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RESOCONTO E CONCLUSIONI DELL’ASSEMBLEA DI NAPOLI DEI COMITATIPER IL RITIRO DI OGNI AUTONOMIA DIFFERENZIATA, L’UNITA’ DELLAREPUBBLICA, L’UGUAGLIANZA DEI DIRITTI E DEL TAVOLO NOAD
Arrivati da 20 province di tutta Italia, a titolo individuale o in rappresentanza di 33 tra associazioni, partiti, sindacati, più di 100 partecipanti si sono riuniti, sabato 6 giugno 2026, al Maschio Angioino di Napoli, per partecipare all’Assemblea nazionale del Tavolo NO-AD e dei Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti. Dal luglio 2019, anno della nascita dei comitati, essi continuano a lavorare sulla formazione, informazione, mobilitazione rispetto al progetto eversivo dei vari governi da allora succedutisi: l’autonomia differenziata; o – come è meglio conosciuta – la “secessione dei ricchi” o Spacca Italia. Una risposta eloquente a quanti, pochi giorni prima, mentre celebravano liturgicamente la Repubblica, hanno continuato e continueranno a picconarne l’esistenza, minandone le fondamenta: i principi di uguaglianza, solidarietà, autonomia prevista dall’art. 5, attraverso l’azione concentrica delle Intese preliminari di Veneto, Piemonte, Lombardia e Liguria su 4 materie e dell’AS 1623, la legge Calderoli, per la determinazione dei LEP. Le Intese preliminari individuano, qualora venissero ratificate definitivamente, il primo passo concreto – dopo la Riforma del Titolo V, nel 2001, e le sue conseguenze – verso lo smembramento della Repubblica. Per fare questo, il ministro Calderoli e il governo non esitano a forzare, disattendere, violare la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale. L’assemblea napoletana ha saputo elaborare un programma di interventi e strategie all’altezza della minaccia di dissoluzione incombente sul Paese e sulla sua Carta costituzionale. I lavori sono stati preceduti da due interventi. Il primo di Dianella Pez (a nome dei Comitati), nell’ideale comunanza di aspirazioni con la contemporanea manifestazione di Aviano (FVG), intitolata “Contro le guerre, il riarmo, le testate nucleari”. Il secondo di Carmen D’Anzi, Garante dei diritti delle persone detenute della Provincia di Potenza, che ha invitato, dati alla mano, a riflettere sui troppi ostacoli al diritto alla salute e alla cura dei carcerati. La volontà di stare insieme su uno scopo – quello di fermare la de-forma eversiva – ha messo in campo prospettive plurali che hanno ampliato la strumentazione analitica e operativa dei Comitati e, dunque, della lotta dal basso. Le preoccupanti dinamiche demografiche, riflesso e al contempo supporto delle istanze autonomistiche, che condannano il Sud e il paese a una desertificazione programmata; la crisi produttiva e del welfare, di un Nord che millanta efficienza mentre si alimentano la speculazione edilizia e lo sfruttamento sfrenato dei rider, degli operai dell’edilizia, della filiera del lusso; il collasso ecologico, accelerato dalle miopi politiche estrattivistiche; la funzionalità dell’autonomia differenziata alla militarizzazione dei territori e all’accentramento dei poteri nelle mani di un ceto affaristico senza scrupoli; la prova che autonomia non è sinonimo di “prossimità” ai bisogni dei cittadini, ma deriva di potere e lottizzazione del territorio; l’illogicità di alcune richieste, come quella relativa alla protezione civile; la consapevolezza che la divergenza territoriale è l’altra faccia del capitalismo concentrazionario; la disambiguazione di proclami e documentazioni esibite dal Governo come risposta attendibile alle condizioni poste dalla Corte costituzionale nella sentenza 192, come è il caso delle relazioni che ciascuna regione ha allegato alla propria Intesa preliminare- fotocopia, di cui in audizione il ministro Calderoli ha millantato la peculiarità, smentita dai fatti; la necessità che i bisogni delle cittadine e dei cittadini vengano sondati direttamente sui territori e non individuati dalle tecno-burocrazie. Questo e molto altro hanno chiaramente dimostrato le relazioni di Massimo Villone, Marco Esposito, Emiliano Brancaccio, Pietro Spirito. D’altra parte, la relazione di Antonio Mazzeo e altri interventi hanno evidenziato come la scelta del riarmo, a livello nazionale e di Unione Europea, porti a una militarizzazione del sistema economico e dell’intera società. Dal Ponte di Messina, alle grandi vie di trasporto e della distribuzione dell’energia, alle tecnologie dual use, alle misure securitarie: tutto converge verso la militarizzazione, per la quale è necessario un riassetto complessivo delle istituzioni con la differenziazione dei territori, accentrando i poteri nei Presidenti di regioni, legittimando il loro ruolo di ‘governatori’. Antonella Bundu ha poi insistito sulla necessità di una reale connessione delle lotte del Nord con quelle del Sud, espressioni delle esigenze popolari di pace, di uguaglianza dei diritti, di difesa delle libertà civili, di superamento delle disuguaglianze sociali e dei divari territoriali. A metà dei lavori è stato letto un saluto del presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ed è stato proiettato un gradito, importante messaggio del presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, che, fra l’altro, ha già fatto ricorso alla Consulta contro alcune norme discriminatorie della legge di Bilancio. Il pomeriggio – attraverso gli interventi di associazioni, sindacati, partiti – ha reso ancora più concreto il grido di allarme emerso dall’assemblea: è necessario smascherare l’operazione che il governo sta portando avanti in maniera silente, anche con la complicità dei media main stream; cui si aggiunge il percorso della revisione costituzionale dell’art. 114, con la potestà legislativa concorrente che Roma Capitale acquisirà, aprendo il varco ad analoghe iniziative già in procinto di coinvolgere Milano e Venezia. Alla frantumazione, a quanto pare, non c’è mai fine. Nessun passo può essere accettato né sottovalutato. È stata infine disvelata la menzogna del decentramento felice e della retorica del maggiore “merito” del Settentrione. Tutti gli strumenti – parlamentari, giuridici, di mobilitazione – devono essere messi in campo nelle prossime settimane, per fermare ancora una volta il progetto eversivo del governo. Sette anni di lotte ci dicono chiaramente che “è valsa la pena” svolgere il lavoro che Comitati e Tavolo hanno fatto: più che mai, vale la pena rilanciarlo per impedire che la Repubblica democratica sia stravolta in una serie di piccoli Stati autoritari gestiti da “Governatori”, che rispondono agli interessi di classe degli imprenditori del Nord. Non è il popolo del Nord, non sono i cittadini settentrionali a spingere per l’autonomia differenziata; è la classe imprenditoriale, in particolare quella industriale e dei servizi high- tech, a insistere per dar vita a istituzioni regionali con poteri legislativi e amministrativi differenziati, che rispondano direttamente alle loro esigenze produttive. Tutto ciò costituisce il fondamento di classe e antipopolare dell’autonomia differenziata; che evidentemente risponde agli interessi economici di un ceto, quello degli industriali. A Napoli si è discussa la questione meridionale, che rimane irrisolta, come argomentato da Maria Teresa Capozza e Loretta Mussi in un documento predisposto, per conto dell’Esecutivo dei Comitati. Le industrie del Nord – oltre ad aver sempre goduto di sovvenzioni finanziarie, incentivi economici e sgravi fiscali pubblici – hanno, prima, sfruttato il Mezzogiorno come mercato di sbocco delle proprie merci, per avere manodopera a basso costo con le possenti migrazioni interne, per disporre di beni intermedi per la produzione di acciaio e chimica di base; e poi come discarica degli scarti inquinanti, che hanno devastato territori agricoli di alto valore e provocato malattie letali (la “Terra dei fuochi” docet). Le classi dirigenti industriali e finanziarie e quelle politiche ‒ governo Meloni e Commissione UE ‒ hanno un preciso disegno per il Mezzogiorno: hub per l’energia delle industrie del Nord Italia e dell’Unione Europea; snodo logistico per la sua collocazione al centro del Mediterraneo, che abbisogna di corridoi infrastrutturali per esportare e importare dall’Africa e dal Medioriente (come dimostra il Ponte sullo Stretto). Al Mezzogiorno, oggi come ieri, è riservato dalle classi dirigenti un destino da ZES, cioè zona emarginata speciale. Dall’assemblea è emersa la volontà di rigettare la visione redistributiva dei diritti sociali e fare, invece, di tali diritti, i criteri o gli obiettivi su cui parametrare la riallocazione delle risorse: un ribaltamento di prospettiva che non piacerà ai pochi, ma servirà ai tanti. Per arrivare a questo ambizioso traguardo, occorre intraprendere ed intersecare azioni congiunte di lotta e pressione: ➢ chiedere ai parlamentari delle forze di opposizione di presentare una pioggia di emendamenti, per fermare l’iter di approvazione delle intese, e di denunciare con ogni mezzo a disposizione, anche fuori dalle aule istituzionali, gli intenti separatisti e le loro ricadute; perché istituzioni e piazza in questa fase devono procedere coese e convergenti; ➢ sollecitare le Regioni guidate dal PD e dal M5S affinché si preparino tempestivamente ad impugnare le Intese, predisponendo e pubblicizzando – ancor prima della conclusione dell’iter di approvazione – i testi dei ricorsi da formalizzare poi in via diretta alla Corte costituzionale. Sia perché il governo abbia contezza che alla propria arbitraria accelerazione si risponderà in maniera immediata ed efficace. Sia perché i cittadini e le cittadine possano condividere, arricchire e discutere le ragioni e le modalità di difesa dei propri diritti; ➢ chiedere ai Consiglieri di opposizione delle Regioni che hanno avviato le Intese di usare tuti i mezzi istituzionali per bloccare l’iter delle Intese stesse, quando arriveranno nei Consigli; ➢ chiedere ai consiglieri comunali del Pd, del Movimento 5 stelle e di AVS di proporre risoluzioni o ordini del giorno, come quella presentata al comune di Firenze (mozione Palagi), per schierare i Comuni contro il neo-centralismo regionale, che si accentuerà con l’AD, facendosi promotori di incontri sulle quattro materie oggetto delle Intese preliminari; ➢ sollecitare sindacati e associazioni, con un appello ai direttivi, affinché mobilitino i propri iscritti e iscritte, insistendo sulla trasversale pericolosità dell’AD, che nega il diritto a un lavoro equamente retribuito e parimenti sicuro, e il diritto a potersi avvalere di una legislazione uniforme in caso di contenzioso. Ancora, sulla scia di quanto avvenuto in occasione della raccolta firme per il referendum abrogativo della legge 86/24, che organizzino dappertutto l’informazione e la mobilitazione per il ritiro delle pre-Intese, per il NO alla loro ratifica e per l’interruzione del percorso dell’AS 1623 (Legge Calderoli); ➢ mettere in luce i nessi, facendo leva su di essi, per collegare