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SARDEGNA: NUOVO ASSALTO FOSSILE
Espropri, occupazioni e servitù: la speculazione energetica che si muove silenziosa sull’isola-un appuntamento a Oristano Sono numerosissime le procedure per l’imposizione di occupazioni temporanee, servitù ed espropri avviate nei giorni scorsi per permettere la realizzazione di un lungo gasdotto che dovrà attraversare il Centro-Sud dell’isola. La comunicazione di queste procedure è avvenuta esclusivamente tramite la stampa locale e i portali
RESOCONTO E CONCLUSIONI DELL’ASSEMBLEA DI NAPOLI DEI COMITATIPER IL RITIRO DI OGNI AUTONOMIA DIFFERENZIATA, L’UNITA’ DELLAREPUBBLICA, L’UGUAGLIANZA DEI DIRITTI E DEL TAVOLO NOAD
Arrivati da 20 province di tutta Italia, a titolo individuale o in rappresentanza di 33 tra associazioni, partiti, sindacati, più di 100 partecipanti si sono riuniti, sabato 6 giugno 2026, al Maschio Angioino di Napoli, per partecipare all’Assemblea nazionale del Tavolo NO-AD e dei Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti. Dal luglio 2019, anno della nascita dei comitati, essi continuano a lavorare sulla formazione, informazione, mobilitazione rispetto al progetto eversivo dei vari governi da allora succedutisi: l’autonomia differenziata; o – come è meglio conosciuta – la “secessione dei ricchi” o Spacca Italia. Una risposta eloquente a quanti, pochi giorni prima, mentre celebravano liturgicamente la Repubblica, hanno continuato e continueranno a picconarne l’esistenza, minandone le fondamenta: i principi di uguaglianza, solidarietà, autonomia prevista dall’art. 5, attraverso l’azione concentrica delle Intese preliminari di Veneto, Piemonte, Lombardia e Liguria su 4 materie e dell’AS 1623, la legge Calderoli, per la determinazione dei LEP. Le Intese preliminari individuano, qualora venissero ratificate definitivamente, il primo passo concreto – dopo la Riforma del Titolo V, nel 2001, e le sue conseguenze – verso lo smembramento della Repubblica. Per fare questo, il ministro Calderoli e il governo non esitano a forzare, disattendere, violare la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale. L’assemblea napoletana ha saputo elaborare un programma di interventi e strategie all’altezza della minaccia di dissoluzione incombente sul Paese e sulla sua Carta costituzionale. I lavori sono stati preceduti da due interventi. Il primo di Dianella Pez (a nome dei Comitati), nell’ideale comunanza di aspirazioni con la contemporanea manifestazione di Aviano (FVG), intitolata “Contro le guerre, il riarmo, le testate nucleari”. Il secondo di Carmen D’Anzi, Garante dei diritti delle persone detenute della Provincia di Potenza, che ha invitato, dati alla mano, a riflettere sui troppi ostacoli al diritto alla salute e alla cura dei carcerati. La volontà di stare insieme su uno scopo – quello di fermare la de-forma eversiva – ha messo in campo prospettive plurali che hanno ampliato la strumentazione analitica e operativa dei Comitati e, dunque, della lotta dal basso. Le preoccupanti dinamiche demografiche, riflesso e al contempo supporto delle istanze autonomistiche, che condannano il Sud e il paese a una desertificazione programmata; la crisi produttiva e del welfare, di un Nord che millanta efficienza mentre si alimentano la speculazione edilizia e lo sfruttamento sfrenato dei rider, degli operai dell’edilizia, della filiera del lusso; il collasso ecologico, accelerato dalle miopi politiche estrattivistiche; la funzionalità dell’autonomia differenziata alla militarizzazione dei territori e all’accentramento dei poteri nelle mani di un ceto affaristico senza scrupoli; la prova che autonomia non è sinonimo di “prossimità” ai bisogni dei cittadini, ma deriva di potere e lottizzazione del territorio; l’illogicità di alcune richieste, come quella relativa alla protezione civile; la consapevolezza che la divergenza territoriale è l’altra faccia del capitalismo concentrazionario; la disambiguazione di proclami e documentazioni esibite dal Governo come risposta attendibile alle condizioni poste dalla Corte costituzionale nella sentenza 192, come è il caso delle relazioni che ciascuna regione ha allegato alla propria Intesa preliminare- fotocopia, di cui in audizione il ministro Calderoli ha millantato la peculiarità, smentita dai fatti; la necessità che i bisogni delle cittadine e dei cittadini vengano sondati direttamente sui territori e non individuati dalle tecno-burocrazie. Questo e molto altro hanno chiaramente dimostrato le relazioni di Massimo Villone, Marco Esposito, Emiliano Brancaccio, Pietro Spirito. D’altra parte, la relazione di Antonio Mazzeo e altri interventi hanno evidenziato come la scelta del riarmo, a livello nazionale e di Unione Europea, porti a una militarizzazione del sistema economico e dell’intera società. Dal Ponte di Messina, alle grandi vie di trasporto e della distribuzione dell’energia, alle tecnologie dual use, alle misure securitarie: tutto converge verso