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Non l’hanno liberata, ma Aung San Suu Kyi è viva?
No, non l’hanno liberata. La giunta militare del Myanmar che ha posto fine a un decennio di quasi democrazia con il colpo di stato del 1° febbraio 2021 in quello stesso giorno imprigionò la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente democraticamente eletto U Win Myint. Nei giorni scorsi, Min Aung Hlain, il Presidente autoproclamato del nuovo governo militare del Myanmar, ha annunciato che in occasione della tradizionale amnistia per il primo dell’anno birmano che ricorre il 17 aprile, verranno liberati più di 4.000 detenuti- di questi solo 290 sono detenuti politici. Ma lei non c’è. Hanno rilasciato di prima mattina il presidente eletto U Win Myint e con il passare delle ore è diventato sempre più chiaro che la consigliera non era tra i detenuti liberati; non si sa se verrà nuovamente posta agli arresti domiciliari, come molti sperano. Il figlio più giovane di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, il 19 aprile ha lanciato l’ennesima appello perché la giunta dia notizie sulle condizioni di salute della madre. In questi giorni sui social media giovani birmani  attivisti per i diritti civili hanno lanciato la campagna  “Proof of Life”: chiedono di fornire prove che la Consigliera di Stato sia ancora viva. Il 19 giugno compirà 81 anni. Da quando è stata arrestata la Cina ha fatto rinnovate richieste di poterla incontrare, ma senza successo. L’ultima notizia risale al 2023, quando il Ministro degli Esteri thailandesi disse che gli era stato concesso un incontro di un’ora con lei e ne diede conto in un incontro dell’ASEAN nel luglio di quell’anno. Agli appelli sul suo rilascio si sono aggiunti quelli ufficiali dell’ambasciata inglese a Yangon e quello della rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, ma è evidente che l’Europa non è più interessata alle vicende di quella che considera una ex “paladina dei diritti umani”. Ignora che è proprio grazie ad Aung San Suu Kyi se generazioni di birmani hanno conosciuto prima e abbracciato poi le politiche dei diritti umani e sempre grazie a lei, dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021 hanno dato vita a quel movimento nonviolento, unico nel suo genere oggi nel mondo, di difesa dei diritti umani, diventato la spina dorsale della Resistenza e che il 1° febbraio 2026 ha compiuto cinque anni: il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM). Le reazioni si sono fatte sentire soprattutto in Asia, in particolare l’appello per il suo immediato rilascio dal Paese in carica per la presidenza dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations), le Filippine. Il Myanmar è stato bandito dall’ASEAN a causa del continuo stato di violenza in cui versa il Paese e del suo rifiuto di rilasciare i numerosi prigionieri politici. Ciò nonostante, proprio in questi giorni Ming Aung Hlaing, in vesti civili, dismesse quelle di generale dell’esercito da quando si è proclamato Presidente, ha chiesto di poter tornare a far parte dell’ASEAN, nel tentativo di legittimare se stesso e il suo governo di militari. Questa richiesta fa parte del percorso in cui da qualche tempo si trova il Myanmar, una road map disegnata del suo potente partner commerciale, la Cina. Ma su di lui e altri undici membri del suo governo, pendono rinnovate sanzioni per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale (ICP) e le accuse di genocidio in corso presso la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ).     Fiorella Carollo
April 23, 2026
Pressenza
Prigionieri politici: quando il concetto dipende dal nemico
Il termine “prigioniero politico” è spesso presentato come una categoria oggettiva, quasi tecnica. Tuttavia, il suo uso reale da parte dei governi rivela qualcosa di molto diverso: non funziona come concetto giuridico stabile, ma come strumento politico selettivo. La recente reazione dello Stato spagnolo alle scarcerazioni in Venezuela, contrastata con […] L'articolo Prigionieri politici: quando il concetto dipende dal nemico su Contropiano.
