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Rural Women’s Assembly: le contadine africane che custodiscono semi e riconquistano la terra
La banca genetica dello Zimbabwe conserva a 21 gradi sotto zero oltre 63mila campioni registrati, appartenenti a ventitré colture diverse. Eppure, quando nel maggio 2021 una piccola delegazione di contadine ha bussato alla sua porta, i funzionari hanno ammesso di non avere l’arachide bianca “bob white”, una delle varietà più ricercate nei villaggi. Ce l’aveva una di loro: 6 mesi prima l’aveva portata a un incontro della Rural Women’s Assembly e l’aveva divisa con le compagne perché la moltiplicassero. È da storie come questa che passa il Right Livelihood Award, il cosiddetto “Nobel alternativo”, che il 30 settembre scorso la fondazione di Stoccolma ha assegnato al movimento che riunisce le piccole agricoltrici dell’Africa australe, «per aver organizzato le donne rurali della regione in una forza unita a difesa della terra, dei semi e dell’autonomia del corpo contro l’esproprio delle multinazionali e del patriarcato». La cerimonia si terrà il primo dicembre nella capitale svedese. Secondo la fondazione, l’Assemblea conta oggi oltre 178mila socie in undici Paesi, dal Sudafrica alla Tanzania, dal Madagascar allo Zimbabwe. È nata nel 2009, quando 250 donne arrivate da tutta la regione si incontrarono nella provincia sudafricana del Limpopo per superare i problemi lasciati in eredità dal colonialismo e dall’apartheid. Oggi ha sede a Città del Capo, rifiuta il modello delle ONG e si è strutturata in maniera orizzontale, portata avanti dalle volontarie, con 3 rappresentanti per ciascun Paese. La coordinatrice regionale, Mercia Andrews, preferisce definire la loro voce più «chiassosa» che radicale e lo dimostra un episodio che lei stessa ha raccontato. Nel Limpopo un’autorità tradizionale negava a una vedova la terra per seppellire il marito, e allora trenta socie caricarono la bara su un carro funebre e la portarono nell’ufficio del capo: «Visto che non vuoi che quest’uomo riposi, lo portiamo da te, così sarai inquieto quanto lui». Entro un’ora la terra fu concessa. IL PARADOSSO DEL CIBO LOCALE Il lavoro sui semi è iniziato a Lusaka, in Zambia, nel 2018; durante una delle scuole femministe che il movimento organizza ogni anno, le partecipanti fecero l’inventario di ciò che finiva nei loro piatti e scoprirono un paradosso: producevano cibo per i mercati locali, ma gran parte di quello che compravano per sé arrivava dall’estero. Da quell’illuminazione nacque un censimento dei semi, condotto tra il 2020 e il 2022 in sette Paesi – Lesotho, Malawi, Mozambico, Sudafrica, Eswatini, Zambia e Zimbabwe – da ricercatrici scelte tra le socie, quasi tutte contadine. Hanno raggiunto decine di villaggi remoti, intervistato centinaia di contadine locali e messo nero su bianco i nomi di varietà tramandate da generazioni. In Zimbabwe le donne hanno contato undici varietà di arachidi e altrettante di fagiolo dall’occhio e di arachide bambara; in Malawi si coltiva un’arachide chiamata Musandionekuda, che significa «non sottovalutarmi perché sono nera»; in Zambia le custodi ricordano i genitori che, in fuga dalle guerre o in cerca d’acqua, viaggiavano con i semi nascosti tra i capelli. L’età è eterogenea, anche se la maggior parte sono donne anziane: in Lesotho l’84 per cento delle