Mezzadra: «La guerra è lo strumento con cui si stanno formando i nuovi blocchi imperialisti»Venezuela, Groenlandia, Iran… Gli interventi militari, realizzati o minacciati,
degli Stati uniti del secondo mandato Trump non sono soltanto una dimostrazione
di potenza, ma piuttosto il sintomo di un nuovo corso imperialista che sta
configurando nuovi blocchi contrapposti. In questo processo di formazione si
scontrano delle diverse impostazioni ideologiche ma anche dei modelli economici
e sociali, con i loro punti di forza e di debolezza, e le loro parabole.
Di imperialismo, campismo, nuove politiche di potenza e movimenti abbiamo
parlato insieme a Sandro Mezzadra, professore all’Università di Bologna e
militante del collettivo Euronomade.
GUARDA L’INTERVISTA INTEGRALE A SANDRO MEZZADRA
Dopo due anni di genocidio in Palestina e ora con l’attacco USA al Venezuela e
il rapimento del Presidente Maduro e della moglie Flores, l’esercizio della
forza e della violenza sembra prevalere sul sistema di vincoli del diritto
internazionale. Tuttavia, oltre a denunciare il non rispetto del diritto
internazionale, in che modo possiamo interpretare questi atti come costituenti
di una nuova realtà globale? E quali limiti è possibile vedere nell’espansione
di questa politica di potenza?
Comincerei con il dire che la situazione mondiale in cui ci troviamo ha davvero
delle caratteristiche peculiari, che non possono essere ridotte alla crisi del
diritto internazionale, tema su cui in un’intervista pubblicata su DinamoPress
ha detto delle cose importanti Giso Amendola, a me sembra che ormai da diversi
anni noi ci troviamo in una duplice crisi, che in sintesi può è la crisi del
sistema internazionale e la crisi del sistema mondo.
Qual è la differenza? Il sistema internazionale si organizza attorno agli stati
nazionali dalla fine della seconda guerra mondiale, in primo luogo attorno alle
Nazioni unite. Il sistema mondo invece si organizza attorno al mercato mondiale
capitalistico, e dunque è caratterizzato dal protagonismo di attori territoriali
come gli Stati, ma anche dei grandi attori capitalistici. Sia il sistema
internazionale sia il sistema mondo sono oggi evidentemente lacerati, bloccati,
attraversati da profonde fratture.
Insieme a Brett Nielson ho cercato di definire la congiuntura in cui ci
troviamo, quantomeno a partire dalla crisi finanziaria 2007/2008, con alle
spalle le due guerre statunitensi in Afghanistan e in Iraq, utilizzando in modo
molto specifico la categoria di multipolarismo. Assumendo questa categoria non
come un modello normativo ma piuttosto come una descrizione dello stato del
mondo in cui ci troviamo, abbiamo qualificato ulteriormente il multipolarismo in
questo senso, parlando di un multipolarismo centrifugo e conflittuale.
Ed è a partire da una situazione di questo tipo che la guerra si è
progressivamente installata al centro dei processi globali. Certamente l’ultimo
anno ha registrato un cambiamento di prospettiva, in particolare nell’azione
degli Stati uniti dopo il secondo insediamento di Donald Trump. L’impressione è
che questo cambiamento di prospettiva punti a trasformare questi poli del
multipolarismo conflittuale e centrifugo in blocchi, utilizzando il termine nel
senso militare che lo caratterizza. È quello di cui si parla anche attraverso il
linguaggio certamente non nuovo delle sfere di influenza.
Naturalmente parlando di blocchi si richiama la memoria l’età della guerra
fredda, e però credo che si debba sottolineare che la situazione è molto diversa
rispetto ad allora. In primo luogo perché non esistono confini precisi tra i
blocchi. I blocchi sono in formazione, e nel processo di formazione dei blocchi,
come abbiamo visto il 3 gennaio a Caracas, la guerra è uno strumento
fondamentale. E anche lo scontro tra potenze e blocchi è una possibilità sempre
presente.
Mi chiedi giustamente quali sono i limiti di una prospettiva di questo genere:
io penso che esistano dei limiti elementali che vanno sottolineati e che hanno a
che fare prima di tutto con i processi globali che continuano a strutturare il
mondo in cui viviamo. Anche dopo l’esaurimento della fase della cosiddetta
globalizzazione, gli spazi che sono definiti dalle operazioni del capitale sono
spazi che difficilmente possono essere riportati alla logica dei blocchi.
