paura, economie dipendenti dal conflitto e identità politiche costruite sull’ostilità permanente. In tale prospettiva, il rispetto della vita umana non può essere ridotto a un principio astratto o sentimentale. Esso implica una trasformazione radicale delle strutture politiche e culturali. Rispettare la dignità di ogni essere umano significa riconoscere che nessuna vita può essere considerata sacrificabile in nome della ragion di Stato, dell’interesse nazionale o dell’equilibrio geopolitico. La guerra, invece, si fonda precisamente sulla possibilità di classificare alcune vite come eliminabili. Ogni conflitto armato richiede infatti un processo di disumanizzazione del nemico: l’altro deve cessare di apparire persona per diventare bersaglio, minaccia, ostacolo. Per questa ragione la pace non coincide semplicemente con l’assenza di guerra, ma con il rifiuto di ogni struttura culturale che renda possibile la negazione dell’umanità altrui. La questione assume una dimensione ancora più urgente nell’epoca tecnologica. Le armi contemporanee possiedono una capacità distruttiva senza precedenti, mentre la distanza tecnica tra chi colpisce e chi viene colpito rischia di attenuare la percezione etica e morale della violenza. La guerra tecnologica tende a trasformare l’uccisione in procedura, calcolo, operazione remota. In questo contesto, riaffermare la centralità della dignità umana diventa un atto di resistenza etica contro la riduzione dell’essere umano a dato statistico o obiettivo strategico. La pace, inoltre, non può essere separata dalla giustizia sociale. Le società attraversate da disuguaglianze estreme, sfruttamento e esclusione producono condizioni favorevoli alla violenza. La convivenza civile richiede dunque non soltanto il disarmo materiale, ma anche il superamento delle strutture economiche e culturali che alimentano dominio e umiliazione. La dignità umana non è compatibile con sistemi che condannano milioni di persone alla fame, alla precarietà o alla negazione dei diritti fondamentali. Esiste una continuità profonda tra la violenza della guerra e la violenza delle ingiustizie quotidiane: entrambe derivano dall’incapacità di riconoscere l’altro come fine e mai come mezzo. Sostenere che la pace sia “semplice” non significa ignorare la complessità della storia, ma richiamare l’umanità a una verità elementare spesso occultata dalle ideologie del potere. Ogni essere umano comprende intuitivamente il significato del dolore, della perdita e della paura; ogni essere umano desidera protezione, riconoscimento e possibilità di vita. La convivenza civile nasce precisamente da questo riconoscimento reciproco della vulnerabilità comune. Quando le istituzioni dimenticano tale fondamento, la politica si trasforma in amministrazione della forza. La storia dimostra che nessuna civiltà fondata esclusivamente sulla violenza può garantire stabilità duratura. Gli imperi costruiti sulle armi producono inevitabilmente nuove guerre, nuovi risentimenti e nuove distruzioni. Al contrario, i momenti più alti della civiltà umana emergono quando prevalgono pratiche di cooperazione, solidarietà e dialogo. La pace non è una condizione passiva, ma una costruzione culturale che richiede educazione, memoria storica e responsabilità collettiva. Essa implica la capacità di riconoscere nell’altro non un rivale da neutralizzare, ma un soggetto portatore della stessa dignità che attribuiamo a noi stessi. In definitiva, l’idea che basti “cessare di uccidere” per fondare la convivenza civile contiene una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria. Tutte le grandi architetture giuridiche, politiche e filosofiche della democrazia perdono significato se non si fondano sul principio primario della tutela della vita. La pace non rappresenta un’utopia irrealistica, ma la conseguenza logica del riconoscimento pieno dell’umanità comune. Ciò che la rende difficile non è la sua irrazionalità, bensì la persistenza di interessi, paure e strutture di dominio che continuano a considerare la violenza uno strumento legittimo della storia. La vera maturità della civiltà consisterà forse proprio nel comprendere che la forza più alta non risiede nella capacità di distruggere, ma nella decisione consapevole di non farlo.         Laura Tussi
May 31, 2026
Pressenza
José Martí e Malcolm X: “Amor con amor se paga” contro il blocco delle rotte solidali
Il 19 maggio non è stata una semplice coincidenza cronologica, ma un nodo geopolitico della memoria. Nel 1895 cadeva a Dos Ríos l’Apostolo di Cuba, José Martí; trent’anni dopo, nel 1925, nasceva a Omaha colui che sarebbe diventato Malcolm X. Sebbene separati dalle specificità delle loro epoche, i due leader convergono su un’intuizione fondamentale che oggi, di fronte alle nuove forme di aggressione asimmetrica e di tutela coloniale nel continente, acquisisce una drammatica urgenza: la liberazione dei popoli non si baratta, né si delega alla benevolenza dell’oppressore. Martí conobbe il “mostro” dall’interno, vivendo a New York. Nella sua celebre lettera testamento a Manuel Mercado, scritta il giorno prima di morire, chiarì il fulcro della sua intera esistenza: impedire a tempo, con l’indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendessero per le Antille e ricadessero, con quella forza in più, sulle terre d’America. Martí comprese la transizione dal vecchio colonialismo spagnolo all’imperialismo finanziario e geopolitico statunitense allora in nuce. Martí non concepiva la rivoluzione senza un’adeguata preparazione e un’organizzazione scientifica (da qui la fondazione del Partito Rivoluzionario Cubano). Sapeva che le “trincee d’idee valgono più delle trincee di pietra”, ma non lasciò i fucili nei depositi: andò a morire in prima linea perché la dignità