intervistate ha tra 50 e 76 anni; in Sudafrica la più giovane ne ha 21, la più anziana 98, e la maggioranza ha superato i 60. COLTURE DEGLI UOMINI, CIBO DELLE DONNE La prima minaccia, denunciano le socie dell’associazione, sono gli ibridi distribuiti con i sussidi pubblici, che in Lesotho sono gli unici semi previsti. La seconda sono le leggi sementiere modellate sulla convenzione UPOV del 1991, che tutela la proprietà intellettuale dei costitutori e limita la possibilità di riseminare e scambiare le varietà protette. Su quel modello la Comunità di sviluppo dell’Africa australe ha adottato nel 2017 un protocollo regionale che, secondo l’African Centre for Biodiversity, è inadatto a un’area dove nove Stati membri rientrano tra i Paesi meno sviluppati. «Gli ibridi sono considerati colture degli uomini», scrivono le socie zimbabwesi. «Gran parte del cibo che mangiamo lo coltivano le donne, mentre gli uomini seminano per fare affari». Zvidzai Magunde lo sa bene: dal 2018 il mais ibrido l’ha lasciata a mani vuote tre volte, mentre miglio, sorgo, zucca e fagiolo dall’occhio, nonostante le piogge irregolari, non l’hanno mai tradita. Alcune socie della Rural Women’s Assembly in Malawi   I risultati elencati nella documentazione del premio sono diversi: dall’avviamento di ventiquattro siti di moltiplicazione dei semi tradizionali, a una nuova ricerca lanciata nel 2025, con 720 donne in 7 Paesi, che ha documentato 160 varietà tra cereali, legumi, frutti e tuberi. Nello stesso anno la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini è stata tradotta nelle lingue locali, in un percorso che ha coinvolto oltre 18mila donne. Anche la svolta agroecologica è nata dal basso, con una scuola di agroecologia che, sempre secondo la fondazione, ha permesso di sostituire i fertilizzanti chimici con risorse naturali e di abbassare i costi di produzione. IL VERTICE NEL PAESE DELLE CONTADINE SENZA TERRA Resta poi il nodo della terra, perché, come scrivono le socie dell’Eswatini, nel loro Paese le contadine non possiedono i campi che lavorano, nemmeno quando sono vedove e capofamiglia. Proprio in Eswatini, a Ezulwini, tra il 5 e il 7 ottobre si è svolto il primo vertice dell’Unione africana dedicato ai semi e l’Assemblea ci è arrivata con un documento dal titolo eloquente, “The Seeds Are Ours”, in cui chiede che i sistemi sementieri contadini restino nelle mani delle comunità invece di essere piegati alle regole del seme commerciale. La bozza di dichiarazione finale, che dovrà ancora passare al vaglio dell’Unione africana, prevede di riconoscere ai contadini il diritto di conservare, usare e scambiare le sementi e di non criminalizzarli. È la stessa partita che si gioca nel resto del mondo, dove poche multinazionali controllano insieme il mercato dei semi e quello dei pesticidi. In Europa e negli Stati Uniti la contesa passa anche dai brevetti: «Se è riconosciuta la brevettabilità del vivente significa che possono essere brevettate le piante, le loro componenti, comprese le sementi», ha spiegato a L’Indipendente Simone Vezzani, docente di diritto internazionale all’Università di Perugia. Da un lato l’esclusiva di chi registra una varietà, dall’altro il diritto di chi la coltiva da generazioni. The post Rural Women’s Assembly: le contadine africane che custodiscono semi e riconquistano la terra appeared first on L'Indipendente.