January 18, 2026
Contropiano
Tunisia, Saadia Mosbah, il sogno sotto processo
Saadia Mosbah è la presidente dell’associazione Mnemty, che in arabo tunisino significa “il mio sogno”. Un nome che richiama esplicitamente la celebre frase di Martin Luther King, “I have a dream”: il sogno di una società fondata sull’uguaglianza, sulla dignità e sulla giustizia. Mnemty nasce proprio con questo obiettivo: contrastare il razzismo sistemico in Tunisia, difendere i diritti delle persone migranti e afrodiscendenti e smascherare le discriminazioni strutturali che attraversano lo Stato e la società tunisina. Oggi quel sogno è sotto processo. Saadia Mosbah è in carcere non per un reato, ma per una scelta politica: aver difeso i diritti dei migranti e aver rifiutato la deriva razzista e autoritaria imposta dal presidente Kaïs Saied, in particolare dopo il discorso del 21 febbraio 2023, in cui Saied ha apertamente criminalizzato le persone migranti subsahariane, legittimando una campagna di odio, violenza e repressione senza precedenti. Figura di primo piano della lotta contro il razzismo in Tunisia, Saadia Mosbah, 65 anni, è stata arrestata il 6 maggio 2024 nella sua abitazione, al termine di una lunga campagna di diffamazione e incitamento all’odio sui social network, che ha preso di mira lei, l’associazione Mnemty e altri attivisti. L’organizzazione è stata accusata, senza prove credibili, di partecipare a un presunto “complotto” per favorire l’insediamento dei migranti subsahariani in Tunisia: una narrazione costruita ad arte per criminalizzare la solidarietà e reprimere ogni voce critica. Il suo processo, previsto il 21 dicembre 2025, si inserisce in un contesto più ampio di persecuzione giudiziaria contro oppositori politici, difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti. Saadia Mosbah, insieme ad altri prigionieri politici, resta detenuta nelle carceri del regime di Saied. La loro unica “colpa” è aver osato opporsi, denunciare, resistere. Questo caso smaschera l’ipocrisia della narrazione europea che continua a definire la Tunisia “Paese terzo di origine sicuro”, mentre: * gli attivisti antirazzisti vengono incarcerati, * la solidarietà viene equiparata a un crimine, * il razzismo di Stato diventa strumento di governo, * la repressione politica viene normalizzata con la complicità internazionale. Il processo a Saadia Mosbah non è un fatto isolato: è un processo alla libertà di espressione, alla giustizia sociale e alla possibilità stessa di difendere i diritti umani in Tunisia. È il simbolo di un sistema che punisce chi sogna l’uguaglianza e premia chi alimenta paura e odio. Difendere Saadia Mosbah significa difendere tutte e tutti coloro che rifiutano il razzismo, l’autoritarismo e la criminalizzazione delle migrazioni. Il suo sogno non è un crimine. Il crimine è reprimerlo. Redazione Italia
December 23, 2025
Pressenza
Iniziativa a Firenze per chiedere la liberazione dei detenuti politici
Questa mattina in Palazzo Vecchio a Firenze, conferenza stampa indetta da Casa dei diritti dei Popoli , rete internazionalista toscana, per promuovere a breve un presidio che chieda la liberazione di tutti i prigionieri politici. Al tavolo insieme a CddP  anche le numerose associazioni del territorio che hanno aderito alla iniziativa, fra queste Assopace Palestina , la comunità Palestinese, la rete Saharawi,  Donne, Vita, Libertà Ass. Culturale Iraniana, Alessandro Orsetti  per  i Kurdi. La Campagna per la liberazione di Marwan Barghuti , il leader palestinese condannato a diversi ergastoli  e vessato nelle carceri israeliane è già iniziata a livello nazionale. Qui a Firenze  si propone di collegarla alla liberazione di Abdullah Ocalan leader kurdo anch’esso detenuto in isolamento dal governo turco di Erdogan  ma non solo,  anche in Iran e in Turchia  e in  molti altri paesi  le carceri sono  state riempite di prigionieri politici da regimi sempre più autoritari ed antidemocratici. Audio di presentazone di CDDP https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2025/12/audio-1.mp3       Redazione Toscana
December 10, 2025
Pressenza
L’attivista saharawi Ahmed Sbaai soffre di un grave deterioramento della salute in carcere a causa di farmaci scaduti