Sono spazi che disegnano geografie diverse rispetto a quelle dei blocchi e qui
c’è un primo problema, un primo limite potenziale rispetto alla prospettiva che
delineavo prima. Un altro limite che evidentemente ci interessa direttamente è
quello dei movimenti e delle lotte sociali, del rifiuto della logica dei blocchi
che non caratterizza soltanto la politica internazionale, ma ha delle ricadute
estremamente precise all’interno dei singoli spazi.
Da questo punto di vista bisogna leggere insieme Caracas e Minneapolis. Bisogna
leggere insieme il tentativo per quel che riguarda gli Stati uniti di
ricostruire una sfera di influenza all’esterno, il primo luogo nell’emisfero
occidentale, e una riorganizzazione violentemente autoritaria, con elementi di
vero e proprio fascismo, dei rapporti sociali all’interno. Tutto questo incontra
un limite nell’azione dei movimenti e speriamo che questo limite si consolidi.
L’economia statunitense non sembra decollare così come aveva preannunciato
Trump: le tariffe verso gli Stati esteri non sembrano spingere
l’industrializzazione interna, ma solo i prezzi, l’economia è trainata
principalmente dall’IA che rischia di diventare una bolla finanziaria, i tagli
ai servizi sociali e a Medic Aid rischiano di indebolire la parte già povera
della popolazione. In che modo a tuo parere questa situazione economico-sociale
a due anni dall’insediamento può condizionare la traiettoria di questa seconda
amministrazione Trump e in generale, la crisi interna agli Usa può essere utile
per interpretare il trumpismo?
L’anno scorso anno durante la campagna presidenziale Trump è stato spesso
interpretato come isolazionista. Credo invece che questo primo anno della sua
seconda presidenza dimostri l’impossibilità dell’isolazionismo. Guardando alla
storia degli Stati uniti, si è sempre utilizzata la dicotomia
isolazionismo/internazionalismo, o globalismo. Mi pare che Trump sia decisamente
oltre questa dicotomia.
Da questo punto di vista è un esercizio utile leggere la Strategia di interesse
nazionale presentata dall’amministrazione Trump lo scorso mese di novembre, dove
viene effettivamente criticato il globalismo delle precedenti amministrazioni
statunitensi ma non certo in una prospettiva isolazionista. Credo che in questa
critica del globalismo si possa leggere tra le righe la consapevolezza della
crisi dell’egemonia globale statunitense, la consapevolezza del fatto che per
gli Stati uniti non è più possibile esercitare egemonia a livello globale, ma da
questo punto di vista non deriva certo un’opzione isolazionista.
Al contrario l’obiettivo che quel documento pone, che abbiamo visto
concretamente in atto a Caracas all’inizio di gennaio, è quello di ricostruire
gli spazi della proiezione di potenza politica, economica, militare, finanziaria
degli Stati uniti. Spazi grandi, ma che non coincidono appunto con il mondo, con
il mercato mondiale nella sua intera estensione. Dentro questo tipo di
prospettiva può esserci indubbiamente una contraddizione con una parte
dell’elettorato di Trump, dell’elettorato Maga, che invece in qualche modo aveva
creduto alla prospettiva di un ripiegamento della politica statunitense
sull’interno.
Giustamente nella domanda viene detto che non si vedono segni di quella
reindustrializzazione degli Stati uniti su cui Trump ha tanto insistito. Io devo
dire che ho sempre trovato la prospettiva della reindustrializzazione molto
retorica. Non ho mai creduto molto a questa prospettiva per un insieme di
ragioni, ma in ogni caso anche volendo lavorare in quel senso sono necessari
anni. Non è che l’imposizione di dazi immediatamente produca il rimpatrio delle
produzioni industriali che sono state disseminate in giro per il mondo negli
ultimi decenni.
Allora da questo punto di vista senz’altro Trump può andare incontro a dei
problemi di consenso, anzi tutti i sondaggi che circolano in vista delle
elezioni di Midterm di novembre sembrano dimostrarlo. Contemporaneamente, e
forse anche con una consapevolezza di queste difficoltà, assistiamo a un
avanzamento sul terreno del consolidamento di un dominio autoritario, di un
dominio che mostra elementi che possiamo definire tranquillamente fascisti.