October 9, 2026
L'INDIPENDENTE
Il mais ha già una casa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ceccam (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 12 al 15 marzo, la Rete in Difesa del Mais ha tenuto la sua assemblea, ospitata questa volta da Radio Huayacocotla, “La Voce Contadina”, una storica emittente radiofonica comunitaria che trasmette da sessant’anni in quattro lingue: nahuatl, tepehua, Ñañú (otomi) e spagnolo. L’assemblea è iniziata presso la loro sede ed è proseguita nella comunità indigena di Cuatecomaco, nel comune di Zontecomatlán, Veracruz (Messico). Cuatecomaco è una delle comunità della regione di Veracruz Huasteca che ha subito gli effetti devastanti delle intense piogge dell’ottobre 2025, ben peggiori di quanto chiunque potesse ricordare. Il fiume è straripato, le colline sono franate e centinaia di persone in questa comunità e in altre della regione hanno perso le loro case e i loro averi. Le fonti d’acqua sono state contaminate, le strade e le autostrade sono state spazzate via, distrutte. Come altre comunità della regione, si sono riprese grazie alla solidarietà, ma ne subiscono ancora le conseguenze. È una comunità che mantiene viva e predominante la propria lingua, le assemblee e le proprie forme di organizzazione, assistenza sanitaria e lavoro. Nella regione si parlano il Nahuatl, il Tepehua e il Ñañú. Coltivano i loro campi di mais con grande varietà e anche il caffè. A Cuatecomaco non c’è internet e la copertura per i telefoni cellulari è scarsa. La vita si svolge e prospera grazie all’interazione diretta tra le persone, un lusso raro al giorno d’oggi. È così che si sono organizzati per accogliere la Rete in Difesa del Mais nel loro spazio; Hanno preparato 700 tamales e offerto ai partecipanti lo zacahuil, un delizioso piatto tradizionale della regione. All’incontro hanno partecipato autorità di diverse comunità della regione, insieme a membri della rete provenienti dagli stati di Oaxaca, Chiapas, Jalisco, Chihuahua, Guanajuato, Hidalgo, Veracruz, dalla penisola dello Yucatán, dallo Stato del Messico e da Città del Messico. A Cuatecomaco, è stato dedicato ampio spazio alla condivisione di ciò che viene coltivato in ogni luogo e dei problemi che si affrontano, per comprendere che molti sono comuni nonostante le diverse aree geografiche e culture. La giornata si è conclusa con una colorata celebrazione di scambio di semi. Le piogge che hanno devastato questa regione non sono state causate da chi vi abita, da chi coltiva la terra, si prende cura del territorio e di tutti gli esseri viventi. Il caos climatico è un fardello imposto alle comunità dal meccanismo distruttivo delle multinazionali dell’agroindustria, dell’energia, dell’industria mineraria, della tecnologia e di altri settori, che, per il loro profitto, riscaldano il pianeta con massicce emissioni di carbonio e sconvolgono il clima. Proprio come nel caso della contaminazione transgenica del mais autoctono, scoperta per la prima volta nel 2001 nella Sierra Juárez di Oaxaca, la Rete in Difesa del Mais è nata per contrastarla. Ora la rete è di nuovo in allerta: il governo (in particolare i Ministeri della Scienza, delle Scienze Umanistiche, della Tecnologia e dell’Innovazione e dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale), sta cercando di instillare la minaccia dello sviluppo e della coltivazione di mais e altre colture geneticamente modificate. Le mascherano chiamandole colture “modificate geneticamente”, in modo che agricoltori e consumatori non capiscano che sono simili agli OGM e per evitare la valutazione del rischio e l’etichettatura. La Rete per la Difesa del Mais (CECCAM) ha fermamente respinto ogni forma di manipolazione genetica del mais e di tutte le sementi, nonché la loro privatizzazione e brevettazione. Non si tratta solo di un avvertimento sulla carta: è supportato da 25 anni di resistenza contro la contaminazione del mais da parte