Tag - giustizia sociale

Emilia-Romagna: in carovana fino al 14 giugno
Mentre a Ravenna la mobilitazione continua (ne scrive Manuela Foschi con un bel dossier fotografico) gli appuntamenti per ragionare su «diritti e rovesci» attraversano tutta la regione Per liberare Ravenna da armi e industria fossile  di Manuela Foschi Extinction Rebellion due giorni fa a Punta Marina ha detto «No alle armi a Ravenna e No alla industria fossile» di cui
E quando gli invisibili
di Mauro Armanino Tra frontiere, stanze senza finestre e vite cancellate dal potere, gli invisibili continuano a costruire mondi alternativi: quando prenderanno coscienza della propria forza, la storia cambierà finalmente …
Comitato-No di Palermo, continuare la lotta per la pace contro il riarmo
Dal capoluogo siciliano un forte richiamo affinché dopo la vittoria del NO, i movimenti dal basso continuino le proprie battaglie e dire un’altro NO alla politica del riarmo, per difendere la Pace, la giustizia sociale e ambientale, e salvaguardare la tutela della salute e il diritto all’istruzione pubblica _   Ora che la vittoria del No al referendum ha messo un punto fermo nell’azione di contrasto alle politiche autoritarie e repressive del governo, il problema che si pone è quello di capitalizzare la forza espressa dai movimenti che sono stati in grado di mobilitare milioni di cittadine e cittadini per ottenere questo risultato. Si tratta di capire come, partendo dalla mobilitazione per il referendum e prima ancora dalle mobilitazioni in favore del popolo palestinese e contro la guerra, si possa arrivare a creare un movimento dal basso che possa ridare piena voce e agibilità a milioni di persone che non trovano più rappresentanza all’interno dei soggetti istituzionalmente preposti ad offrirla, cioè i partiti. Sarebbe un errore pensare che i protagonisti di questa mobilitazione siano sempre ispirati da una comune visione della società e dei cambiamenti da realizzare per renderla migliore: in realtà, proprio questa esperienza ci insegna che a mobilitarsi e ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della controriforma sulla giustizia non c’è stato solo il cosiddetto mondo della sinistra come noi siamo stati abituati a immaginarlo, ma anche moltitudini di persone che, pur vicine a sentimenti e idee della sinistra, non si riconoscono più nei modelli di rappresentazione classici che la sinistra stessa ha fin qui espresso e continua ad esprimere. Tra questi vi sono tantissimi giovani che hanno a cuore le sorti della nostra Costituzione forse molto più dei loro padri, ma che vivono una dimensione completamente diversa dell’ agire politico, a partire dal linguaggio e dai sistemi di comunicazione più in generale, rispetto alle generazioni che precedono la loro, protagoniste del ‘68, del ‘77, della Pantera, dei movimenti per la Pace o della lotta antimafia degli anni ‘80. Il desiderio di non chiudere questa stagione sciogliendo frettolosamente le righe prima ancora di aver iniziato lotte altrettanto importanti in difesa della democrazia è ora al centro della discussione avviata a Palermo nell’ambito del Comitato per il No promotore dell’appello del 12 febbraio sottoscritto da oltre duemila cittadini, della manifestazione del 7 marzo, di altre decine di iniziative e manifestazioni ed infine protagonista del significativo risultato conseguito il 22 e 23 marzo proprio nel capoluogo siciliano e in tutta l’Isola. Il 27 marzo scorso si è svolto un primo incontro partecipatissimo sia in presenza che da remoto che ha registrato molti interventi non solo concentrati sull’analisi di ciò che è avvenuto, ma soprattutto finalizzati ad individuare la direzione da intraprendere per assumere le iniziative future e non disperdere l’energia messa in moto da questa mobilitazione. Lotta per la Pace e contrasto alla politica per il riarmo, insieme a giustizia sociale, temi ambientali, difesa della sanità e dell’istruzione pubbliche sono tra le questioni più importanti da mettere in agenda per lanciare altre iniziative che ridiano fiducia e respiro a chi si è riconosciuto in questa ultima mobilitazione così come in quella per Gaza