la militarizzazione, per la quale è necessario un riassetto complessivo delle istituzioni con la differenziazione dei territori, accentrando i poteri nei Presidenti di regioni, legittimando il loro ruolo di ‘governatori’. Antonella Bundu ha poi insistito sulla necessità di una reale connessione delle lotte del Nord con quelle del Sud, espressioni delle esigenze popolari di pace, di uguaglianza dei diritti, di difesa delle libertà civili, di superamento delle disuguaglianze sociali e dei divari territoriali. A metà dei lavori è stato letto un saluto del presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ed è stato proiettato un gradito, importante messaggio del presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, che, fra l’altro, ha già fatto ricorso alla Consulta contro alcune norme discriminatorie della legge di Bilancio. Il pomeriggio – attraverso gli interventi di associazioni, sindacati, partiti – ha reso ancora più concreto il grido di allarme emerso dall’assemblea: è necessario smascherare l’operazione che il governo sta portando avanti in maniera silente, anche con la complicità dei media main stream; cui si aggiunge il percorso della revisione costituzionale dell’art. 114, con la potestà legislativa concorrente che Roma Capitale acquisirà, aprendo il varco ad analoghe iniziative già in procinto di coinvolgere Milano e Venezia. Alla frantumazione, a quanto pare, non c’è mai fine. Nessun passo può essere accettato né sottovalutato. È stata infine disvelata la menzogna del decentramento felice e della retorica del maggiore “merito” del Settentrione. Tutti gli strumenti – parlamentari, giuridici, di mobilitazione – devono essere messi in campo nelle prossime settimane, per fermare ancora una volta il progetto eversivo del governo. Sette anni di lotte ci dicono chiaramente che “è valsa la pena” svolgere il lavoro che Comitati e Tavolo hanno fatto: più che mai, vale la pena rilanciarlo per impedire che la Repubblica democratica sia stravolta in una serie di piccoli Stati autoritari gestiti da “Governatori”, che rispondono agli interessi di classe degli imprenditori del Nord. Non è il popolo del Nord, non sono i cittadini settentrionali a spingere per l’autonomia differenziata; è la classe imprenditoriale, in particolare quella industriale e dei servizi high- tech, a insistere per dar vita a istituzioni regionali con poteri legislativi e amministrativi differenziati, che rispondano direttamente alle loro esigenze produttive. Tutto ciò costituisce il fondamento di classe e antipopolare dell’autonomia differenziata; che evidentemente risponde agli interessi economici di un ceto, quello degli industriali. A Napoli si è discussa la questione meridionale, che rimane irrisolta, come argomentato da Maria Teresa Capozza e Loretta Mussi in un documento predisposto, per conto dell’Esecutivo dei Comitati. Le industrie del Nord – oltre ad aver sempre goduto di sovvenzioni finanziarie, incentivi economici e sgravi fiscali pubblici – hanno, prima, sfruttato il Mezzogiorno come mercato di sbocco delle proprie merci, per avere manodopera a basso costo con le possenti migrazioni interne, per disporre di beni intermedi per la produzione di acciaio e chimica di base; e poi come discarica degli scarti inquinanti, che hanno devastato territori agricoli di alto valore e provocato malattie letali (la “Terra dei fuochi” docet). Le classi dirigenti industriali e finanziarie e quelle politiche ‒ governo Meloni e Commissione UE ‒ hanno un preciso disegno per il Mezzogiorno: hub per l’energia delle industrie del Nord Italia e dell’Unione Europea; snodo logistico per la sua collocazione al centro del Mediterraneo, che abbisogna di corridoi infrastrutturali per esportare e importare dall’Africa e dal Medioriente (come dimostra il Ponte sullo Stretto). Al Mezzogiorno, oggi come ieri, è riservato dalle classi dirigenti un destino da ZES, cioè zona emarginata speciale. Dall’assemblea è emersa la volontà di rigettare la visione redistributiva dei diritti sociali e fare, invece, di tali diritti, i criteri o gli obiettivi su cui parametrare la riallocazione delle risorse: un ribaltamento di prospettiva che non piacerà ai pochi, ma servirà ai tanti. Per arrivare a questo ambizioso traguardo, occorre intraprendere ed intersecare azioni congiunte di lotta e pressione: ➢ chiedere ai parlamentari delle forze di opposizione di presentare una pioggia di emendamenti, per fermare l’iter di approvazione delle intese, e di denunciare con ogni mezzo a disposizione, anche fuori dalle aule istituzionali, gli intenti separatisti e le loro ricadute; perché istituzioni e piazza in questa fase devono procedere coese e convergenti; ➢ sollecitare le Regioni guidate dal PD e dal M5S affinché si preparino tempestivamente ad impugnare le Intese, predisponendo e pubblicizzando – ancor prima della conclusione dell’iter di approvazione – i testi dei ricorsi da formalizzare poi in via diretta alla Corte costituzionale. Sia perché