Un’organizzazione per i diritti umani ha rivelato oggi che Ahmed Sbaai, un attivista politico saharawi detenuto, ha subito gravi complicazioni di salute dopo che l’amministrazione del carcere centrale di Kenitra, in Marocco, gli ha somministrato farmaci scaduti. Sbaai è detenuto, insieme ad un gruppo di altri attivisti saharawi, dal novembre 2010, in quello che è noto come il caso dei “detenuti di Gdeim Izik”. In una dichiarazione rilasciata a “Equipe Media”, la sorella dell’attivista ha affermato che suo fratello “soffre di malattie cardiache e respiratorie che si sono aggravate negli ultimi anni a causa delle torture, dei maltrattamenti e delle cattive condizioni di detenzione a cui è stato sottoposto”. Ha aggiunto che “gli sono stati somministrati farmaci scaduti provenienti dall’infermeria della prigione, causandogli nuove e gravi complicazioni di salute che minacciano la sua vita”. La sorella di Sbaai ha chiesto “ai governi del mondo libero e a tutte le organizzazioni e gli organismi internazionali di intervenire con urgenza per ottenere l’immediata liberazione di suo fratello e degli altri detenuti politici saharawi”. La famiglia ha attribuito la piena responsabilità allo Stato marocchino e ai suoi funzionari per ciò che queste «persone innocenti» stanno subendo, secondo quanto descritto, a causa delle «politiche repressive dell’occupazione», avvertendo che la vita di suo fratello è in pericolo reale. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. Equipe Media
October 22, 2025
Pressenza
I fratelli Shamasneh liberi dopo 33 anni nelle carceri israeliane
Gerusalemme Occupata – PIC. I due fratelli, Mohammad e Abdel Jawad Shamasneh, della città di Qatna, a nord-ovest della Gerusalemme occupata, sono stati rilasciati nell’ambito dell’accordo di scambio di prigionieri tra la resistenza palestinese e Israele. Erano tra i circa 1.968 prigionieri liberati nell’ambito dell’accordo. Secondo la Società per i prigionieri palestinesi (PPS), i fratelli Shamasneh sono stati rilasciati dopo 32 anni di prigionia e sofferenze nelle carceri israeliane, iniziate dal novembre 1993. Sono considerati tra i detenuti veterani, incarcerati prima della firma degli Accordi di Oslo. Mohammad era stato condannato a tre ergastoli più 20 anni, con ulteriori 10 anni aggiunti in seguito. Abdel Jawad è stato condannato a quattro ergastoli più 20 anni. Durante la sua prigionia, Mohammad ha proseguito gli studi, conseguendo sia il diploma di scuola superiore che una laurea triennale. È sposato e ha tre figlie, la più piccola aveva solo due mesi quando è stato arrestato. Anche Abdel Jawad è sposato e padre di sette figli. La maggiore è la figlia Manal, mentre il più piccolo è il figlio Yousef, che non era ancora nato al momento dell’arresto. Lunedì, 1.968 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati dalle carceri israeliane, tra cui 250 ergastolani e altri con pene lunghe o previste per l’ergastolo. Il rilascio è avvenuto nell’ambito della prima e della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco, derivante da negoziati indiretti a Sharm El-Sheikh con l’occupazione, e nel quadro del piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra a Gaza. Tra i rilasciati c’erano 1.718 prigionieri di Gaza, detenuti durante la guerra di genocidio. Si tratta del terzo accordo di scambio di questo tipo dall’inizio della guerra. Traduzione per InfoPal di F.L.
October 16, 2025
InfoPal
Incursioni israeliane ad Aida Camp, 22/02/2015
Il racconto di una recente incursione nel campo profughi e della resistenza degli/delle abitanti Aida Camp, West Bank. 22/⁠02/⁠2015 Ci vengono a chiamare, mentre tutti cominciano a correre e gridare: L’esercito! L’esercito! L’esercito israeliano! Nel mezzo del campo profughi i bambini, i giovani e i loro genitori rompono pezzi di muro e marciapiede per difendersi dall’esercito israeliano. Si nascondono nei vicoli e dietro gli angoli di ogni strada. Gridano, corrono e cominciano a tirare le pietre ai militari che, in una missione silenziosa, sono entrati nel campo profughi Aida con un’operazione finalizzata all’arresto di un palestinese. Tutti lanciano pietre e insulti agli invasori. Nel 2003 Israele ha dato inizio alla costruzione di un muro che oggi cinge d’assedio la città di Betlemme. Un muro di 8 metri d’altezza con 8 punti di controllo di entrata e uscita regolati da Israele. Alcuni palestinesi che vivevano fuori dal Muro hanno perso le loro case e oggi vivono in uno dei tre campi profughi della città: Dehisha (17000 rifugiati), Aida (7000 rifugiati, molti dei quali, in questo momento, stanno affrontando l’esercito) e Alzza (1500 rifugiati). Un bambino comincia a gridarmi che vada da lui. Mi avvicino un poco e viene di corsa mentre si segnala il viso e urla in arabo parole che non capisco; contentissimo