le lotte, dando vita ad una nuova forma di mutualismo e di cooperazione tra movimenti: la guerra, il riarmo, le politiche ambientali, la precarizzazione del lavoro non sono estranee all’autonomia differenziata e viceversa; ➢ ai gruppi parlamentari di opposizione, chiedere di continuare la loro attività di contrasto delle Intese, e di cooperare con i Comitati, con il Tavolo No AD, con i costituzionalisti e gli economisti per organizzare incontri di riflessione sul Titolo V, che necessita non solo della cancellazione del comma 3 dell’articolo 116, ma di una ridefinizione complessiva, guidata dai principi del regionalismo cooperativo, come prescritto dagli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione; ➢ a tutte le forze che si candideranno alle elezioni del 2027, chiedere che nel programma sia inserita la cancellazione del c. 3 dell’art. 116, unico atto che impedirebbe in futuro di accedere a forme di autonomia differenziata. Non sarà vano attuare questo capillare intervento, perché i Comitati sanno che 1.300.000 firme sono state apposte per abrogare la legge “SpaccaItalia”, e che 15 milioni di “no” hanno bocciato la riforma della magistratura, non solo perché alterava gli equilibri tra i poteri dello Stato, ma perché era la contropartita dell’autonomia differenziata e del premierato, nel patto privato siglato tra le destre al governo. I Comitati e il Tavolo NOAD, consapevoli del ruolo che hanno avuto in questi anni nel dar vita e sostenere la formazione, l’informazione e la mobilitazione, e nel costruire l’unità necessaria a fermare l’AD, proseguiranno nelle loro azioni; si impegnano pertanto a consolidare e a estendere i rapporti con le associazioni, i sindacati e i movimenti territoriali e le forze politiche, affinché sempre più la ‘mia lotta’ diventi la ‘nostra lotta’; per una società in cui si affermino i diritti sociali, civili e politici di tutte le persone, dovunque risiedano e da dovunque provengano. Organizzeranno in tutte le città e le Regioni e a livello nazionale iniziative di piazza e assemblee, seguendo l’evoluzione della situazione. Nel complesso, le due strade che il Governo sta portando avanti prefigurano un regionalismo separatista, ponendosi sulla via di vere e proprie secessioni; mentre la Costituzione, con gli articoli 5 e 3, indica la strada per costruire un regionalismo cooperativo, per garantire l’unità della Repubblica, che sta a significare l’uguaglianza dei diritti sociali, politici e civili. Esiste un popolo che resiste. Con questo popolo bisogna camminare e lottare; perché non c’è alternativa alla costruzione di un’alternativa. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
CS 6 giugno 2026 Assemblea Pubblica Nazionale – “La nostra lotta, le nostre lotte”
Sono esattamente 7 anni che i Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti hanno abbandonato la lotta esclusivamente in difesa della scuola della Costituzione, minacciata dall’autonomia differenziata, per estenderla ai moltissimi, ulteriori aspetti della vita quotidiana che sono attaccati dal progetto scellerato; un progetto che nega l’uguale garanzia di diritti sociali e civili su tutto il territorio della Repubblica, sostenendo – al contrario – diritti diseguali, a seconda del certificato di residenza; laddove chi ha già tanto avrà di più, chi ha meno starà sempre peggio. Della Repubblica si è festeggiato il 2 giugno l’ottantesimo anniversario; una Repubblica minacciata dalla prepotenza tipica della maggioranza di destra che, indifferente alle prescrizioni della Corte Costituzionale, accelera, sotto la spinta del ministro leghista Calderoli, nel percorso verso la “secessione dei ricchi”. Sabato 6 giugno, dalle ore 9,30 alle 16,30, presso la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, al Maschio Angioino a Napoli, si terrà l’assemblea nazionale dei Comitati e del Tavolo NO Autonomia Differenziata: “La nostra lotta, le nostre lotte”. Un appuntamento che ha l’ambizione di lanciare il necessario allarme nei confronti della strategia del governo che – complice anche il silenzio dei media – sta tentando di portare a compimento il processo che provammo ad interrompere con il referendum 2 anni fa (con un milione e 300mila firme raccolte) e che, comunque, la sentenza 192/24 della Corte costituzionale ha in parte smontato. Nonostante la bocciatura della legge Calderoli, (86/2024), il governo Meloni-Calderoli va avanti. Infatti, presso le commissioni I Affari Costituzionali di Senato e Camera si trovano le 4 pre-intese siglate da Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte su 4 materie cosiddette non LEP (Protezione Civile, Professioni, Coordinamento della finanza pubblica e Sanità, Previdenza integrativa), già precedentemente approvate dalla Conferenza Unificata, con il parere negativo di 6 regioni, guidate dal PD o dal M5S, e dell’Anci. Le commissioni – presso le quali si stanno svolgendo audizioni che, come nelle precedenti occasioni, rilevano pareri negativi da parte di giuristi, economisti, esponenti della società civile, sindacati – dovranno formulare un atto di indirizzo; quindi, verranno predisposte e firmate le Intese, che il Parlamento potrà emendare: ci auguriamo che vengano sotterrate attraverso una valanga di emendamenti. Contestualmente, al Senato l’AS 1623 è il testo che Calderoli ha predisposto per determinare i livelli essenziali delle prestazioni, prerequisito per poter attaccare anche le cosiddette materie LEP, come la scuola. Oltre al fatto che