il governo abbia contezza che alla propria arbitraria accelerazione si risponderà in maniera immediata ed efficace. Sia perché i cittadini e le cittadine possano condividere, arricchire e discutere le ragioni e le modalità di difesa dei propri diritti; ➢ chiedere ai Consiglieri di opposizione delle Regioni che hanno avviato le Intese di usare tuti i mezzi istituzionali per bloccare l’iter delle Intese stesse, quando arriveranno nei Consigli; ➢ chiedere ai consiglieri comunali del Pd, del Movimento 5 stelle e di AVS di proporre risoluzioni o ordini del giorno, come quella presentata al comune di Firenze (mozione Palagi), per schierare i Comuni contro il neo-centralismo regionale, che si accentuerà con l’AD, facendosi promotori di incontri sulle quattro materie oggetto delle Intese preliminari; ➢ sollecitare sindacati e associazioni, con un appello ai direttivi, affinché mobilitino i propri iscritti e iscritte, insistendo sulla trasversale pericolosità dell’AD, che nega il diritto a un lavoro equamente retribuito e parimenti sicuro, e il diritto a potersi avvalere di una legislazione uniforme in caso di contenzioso. Ancora, sulla scia di quanto avvenuto in occasione della raccolta firme per il referendum abrogativo della legge 86/24, che organizzino dappertutto l’informazione e la mobilitazione per il ritiro delle pre-Intese, per il NO alla loro ratifica e per l’interruzione del percorso dell’AS 1623 (Legge Calderoli); ➢ mettere in luce i nessi, facendo leva su di essi, per collegare le lotte, dando vita ad una nuova forma di mutualismo e di cooperazione tra movimenti: la guerra, il riarmo, le politiche ambientali, la precarizzazione del lavoro non sono estranee all’autonomia differenziata e viceversa; ➢ ai gruppi parlamentari di opposizione, chiedere di continuare la loro attività di contrasto delle Intese, e di cooperare con i Comitati, con il Tavolo No AD, con i costituzionalisti e gli economisti per organizzare incontri di riflessione sul Titolo V, che necessita non solo della cancellazione del comma 3 dell’articolo 116, ma di una ridefinizione complessiva, guidata dai principi del regionalismo cooperativo, come prescritto dagli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione; ➢ a tutte le forze che si candideranno alle elezioni del 2027, chiedere che nel programma sia inserita la cancellazione del c. 3 dell’art. 116, unico atto che impedirebbe in futuro di accedere a forme di autonomia differenziata. Non sarà vano attuare questo capillare intervento, perché i Comitati sanno che 1.300.000 firme sono state apposte per abrogare la legge “SpaccaItalia”, e che 15 milioni di “no” hanno bocciato la riforma della magistratura, non solo perché alterava gli equilibri tra i poteri dello Stato, ma perché era la contropartita dell’autonomia differenziata e del premierato, nel patto privato siglato tra le destre al governo. I Comitati e il Tavolo NOAD, consapevoli del ruolo che hanno avuto in questi anni nel dar vita e sostenere la formazione, l’informazione e la mobilitazione, e nel costruire l’unità necessaria a fermare l’AD, proseguiranno nelle loro azioni; si impegnano pertanto a consolidare e a estendere i rapporti con le associazioni, i sindacati e i movimenti territoriali e le forze politiche, affinché sempre più la ‘mia lotta’ diventi la ‘nostra lotta’; per una società in cui si affermino i diritti sociali, civili e politici di tutte le persone, dovunque risiedano e da dovunque provengano. Organizzeranno in tutte le città e le Regioni e a livello nazionale iniziative di piazza e assemblee, seguendo l’evoluzione della situazione. Nel complesso, le due strade che il Governo sta portando avanti prefigurano un regionalismo separatista, ponendosi sulla via di vere e proprie secessioni; mentre la Costituzione, con gli articoli 5 e 3, indica la strada per costruire un regionalismo cooperativo, per garantire l’unità della Repubblica, che sta a significare l’uguaglianza dei diritti sociali, politici e civili. Esiste un popolo che resiste. Con questo popolo bisogna camminare e lottare; perché non c’è alternativa alla costruzione di un’alternativa. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
CS 6 giugno 2026 Assemblea Pubblica Nazionale – “La nostra lotta, le nostre lotte”