e a favore del popolo palestinese. In questo scenario, i partiti della sinistra non devono adagiarsi sugli allori di una vittoria che non è la loro quanto piuttosto dei tanti comitati e movimenti dal basso; tuttavia, questo può rappresentare un punto di partenza affinchè gli stessi partiti della sinistra riconsiderino il ruolo che fin qui hanno svolto. Gaspare Motta, organizzatore del Comitato che ha dato l’avvio ai numerosi interventi dei partecipanti all’incontro, ha definito questa mobilitazione una lotta contro il potere che ha portato al voto tra gli altri cinque milioni di persone che non si sentono più rappresentate; per lui, oggi occorre ripartire da due livelli, quello territoriale e quello più generale in cui possono e devono trovare ampio spazio anche quei temi che riconsiderino l’economia sulla base dei principi che l’art. 41 della Costituzione ha sancito prevedendo che essa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e “possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”. L’esito di questo primo incontro post referendum ha posto l’accento sulla necessità di individuare alcune linee di indirizzo comuni, pur tenendo conto  della trasversalità che ha caratterizzato questo movimento e che può continuare a caratterizzarlo proprio partendo dalla ricerca degli elementi di condivisione ispirati alla difesa della Costituzione e dei principi di democrazia partecipata. Proprio la Costituzione, a partire dalle modalità con cui è stata concepita, rappresenta un punto di riferimento ideale e valoriale, un esempio su come si può fare sintesi delle diverse idee che tuttavia sono indirizzate a costruire una società più giusta e di pace. L’interesse è quello di coinvolgere tutti coloro che hanno a cuore la difesa della democrazia. L’idea in campo, scaturita dall’esito del dibattito, è quella di organizzare due giornate di confronto e dialogo con la città da svolgere su due livelli: territoriale, su come prendersi cura del territorio in un processo partecipato, e l’altro politico generale sui temi e le azioni rilevanti che caratterizzeranno le iniziative future sempre in difesa della Costituzione. Tra i tanti interventi di rappresentanti di associazioni, movimenti e partiti, mi piace dare risalto a quello di due donne, Silvia e Sara, che hanno sottolineato l’importanza che ha avuto in questa mobilitazione per il No il contatto diretto con le persone attraverso il volantinaggio e le discussioni che da esso sono scaturite: ne è venuto fuori un mondo dove c’è anche tanta incomprensione e mancanza di conoscenza dei temi politici, ma da parte di tutti c’è il forte desiderio di partecipare e di lottare per non perdere i propri diritti, anche quello di voto da parte di chi vi ha rinunciato ma verso il quale vorrebbe tornare. Questo è il tema dei temi: stimolare la partecipazione di chi non partecipa più, trovare nuovi linguaggi soprattutto nei confronti dei giovani che alle discussioni dei “grandi” partecipano pochissimo o non partecipano affatto. Occorre trasformare i cortei e le piazze, il cosiddetto movimento dal basso, in una grande forza critica che trovi nuovi modi di discutere fra le diverse generazioni per costruire insieme le future battaglie per il cambiamento della società. Enzo Abbinanti
March 29, 2026
Pressenza
Vittime, carnefici, complici o guaritori?
di Marcello Pesarini che pone domande a se stesso e a persone della “diaspora” iraniana. Sento il bisogno di chiarire prima dentro di me e nei miei dintorni (quali siano, se ancora esistono) le possibilità e le modalità di evitare l’annullamento delle modalità di risoluzione di problemi, che restano a disposizione della razza umana. Già nominare il termine “razza umana”
Gli Usa e «Il metodo Giacarta»
Patrizio Paolinelli (*) sul libro di Vincent Bevis. La rinuncia all’etica e lo spirito del capitalismo Sarà per il clima culturale che c’è oggi in Italia ma è passato praticamente sotto silenzio un libro umanamente e politicamente sconvolgente: «Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo» (Einaudi,
January 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Il senso della giustizia è innato?