determinare i LEP non significa garantirli (atto che prevederebbe milioni di euro), numerosi sono gli elementi di incostituzionalità nei testi siglati con le regioni. Siamo certi che le regioni guidate dal PD e dal M5S, ricorrendo alla Corte costituzionale, si batteranno per impedire che le Intese, andando in porto, possano aggravare ulteriormente le disuguaglianze sociali e territoriali. A Napoli, la mattina si aprirà con gli interventi di Emiliano Brancaccio, Antonella Bundu, reduce dalla Flotilla, Marco Esposito, Pietro Spirito, Massimo Villone. Interverrà il Presidente della regione Emilia- Romagna Michele De Pascale. Il pomeriggio, con un’introduzione di Antonio Mazzeo, esponente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e della lotta NO Ponte, prenderanno la parola esponenti di movimenti territoriali e studenteschi, sindacati, associazioni. Ed è proprio dal pomeriggio che l’iniziativa prende il nome e trova il proprio senso precipuo: qualora il progetto eversivo di autonomia differenziata si concretizzasse, tutte le lotte e tutti i movimenti – di qualsiasi cosa si occupino – verrebbero coinvolti. Il Sud del nostro Paese, i Sud di tutte le regioni, verrebbero definitivamente affossati, oggetto di politiche predatorie, senza speranza di emancipazione dalle proprie attuali condizioni. Da Napoli – una delle città del Sud che ha tirato la volata al trionfo del NO nel referendum sulla riforma della magistratura, un no che, vogliamo crederlo, parla anche di autonomia differenziata – parte una nuova fase della lotta dei Comitati e del Tavolo NOAD. Una fase di mobilitazione intensa, che avrà una significativa scadenza nelle elezioni del 2027: nei programmi dei partiti, o delle liste, che chiederanno il voto per battere le destre, proponiamo sia inserita l’abolizione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, strumento per minare l’unità della Repubblica. Nei prossimi mesi continueremo a contrastare il disegno della secessione dei ricchi con sit-in, assemblee, manifestazioni di piazza, incontri di informazione. Il nostro obiettivo è quello che hanno espresso milioni e milioni di cittadini/e con il referendum sulla giustizia: la Costituzione non si tocca, va rispettata e applicata. Il referendum sulla giustizia ha liquidato anche il disegno del premierato assoluto; ora tutti/e devono mobilitarsi per impedire che si realizzi la terza controriforma, quella dell’autonomia differenziata: difendiamo l’unità della Repubblica, cioè l’uguaglianza dei diritti sociali, civili e politici. Solo così potremo sperare di sconfiggere le politiche di discriminazione razziste verso i migranti, di suprematismo nordista, e le misure securitarie che distruggono le libertà civili di manifestare e di lottare per una società dove si affermi il valore supremo della pari dignità di ogni persona, dovunque risieda e da qualunque parte del mondo provenga. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
CS 14 maggio 2026 – Dalla commissione Affari Costituzionali iniziano le procedure sull’autonomia differenziata presso le Camere
I Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti avevano già lanciato un grido d’allarme quando il ministro Calderoli aveva trasmesso alle Camere lo schema delle preintese con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per devolvere loro la potestà legislativa in quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare e sanità. Il ministro leghista Calderoli – come suo costume – spinge sull’acceleratore per siglare le Intese, che porteranno a prime forme di una secessione che parte da qui e si articolerà materia per materia, ambito per ambito, fino alla disgregazione dell’unità della Repubblica. Sta avvenendo un baratto vergognoso nella maggioranza del governo Meloni: la Lega appoggia lo scempio della legge elettorale maggioritaria e FdI dà il via libera ai processi di regionalismo competitivo e conflittuale. I tempi sono dettati dal Governo al Parlamento. Entro luglio, infatti, dovranno essere licenziati gli atti di indirizzo delle Camere – a cui, peraltro, il Governo non è tenuto ad attenersi; poi Governo e Regioni predisporranno le intese, una per ciascuna regione; infine, il disegno di legge, con allegate le Intese, sarà inviato alle Camere. Il Parlamento avrà una grande responsabilità e possibilità di intervento alla luce della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale: potrà emendare il ddl e sarà la regione, eventualmente insoddisfatta, a dover riprendere il negoziato col Governo. Si creerà uno spazio politico di lotta che non sarà lasciato vuoto e soprattutto un tempo utile a portare la discussione pubblica sui territori. Di che materie trattano le preintese? A sentire il ministro Calderoli, di materie che non toccano i livelli essenziali di prestazione (LEP) relativi ai diritti sociali e civili; altro discorso per la sanità, materia inequivocabilmente fondamentale, coinvolgendo il diritto alla salute: essa viene devoluta perché regolata dai livelli essenziali di assistenza (LEA). Come spesso accade le iniziative legislative del ministro Calderoli generano una grande confusione normativa; infatti, mentre al Senato è in discussione il ddl sui LEP (AS 1623), contemporaneamente, con queste preintese, si devolvono alle Regioni importanti competenze nella sanità, materia che – invece – richiederebbe una ridefinizione politica democratica dei suoi livelli di prestazione, regolati oggi da misure amministrative. Un altro passo avanti