Allora in questo scatto tra un consenso che si indebolisce e un rafforzamento
degli elementi autoritari, nello stile e nella forma del governo, possiamo
effettivamente vedere qualcosa di importante dell’America di Trump. L’Ice sta
diventando sempre più una milizia direttamente al servizio del potere esecutivo
presidenziale. Gli investimenti sull’Ice sono superiori agli investimenti sui
Marines. Si prevede nei quattro anni di questa amministrazione che gli effettivi
dell’Ice vengano quadruplicati, e per quello che si legge i criteri di
reclutamento degli agenti dell’Ice sono criteri di reclutamento essenzialmente
ideologici.
Quello che viene richiesto è l’adesione al progetto trumpiano. Allora dentro
questo tipo di scenario certamente è importante guardare all’indebolimento del
consenso di Trump nel suo elettorato, ma è molto importante guardare anche ai
movimenti che si oppongono direttamente a questa svolta autoritaria. E d’altro
canto sappiamo che negli Stati uniti, soprattutto nelle grandi metropoli, si
stanno sviluppando dei movimenti di resistenza che incidono anche sul terreno
istituzionale, che coinvolgono anche le istituzioni municipali e statali, come
nel caso di Zohran Mamdani a New York, ma anche delle dichiarazioni del sindaco
di Minneapolis nei giorni seguenti all’uccisione di Renee Good sono molto
significative.
Credo che poi dietro a questo insieme di domande che ci poniamo ce ne sia una
che diventa sempre più ineludibile, e cioè qual è il tipo di capitalismo che le
politiche di Trump stanno in qualche modo favorendo, stanno contribuendo a
strutturare. Da questo punto di vista a me sembra che si stiano delineando
all’orizzonte delle trasformazioni abbastanza profonde anche rispetto a tutti i
nostri dibattiti sul capitalismo contemporaneo degli ultimi anni, degli ultimi
decenni.
Quali sono gli attori capitalistici, le frazioni di capitale, per usare il
lessico di Marx, che sono favorite dalle politiche di Trump? Questa è una
domanda che credo ci si debba fare e, insomma, cominciando semplicemente a dare
un’indicazione, penso che sia sempre più evidente che il capitalismo trumpiano,
per usare questa formula, sia prima di tutto caratterizzato da processi di
gigantesca concentrazione del capitale, processi che assumono forme
tendenzialmente monopolistiche. Le Big tech, da questo punto di vista, sono
forse l’esempio paradigmatico, però questo è un passaggio significativo. Se si
pensa anche a un concetto come quello del neoliberalismo, che abbiamo a lungo
utilizzato e che si continua spesso a utilizzare, questo in tutte le sue
correnti di teoria economica e sociale non è compatibile con i monopoli.
In alcuni testi recenti affermi la necessità di riprendere criticamente il
concetto di imperialismo per indagare le tendenze del capitalismo globale
all’interno del mondo multipolare. Sebbene gli ultimi eventi sembrino confermare
questa necessità, c’è tuttavia il pericolo che il recupero di questo concetto
finisca per alimentare posizioni politicamente discutibili come quelle
“campiste”. In che modo questa categoria può aiutare a mostrare la varietà e la
differenza tra gli imperialismi attuali e come questo può rafforzare la crescita
di una nuova prospettiva internazionalista?
Credo di essere stato tra i primi in Italia a scrivere criticamente sul
campismo. Tanto è vero che c’erano amici e compagni che mi chiedevano se mi ero
inventato quella parola, che invece avevo ripreso ovviamente da dibattiti che da
molti anni si svolgono in altre parti del mondo. Per me la critica del campismo
continua a essere fondamentale. Ed è vero che in diverse parti del mondo
l’antimperialismo assume molto spesso la forma del campismo, ovvero la forma
della ricerca di potenze alternative a un imperialismo che si considera sinonimo
di Stati uniti d’America.
Ciò detto, il concetto stesso di imperialismo è un concetto fortemente politico,
e questo non bisogna mai dimenticarlo. Però ha anche una componente analitica.