> «La giustizia e l´ingiustizia sono stati inventati per impedire alle persone > di riprendersi ciò che è stato loro rubato.»  (John Dutton, del ranch > Yellowstone). Con questa frase l’attore Kevin Costner (che interpreta Dutton nella serie TV Yellowstone, N.d.r.) vuole intendere che non esiste un diritto naturale a qualcosa. Se il diritto in quanto tale non esiste, perché dovremmo difenderlo? Perché il senso della giustizia è naturale e innato? In questo articolo non intendo lamentarmi dell’ingiustizia. Si tratta piuttosto di capire se esiste un “diritto”, da dove proviene e se ha qualcosa a che fare con la “giustizia”. Dall’invasione della Russia nel 2022, nei dibattiti politici è stato ripetutamente invocato il “diritto internazionale”. Lo stesso vale per i bombardamenti attuati da Israele nei paesi vicini. Evidentemente si presume che esista un “diritto” internazionale. Il ‘diritto’ senza una forma di “giustizia” implode, è privo di senso. Il simbolo della giustizia, però, è la bilancia. La giustizia è innanzitutto uno strumento per pacificare i gruppi. Impedisce conflitti aperti e prolungati per beni, potere e posizioni. Senza di essa, ci sarebbe il rischio di una lotta permanente di tutti contro tutti, distruttiva e improduttiva. In realtà, però, tutte le civiltà conosciute si basano su disuguaglianze strutturali. Già le prime città-stato della Mesopotamia – Ur e Uruk – erano organizzate in modo rigorosamente gerarchico, cioè ingiusto. Ed è proprio lì che troviamo la prima raccolta completa di leggi dell’umanità. L’ingiustizia di fatto è stata tradotta in forma di legge: intoccabile, apparentemente neutrale, per grazia di Dio. La legge garantiva a ciascuno il proprio posto, ma non la propria libertà. La più grande appropriazione di terre della storia antica ebbe luogo probabilmente sotto Alessandro Magno. Tuttavia, il suo impero durò solo circa 15 anni nella sua massima espansione. L’Impero Romano, invece, che si espanse lentamente, durò più o meno 500 anni. A differenza di Alessandro, i Romani portarono la legge, il diritto romano. Tutti gli abitanti dei territori conquistati divennero romani. Si potrebbe dire che i Romani conquistarono con l’esercito e assicurarono il loro dominio con la legge. Gli inglesi impararono dai Romani e applicarono lo stesso principio nelle loro colonie. L’appropriazione delle terre negli Stati Uniti è stata accompagnata da un genocidio senza precedenti, legittimato giuridicamente proprio come la schiavitù. Gli Stati Uniti disponevano di soldati, giudici e leggi, mentre le vittime avevano solo lo status di “bande”. In Canada non andó molto diversamente. Negli anni tra il 1960 e il 1970, il genocidio aperto e sanguinario era ormai bandito, ma la sterilizzazione forzata delle donne indigene veniva fortemente promossa dalla legge. Si stima che fino al 50% delle indigene ne sia stato colpito, mentre il mondo celebrava i Beatles e i Rolling Stones. Ciò che per gli Stati Uniti e il Canada è storia, in Palestina è il presente. La politica di Israele si differenzia da quella degli Stati Uniti soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti hanno concluso la loro fase di espansione, dopo l’appropriazione delle terre del Texas e della California. Analogamente ai coloni invasori in Nord America, i coloni ebrei arrivarono in Palestina all’inizio del XX secolo, istituirono un parlamento, le leggi, un sistema giudiziario e un esercito, dichiarando cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Fino ad oggi questo Stato continua a sottrarre terreni a privati cittadini. I soldati di uno Stato di diritto costringono le persone ad andarsene e impongono la “loro” giustizia. Le organizzazioni di apolidi vengono rapidamente dichiarate illegali e quindi prive di diritti. L´esecrabile attacco del 7 ottobre sarebbe stato valutato diversamente a livello internazionale se la Palestina fosse stata riconosciuta come Stato. Senza essere meno orribile, sarebbe stato considerato giuridicamente come un