verso il suo definitivo smembramento e la differenziazione del diritto alla salute sulla base del certificato di residenza. Lo schema delle quattro preintese è illegittimo: mentre lo stesso articolo 116, terzo comma, pone come condizione necessaria della devoluzione l’individuazione di ragioni specifiche della differenziazione, le preintese prevedono per le quattro Regioni la devoluzione delle stesse identiche quattro materie. Sono il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, il Veneto Regioni identiche per popolazione, livelli produttivi, caratteristiche socio-economiche? La Corte Costituzionale, nella sentenza 192/2024, ha ribadito che occorrono, per procedere con la devoluzione, motivazioni e analisi specifiche funzione per funzione e territorio per territorio e ha esplicitamente ribadito che non si possono e non si devono trasferire materie, ma singole funzioni. Invece, con le preintese, si vogliono predisporre trasferimenti di competenze relative ad ambiti legislativi complessivi come la gestione della previdenza complementare, che attiene al diritto alla pensione e alla gestione del risparmio (materie di rango costituzionale!); la determinazione differenziata per territorio delle tariffe sanitarie, che tocca l’art. 32 della Costituzione; il riconoscimento delle qualifiche estere e la formazione professionale, che sono ambiti disciplinati a livello nazionale e di Unione europea; infine, la protezione civile, materia che può riguardare addirittura l’esercizio della libertà di movimento. I Comitati contro ogni autonomia differenziata hanno indetto, per il 6 giugno, un’assemblea nazionale a Napoli nella sede della Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria – v. Vittorio Emanuele III, 310 – Castel Nuovo (Maschio Angioino) per mobilitare le forze associative, sindacali e politiche. E’ necessario denunciare la “secessione dei ricchi”, perseguita attraverso l’AS 1623 e le Intese, e organizzare mobilitazioni e iniziative per contrastare e battere questo disegno di ulteriore divisione territoriale e sociale del Paese; per impedire la rottura dell’unità della Repubblica, a difesa dei diritti sociali e civili, e dell’uguaglianza tra tutti/e i/le cittadini/e. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l ’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Autonomia differenziata: NO alle preintese
Mentre il 25 aprile festeggiamo l’Anniversario della Liberazione dal nazifascismo e ci accingiamo a celebrare l’80° anniversario della Repubblica, il governo di destra di Meloni – su impulso del ministro leghista Calderoli e con la chiara volontà, dopo il flop referendario, di portare a casa almeno un risultato – sta tentando di spaccare l’unità della Repubblica nata dalla Resistenza. A tappe forzate Meloni e Calderoli vogliono giungere a siglare le Intese sull’autonomia differenziata con quattro regioni del Nord. Le preintese stipulate dal Governo con Liguria, Piemonte, Veneto e Lombardia, sono già passate per la Conferenza Unificata, che si è espressa a favore solo con i voti delle destre, mentre le regioni guidate dal PD e dal Movimento 5Stelle hanno votato no, così come l’ANCI, in rappresentanza dei Comuni. Questi accordi investono ambiti cruciali come sanità, professioni, protezione civile e previdenza integrativa, incidendo direttamente sulla qualità dei servizi e sull’accesso ai diritti essenziali per i cittadini e le cittadine. Le pre-intese sono ora state trasmesse alle Commissioni parlamentari, chiamate entro 90 giorni a pronunciarsi con atti di indirizzo. Solo dopo questo passaggio, potranno essere rese definitive e approvate dai rispettivi Consigli regionali e dal Parlamento; Parlamento ridotto a passacarte, tanto che non potrà neppure emendare le Intese, frutto dell’accordo tra Governo e (sedicenti) Governatori. I Comitati e il Tavolo NOAD annunciano una forte mobilitazione politica e sociale al fine di ottenere dalle Commissioni parlamentari un atto di indirizzo che rigetti le pre-intese, perché: * violano il principio di uguaglianza e l’unità della Repubblica sanciti dalla Costituzione; infatti, moltiplicano le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai diritti fondamentali; * violano il principio di specificità delle funzioni per singola regione che la Corte Costituzionale aveva indicato (Sent. 192/24) come presupposto di legittimità per ogni differente autonomia. Le pre-intese sono infatti identiche per tutt’e quattro le Regioni, segno evidente di un impianto standardizzato e tutt’altro che specifico ad una singola regione; * violano il principio di sussidiarietà: se una funzione può essere meglio svolta a livello regionale anziché a livello statale, ciò deve avvenire a parità di poteri fra tutte le regioni e non con poteri differenziati di alcune rispetto ad altre. Anche questo principio è dunque palesemente violato; * frammentano lo Stato e il diritto: si creano sistemi normativi e amministrativi diversi per le stesse materie, con un’Italia a più velocità e diritti diseguali e poteri diversi da regione a regione; * stravolgono il modello costituzionale di regionalismo: si abbandona la cooperazione e la solidarietà tra territori, per inseguire una logica di competizione tra Regioni, in aperto contrasto con gli articoli 3 e 5 della Costituzione; * colpiscono i diritti sociali fondamentali: sanità e servizi sociali, per esempio, diventano diritti “a geometria variabile”, invece di essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale; * consolidano