delle sue comunità, una resistenza che non ha mai vacillato nei suoi territori, nemmeno dopo che la semina di mais geneticamente modificato è stata vietata dalla Costituzione messicana nel 2025. Nonostante il divieto, ora emergono manovre all’interno delle stesse istituzioni governative per spianare la strada alle sementi manipolate di Bayer-Monsanto e di altre multinazionali del settore agrochimico e sementiero. Pertanto, è fondamentale organizzare più seminari informativi in tutto il paese, rafforzare la vigilanza, la denuncia e il coordinamento tra comunità e organizzazioni per fermare questi progetti (Pronunciamiento Red En Defensa del Maíz). All’interno della rete, vige la costante consapevolezza che le sementi non sono oggetti da depositare in banche del seme, né da manipolare o brevettare. Sono una parte vitale delle comunità che coltivano mais, che nutrono e che a loro volta nutrono loro. La rete condanna i tentativi di registrare i semi autoctoni e di inserirli in banche del seme “ufficiali”, un modo per facilitarne l’accesso e la brevettazione da parte delle multinazionali. Come affermato nella loro dichiarazione, “il mais ha già la sua casa nelle comunità”. Anche nelle città, abbiamo il diritto di decidere cosa mangiare: la rete respinge la legge sugli orti urbani nello stato di Jalisco, che mira a controllarli e a impedirne l’espansione. Le comunità denunciano gli inganni e gli abusi subiti a causa dei progetti sul carbonio – un’altra forma di appropriazione del territorio – e l’impatto dei progetti di agricoltura industriale e tossica nei campi e nelle grandi serre che sfruttano i lavoratori per la coltivazione di agave e more. Il Tribunale Permanente dei Popoli ha avviato quest’anno un processo internazionale per la difesa dei semi. Anche la rete sarà presente per unirsi alla difesa del mais dall’interno delle proprie comunità. Dalle comunità e dalla loro autonomia provengono le risposte concrete alle crisi. Pertanto, “la milpa è passato, presente e futuro”, conclude Neify, originaria di Chunhuhub, Quintana Roo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mais ha già una casa proviene da Comune-info.
April 9, 2026
Comune-info
“Cento semi di rubino”. Un memoriale per le bambine di Minab
Nei giorni in cui, sotto le bombe americane e israeliane, le vetrine andavano in frantumi, gli scaffali crollavano e i muri venivano crepati, molte cose in questa città rimanevano salde e non soccombevano alla distruzione: il nostro desiderio di leggere, di ricordare, di amare la vita. La sede centrale di […] L'articolo “Cento semi di rubino”. Un memoriale per le bambine di Minab su Contropiano.
April 5, 2026
Contropiano
[Ponte Radio] Cibo organico genuino e sovversivo
Interviste alla collettiva bolognese Simbiosi Organica Sovversiva, Michele Caravita di Campi Aperti ed Errico Milazzo del Progetto Climavore Monoculture Meltdown. Parliamo di agroecologia, garanzia partecipata, mercati contadini, condivisione di saperi e di semi.  
January 9, 2026
Radio Onda Rossa
Nuove tecniche, vecchi problemi: il rapporto di Navdanya International sulla deregolamentazione globale degli OGM
Navdanya International pubblica il rapporto “Semi di Resistenza”, che documenta l’espansione dei vecchi e nuovi OGM e la deregolamentazione dei sistemi di biosicurezza in tutti i continenti. Uno studio pubblicato in concomitanza alla decisione dell’Unione Europea di imboccare la strada della deregolamentazione degli OGM di nuova generazione, aprendo alla possibilità che organismi ottenuti con gene editing arrivino nei campi e nei piatti dei cittadini senza etichettatura, tracciabilità né adeguata valutazione dei rischi. L’accordo provvisorio in trilogo su OGM di nuova generazione e Nuove Tecniche Genomiche introduce una distinzione artificiale tra categorie di NGT e consente a molti di questi organismi di essere trattati come “equivalenti” alle piante convenzionali, aggirando anni di