tentativo da parte di uno Stato di riconquistare il territorio occupato. La storia dimostra che raramente la disuguaglianza e la miseria portano da sole alla ribellione: * Irlanda 1845-1852: un milione di morti per fame, nonostante l’esportazione di cereali. * India 1943: da due a tre milioni di morti. * Ucraina 1932-1933: da tre a quattro milioni di morti per fame. * Cina 1959-1961: da 15 a 45 milioni di morti. * Etiopia 1983-1985: un milione di morti per fame. Senza che si sfociasse in rivolte! E tuttavia, le persone si oppongono alle “ingiustizie”. Alla fine degli anni ’80, la chiusura di alcuni stabilimenti minacciava l’industria siderurgica tedesca. I lavoratori sapevano cosa sarebbe accaduto. Ma ciò che determinò la loro resistenza non fu la prospettiva di perdere il lavoro, bensì la scoperta del doppio gioco politico. Quando si venne a sapere che il partito SPD prometteva pubblicamente solidarietà, ma internamente agiva in modo contrario, scoppiò una sommossa. Ció che seguì fu molto più di uno sciopero. Vi fu una rivolta intorno all’acciaieria Krupp di Rheinhausen, come non se ne erano mai viste prima. Dall’autunno del 1987 alla primavera del 1988 Rheinhausen rimase bloccata. La popolazione sostenne la resistenza. I media tacquero. Non è stata la necessità, bensì la perdita di legittimità a portare al conflitto. Lo stesso schema si è ripetuto nelle rivolte della fame nei paesi arabi: Egitto 1977, Tunisia 1983-1984, Marocco 1981 e 1984, Sudan 1985-1986, Algeria 1988, Giordania 1989. Non è stato solo il prezzo del pane a essere determinante, ma la sensazione di essere vittime di un ordine ingiusto e determinato da altri. Il candidato alla presidenza Trump era detestato e temuto dai vertici europei, non per la sua aggressività, ma per la sua schiettezza. Senza peli sulla lingua rendeva noto quello che lui e i suoi predecessori – Biden e Obama – facevano, ma che questi ultimi non avevano mai dichiarato apertamente. Questa sua franchezza ha ostacolato l’élite di potere europea nello sforzo di mantenere l’illusione di una politica giusta agli occhi della gente. L’invasione militare in Venezuela, durante la quale sono state uccise oltre 100 persone e il presidente è stato rapito insieme alla moglie, è stata definita dai principali media tedeschi come un “arresto”. “Arresto” è un termine del diritto di polizia. Implica già che l’azione sia legalmente legittima e giustificata. Il cancelliere federale Merz si è affrettato a giustificare diligentemente l’evidente violazione della legge. Cosa possiamo imparare da questo? Primo: l’élite al potere fa quello che vuole. Secondo: ha bisogno del “diritto” per giustificare il proprio agire. Il potere moderno non può basarsi solo sulla forza bruta. Ha bisogno di certezza giuridica e accettazione. È proprio qui che sta la sua vulnerabilità. Le leggi promettono giustizia – ed è proprio in base a questa promessa che dobbiamo giudicare i loro creatori, senza cadere nell’illusione che queste leggi siano espressione di vera giustizia. Non dobbiamo credere alle leggi tanto quanto non dobbiamo credere a coloro che le creano. Ma è proprio sulla base delle leggi che promettono diritto e giustizia che si può smascherare l’ingiustizia. L’élite dominante deve essere giudicata in base ai criteri con cui essa stessa crea legittimità. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Jürgen Adriaans
January 21, 2026
Pressenza
Sciopero studentesco a Berlino: «Il vostro dovere è la nostra morte»
