Tag - stato di polizia

Furundulla 343-Le parole sono importanti…
…ma anche i disegnini hanno un loro senso di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Iperboli e litoti Non resilienzio più!   Fuori dal vaso   L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente: 342 Nooo…bel colpo
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
El Salvador prigioniero del bukelismo
Le politiche per la sicurezza di Nayib Bukele rappresentano un perfetto specchietto per le allodole allo scopo di erodere progressivamente i diritti civili e politici e trasformare progressivamente il paese in uno stato di polizia di David Lifodi Foto: Diario Socialista – Resumen Latinoamericano  Pochi mesi fa, in El Salvador, sono stati resi noti i candidati che parteciperanno alle presidenziali
October 18, 2026
La Bottega del Barbieri
La caccia alle streghe contro gli Antifa
Dagli Stati Uniti all’Europa, l’antiterrorismo si allarga fino a colpire antifascisti, movimenti, solidarietà palestinese e infrastrutture indipendenti. C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione dell’amministrazione statunitense …
Il ministro delle fandonie
Come il suo governo, il ministro Piantedosi non ha mancato l’occasione di presentare il “Dossier Viminale” del 15 agosto 2026, sciorinando una serie di sfacciate falsità in parte già dimostrate persino dai sindacati di polizia che sono quasi tutti suoi leccapiedi (soprattutto per ragioni corporative).  Però quest’anno il ministro cambia “musica” rispetto agli anni precedenti annunciando che i dati confermano un calo generalizzato dei reati, mentre negli anni passati il Viminale asseriva che c’era aumento di reati, per rilegittimare la richiesta di più finanziamenti e mezzi per le polizie (oltre che più tutele sino al famigerato “scudo penale”). Quindi quest’anno sarebbe “di grazia” ma giusto per vantare che il dispositivo poliziesco è più che mai efficiente -dice Piantedosi. E in questa osannata performance non manca ovviamente l’invocazione di ottimi risultati sul fronte della repressione dell’immigrazione, sinora dolente nota del governo, nonostante il tentativo strumentale di attaccare la Spagna per la cosiddetta “invasione di Ceuta”. Il ministro vanta anche le presunte performances delle sue polizie nell’azione repressiva contro i sovversivi, mentre sia in occasione dell’operazione contro la manifestazione per l’Askatasuna e ancora di più contro il Festival Alta Felicità 2026 dei NOTAV le polizie sono state messe in scacco. Ma il ministro pretende che gli operatori delle polizie avrebbero “garantito ogni giorno, con equilibrio e professionalità, il diritto di manifestare, nonostante le continue aggressioni da parte di violenti e professionisti del disordine”. E non a caso il governo ha reso pubblica la scelta di conferire ai servizi segreti il controllo del reclutamento nelle polizie, un fatto gravissimo che nega definitivamente e pubblicamente la stessa pseudo-riforma del 1981. Ma ancora più sconcertanti sono le falsità del ministro a proposito dei numeri delle cosiddette “operazioni ad alto impatto e alle zone rosse”: per le zone rosse dal 2024 al 30 giugno 2026 le persone controllate sarebbero state 2.336.902, di cui 1.029.670 stranieri (44,1% del totale); 12.876 i soggetti allontanati di cui 9.429 stranieri (73,2% del totale … una sfacciata prova della criminalizzazione razzista: il “delitto di faciès”, cioè somatico); le operazioni ad Alto Impatto avrebbero prodotto 1.110.281 persone controllate, in 4.172 operazioni totali, che hanno impiegato 170.973 operatori  di PS, CC, GdF, PL con 2.373 arresti, 13.887 denunce, 1.927 stranieri espulsi e 214.557 veicoli controllati, 28.058 esercizi pubblici controllati, 1.361 lavoratori in nero o irregolari individuati.  La gaffe del ministro è clamorosa: in un paese in cui si stima che c’è oltre il 35% del PIL dovuto alle economie sommerse e oltre otto milioni di lavoratori costretti a oscillare fra precariato e nero totale il Viminale ci dice che ha individuato 1361 lavoratori in nero!!! > NEANCHE UN DATORE DI LAVORO? NEANCHE UN CAPORALE?  Come denunciamo da anni la realtà del dispositivo delle polizie italiane è quella di una sorta di amata sempre più asservita quasi unicamente alla protezione del supersfruttamento del governo (vedi 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860). Tutto ciò premesso sarebbe più che mai urgente un definanziamento radicale delle forze armate e delle polizie a favore di un aumento radicale del finanziamento degli ispettorati del lavoro e delle ASL, degli assistenti sociali ed educatori di strada così come dei servizi sanitari e delle scuole. Per completare le sue falsità Piantedosi ha avuto la faccia tosta di parlare di “sforzo per potenziare gli organici dei Vigili del Fuoco, proprio nei giorni in cui è stato denunciata la riduzione degli organici.   Salvatore Turi Palidda