Sono esattamente 7 anni che i Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti hanno abbandonato la lotta esclusivamente in difesa della scuola della Costituzione, minacciata dall’autonomia differenziata, per estenderla ai moltissimi, ulteriori aspetti della vita quotidiana che sono attaccati dal progetto scellerato; un progetto che nega l’uguale garanzia di diritti sociali e civili su tutto il territorio della Repubblica, sostenendo – al contrario – diritti diseguali, a seconda del certificato di residenza; laddove chi ha già tanto avrà di più, chi ha meno starà sempre peggio. Della Repubblica si è festeggiato il 2 giugno l’ottantesimo anniversario; una Repubblica minacciata dalla prepotenza tipica della maggioranza di destra che, indifferente alle prescrizioni della Corte Costituzionale, accelera, sotto la spinta del ministro leghista Calderoli, nel percorso verso la “secessione dei ricchi”. Sabato 6 giugno, dalle ore 9,30 alle 16,30, presso la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, al Maschio Angioino a Napoli, si terrà l’assemblea nazionale dei Comitati e del Tavolo NO Autonomia Differenziata: “La nostra lotta, le nostre lotte”. Un appuntamento che ha l’ambizione di lanciare il necessario allarme nei confronti della strategia del governo che – complice anche il silenzio dei media – sta tentando di portare a compimento il processo che provammo ad interrompere con il referendum 2 anni fa (con un milione e 300mila firme raccolte) e che, comunque, la sentenza 192/24 della Corte costituzionale ha in parte smontato. Nonostante la bocciatura della legge Calderoli, (86/2024), il governo Meloni-Calderoli va avanti. Infatti, presso le commissioni I Affari Costituzionali di Senato e Camera si trovano le 4 pre-intese siglate da Liguria, Lombardia, Veneto e Piemonte su 4 materie cosiddette non LEP (Protezione Civile, Professioni, Coordinamento della finanza pubblica e Sanità, Previdenza integrativa), già precedentemente approvate dalla Conferenza Unificata, con il parere negativo di 6 regioni, guidate dal PD o dal M5S, e dell’Anci. Le commissioni – presso le quali si stanno svolgendo audizioni che, come nelle precedenti occasioni, rilevano pareri negativi da parte di giuristi, economisti, esponenti della società civile, sindacati – dovranno formulare un atto di indirizzo; quindi, verranno predisposte e firmate le Intese, che il Parlamento potrà emendare: ci auguriamo che vengano sotterrate attraverso una valanga di emendamenti. Contestualmente, al Senato l’AS 1623 è il testo che Calderoli ha predisposto per determinare i livelli essenziali delle prestazioni, prerequisito per poter attaccare anche le cosiddette materie LEP, come la scuola. Oltre al fatto che determinare i LEP non significa garantirli (atto che prevederebbe milioni di euro), numerosi sono gli elementi di incostituzionalità nei testi siglati con le regioni. Siamo certi che le regioni guidate dal PD e dal M5S, ricorrendo alla Corte costituzionale, si batteranno per impedire che le Intese, andando in porto, possano aggravare ulteriormente le disuguaglianze sociali e territoriali. A Napoli, la mattina si aprirà con gli interventi di Emiliano Brancaccio, Antonella Bundu, reduce dalla Flotilla, Marco Esposito, Pietro Spirito, Massimo Villone. Interverrà il Presidente della regione Emilia- Romagna Michele De Pascale. Il pomeriggio, con un’introduzione di Antonio Mazzeo, esponente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e della lotta NO Ponte, prenderanno la parola esponenti di movimenti territoriali e studenteschi, sindacati, associazioni. Ed è proprio dal pomeriggio che l’iniziativa prende il nome e trova il proprio senso precipuo: qualora il progetto eversivo di autonomia differenziata si concretizzasse, tutte le lotte e tutti i movimenti – di qualsiasi cosa si occupino – verrebbero coinvolti. Il Sud del nostro Paese, i Sud di tutte le regioni, verrebbero definitivamente affossati, oggetto di politiche predatorie, senza speranza di emancipazione dalle proprie attuali condizioni. Da Napoli – una delle città del Sud che ha tirato la volata al trionfo del NO nel referendum sulla riforma della magistratura, un no che, vogliamo crederlo, parla anche di autonomia differenziata – parte una nuova fase della lotta dei Comitati e del Tavolo NOAD. Una fase di mobilitazione intensa, che avrà una significativa scadenza nelle elezioni del 2027: nei programmi dei partiti, o delle liste, che chiederanno il voto per battere le destre, proponiamo sia inserita l’abolizione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, strumento per minare l’unità della Repubblica. Nei prossimi mesi continueremo a contrastare il disegno della secessione dei ricchi con sit-in, assemblee, manifestazioni di piazza, incontri di informazione. Il nostro obiettivo è quello che hanno espresso milioni e milioni di cittadini/e con il referendum sulla giustizia: la Costituzione non si tocca, va rispettata e applicata. Il referendum sulla giustizia ha liquidato anche il disegno del premierato assoluto; ora tutti/e devono mobilitarsi per impedire che si realizzi la terza controriforma, quella dell’autonomia differenziata: difendiamo l’unità della Repubblica, cioè l’uguaglianza dei diritti sociali, civili e politici. Solo così potremo sperare di sconfiggere le politiche di discriminazione razziste verso i migranti, di suprematismo nordista, e le misure securitarie che distruggono le libertà civili di manifestare e di lottare per una società dove si affermi il valore supremo della pari dignità di ogni persona, dovunque risieda e da qualunque parte del mondo provenga. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
BDS Italia con Francesca!