> Venerdì scorso a Berlino migliaia di studenti hanno partecipato allo sciopero > scolastico nazionale contro il servizio militare obbligatorio. Secondo i dati forniti dai gruppi partecipanti, a partire dalle ore 12 si sono radunati quasi diecimila scioperanti. Da Halleschen Tor il corteo ha proseguito verso Oranienplatz. Lì, a partire dalle ore 16, si sono uniti sempre più adulti solidali, tra cui molti sindacalisti. Da Oranienplatz, dopo una pausa piuttosto lunga, il corteo ha proseguito verso Neukölln. Il corteo era guidato dal nucleo duro degli studenti, che sembravano non risentire del freddo. Accompagnato da slogan di lotta di classe, il corteo ha superato Kottbusser Tor. Dal tetto del “Zentrum Kreuzberg” la manifestazione è stata accolta con uno striscione. Chi guardava il cielo notturno sopra di sé poteva leggere a grandi lettere: “No al servizio militare obbligatorio” sopra la strada, mentre sotto si intonavano i cori appropriati. Alcuni passanti hanno manifestato il loro consenso, altri hanno guardato con interesse i cartelloni. A Hermannplatz c’è stato un ulteriore ritardo e la manifestazione si è ridotta al nucleo duro, che alla fine di una lunga giornata di sciopero ha raggiunto con successo il municipio di Neukölln. Durante la manifestazione pomeridiana si è formato un blocco sindacale. I membri di Junge GEW (Sindacato del settore educazione e scienza) e Arbeitskreis Internationalismus hanno sfilato insieme nella manifestazione, mostrando la loro solidarietà agli studenti. GLI STUDENTI PARLANO CHIARO Secondo la televisione tedesca ARD, il ministro SPD Pistorius “nel suo discorso al Bundestag non ha preso posizione contro gli scioperi” e li ha definiti ‘fantastici’, perché oltre a dimostrare “l’interesse e l’impegno degli studenti”, gli scioperi dimostrano che essi sanno “di cosa si tratta”. Si può concordare con questa affermazione, in quanto gli studenti hanno effettivamente dimostrato ottime capacità di analisi in diverse interviste. Hanno ripetutamente chiarito che ritengono che la situazione di minaccia sia stata esagerata. In questo modo dimostrano una maggiore lucidità rispetto a molti commentatori dei grandi media, i cui spettatori sembrano in parte credere ciecamente alle narrazioni del governo. Gli studenti in sciopero hanno inoltre sottolineato di non sentirsi affatto in dovere morale di “difendere” un Paese che non ha nulla da offrire loro se non delusioni e ingiustizie sociali. Dopo una domanda tendenziosa, il dodicenne Carl ha chiarito in un’intervista alla radio berlinese RBB che persone come il cancelliere Friedrich Merz dovrebbero assumersi personalmente il compito di difendere il Paese. LA CONFEDERAZIONE SINDACALE TEDESCA (DGB) DEVE SCOPRIRE LE SUE CARTE Il dibattito è appena iniziato. I socialdemocratici al governo continuano a sottolineare quanto siano benvenute le proteste democratiche. Tuttavia, le lusinghe di Pistorius e dell’SPD difficilmente avranno effetto, vista la linea dura adottata. Allo stesso modo, la fuga nella produzione di armamenti non garantirà l’occupazione e il tenore di vita, ma finirà per diventare una minaccia per tutti noi. Il vento quindi presto diventerà molto più forte. A quel punto sarà fondamentale il ruolo della base dei sindacati, che dovrebbe già ora richiamare i propri leader alle loro responsabilità. Il DGB deve finalmente schierarsi in modo chiaro e senza compromessi dalla parte dei lavoratori dipendenti e guardare in faccia la realtà. Con questo governo e con questo SPD non c’è parità di condizioni. Solo gli scioperi potranno ottenere qualcosa. Le azioni di massa dei lavoratori possono portare a un ripensamento da parte dei capitalisti, che spingono sempre più apertamente per una partecipazione dell’AfD al governo. Se i sindacati tedeschi non si preparano finalmente con determinazione agli scioperi generali, corrono il rischio di arrivare ancora una volta troppo tardi. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Forum Gewerkschaftliche Linke Berlin
December 8, 2025
Pressenza
Dati Inps: gli operai, sottopagati, rimangono la spina dorsale del paese
Il 18 novembre l’Inps ha pubblicato l’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato – non agricolo, esclusi i lavoratori domestici – con i dati aggiornati allo scorso anno. Si tratta di un’analisi che ha censito la situazione di 17,7 milioni di lavoratori (in leggero aumento rispetto al 2023), tra i […] L'articolo Dati Inps: gli operai, sottopagati, rimangono la spina dorsale del paese su Contropiano.