tutela basata sul principio di precauzione. Un cambio di rotta dettato dalla pressione delle lobby dell’agroindustria, contro cui in tutta Europa si è già alzata la voce delle organizzazioni delle reti di agricoltori, consumatori e movimenti per la sovranità alimentare che chiedono trasparenza, diritto di scelta e rispetto del principio di precauzione. Il rapporto mostra come il pacchetto OGM–gene editing si stia espandendo rapidamente: in Sudafrica oltre 3 milioni di ettari sono coltivati a OGM, con percentuali che superano l’85% per il mais, il 95% per la soia e sfiorano il 100% per il cotone, mentre in Colombia le superfici OGM hanno superato i 100.000 ettari e in Bangladesh la melanzana Bt è coltivata da oltre 65.000 agricoltori. Allo stesso tempo, più del 95% delle sementi utilizzate nel mondo continua a provenire da sistemi locali tradizionali, confermando che la sovranità alimentare si regge soprattutto sui semi custoditi dalle comunità. Lo studio mette in evidenza come l’aumento delle coltivazioni OGM e da gene editing si accompagni alla concentrazione del controllo su sementi e tratti genetici, mentre la maggior parte delle sementi nel mondo continua a provenire da sistemi locali tradizionali. Studi indipendenti segnalano mutazioni indesiderate, instabilità genetica, contaminazione e perdita di biodiversità legate a tecnologie come CRISPR-Cas e gene drive, in assenza di un reale consenso scientifico sulla sicurezza di OGM e NTG. La deregolamentazione apre una nuova ondata di brevetti su sementi e tratti genetici, rafforzando il potere di colossi industriali e rendendo più difficile per piccoli agricoltori e selezionatori indipendenti accedere e migliorare le sementi. “Non c’è nulla di naturale negli OGM di nuova generazione: cambiano le tecniche, ma resta la stessa logica di privatizzazione dei semi e di concentrazione del potere nelle mani di poche multinazionali”, afferma Ruchi Shroff, direttrice di Navdanya International, ricordando che la deregolamentazione trasferisce rischi e costi su agricoltori e cittadini. Nel suo contributo al rapporto, il genetista agrario Salvatore Ceccarelli, membro del Consiglio Direttivo di Navdanya International, definisce OGM e NTG “soluzioni evolutivamente perdenti”, perché puntano sull’uniformità genetica, mentre l’ecologia e la medicina mostrano che è la diversità a garantire produttività, resilienza climatica e salute. L’agrobiodiversità, afferma, offre agli agricoltori strumenti durevoli per affrontare cambiamento climatico e parassiti senza dipendere da tecnologie brevettate. Vandana Shiva, presidente di Navdanya International, lega questa battaglia a una visione di democrazia ecologica: i semi, per le comunità indigene e contadine, sono patrimonio vivente e non materia prima da brevettare. Difendere la libertà dei semi significa difendere il diritto dei popoli a scegliere sistema alimentare, cultura agricola e futuro. “Semi di Resistenza” racconta come alleanze tra reti contadine, comunità indigene, movimenti e associazioni di consumatori, dall’America Latina all’Europa, dall’Africa all’Asia, abbiano ottenuto divieti, moratorie, protezione dei semi nativi e territori liberi da OGM, mentre centinaia di organizzazioni chiedono di fermare la deregolamentazione degli OGM di nuova generazione e garantire etichettatura, tracciabilità e rigorosa valutazione dei rischi. Navdanya International
December 11, 2025
Pressenza
Ecocidio in Palestina: perché custodire i semi è un atto politico