Guardando la componente analitica del concetto di imperialismo è un po’
difficile non vedere il ritorno dell’imperialismo in quello che accade nel mondo
oggi.
Trump fa continuamente riferimento a quello che gli storici chiamano il momento
imperialista nella storia degli Stati uniti, il momento letteralmente
imperialista, cioè quella tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900: la guerra
ispano-americana, la conquista delle Filippine, eccetera. Nel discorso di
insediamento ha citato McKinley, cioè il presidente che ha condotto la guerra
ispano-americana.
Quando nel documento sulla sicurezza nazionale viene citato il corollario Trump
alla dottrina Monroe si fa un riferimento diretto all’unico altro coronario alla
dottrina Monroe, cioè il coronario di Theodor Roosevelt del 1904, che l’ha
interpretata in senso interventista. Quindi l’imperialismo è una tendenza
oggettivamente dispiegata oggi. Lo riconoscono i grandi giornali statunitensi
come il New York Times, il Wall Street Journal e d’altro canto quello che dicevo
poco fa a proposito della concentrazione monopolistica del capitale è un altro
elemento che non possiamo non ricondurre alle teorie classiche dell’imperialismo
d’inizio del novecento, da John Hobson a Lenin.
Insomma come ripeto a me sembra che la tendenza imperialista sia oggettivamente
in campo e si tratta di mettere in evidenza i limiti contro cui si scontra. Io
scrivo e lavoro molto con Michael Hart, co-autore insieme a Tony Negri di
«Impero», un libro in cui si sosteneva che l’imperialismo era finito. Con
Michael cerchiamo di comprendere in che modo possiamo fare i conti con il suo
ritorno. Cerchiamo di comprendere se questo ritorno è un ritorno spettrale,
quindi inconsistente da un punto di vista strutturale, o se invece segnala
appunto delle trasformazioni radicali che sono intervenute all’interno del
capitalismo.
Certamente quello che dicevo all’inizio a proposito di spazi del capitale che
sono in tensione con la logica dei blocchi, che oggi mi sembra essere la logica
dell’imperialismo, è estremamente importante anche da questo punto di vista.
Faccio un esempio concreto che forse fa capire meglio quello che intendo.
L’iniziativa militare in Venezuela, e più in generale la riorganizzazione della
proiezione di potenza statunitense verso l’America Latina, ha evidentemente come
uno dei suoi obiettivi quello di espellere altre potenze da quella del mondo.
Di nuovo la strategia di difesa nazionale del novembre dello scorso anno lo dice
esplicitamente: tra queste potenze sicuramente quella più rilevante è la Cina.
Noi guardiamo al Venezuela e vediamo che l’intervento cinese si è concretizzato
attraverso la leva finanziaria con l’obiettivo di acquisire materie prime, in
primo luogo petrolio. Se c’è un accordo di carattere commerciale per
l’acquisizione di materie prime, uno può pensare che questo accordo possa essere
in modo relativamente facile dismesso.
Ma la presenza cinese in America Latina ha avuto anche altre direttrici di
sviluppo, in particolare attraverso la progettazione e la costruzione di grandi
infrastrutture. Nell’ottobre/novembre del 2024 è stato inaugurato un enorme
porto container a Chancay, 100 km circa a nord di Lima, in Peru, in un paese che
è stato sostanzialmente fuori, a parte una breve parentesi, dal ciclo dei
governi progressisti in America Latina di questi ultimi 25 anni.
Il porto di Chancay sta rivoluzionando le rote del commercio tra America latina
e non soltanto Cina, ma Asia orientale, Asia Pacifico, Oceania. È difficile
pensare di cancellare una grande opera infrastrutturale come questa. E spero che
l’esempio, che è un esempio anche molto attuale, dia il senso di quello che
intendo quando parlo di spazi del capitale, che è difficile ricondurre la logica
territoriale dei blocchi.
Da questo punto di vista effettivamente il concetto di imperialismo deve essere
utilizzato criticamente con cautela, da una parte riconoscendo la presenza di
una tendenza imperialista molto forte, in particolare negli Stati Uniti, e
dall’altra però cercando di guardare ai limiti che sono posti, per dirla con una
formula sintetica, dai processi globali che, come dicevo prima, continuano a
strutturare il mondo che abitiamo.