August 15, 2026
Pressenza
Polizia senza legittimazione e crescita della devianza
L’anno in corso passerà alla storia per l’acutizzarsi delle criticità del rapporto tra polizia e cittadini. Dal caso di Rogoredo, col tentativo di manipolare le prove, alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna in seguito all’intervento delle forze dell’ordine, le cronache si riempiono di episodi tragici, che mettono in dubbio la credibilità delle forze dell’ordine sotto il profilo della tutela della legislazione e degli istituti dello Stato di diritto. Altri episodi, come l’uso dei lacrimogeni ad altezza uomo, che a Bologna, il 2 ottobre 2025, ha comportato la perdita dell’uso di un occhio per un’attivista pro Pal, mentre a febbraio, al Pilastro, nel corso delle manifestazioni “Mubasta”, solo per caso la tragedia è stata evitata, hanno portato a interrogarsi sull’operato delle forze dell’ordine_  Da molte parti si insiste sulla necessità di istituire protocolli e formazione adeguata per evitare queste degenerazioni. Dall’altro lato, i disordini avvenuti nei giorni scorsi a Bologna in occasione della manifestazione per Fakir, e in Val di Susa durante gli scontri tra No Tav e polizia, fanno affermare, al Governo e ai fautori di legge e ordine, che siamo di fronte a una nuova ondata di radicalizzazione violenta. Una tendenza che si accompagna all’aumento quantitativo e qualitativo di minacce all’ordine pubblico, proveniente sia dai movimenti che da migranti, rom e “maranza”, e renderebbe necessario un ulteriore giro di vite in senso repressivo. Alla luce delle tendenze in atto, si rende necessario compiere uno sforzo di lucidità, per analizzare le dinamiche della conflittualità e del divario sempre più ampio tra pubblico e forze dell’ordine nella sua complessità. All’interno della cornice neo-liberista, fondata sulla logica binaria tra inclusione ed esclusione, che mira al contenimento delle forze individuali e sociali che eccedono il discorso della competizione, la polizia, come principale interfaccia tra lo Stato e la società, svolge un ruolo fondamentale. Che, dall’altro lato, non può non tenere conto delle limitazioni vigenti a partire dalla Costituzione e dagli organi dello Stato di diritto. Una contraddizione acuta, che può essere meglio compresa facendo leva su tre strumenti concettuali. Il primo è quello dell’amplificazione della devianza, sviluppato da Stanley Cohen (1971). Il secondo aspetto, è quello della cultura della polizia, così come articolato da Robert Reiner (1985). Questi due ambiti, si tengono insieme attraverso la crisi di legittimità di cui parlava, nel 1977, Jurgen Habermas. Attraverso queste tre categorie concettuali, possiamo capire meglio la crisi del rapporto tra pubblico e polizia, e provare a delineare delle vie d’uscita. Partendo dal primo aspetto, Cohen proponeva una lettura transazionale del rapporto tra forze dell’ordine, come parte degli apparati di potere, e gruppi sociali marginali. Da una parte, l’etichettamento, la stigmatizzazione, la repressione di specifici individui gruppi sociali, comporta la loro marginalizzazione rispetto alla società ufficiale. Dall’altra parte, chi è oggetto di questo tipo di approccio, non subisce passivamente, ma agisce in modo conseguente. Sia alimentando e giustificando il proprio risentimento verso le forze dell’ordine e gli apparati statali, sia esprimendolo attraverso la messa in atto di comportamenti oppositivi, che, talvolta, possono sfociare in palesi violazioni della legge o in atteggiamenti minacciosi. Di solito, notava Cohen, basta un evento critico, alimentato dal panico morale e dai pregiudizi, per scatenare una repressione insensata e giustificare provvedimenti più drastici, che risultano in un’ulteriore marginalizzazione. Il sociologo-anglo sudafricano elaborò questo schema nel 1971, per analizzare la repressione di Mods and Rockers da parte della polizia inglese negli anni sessanta. Eppure sembra perfettamente aderente al contesto italiano odierno. Alle proteste politiche, al diffuso malessere sociale, alle rivendicazioni emancipative mosse dai migranti, si risponde coi decreti sicurezza, con