In un anno di assedio, l’esercito israeliano ha distrutto tre quarti delle terre coltivabili di Gaza, pompato acqua salata nel suolo (danneggiando le falde acquifere e rendendo sterili i campi), sradicato migliaia di ulivi. La cancellazione dell’identità di un popolo inizia anche da qui: dall’attacco alla sua agricoltura. Sottrarre la terra, distruggere le sementi, colonizzare i campi. Difenderli, al contrario, significa proteggere il diritto a esistere. Tra la marea di immagini strazianti che arrivano da Gaza e dai territori occupati palestinesi, alcune sono passate quasi inosservate. Un video mostra alcuni cecchini dell’esercito israeliano colpire, una dopo l’altra, tre pecore che attraversano una strada a Khan Younis. Un’altra fotografia ritrae il bombardamento di una banca dei semi. E poi le immagini di oltre diecimila ulivi sradicati dai bulldozer israeliani nel villaggio di al-Mughayyir, in Cisgiordania, durante un assedio di tre giorni. Perché colpire delle pecore? Perché distruggere semi, olivi, campi coltivati? Questa sequenza di immagini racconta più di molte parole. È la rappresentazione visiva dell’ecologia della guerra.  Ogni forma di vita — umana o non umana — che appartiene all’indigeno diventa un potenziale nemico. Una risorsa da sottrarre, uno spazio da depredare, una memoria da cancellare. Il non umano, l’ambiente, la terra, diventano strumenti del progetto coloniale in Palestina. La colonizzazione, la guerra e la resistenza in Palestina sono anche — e soprattutto — un conflitto ecologico. Un conflitto che si materializza attraverso l’espropriazione della terra, dell’acqua, delle risorse naturali. Il 31 luglio 2025, l’esercito israeliano ha attaccato l’Unità di Moltiplicazione dei Semi dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo, a Hebron. Con bulldozer e macchinari pesanti, ha distrutto magazzini e infrastrutture dove erano custoditi semi autoctoni, strumenti, materiali agricoli. Un attacco apparentemente minore, ma di enorme portata simbolica: colpire la possibilità di riprodurre la vita, di rigenerare. E non è un caso isolato. In un anno di assedio, l’esercito israeliano ha distrutto tre quarti delle terre coltivabili di Gaza. Ha pompato acqua salata nel suolo, danneggiando le falde acquifere e rendendo sterili i campi. E ha sradicato migliaia di ulivi, alberi antichi che per i palestinesi non sono solo fonte di reddito, ma simbolo di identità, radici e resistenza. La distruzione degli ulivi è la distruzione della memoria collettiva, della continuità generazionale. La cancellazione dell’identità di un popolo inizia anche da qui: dall’attacco alla sua agricoltura. Sottrarre la terra, distruggere le sementi, colonizzare i campi. Difenderli, al contrario, significa proteggere il diritto a esistere. Non è la prima volta che succede. Nel 2003, dopo l’invasione americana dell’Iraq, la banca nazionale dei semi di Abu Ghraib — una collezione genetica unica al mondo — fu saccheggiata e devastata. Più di 1400 varietà di semi adattate nei millenni al caldo, alla siccità, andarono perdute. Solo pochi scienziati iracheni riuscirono a salvarne alcune, spedendole anni prima al centro ICARDA di Aleppo. Ma la distruzione materiale non bastò. L’Autorità Provvisoria della Coalizione, guidata da Paul Bremer, emanò l’Ordine 81: una legge che proibiva agli agricoltori di riprodurre i propri semi, aprendo il mercato alle grandi multinazionali. A ricostruire l’agricoltura irachena fu chiamato Dan Amstutz, ex dirigente Cargill — la più grande esportatrice di cereali del mondo — nominato dal governo Bush. Oggi, nel mondo, quattro multinazionali — Bayer-Monsanto, Corteva, ChemChina-Syngenta e BASF — dominano il 60% del mercato delle sementi e il 75% dei pesticidi. E altre quattro, note come il gruppo ABCD — Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus — controllano fino al 90% del commercio mondiale di cereali. Dietro la distruzione dei semi, degli ulivi e delle pecore palestinesi c’è dunque una logica più ampia: quella del dominio economico, dell’estrazione, dell’accumulazione. La stessa logica che lega Gaza all’Iraq e l’agricoltura al potere delle multinazionali. “Fare il nostro cibo è una forma di liberazione”. Me lo ha detto Lina, del Forum Agroecologico di Ramallah. Una frase semplice, ma che contiene tutto: la resistenza, la cura, la possibilità di immaginare un futuro di