D’altro canto, torniamo alla questione del campismo: l’imperialismo oggi si
declina necessariamente al plurale Non è che ci siano soltanto gli Stati Uniti
che hanno una politica imperialista, ed è piuttosto difficile non applicare il
concetto di imperialismo alla Russia per esempio. Anche guardando alla Cina, se
insistiamo sulla componente analitica del concetto di imperialismo, qualcosa
vediamo.
Pensate a Lenin, che dice che il tipico dell’imperialismo non è l’export di
merci, ma è l’export di capitale. Il progetto Belt and Road Initiative, la
cosiddetta Nuova via della setta, non può essere, secondo me, definito
polemicamente come un progetto imperialista, però senz’altro è un progetto
finalizzato all’esportazione di capitale. Allora tu capisci che il punto è
battersi contro le logiche imperialiste ovunque le si incontra, e non pensare
che l’imperialismo continui ad essere sinonimo gli Stati Uniti dell’America.
È un punto, secondo me, importante per ripensare l’internazionalismo, un
problema che credo sia, diciamo, drammaticamente aperto di fronte a tutti noi.
Poi magari anche il nome internazionalismo è un nome che per molti versi non ci
soddisfa, che pone una serie di problemi, però senz’altro ci continua a indicare
un orizzonte di ricerca e di sperimentazione fondamentale.
Nell’attuale scenario del regime di guerra globale, l’Europa è entrata in una
crisi radicale. Ci chiediamo a quali condizioni oggi quello europeo può
continuare ad essere uno spazio politico per i movimenti sociali. E in che modo,
il “dualismo di potere” di cui parlavate con Brett Neilson in “Operazioni del
capitale”, può essere pensato nella crisi politica europea?
Per me è effettivamente molto importante il riferimento al dualismo di potere.
Lavorando con Brett, abbiamo cercato di offrirne una lettura teorica che andasse
al di là di quella geniale ma storicamente determinata offerta da Lenin del
1916. Per Lenin il punto era rompere il dualismo di potere che si era venuto
delineando all’indomani della rivoluzione di febbraio in Russia. Per noi il
dualismo di potere è invece il nome di una situazione che si tratta di pensare
sul medio-lungo periodo, il nome di una situazione di cui si tratta di
immaginare una stabilizzazione perfino istituzionale.
Dualismo di potere significa che da una parte c’è un piano istituzionale, un
piano di governo in primo luogo definito formalmente, e dall’altra parte c’è un
piano di azione, politica e sociale, che mantiene la sua autonomia anche quando
si dialettizza in condizioni favorevoli con il piano del governo. Credo che sia
uno schema da elaborare e soprattutto da verificare praticamente, che però
continua ad avere una sua attualità dal punto di vista della riflessione sul
metodo della trasformazione sociale.
Vedere, quanto meno forme embrionali, il dualismo di potere in Europa oggi è
però molto difficile. Noi dobbiamo essere consapevoli che negli ultimi quattro
anni, dall’invasione russa dell’Ucraina, la stessa Unione europea è stata
violentemente attraversata da processi di destrutturazione che ne hanno
indebolito la capacità d’azione. Ora naturalmente ci vorrebbe tempo per
descrivere questa destrutturazione, però ci si può limitare a osservare che c’è
stato un appiattimento della politica europea sulla politica statunitense, e
dunque sulla Nato, nel momento in cui la politica statunitense e la Nato erano
trainate dall’azione dell’amministrazione Biden.
Nel momento in cui è cambiata l’amministrazione è entrato in gioco un attore
imprevedibile come Trump, e che vediamo ogni giorno nella politica europea è un
sostanziale spaesamento a cui corrisponde una sostanziale incapacità di azione.
E a surrogare questa incapacità di azione interviene l’imperativo del riarmo e
dunque di un allineamento dell’Europa rispetto a tendenze generali che
riguardano certamente gli Stati Uniti, Israele anche ovviamente la Russia e la
Cina.
Quella che appare completamente cancellata è l’originalità europea, la capacità
europea. Abbiamo parlato tanto negli anni scorsi insomma di proporre
un’elaborazione di quella che è stata la sua storia, la sua storia coloniale in
particolare, nella prospettiva di definire forme nuove, originali di mediazione
non bellica. È un tema su cui ha scritto per esempio Etienne Balibar. Questa
cosa sembra essere oggi del tutto cancellata in una situazione in cui l’Europa
rischia di essere completamente spiazzata, messa ai margini all’interno di
processi che stanno ridefinendo complessivamente gli spazi globali.