Da giovedì 28 maggio Francesca Albanese è stata nuovamente inserita nella lista nera americana. La Corte d'Appello ha infatti accolto la richiesta di sospensione urgente presentata dall'amministrazione Trump, bloccando così il provvedimento del tribunale di primo grado che aveva eliminato le sanzioni contro la Relatrice ONU per violazione dei diritti di libertà d'espressione. Il Dipartimento del Tesoro ha pertanto reintegrato le misure restrittive con una rapidità straordinaria, dimostrando la linea intransigente di Washington e il congelamento immediato dei beni finanziari della funzionaria internazionale.  BDS Italia esprime la sua profonda stima e il proprio sostegno incondizionato alla Relatrice ONU Francesca Albanese, vittima, per la seconda volta, di un sistema coercitivo che viola il suo diritto di libertà di parola e le impone sanzioni discriminatorie tramite OFAC, l’ufficio per il controllo dei beni esteri del Tesoro statunitense. Il caso di Francesca Albanese sta inoltre dimostrando che, oggi, nemmeno la finanza etica è tale fino in fondo, perché costretta dalle prescrizioni delle principali centrali operative politiche del pianeta a definire i propri perimetri sui diversi fronti. Mentre l'Europa ufficiale è rimasta a guardare, solo il premier spagnolo Pedro Sánchez, in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, ha invocato una manovra diplomatica d'emergenza: l'attivazione del cosiddetto "Statuto di blocco" (Regolamento CE n. 2271/1996). E lo ha chiesto come scudo per i diritti umani non solo per Francesca Albanese, ma per denunciare un attacco sistemico alla giustizia internazionale, che coinvolgeva anche undici giudici e procuratori della Corte Penale Internazionale. L'Europa ha manifestato un’assenza ingombrante e  l'Italia continua a brillare per la sua ignavia. Nonostante Francesca Albanese sia una cittadina italiana, il governo Meloni ha scelto la strada del silenzio assordante e nessuna autorità ha intrapreso iniziative pubbliche contro il blocco dei suoi conti. Questa mancanza di tutela diplomatica verso una propria cittadina impegnata in un mandato ONU è un vulnus senza precedenti. La diplomazia italiana ed europea sembrano aver abdicato al proprio ruolo, preferendo non indispettire Washington piuttosto che difendere il principio di legalità internazionale. Chiediamo con forza che la Presidenza del Consiglio si muova in tutte le sedi istituzionali al fine di tutelare i diritti e la dignità di una cittadina italiana, gravemente danneggiata dall’arroganza del governo USA. E auspichiamo la creazione di un sistema finanziario non più sottoposto ai colossi di oltre Atlantico e al potere geo-finanziario di Washington, oggi utilizzato in modo discrezionale contro chi è ritenuto scomodo per le proprie politiche. L'esecutivo italiano ha a disposizione diverse azioni pratiche di natura diplomatica, legale e politica per tutelare una propria cittadina e funzionaria ONU. 1. Canali diplomatici bilaterali e multilaterali  Negoziato diretto con gli USA: il Ministero degli Affari Esteri può avviare interlocuzioni diplomatiche formali con il Dipartimento di Stato americano per richiedere l'esclusione di Albanese dalla SDN List dell’OFAC.  Azione coordinata in sede UE: l'Italia può farsi promotrice di un'azione comune a livello di Unione Europea. L'UE dispone del cosiddetto "Regolamento di Blocco" (Blocking Statute), uno strumento giuridico nato proprio per contrastare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi e proteggere i cittadini e le imprese europee. Asse con le Nazioni Unite: il governo può supportare ufficialmente le interlocuzioni già avviate dall'ONU, chiedendo il rispetto delle tutele e delle immunità funzionali legate al mandato di Relatrice Speciale. 2. Strumenti finanziari e di supporto tecnico-legale Istituzione di un canale bancario protetto: il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF), d'intesa con la Banca d'Italia, potrebbe esaminare deroghe straordinarie per motivi umanitari o di sussistenza. Questo permetterebbe a un istituto nazionale di aprirle un conto corrente tecnico per ricevere lo stipendio, isolando l'operatività dai circuiti in dollari per evitare sanzioni secondarie. Supporto legale e amicus curiae: lo Stato italiano può intervenire indirettamente nei ricorsi legali ancora pendenti negli Stati Uniti. Può presentare una memoria scritta (amicus curiae) a sostegno delle tesi dei legali di Albanese, attestando la violazione dei diritti fondamentali della propria cittadina. 3. Azioni politiche e di protezione istituzionale Rilascio del passaporto diplomatico: il governo può garantire la massima protezione nei viaggi istituzionali emettendo o rinnovando passaporti diplomatici o di servizio, agevolando la sua mobilità internazionale laddove possibile. Tutela consolare attiva: garantire una costante assistenza tramite l'Ambasciata italiana a Washington, monitorando ogni fase del procedimento giudiziario americano. Presa di posizione pubblica: il superamento dell'attuale linea di riservatezza attraverso dichiarazioni ufficiali di solidarietà istituzionale aumenterebbe la pressione politica internazionale sull'amministrazione statunitense.