le disuguaglianze esistenti: l’uso della spesa storica cristallizza i divari tra Nord e Sud invece di ridurli, tradendo il principio di uguaglianza sostanziale. Da tempo denunciamo, infine, che con il ddl Calderoli sui LEP (livelli essenziali delle prestazioni) si perpetuano e legittimano le disuguaglianze sociale e territoriali. Di tutto ciò e di molto altro parleremo a Napoli, il 6 giugno: una tappa fondamentale per creare connessioni, stringere legami, condividere azioni rispetto a un’emergenza su cui pochi sono allertati. Ripetiamo il nostro accorato appello: non permettiamo che il Governo – con il disegno di autonomie differenziate e con la secessione dei ricchi – distrugga le basi che reggono la Repubblica: difendiamo le libertà e i diritti sanciti nella Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista. Buon 25 aprile a tutte e tutti. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Allarme per l’unità della Repubblica
Il voto referendario sulla magistratura ha detto con forza e chiarezza che la Costituzione non si tocca e non si deve toccare, a difesa dei diritti di libertà e sociali, e ha sostanzialmente cancellato dall’agenda politica il premierato. Giovani e Mezzogiorno, con il loro voto, hanno sconfitto Giorgia Meloni. Con questo voto referendario si sono cancellate due deforme della Costituzione. Tuttavia siamo allarmati. E vogliamo trasmettere il nostro allarme. C’è un’insidia che continua a minacciare il nostro Paese, l’Autonomia Differenziata; il ministro leghista Calderoli lavora in silenzio, ma con determinazione, portandola avanti: troppi – distratti – la considerano archiviata con la sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale. La Consulta, ponendo dei paletti, certamente ha modificato la drammaticità della situazione precedente; però il Governo deliberatamente li ignora, e così – con le pre-Intese con quattro Regioni del Nord e con il ddl Calderoli sui LEP, attualmente in Senato – l’Autonomia differenziata ha ripreso il cammino; che va, invece, bloccato. Passo dopo passo, nell’indifferenza generale, si va avanti, assegnando diritti a chi già ne ha e – di conseguenza – negandoli a chi ne ha già pochi. Basta leggere anche solo superficialmente le parole del presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, uno dei potenziali beneficiari delle regalie di questa de-forma costituzionale, che istituzionalizza le diseguaglianze: “Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […]. L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.” Ecco, come – con poche, ma inequivocabili parole – si dà voce a quello che il razzismo nostrano pensa da tempo, forse da sempre: che esista una parte “sana” (e quindi una malata) nel Paese. Come liberarsi di questa “palla al piede” che è il Meridione è presto detto: il federalismo secessionista consentirà alle regioni del Nord di unirsi alla “locomotiva europea”, per proteggere la propria industria, “per esempio a cominciare dall’automotive”. In linea di continuità con tali, sconcertanti affermazioni, il quotidiano “Libero”, il 24 marzo titolava l’esito referendario in modo inequivocabile: “Il no sfonda soprattutto tra i ceti improduttivi del Meridione e i giovani pro Pal”. Inefficienti e pure improduttivi, dunque. Ma non basta. Sulla scorta del “modello” (per modo di dire) di Roma Capitale, che impone un’ulteriore modifica della Carta, quella dell’art. 114, sponsorizzato convintamente dal sindaco Gualtieri, il sindaco Sala a Milano e a Venezia il segretario del PD, Martella, coadiuvato dall’ex presidente della Regione, Zaia, caldeggiano proposte analoghe. Ogni potentato locale rivendica più potere; ma non è la scissione dell’atomo, è la secessione dei ricchi: è la frammentazione progressiva delle istituzioni per spartirsi la torta del potere. E l’unità della Repubblica? E l’uguaglianza dei diritti di tutti/e i/le cittadini, ovunque risiedano? E il Mezzogiorno? In un mondo sconvolto dalle guerre e in un Paese segnato dalle diseguaglianze queste parole e questi provvedimenti significano una sola cosa: vadano avanti i potenti e i ricchi, che per di più rivendicano il merito di esserlo, mentre godono solo dei privilegi del potere e della ricchezza; gli altri si arrangino, se riescono. E, comunque, non disturbino il progetto della secessione. Però: il risultato del voto referendario ci racconta un’altra storia; ci parla di un altro progetto, quello del rispetto e dell’attuazione della Costituzione, fondata sull’antifascismo, sui diritti politici e sociali. Più bello, più socialmente responsabile, più democratico. Perché è un progetto di uguaglianza sostanziale. È un progetto popolare; che, con il referendum del 23 marzo, ha fondato la propria affermazione sul voto dei giovani e sul Meridione, inedito connubio e forza liberatrice. Ignorarlo sarebbe diabolico. Almeno quanto ignorare il fatto che quel voto del Sud è una condanna delle parole di Fontana, dei volgari commenti di “Libero” e – più in generale – dell’autonomia differenziata. E’ un voto che -superando stanchezza e delusione, frutti di un’oppressione antica – esprime e sprigiona energie nuove. È un voto contro le diseguaglianze e l’ingiustizia. Con i referendum del 2006, del 2016 e con quest’ultimo, cittadini e cittadine hanno inviato un messaggio forte e chiaro: la Costituzione non si tocca. Ma la Costituzione è già stata toccata nel 2001 con la deforma del suo Titolo V. Ed è stata violata al punto da contraddire i suoi principi