mi narra a gesti e con imitazioni come ha raggiunto in pieno volto un militare con un sasso. Le pietre difendono e resistono. Il bambino torna a difendersi. I più anziani e i più piccoli con le loro madri si raggruppano nelle case più vicine. Dietro di me ci sono donne palestinesi e sento i loro piccoli piangere. Altri bimbi si avvicinano agli scontri con curiosità, titubanti prendono in mano qualche pietra fino a che i loro genitori giungono a prenderli in braccio o danno loro uno schiaffo per fargli lasciare le pietre e farli ritornare a casa dove, si suppone, dovrebbero stare più al sicuro. Mi avvicino un poco a un uomo che sta spezzando una pietra da lanciare. Sono a due metri da lui. Si sente uno sparo. L’uomo cade. Urla. Non può camminare. L’hanno colpito a una gamba. Una pallottola lo ha perforato proprio sotto il ginocchio. Tutti lasciano le proprie posizioni e corrono ad aiutarlo. Lo caricano e lo portano di corsa all’ospedale. La macchina che funge da ambulanza per raggiungere l’ospedale deve attraversare un parte della strada dove infervorano gli scontri. Inizia a suonare il clacson e schizza via più velocemente che può. Una bambna si mette a piangere, sua madre l’abbraccia e la infila nella casa più vicina. Un secondo combattente cade. Un’altra pallottola nella gamba. Tutti cominciano a correre e gridare con le pietre e la rabbia nelle mani. Difendendo, adesso, altre strade nelle quali l’esercito israeliano cerca di entrare. Mantengono le posizioni. Una strada, pietre, corrono, un’altra strada, pietre, pallottola, corrono. Urla. In una sala di una casa ci sono molti bambini e bambine piccole. Alcuni piangono, altri sono troppo piccoli per capire. Bomba. Bomba. Bomba. Sono di coloro che resistono o dell’esercito? Non lo sappiamo. I bambini urlano, gli adulti li calmano. Un uomo mi grida in arabo: We use stone, stone! All problem and all bomb is always israeli. All we have is stone. Uomini entrano ed escono dalla stanza per informare su quello che avviene fuori.  Senza farsi notare l’esercito israeliano è entrato in una casa del campo dei rifugiati per arrestare un compagno. E’ riuscito a scappare e noi stiamo difendendo il nostro territorio. Adesso i militari stanno girando in borghese per mischiarsi alla folla e fare arresti. Due bambini si mettono a giocare agli scontri. Uno finge di avere un’arma e l’altro di avere pietre. Nessuno dei due cade. Bomba, grida e moltitudini correndo. Di nuovo giunge un uomo e da una notizia in arabo. Ormai si odono lontane le urla, gli scontri si allontanano. Due bimbi si avvicinano per spiegarmi quello che sta succedendo. Parlano solo in arabo. Mi parlano con le mani. Fanno un numero due e si segnalano fra loro. Creano con le mani una pistola lunga e recitano a che uno spara all’altro alla gamba. Continuano a giocare all’occupazione israeliana nelle terre palestinesi. Gli scontri si rifanno vicini, adesso con più violenza. Nuovamente l’esercito ha sparato a un altro uomo alle gambe. Gli abitanti del posto bloccano le strade per non far avvicinar l’esercito. I militari stanno occupando alcune case come base. Già sono sette le persone raggiunte alle gambe dalle pallottole e una donna ha ricevuto l’impatto in pancia. Inoltre si contano 10 uomini e giovani pestati dai militari. Le strade sono piene di luci rosse intermittenti. Ambulanze che raccolgono i feriti e altre che aspettano per soccorrere il prossimo palestinese che abbia bisogno di cure. I giovani corrono quando vedono il laser dei fucili israeliani. Corriamo di strada in strada. Il potere di una pietra non può competere con un’arma da fuoco. Corriamo, dobbiamo uscire dal campo. TRA TRA TRA TRA TRA TRA TRA TRA! Dobbiamo uscire dal campo. Bomba. Dobbiamo uscire dal campo. Fra varie chiamate strategiche tirano fuori una mappa e trovano il cammino più sicuro per arrivare al Beit Jala Hospital per vedere la situazione dei compagni feriti dagli spari. Stanno uscendo dall’ospedale due uomini. Quello a cui hanno sparato al mio lato esce zoppicando con una radiografia in mano. La pallottola non ha raggiunto l’osso, adesso deve ritornare al campo. L’altro esce in sedia a rotelle perché la pallottola gli ha attraversato le due gambe. I muri israeliani ingabbiano i palestinesi che vengono aggrediti costantemente. Le pallottole dell’esercito israeliano colpiscono le pareti delle scuole, delle chiese e delle case dei palestinesi. Perforano gambe per non farle più camminare. I compagni stanno tornando ad Aida Camp.
February 26, 2015
freepalestine