Comunicato di solidarietà per ARCI “Il Botteghino” da Osservatorio contro la militarizzazione, Pisa
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Pisa esprime solidarietà e affetto agli attivisti del circolo Arci “Il Botteghino” – punto di ritrovo e di socializzazione vitale per il territorio della Valdera – che lo scorso 19 maggio ha subito un’azione repressiva con l’intervento di forze dell’ordine e dei Vigili del Fuoco (indebitamente utilizzati) per rimuovere alcuni striscioni di solidarietà alla causa palestinese e contro il genocidio in corso. Ci preoccupa estremamente l’ipotesi che per questi striscioni possa essere applicato l’art. 297 del Codice Penale italiano, il quale prevede che chiunque nel territorio dello Stato italiano offenda l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero venga punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Davanti alle immagini del genocidio che Israele continua a commettere nei confronti del popolo palestinese martoriato con decine di migliaia di morti tra i civili nel silenzio e nella complicità delle cosiddette democrazie occidentali, davanti alle violenze subite dai membri della Flottilla alla presenza di un Ministro dello Stato di Israele, chi potrebbe mai invocare un reato per una semplice affissione davanti a un circolo Arci? Esprimiamo tutto il nostro sconcerto quindi davanti alla rimozione degli striscioni, un’azione violenta e repressiva la cui finalità è mettere a tacere la protesta della società civile. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Pisa -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Lettera/appello della società civile alle istituzioni affinchè non sia approvata la modifica costituzionale in materia di Roma Capitale
36 associazioni e comitati, insieme a più di 60 esponenti del mondo civico, accademico, culturale, hanno inviato un appello ai parlamentari e a tutte le istituzioni coinvolte*  per chiedere di impegnarsi  per approvare una legge ordinaria per la Capitale che conferisca gli strumenti finanziari e amministrativi di cui ha bisogno, e  di non dare seguito al Disegno di legge “Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale”, approvato in prima lettura alla Camera dei deputati il 29 aprile scorso[1]. Un Disegno di Legge   che intende conferire a Roma i poteri legislativi di una Regione per 11 materie, limitandone l’ambito al solo perimetro comunale, senza alcuna informazione e  confronto con la cittadinanza. Noi  firmatarie e firmatari della lettera, che nel gennaio scorso avevamo già inviato un appello[2]  al Sindaco di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a istituzioni e partiti,  manifestando una  forte contrarietà alla   modifica costituzionale,   ancora una volta chiediamo  a tutte le forze politiche e a tutti i livelli istituzionali di  fermare il processo in corso, e di  non dare alcun contributo “costruttivo”  per modificare la Costituzione Italiana. Siamo convinti che Roma abbia  il diritto ad avere riconosciute le peculiarità come Capitale e conseguentemente anche strumenti più adeguati per affrontare la complessità delle tante  problematiche la rendono unica nel panorama nazionale. Ma riteniamo che questo possa e debba avvenire  con una legge ordinaria, che assegni  più risorse finanziarie, strutture tecniche-amministrative più adeguate a livello di presenze e profili professionali, più autonomia amministrativa e una diversa organizzazione di Comune, Città metropolitana, Municipi, con una ridistribuzione delle competenze per gli ambiti di  area vasta e di prossimità. Una legge, quindi, a nostro avviso imprescindibile,  senza la quale l’attività dell’amministrazione comunale, oltre a risultare assai più onerosa, rischierebbe di risultare inadempiente rispetto alle maggiori competenze attribuite. Il Disegno di legge costituzionale Meloni – Casellati – Calderoli attribuisce al Comune di Roma poteri legislativi su alcune   materie attualmente concorrenti Stato/Regione che diventerebbero  concorrenti Stato/Roma Capitale:  governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali, e su alcune delle cosiddette “materie residuali”, allo stato attuale di esclusiva competenza legislativa della Regione, che diventerebbero  di esclusiva competenza di Roma Capitale: trasporto pubblico locale; polizia amministrativa locale; commercio; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa di Roma Capitale. Queste le principali criticità che vogliamo evidenziare: 1)     Il definitivo abbandono della prospettiva della Città metropolitana e di una governance di area vasta  – Dal 2014  attendiamo  la attuazione compiuta  della Città metropolitana di Roma, con  la pianificazione e la gestione di ambiti quali urbanistica,  trasporto pubblico locale, commercio, turismo, servizi e politiche sociali. Tutte materie che con il DDL costituzionale sarebbero  confinate nel perimetro comunale, con l’esclusione,  di fatto, di tutte quelle cittadine e  cittadini romani che vivono nei comuni contermini, in molti casi  espulsi dalla città per difficoltà abitative, ma che lavorano e ogni giorno si spostano nella Capitale  2)    l’accentramento di poteri legislativi nelle istituzioni comunali, l’Assemblea Capitolina e lo stesso  Sindaco,  accentramento che  senza  i contrappesi del confronto con l’amministrazione regionale,  rischia di attribuire uno smisurato potere decisionale su materie fondamentali per lo sviluppo della città – a partire dall’urbanistica – alle maggioranze politiche capitoline del momento. 