November 22, 2025
Contropiano
14 novembre 2025, sciopero globale per il clima a Varese
14 novembre: sciopero globale per il clima per una transizione giusta nei territori, nelle scuole e alla COP30 torna a Varese. Sciopero promosso da Rete degli Studenti Medi – Unione degli Studenti Varese e Fridays For Future Varese. Varese torna a mobilitarsi per la giustizia climatica e la giustizia sociale. Venerdì 14 novembre, la Rete degli Studenti Medi – Unione degli Studenti Varese e Fridays For Future Varese scenderanno in piazza per una giornata di sciopero e manifestazioni nell’ambito dello sciopero globale per il clima e per i diritti studenteschi. La mobilitazione inizierà al mattino, con lo sciopero studentesco in Piazza Repubblica alle ore 9:00, e proseguirà nel pomeriggio con un corteo promosso da Fridays For Future, in partenza alle ore 17:30 sempre da Piazza Repubblica. In un Paese che non investe abbastanza su welfare, istruzione e per contrastare il cambiamento climatico è più che necessario scendere in piazza per pretendere che queste tematiche diventi centrali e prioritarie, sia per il governo sia per gli enti locali. Attiviste e attivisti richiameranno le istituzioni a intraprendere azioni concrete e urgenti per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Nonostante alcuni progressi, nel corso dell’ultimo anno la temperatura media globale ha raggiunto +1.6°C rispetto ai livelli pre-industriali, oltre la soglia di +1.5°C considerata relativamente sicura. La comunità scientifica è chiara: superare i +2°C renderebbe alcune aree del pianeta invivibili e avrebbe conseguenze gravi anche in Italia. Le politiche attuali, tuttavia, ci stanno portando verso un aumento di 2.5-3°C entro fine secolo. La crisi climatica è già qui: il nostro Paese affronta periodi di siccità e alluvioni sempre più frequenti. Nel frattempo, scuole e università non sono strutturalmente adeguate e sostenibili, l’edilizia scolastica è spesso precaria e i trasporti pubblici risultano inefficienti e poco accessibili. I decreti ministeriali non fanno fronte alle reali necessità degli studenti, la loro voce non viene ascoltata e gli spazi di partecipazione attiva non vengono garantiti. Le scuole non sono un ambiente accogliente per tutte le soggettività e non mettono al centro il benessere e la crescita dei ragazzi. Il costo dei libri, del materiale scolastico e degli abbonamenti dei mezzi gravano su famiglie con redditi medio-bassi. A questo si aggiunge un contesto di ingiustizia sociale più ampio: scelte politiche orientate al riarmo anziché al benessere collettivo e al finanziamento della cultura, l’indifferenza verso crisi umanitarie e genocidi, la tolleranza verso violenza di genere, bullismo e discriminazioni che continuano a ferire comunità e territori. Le lotte per il clima e per i diritti sociali sono, e devono essere, parte della stessa battaglia. Per questo il tema della mobilitazione di quest’anno è: “La giustizia climatica è giustizia sociale.” Rete degli Studenti Medi – Unione degli Studenti Varese e Fridays For Future Varese invitano tutta la cittadinanza, le realtà sociali, associative e sindacali a unirsi alla giornata di mobilitazione. Perché una società più equa è una società migliore. Fridays For Future
November 10, 2025
Pressenza