giustizia e di libertà. Perché custodire un seme — oggi in Palestina come altrove — non è solo un atto agricolo. È un atto politico. Un atto di libertà. Sara Manisera è giornalista freelance. Ha realizzato reportage per testate nazionali e internazionali sulle donne, i conflitti e la società civile in Medio Oriente. Segui Sara Manisera sul suo blog. Attraverso la Campagna AcquaPerGaza puoi sostenere non solo la risposta locale e palestinese all’emergenza in atto, ma anche il lavoro straordinario di UAWC con cui continua a preservare i semi indigeni palestinesi. Forum Salviamo il Paesaggio
November 13, 2025
Pressenza
La guerra minaccia i semi
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel 2025, in un mondo scosso da crisi geopolitiche, anche i semi diventano vittime della guerra. Da Khartoum a Charkiv, da Gaza ai monti dell’Afghanistan, le banche genetiche che custodiscono la biodiversità agricola mondiale subiscono attacchi, saccheggi, chiusure forzate. E con loro rischiano di scomparire le varietà tradizionali di cereali, legumi e ortaggi adattate nei secoli a climi estremi, suoli poveri e parassiti locali. Veri e propri tesori genetici oggi più che mai preziosi, in un mondo sempre più caldo e instabile. Per salvare questo patrimonio, gli scienziati si affidano a un luogo remoto e gelido. Da 2008 il Global Seed Vault alle isole Svalbard, scavato nel permafrost artico norvegese, conserva in condizioni sicure milioni di semi provenienti da ogni angolo del Pianeta. Una sorta di Arca di Noè vegetale pensata per resistere a guerre e disastri naturali. I semi minacciati dalla guerra in Sudan, Ucraina e Palestina Il caso più drammatico è forse quello del Sudan. Come racconta il giornalista Fred Pearce su Yale Environmental 360, a Wad Medani, lungo il Nilo Azzurro, la banca nazionale dei semi custodiva varietà ancestrali di sorgo e miglio perlato, coltivate da millenni e fondamentali per l’adattamento ai climi aridi. Ma nel dicembre 2023, all’inizio della guerra civile, le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf) hanno invaso il centro. Quando i ricercatori sono riusciti a tornare, tredici mesi dopo, hanno trovato congelatori svuotati e semi sparsi ovunque. Il direttore delle risorse genetiche, Ali Babiker, ha recuperato quel che restava da una stazione di ricerca a Elobeid e, nel febbraio scorso, ha spedito i semi alle Svalbard. Ma solo un quarto della collezione sudanese è stato finora messo in salvo. Simile la sorte dell’Ucraina. Prima della guerra, il Paese era tra i maggiori esportatori di grano al mondo grazie anche alla banca genetica di Charkiv, tra le dieci più grandi a livello globale. Nel 2022, però, un bombardamento russo ha colpito l’istituto. Parte della collezione è stata salvata e trasferita in un luogo segreto a ovest, ma molte varietà restano in territori occupati. Solo 2.780 campioni — su 154mila totali — sono oggi duplicati alle Svalbard. In Palestina, invece, la banca dei semi di Hebron — gestita dalla Union of Agricultural Work Committees (Uawc) — continua a operare nonostante le pressioni israeliane. Dal 2003 raccoglie varietà locali di ortaggi coltivati tra Cisgiordania e Gaza. Nonostante nel 2021 Israele abbia designato la Uawc come organizzazione terroristica, l’Unione europea e le Nazioni Unite continuano a collaborare con i suoi ricercatori. Nell’ottobre scorso i primi semi palestinesi sono arrivati al Global Seed Vault: un segnale di speranza in un contesto altamente instabile. Le banche dei semi a rischio: cause e territori coinvolti Molti dei centri di origine delle colture mondiali — luoghi dove i primi agricoltori hanno addomesticato grano, orzo, lenticchie — coincidono oggi con zone di conflitto. Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen. In questi territori i semi non sono solo cibo: sono memoria, cultura, resilienza. In Afghanistan, ad esempio, le banche genetiche sono state sistematicamente distrutte sin dagli anni ’70. Le collezioni sono state rubate, disperse, bruciate. Anche in Iraq la guerra ha fatto il suo corso, con la distruzione nel 2003 del centro di Abu Ghraib. Ma alcuni ricercatori, prevedendo che qualcosa di simile potesse accadere, avevano già inviato i campioni all’Icarda (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas) di Aleppo, in Siria. Quei semi hanno poi attraversato nuove guerre e, poco prima dell’assalto dell’Isis, sono stati trasferiti in Libano, Marocco e alle isole Svalbard. Un viaggio travagliato che ha permesso di preservare varietà di grano, orzo e legumi antichissimi, ora usati per selezionare nuove piante resistenti alla siccità. Come se non bastasse la guerra, anche i cambiamenti climatici causati dall’uomo e i conseguenti eventi meteorologici estremi stanno minacciando la sopravvivenza dei semi a livello globale. Lo scorso anno, riporta Pearce, le isole Svalbard hanno prelevato semi duplicati dalla banca genetica nazionale filippina di Los Baños. Quest’ultima ha perso più di metà della sua collezione due volte, prima a causa di un tifone nel 2006 e poi a causa di un incendio nel 2012. Le banche dei semi minacciate anche dai tagli ai finanziamenti La rivoluzione verde degli anni ’60 ha permesso di sfamare miliardi di persone, introducendo – specie nei Paesi del Sud del mondo – sementi ad alta resa, fertilizzanti chimici e tecniche moderne di irrigazione. Ma ha anche ridotto drasticamente la varietà genetica delle colture. Oggi la maggior parte dei campi coltivati nel mondo si basa su poche varietà selezionate per produrre il massimo con l’uso intensivo di fertilizzanti e irrigazione. Senza la ricchezza genetica dei semi tradizionali, però, sarà impossibile affrontare le nuove sfide: parassiti, malattie, siccità, ondate di calore.  Era il 1921 quando il famoso agronomo Nikolai Vavilov fondò la prima banca dei semi al mondo, in Russia. Oggi la maggior parte delle nazioni dispone delle proprie strutture, supportate da 11 banche internazionali gestite nell’ambito di una partnership nota come Cgiar (Consultative Group on International Agricultural Research), finanziata in gran parte dai governi. Eppure, proprio oggi, questo sistema globale vacilla. Gli Stati Uniti, attraverso Usaid, erano tra i principali donatori della rete Cgiar. Ma, con i tagli alla cooperazione internazionale stabiliti dal presidente Donald Trump, molte banche dei semi che fanno parte di questa alleanza rischiano la chiusura. Il centro statunitense di Fort Collins ha subito licenziamenti, ad esempio, e il Regno Unito, attraverso il Millennium Seed Bank, denuncia un clima crescente di sfiducia. A proposito di sfiducia, persino la Norvegia, sede del “caveau dell’Apocalisse” (come è chiamato il centro di conservazione delle Svalbard), comincia a essere vista con sospetto dagli altri Stati. Lo storico interesse russo sulle isole Svalbard sta alimentando i timori: alcuni governi esitano a inviare i propri semi, temendo per la loro sovranità genetica. I semi come patrimonio da proteggere dalle guerre Conservare i semi del passato significa garantire cibo nel futuro. Significa poter selezionare piante più resilienti, più adatte ai cambiamenti climatici, meno dipendenti da input chimici. Significa difendere la biodiversità agricola, che è alla base della nostra sopravvivenza. Le guerre bruciano archivi genetici che hanno richiesto secoli per formarsi. Ma, ogni volta che un ricercatore riesce a salvare un campione e spedirlo alle Svalbard, quella memoria vegetale trova rifugio tra i ghiacci. Finché ci saranno semi da proteggere, ci sarà ancora una possibilità di riscrivere la storia. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Valori -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DANIELA DI BARTOLO: > Salviamo i semi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra minaccia i semi proviene da Comune-info.
July 26, 2025
Comune-info