fondamentali. Meloni e Calderoli ora vogliono far passare in quel varco le autonomie differenziate e, con pre-Intese e Intese, realizzare le secessioni regionali, che aggraveranno disuguaglianze sociali e territoriali. Sta a noi tutti/e impedire la realizzazione di questo disegno di frammentazione dell’unità della Repubblica. Si può riparare il danno del 2001, impedendo ora che prosegua il processo delle Intese e poi provvedendo a cancellare il comma 3 dell’articolo 116 e a ridefinire i rapporti tra i diversi livelli istituzionali secondo i principi del regionalismo cooperativo. Da tempo, pressoché inascoltati, gridiamo che la sentenza 192 della Corte Costituzionale non ha archiviato la questione; e che l’autonomia differenziata sta procedendo. Le prime due colonne del patto scellerato – controriforma del CSM e premierato, che tenevano coese le forze delle destre – sono state demolite; ora dobbiamo fronteggiare la rabbia degli sconfitti, che si accaniranno sul punto sopravvissuto del loro progetto, il più grave: l’autonomia differenziata, che non solo diversificherà i diritti delle persone sulla base del certificato di residenza, ma modificherà drammaticamente l’assetto istituzionale del Paese, mettendo in discussione la forma di Stato, la Repubblica democratica. Temiamo possa essere l’unica deforma che andrà avanti. È per questo che lanciamo un grido di allarme: presto le pre-Intese siglate dal Governo con Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte su 4 materie “non LEP” (nonostante la sentenza della Consulta) approderanno in un Parlamento defraudato della sua prerogativa istituzionale e costituzionale, trattato come un organo passacarte, prono al volere del Governo. E la legge Calderoli sui LEP, AS 1623, sta continuando il suo iter in Senato. Nulla è concluso, dunque; tutto continua sottotraccia, nel silenzio e nella disinformazione. Con questo nostro Allarme ci appelliamo a tutte le forze democratiche del Paese – dalle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici – affinché assumano la responsabilità di non lasciare questo appello inascoltato. E per lanciarlo, organizzeremo un’Assemblea nazionale a Napoli il 6 giugno prossimo. Segnate la data, siate presenti. Auspichiamo che tutte /i coloro che hanno detto no al Referendum del 22- 23 marzo si mobilitino per bloccare il disegno dell’Autonomia differenziata, per dire alto e forte No alla secessione dei ricchi. Vi aspettiamo a Napoli. Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
Lettera aperta al Presidente della Conferenza Unificata, al Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, al Presidente dell’ANCI, al Presidente f.f. dell’UP
L’attenzione nei confronti del rispetto dei fondamentali diritti costituzionali – su tutti, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti – deve essere massima anche e soprattutto in sede di Conferenza Unificata e di Conferenza Stato-Regioni. In nome di tutto ciò, chiediamo che, nell’imminente seduta, si esaminino nuovamente i profili di incongruenza e incostituzionalità che, a nostro avviso, caratterizzano il percorso intrapreso per addivenire alle richieste di trasferimento di ulteriori funzioni e condizioni di autonomia differenziata. Illustrissimi, abbiamo ragione di ritenere che giovedì 2 aprile – in sede di Conferenza Unificata – si porranno le basi per un ulteriore passaggio verso il trasferimento di funzioni, per ora alle 4 Regioni attualmente richiedenti (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto), ex art. 116 3° c. Cost.  La materia è già stata esaminata criticamente in Conferenza Stato-Regioni del 5 febbraio scorso, ove sono state messe bene in luce le principali incongruenze, nonché le difformità rispetto alle prescrizioni della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale, contenute nel DDL delega 1623/24: – mancato rispetto di diversi principi costituzionali, tra cui quello di leale collaborazione tra “livelli” dello Stato; – i LEP, di competenza statale, vanno ad incidere su materie di competenza concorrente la cui attuazione grava sulle regioni; – nessuna previsione (meglio, esclusione) di specifico finanziamento in caso di trasferimento di funzioni. Per essere espliciti: la sentenza 192/2024 della Corte costituzionale metteva in risalto la necessità di attribuire un ruolo centrale al Parlamento nella definizione e approvazione delle Intese. La procedura che il Governo sta attualmente seguendo è, al contrario, quella di emarginare il Parlamento, lasciandolo escluso da ogni decisione, se non interlocutoria, fino al momento dell’approvazione delle Intese con legge c.d. rafforzata. L’attenzione nei confronti del rispetto dei fondamentali diritti costituzionali – su tutti, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti – deve essere massima anche e soprattutto in sede di Conferenza Unificata e di Conferenza Stato-Regioni. In nome di tutto ciò, chiediamo che, nell’imminente seduta, si esaminino nuovamente i profili di incongruenza e incostituzionalità che, a nostro avviso, caratterizzano il percorso intrapreso per addivenire alle richieste di trasferimento di ulteriori funzioni e condizioni di autonomia da parte delle Regioni su ricordate. Ci auguriamo che questa nostra richiesta possa essere inoltrata ai membri della Conferenza. Rimaniamo fiduciosi nella Vostra sensibilità istituzionale Marina Boscaino per Esecutivo dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
COMUNICATO 26 marzo 2026 – la Lega razzista rilancia e raddoppia