Certamente da questo punto di vista possiamo pensare che ci siano anche delle
parti delle élite europee, per chiamarle così, che vivono con difficoltà
angoscia questa situazione. Allora quello che in termini molto generali si può
immaginare è lo sviluppo di movimenti sociali che sappiano reinventare lo spazio
europeo, e che eventualmente possano anche determinare dei punti di convergenza
con forze politiche, forze economiche e di nuovo frazioni di capitale che
abbiano un interesse a produrre un’innovazione sostanziale in Europa,
un’innovazione politica capace appunto di ridare un senso allo spazio europeo.
Come possiamo interpretare la rivolta in Iran che si sta svolgendo in questi
giorni, dal momento in cui l’insurrezione sociale che emerge dal basso si
accompagna con questa idea per cui un intervento statunitense militare possa
rovesciare il regime?
Sì certo, l’analisi del momento non può che partire dalle immagini sconvolgenti,
dalle notizie sconvolgenti che ci arrivano dall’Iran, non può che partire dalle
centinaia di morti e non può che partire non direi neppure dalla solidarietà,
direi dall’empatia con le donne, gli uomini che si stanno sollevando in Iran e
che stanno lottando contro un regime odioso per conquistare spazi di libertà e
di uguaglianza.
Questo mi sembra il primo punto non retorico ma politicamente decisivo. Mi viene
chieste come si può interpretare l’atteggiamento di Trump. Non credo che sia
difficile proporre una lettura, nel senso che nella prospettiva che, in termini
molto generali, definivo di formazione di nuovi blocchi, chiaramente l’Asia
occidentale o Medio Oriente è fondamentale. E in quella regione del mondo è
Israele che, attraverso la sua proiezione di potenza resa possibile in qualche
misura anche dal genocidio a Gaza, deve incaricarsi di funzionare diciamo da
pepolo dentro un rapporto tutt’altro che scontato ma fondamentale con le
monarchie del golfo e certamente la caduta del regime degli Ayatollah da questo
punto di vista sarebbe senz’altro benvenuta.
La caduta oppure la trasformazione magari secondo il modello che si intuisce, io
sono molto cauto perché poi è difficile avere delle notizie affidabili, precise,
che permettano di comprendere quello che accade in Venezuela, tanto più quello
che accade in Iran. Ora che cosa ne consegue? Beh, ne consegue che oggi la
dimensione regionale o la dimensione che, con un termine che cerco di usare il
meno possibile, possiamo chiamare geopolitica, è comunque fondamentale anche
dentro i movimenti sociali, dentro i movimenti di insorgenza.
I compagni e le compagne iraniane con cui da tempo ho un rapporto costante,
soprattutto in Francia e in Italia, lo sottolineano ad esempio nella critica
alla ipotesi di una restaurazione monarchica. Certo non è per nulla semplice
fare seguire a questa affermazione di carattere generale delle indicazioni
pratiche. D’altro canto sono l’ultima persona che può dare delle indicazioni a
chi sta rischiando la vita in questi giorni in Iran.
Però certamente guardando all’Iran, in particolare all’accumulazione di
pratiche, di esperienze, di comportamenti insubordinati, che si è determinata
negli ultimi anni, che ha trovato un momento di grande visibilità con il
movimento “Donna Vita Libertà” ma che ha una storia ben precedente, non può che
essere il terreno a partire dal quale guardare alla possibilità di costruire
delle forme politiche capaci di liberare l’Iran e la sua gente, e
contemporaneamente evitare di agevolare la svolta favorevole a Israele e agli
Stati Uniti.
Anche qui c’è un po’ la possibilità di far lavorare questo schema del dualismo
di potere di cui parlavo prima. Però parlare di dualismo di potere in una
situazione come quella iraniana di questi giorni, di queste settimane significa
porsi anche il problema del consolidamento del livello sociale di potere, il
consolidamento politico attraverso l’istituzione, l’invenzione, l’istituzione di
forme politiche che garantiscano durata ed efficacia a quella potenza che
vediamo di spiegata nelle strade.
La copertina è a cura di DinamoPress
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