3)    la mancanza di chiarezza  nei contenuti e nella tempistica rispetto a  un effettivo decentramento ai Municipi  E, soprattutto,  la totale mancanza di informazione e di dibattito pubblico su un provvedimento  che avrà ricadute concrete sulla vita della cittadinanza  e di cui la cittadinanza  non sa nulla,   concordato tra  vertici istituzionali senza alcun confronto democratico né coinvolgimento  dei Municipi, che pure avrebbero potuto e dovuto diventare le sedi della condivisione  e della partecipazione delle proposte. Un tema ridotto a slogan da campagna elettorale, ma che evidentemente non merita spiegazioni, neppure  alle elettrici e agli elettori che già si cominciano  a convocare negli incontri in vista delle prossime elezioni comunali e politiche. Infine  manifestiamo la nostra ferma contrarietà   all’inserimento del  comma, che prevede che  “La legge dello Stato può attribuire ai Comuni capoluogo delle Città metropolitane ulteriori e specifiche funzioni amministrative”: inserimento che ci appare per certi versi inutile, dato che per attribuire specifiche funzioni amministrative non sono necessari  interventi  costituzionali, per altri versi preoccupante, nel caso che  preluda  al conferimento di poteri analoghi a quelli di Roma Capitale ad altre città italiane, oltretutto facendo venir meno tutta l’impalcatura retorica e normativa basata  sulla specificità  della Capitale. Considerando che la modifica costituzionale dovrà essere  adottata da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e approvata con una maggioranza dei 2/3 dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione, e che in caso contrario la legge potrà essere sottoposta a referendum popolare, chiediamo alle donne e agli uomini eletti in Parlamento dalle cittadine e dai  cittadini di impegnarsi  per approvare una legge ordinaria per la Capitale che conferisca gli strumenti finanziari e amministrativi di cui ha bisogno, e  di non rendersi complici di questo ennesimo stravolgimento della Costituzione, che ancora una volta va nella direzione  della  dissoluzione di quell’equilibrio di poteri che solo può garantire le nostre fondamenta democratiche, la tutela del patrimonio collettivo e l’uguaglianza dei diritti di tutte e di tutti. Associazione Carteinregola ARCI Roma Associazione Artù Associazione A Sud Associazione Aspettare Stanca Associazione Bianchi Bandinelli Associazione Da Sud Associazione di Quartiere Fontana Candida Associazione  IL MIO AMICO ALBERO ODV Associazione Insieme per la Curtis Draconis Associazione Mare libero litorale romano Associazione Per Roma Associazione Progetto Celio Associazione Roma Ricerca Roma Associazione Simbolo Associazione Tavoli del Porto Associazione Villa Certosa OdV Casa dei Diritti Sociali CRED (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia) CILD (Centro di iniziativa per la Legalità Democratica) Cittadinanzattiva Lazio Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti Comitato Parchi Colombo OdV Comitato per la difesa della pineta di Villa Massimo Comitato per il Progetto Urbano San Lorenzo e la Salvaguardia del Territorio Comitato Stadio Flaminio Comitato Villa Blanc Corviale Domani Diario Romano Forum Disuguaglianze Diversità Italia Nostra Roma Rete Tutela Roma Sud e Castelli Romani Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio Urban Experience Aps VAS (Verdi Ambiente e Società) onlus WWF Roma e Area Metropolitana Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanistica Università di Bologna Alessandro Albanesi, Presidente AGS Ella Baffoni, giornalista Paolo Berdini, urbanista Piero Bevilacqua, storico Paola Bonora, già docente ordinaria di Geografia Università di Bologna Rita Campioni, già insegnante Lucio Carbonara, urbanista Giulio Cederna, ricercatore Filippo Celata, docente  di Geografia economica, Università di Roma La Sapienza Carlo Cellamare, docente di  Urbanistica, Università di Roma La Sapienza Danilo Chirico, giornalista e scrittore Lucio Contardi, urbanista Silvano Curcio, Docente di Management dei patrimoni immobiliari e urbani, Università di Roma La Sapienza Ernesto D’Albergo Professore di Sociologia politica, Università di Roma, Sapienza Vezio De Lucia, urbanista Stefano Deliperi,  presidente Gruppo d’Intervento Giuridico Giuseppe De Marzo, economista, attivista, giornalista e scrittore Mirella Di Giovine, architetto, Università di Roma La Sapienza Marco Esposito, giornalista Anna Falcone, giurista e attivista Roberto Federici , già insegnante Sarah Gainsforth, giornalista Pietro Garau, urbanista Elena Granaglia emerita  Professoressa di Scienza delle Finanze al Dipartimento di Giurisprudenza di Roma3 Maria Pia Guermandi, coordinatrice Emergenza cultura Clara Habte, giornalista Visenta Iannicelli, già dirigente di Roma Capitale Carlo Infante, docente di Performing Media per l’innovazione territoriale – Università Mercatorum Maria Ioannilli, già docente di Tecnica Urbanistica, Università di Roma Tor Vergata Franco La Torre Susanna Le Pera, già responsabile del Servizio Carta per la Qualità di Roma Capitale Maria Cristina Lattanzi, consigliere Italia Nostra Roma Giuseppe Libutti, Avvocato Paola Loche, Naturalista Paolo Maddalena, vice Presidente emerito della Corte Costituzionale Fabio