la militarizzazione del territorio, con le zone rosse, con le tenute anti-sommossa. A cui si sommano gli episodi tragici sopraccitati. Da un contesto del genere, che altresì rifiuta a bella posta ogni possibilità di negoziazione e mediazione, ci sono forti probabilità che scaturiscano derive distruttive. All’interno della cornice della stigmatizzazione, accentuata dal neoliberismo contemporaneo, si pone però l’elemento soggettivo della cultura della polizia, ovvero del modo in cui le forze dell’ordine danno senso al loro operato. Reiner parlava di machismo, isolamento, cinismo, mission, conservatorismo politico nell’individuazione delle categorie che strutturavano le pratiche di polizia. In Italia esiste una variabile ulteriormente qualificante. Nel nostro paese ha preso piede, sin dall’Unità, il modello continentale di polizia. Ovvero l’idea, sviluppata da Napoleone III in Francia e da Bismarck in Germania, che le forze dell’ordine siano investite, in quanto articolazione dello Stato, di compiti di natura etica, orientati a scremare i comportamenti ammissibili da quelli deprecabili in un’ottica di educazione dei cittadini al rispetto delle regole, ispirato da una concezione che guarda con diffidenza le aggregazioni e la circolazione spontanea. È proprio questa concezione a ispirare l’esecutivo attuale, quando la premier proclama che criticare i poliziotti è pericoloso. Soprattutto, è una prospettiva che, tra le nostre forze di polizia, attinge a un humus storico di lunga durata. Che si snoda dai primi anni di vita dello Stato-Nazione attraverso il fascismo, il dopoguerra, Genova e arriva ai giorni nostri. Le lotte per la smilitarizzazione della polizia, l’apertura verso la società degli anni Settanta, avevano posto, in qualche modo, un argine a questa caratteristica. Ma, esauritesi le spinte innovatrici che le avevano generate e favorite, si è tornati al vecchio modello. È difficile parlare di formazione dei poliziotti; la legge contro la tortura, nel 2017, è stata approvata a fatica; non sé potuta insediare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova del luglio 2001, anche per la forte resistenza interna alle forze dell’ordine. Che si è saldata sia con le forze politiche che fanno di legge ed ordine la loro cifra, sia con chi, dall’altro lato dello spettro politico, declina l’idea della legalità in senso repressivo. La concezione etica dell’operato delle forze di polizia continua a predominare sia all’interno che all’esterno, pregiudicando ogni possibilità verso una riflessione che produca modelli alternativi di governo dell’ordine pubblico. Ogni discorso innovativo, riformatore, riesce difficile nel contesto socio-politico attuale. La sfera politica non riesce più, o non vuole più, intercettare, filtrare e canalizzare le domande provenienti dal basso. I tagli alla spesa pubblica, speculari all’individualismo e alla privatizzazione neoliberale, non lo consentono. Anche in conseguenza della pressione esercitata da attori esterni, privi di consenso politico. La povertà, il malessere, il disagio sociale, si diffondono, comportando una crescente alienazione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche. L’inquietudine si declina in due modi: uno è quello di produrre e attuare discorsi e pratiche oppositive che oggi, a differenza di quanto avveniva fino a pochi anni fa, non sono più filtrare da elaborazioni collettive. Ne consegue una rabbia sociale tanto immediata quanto, a volte, politicamente immatura, dannosa a lungo termine. Che finisce, in parte, per alimentare l’altra forma di inquietudine, ovvero il securitarismo, laddove il diritto alla sicurezza diventa un surrogato della sicurezza dei diritti. Per uno Stato sempre più delegittimato, svuotato delle sue prerogative, il ricorso a politiche repressive muscolari rappresenta l’unica forma rimasta per costruire e riprodurre consenso. Da qui la fortuna della destra in Europa e negli Usa. Che però si concreta nella creazione di un cortocircuito tra rabbia sociale e repressione che deborda nella restrizione delle libertà civili e politiche, oltre che nel rifiuto di progettare e attuare politiche sociali diverse. Viviamo in tempi grevi, avrebbe detto Leonardo Sciascia. Per questo è necessario non perdere la calma e ripartire dalle certezze che abbiamo. Poche ma buone e solide. Come la nostra Costituzione e l’accento che pone sui diritti. *PROFESSORE ASSOCIATO IN SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE Redazione Italia
August 7, 2026
Pressenza