SUL CORRIERE DELLA SERA DI GIOVEDÌ 26 MARZO, IL LEGHISTA FONTANA HA SVELATO IL SUO RAZZISMO BASATO SUL ‘MODO DI PENSARE’: IL NORD “È L’AREA PIÙ MODERNA E FUNZIONALE CHE TRAINA IL RESTO DELL’ITALIA”. Il ‘modo di pensare’ sbagliato è quello dei cittadini e delle cittadine residenti nel Meridione che hanno la colpa di aver votato in massa a difesa della Costituzione e contro la manomissione di istituti di garanzia come il Consiglio Superiore della Magistratura. Dunque, il Meridione va punito con la secessione del Settentrione. “Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.“ Insomma, il Meridione è una “palla al piede” e in più difende la Costituzione, allora non basta più l’autonomia differenziata; no, serve il federalismo secessionista, così le Regioni del Nord potranno unirsi alla Baviera per proteggere l’industria, “per esempio a cominciare dall’automotive”. Mai era stato così chiaro il disegno secessionista motivato dalla difesa dei padroni, degli imprenditori del Nord avanzato, quel Nord dove si sfruttano senza pietà i lavoratori e le lavoratrici delle industrie del lusso e della logistica, come dimostrano le inchieste sul Lavoro e gli Appalti del pubblico ministero milanese dott. Storari. Fontana vergogna! È evidente che la lezione del Referendum non è stata affatto compresa anzi, nel desiderio di schiacciare e delegittimare la grande vittoria del No, la Lega non solo rilancia con ancora più forza l’Autonomia differenziata, ma addirittura raddoppia, incitando ad ampliare ancor più il processo eversivo dell’Unità nazionale. Chiediamo a tutte le forze politiche, sindacali e associative che hanno tenacemente lottato per la difesa della Costituzione di reagire immediatamente con dichiarazioni, prese di posizione, interrogazioni parlamentari … in merito alle incredibili e razziste dichiarazioni del presidente della regione Lombardia Attilio Fontana e di chiederne le dimissioni. Tutti e tutte insieme dobbiamo impedire che l’Autonomia differenziata vada avanti e bloccare l’iter delle Intese. Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
Comunicato 5 marzo 2026 Comitato Emilia Romagna
Dopo la Regione Puglia anche la Regione Emilia-Romagna impugna la legge finanziaria che istituisce i LEP, voluti dal ministro Roberto Calderoli, con la Delibera del 2 marzo che propone avanti alla Consulta questione di legittimità costituzionale degli art.1 commi 706-711 e 3 Legge di bilancio 2025, riferendosi alla spesa e in particolare alla “missione 14: diritti sociali, politiche sociali, pari opportunità e disagio”. La Giunta regionale ha colto l’artificio contenuto nell’ultima legge di bilancio, compiendo l’unico atto consentito dall’ordinamento per opporsi: ricorso diretto alla Corte costituzionale. * L’art.1 viene ritenuto illegittimo in quanto istituisce il Livello essenziale di prestazione (Lep) in materia di assistenza all’autonomia e alla comunicazione personale per gli alunni e gli studenti con accertamento della condizione della disabilità in età evolutiva “senza una propedeutica istruttoria nonché senza intesa con le Regioni o, quantomeno, il parere delle stesse”; * l’ art.3 viene ritenuto illegittimo in quanto lo stanziamento per la “Missione 14” sia dimostrabilmente insufficiente e inadeguato. In sintesi, viene proposto ricorso al Giudice delle leggi a fronte di norme dal contenuto discriminatorio perché non supportate da norme di spesa che garantiscano uniformità dei diritti. Questa importantissima decisione coglie in pieno quanto da anni evidenziato dal Comitato E-R contro ogni autonomia differenziata e cioè il cortocircuito creato dalla legge Calderoli 86/2024 e dal ddl delega 1623/25 attualmente in discussione al Senato, riguardo ai Lep. Questi, per dettato costituzionale, vanno determinati e garantiti attraverso legge dello Stato; tuttavia con la legge di bilancio 2025, ne viene scaricato l’onere sostanzialmente sui bilanci regionali e comunali. Il Comitato ha più volte richiamato l’attenzione su questo snodo prodromico all’attuazione dell’autonomia differenziata (AD): senza previa determinazione dei LEP è incostituzionale qualunque trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni, tantomeno di intere materie. Il Comitato E-R dà quindi atto che gli impegni formalmente presi dalla Regione con apposito emendamento alla legge di spesa approvato il 23/12/2025 comincino a trasformarsi in concreti passaggi istituzionali. Questa decisione della Regione, fa emergere con forza la contraddizione nella quale si muove il progetto governativo di addivenire al più presto alla concretizzazione dell’AD ex art. 116 c.3 Cost.: il progetto si scontra in modo irreparabile con la scarsità di risorse o, peggio, con la mancanza di volontà politica di colmare i divari tra territori e tra condizioni soggettive. La Regione respinge quindi la finzione che possa determinarsi trasferimento di competenze sulla base di “autodefiniti” LEP privi di copertura generale; respinge la scelta di riversare gli oneri su bilanci regionali e comunali, poiché tutto ciò va in contrasto con i principi costituzionali. Il Comitato auspica che anche altre Regioni mostrino altrettanta sensibilità istituzionale, proponendo analoghi ricorsi a garanzia dell’uniformità e dell’effettività dei diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine. Bologna 05/03/2026 Comitato regionale Emilia-Romagna contro ogni autonomia differenziata, per l’Unità della Repubblica e l’Uguaglianza dei diritti.