e la sovranità necessitano di una postura di difesa intransigente. Malcolm X, tre decenni più tardi, riprende quel testimone analitico dal cuore stesso della metropoli imperiale. La sua teoria della “colonizzazione interna” scardina l’illusione delle democrazie occidentali: dimostra che il trattamento riservato alle minoranze o olisticamente alle classi subalterne all’interno degli Stati Uniti ricalca esattamente i meccanismi di saccheggio, estrazione di plusvalore e militarizzazione dei territori applicati nella periferia globale. Entrambi rifiutano il riformismo cosmetico. Per Martí, l’autonomia formale concessa dalla Spagna era una trappola; per Malcolm, i soli “diritti civili” sganciati dai diritti umani e dall’autodeterminazione economica erano un sonnifero per la coscienza di classe e di “razza”. L’analisi della colonizzazione interna prodotta da Malcolm X rimane un contributo lucido per la geopolitica contemporanea. Ha dimostrato come, mentre gli imperi occidentali concedevano indipendenze formali nella periferia, nel cuore delle metropoli si perfezionava un modello di sottomissione economica, culturale e politica che estraeva plusvalore e militarizzava i quartieri popolari attraverso settori riformisti, senza la necessità di governatori stranieri visibili. Sia il concetto martiano di Patria come umanità – intesa non come nazionalismo borghese o egoismo identitario, ma come superamento etico delle frontiere in cui la liberazione del proprio popolo è solo il tassello di un dovere universale verso tutti gli oppressi – sia quello della resistenza interna al colonialismo nel cuore delle metropoli imperialiste, proposto da Malcolm X, mantengono intatta la loro vigenza. Acquistano, anzi, una vigenza drammatica oggi che la neocolonizzazione si impone mediante il ricatto finanziario, l’uso asimmetrico della tecnologia bellica, il “lawfare” giudiziario e il predominio di narrazioni neoliberiste che cercano di privatizzare la coscienza dei popoli e di trasformare i migranti nei capri espiatori per eccellenza. Il filo storico che unisce Malcolm X al Sud Globale ha una pietra miliare indelebile: l’incontro con il Comandante Fidel Castro, avvenuto la sera del 19 settembre 1960 nella stanza numero 30 dell’Hotel Theresa di Harlem. Quella riunione non fu un gesto protocollare, ma il frutto della decisa scelta della delegazione cubana che, rifiutando le provocazioni e le espulsioni discriminatorie degli alberghi di lusso di Midtown Manhattan, scelse di trasferirsi nel cuore del quartiere afroamericano su invito del Comitato di Accoglienza guidato dallo stesso Malcolm X. Quel dialogo di trenta minuti suggellò il riconoscimento mutuo di due avanguardie che intendevano la liberazione degli oppressi dentro la metropoli e la sovranità delle nazioni aggredite come parti di una stessa trincea. Il loro messaggio si moltiplicò anche nelle metropoli d’Europa quando, negli anni ’70, dall’Italia alla Francia alla Germania i rivoluzionari tentarono di dare “l’assalto al cielo” unendo le lotte operaie con quelle dei “dannati della terra”. Il presente ci mostra il costo di aver perduto o sottovalutato quegli insegnamenti, dai paesi d’Europa, al Sud Globale. Laddove gli Stati sovrani rinunciano a edificare una deterrenza tecnologica, asimmetrica e popolare per cedere al reallineamento forzato con i mercati finanziari di Washington, “il pragmatismo economico” sostituisce la spinta ideale collettiva. L’incontro di Fidel e Malcolm X ci ricorda oggi che la solidarietà internazionalista e la memoria storica sono i principali antidoti contro l’egemonia del dollaro e del Pentagono. Questo asse ideologico trova la sua trincea più difficile nella solidarietà fra i popoli che rifiutano la logica del protettorato. Dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela, un paese che oggi cerca di resistere dopo il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores, la campagna “Amor con amor se paga”, promossa a sostegno della Cuba rivoluzionaria, e la solidarietà espressa al popolo boliviano in lotta, ai palestinesi e allo storico orgoglio di Haiti, non sono formule retoriche, ma una necessità geopolitica vitale. La realtà attuale mostra la ferocia di un imperialismo che ha focalizzato la sua strategia proprio nel recidere e criminalizzare questi canali di mutuo soccorso, militarizzando le rotte marittime e usando il ricatto finanziario per impedire il travaso di risorse strategiche tra governi fratelli. Frenare questo interscambio solidale è il tentativo di Washington di dimostrare che non esiste alternativa al capitalismo e all’orbita del mercato transnazionale. Ma è proprio di fronte a questo strangolamento che l’intransigenza di Martí e Malcolm X recuperano centralità, unendosi alla “creazione eroica” del marxista José Carlos Mariátegui. Questa creazione eroica si esprime oggi nella capacità di fuggire dalle semplificazioni dogmatiche, di condurre trattative tattiche necessarie per preservare la continuità politica, senza però permettere l’evaporazione della spinta ideale collettiva o lo smantellamento delle strutture di base: come sta facendo Cuba. Gridare al tradimento o perdersi nella cacofonia sterile dei social media di fronte ai colpi subiti dalle rivoluzioni è un lusso che i popoli sotto assedio non possono permettersi. Geraldina Colotti
May 29, 2026
Pressenza
I CPR come aula didattica
di Nicola Cocco e altri dieci autori* L’università deve essere il luogo del pensiero critico e della tutela della vita, autonomo ed indipendente, e non un braccio formativo di progetti …
Innocenti sovversioni
di Mauro Armanino Dalle parole tracciate su un muro di Genova ai gesti di chi resiste alle dittature, alle guerre, allo sfruttamento e alla menzogna: un viaggio nelle “innocenti sovversioni” …