Marcelli, giurista internazionale Guido Maria Marinelli, già docente, attivista ambientale Clarice Marsano, architetto, già Ministero Beni Culturali Marina Montacutelli, storica Tomaso Montanari, storico dell’arte Marco Miccoli, vicepresidente nazionale Anppia Loretta Mussi, medico Rosanna Oliva De Conciliis, attivista per i diritti civili e. per la  parità Giorgio Osti portavoce del Coordinamento delle Associazioni per il Regolamento del Verde e del Paesaggio urbano di Roma Capitale Pancho Pardi, già Professore di Urbanistica Università di Firenze, ex Senatore Rita Paris, già Direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica Massimo Pasquini, già segretario nazionale Unione Inquilini Thaya Passarelli, Rosario Pavia, urbanista Barbara Pizzo,  professoressa Associata di Urbanistica  Università di Roma La Sapienza Enrico Puccini, Osservatorio Casa Roma Christian Raimo, insegnante scrittore Daniela Rizzo, archeologa, già Ministero Beni Culturali Paolo Salonia, già Dirigente di Ricerca CNR, Consigliere ICOMOS Italia e Vicepresidente Italia Nostra Roma. Enzo Scandurra, urbanista Maria Spina, architetto Pietro Spirito, economista dei trasporti Giancarlo Storto, urbanista Riccardo Troisi, Ricercatore Università di Tor Vergata, economista, ReOrient, Centro studi Fairwatch,Ries, Next, tra i fondatori di comune-info.net Walter Tucci, giurista e costituzionalista Massimo Villone, Professore emerito di diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli Vincenzo Vita, giornalista e saggista Roma, 21 maggio 2026 (*). La lettera è stata consegnata il 21 maggio malla Segreteria del Sindaco Gualtieri, alla Presidente dell’Assemblea Capitolina Celli e ai capigruppo capitolini, e inviata via email a senatori, presidenti dei gruppi della Camera, al presidente della Regione Lazio Rocca, al presidente Aurigemma e ai consiglieri regionali, ai consiglieri capitolini, ai Presidenti di Municipio e ai Presidenti dei consigli municipali. Vai a Roma Capitale,  Roma Città Metropolitana, Decentramento Municipi cronologia e materiali vai al DDL costituzionale approvato dalla Camera il 29 -4 -2026 -------------------------------------------------------------------------------- [1] Il Disegno di legge ha ottenuto i voti favorevoli della maggioranza e di Azione,  i voti contrari di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle e l’astensione dei parlamentari del Partito Democratico e di Italia Viva. [2] vedi L’Appello: Poteri di Roma Capitale, l’altra riforma costituzionale che avanza senza nessun coinvolgimento dei cittadini del  20 gennaio 2026 https://www.carteinregola.it/lappello-poteri-di-roma-capitale-laltra-riforma-costituzionale-che-avanza-senza-nessun-coinvolgimento-dei-cittadini/ FacebookEmailCondividi NAVIGAZIONE ARTICOLI
Trasmissione su Radio Onda Rossa dedicata al Kurdistan e al Confederalismo democratico
Informiamo che Rete Kurdistan ha avviato una trasmissione settimanale su Radio On Rossa radio romana di movimento, dedicata al Kurdistan e alle esperienze del Confederalismo democratico. La trasmissione “Kilame Azadì – Il Canto della libertà” è ascoltabile, oltre che in diretta ogni giovedì (ore 19-20) sulle frequenze 87.9, in streaming e scaricare le registrazioni delle puntate dal sito Ondarossa.info (https://www.ondarossa.info/trx/kilame-azadi). L’iniziativa ha gli obiettivi diffondere informazioni corrette ed aggiornate verso un pubblico vasto e di rafforzare l’interazione ed il coinvolgimento delle strutture e soggettività che collaborano con Rete Kurdistan Italia. Il palinsesto: 1. Fatto della settimana, 2. Osservatorio (Kurdistan siriano, iracheno, turco e iraniano), 3. Approfondimento 5. Buone notizie 6. Iniziative e Strutture di Rete Kurdistan. E’ possibile segnalare alla redazione kilameazadi@ondarossa.info articoli e iniziative locali. Saluti solidali. La redazione L'articolo Trasmissione su Radio Onda Rossa dedicata al Kurdistan e al Confederalismo democratico proviene da Retekurdistan.it.
May 16, 2026
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Abbracciare la lingua curda significa abbracciare l’identità curda
Il 15 maggio si celebra la Giornata della lingua curda, in cui porgiamo i nostri auguri a tutto il popolo curdo e ai suoi amici internazionali. Il curdo è una delle lingue più antiche e ancora vive dell’umanità. Elementi fondamentali della cultura umana sono sempre stati veicolati attraverso questa lingua. Oggi sono in atto numerosi tentativi di assimilare la lingua curda, con l’obiettivo di sottoporre il popolo curdo al genocidio. Ciò rappresenta lo sradicamento di una delle culture fondanti dell’umanità. Pertanto, il genocidio della lingua curda e del popolo curdo costituisce un attacco contro l’intera umanità. Il curdo, parlato per migliaia di anni in un’area geografica vastissima, è oggi confinato in una zona ristretta da stati colonialisti genocidi. A tal punto che il kirmancki-dimili, uno dei primi dialetti curdi ampiamente diffusi, è giunto sull’orlo dell’estinzione. Tutti questi fatti dimostrano la natura della politica di genocidio attuata contro il popolo curdo e la lingua curda. Non molto tempo fa, il divieto di predicare in curdo a Bakur [nel Kurdistan settentrionale] e il tentativo di sradicare l’istruzione curda nel Rojava sono manifestazioni concrete e quotidiane della pressione esercitata sulla lingua curda. Attualmente, l’assimilazione più intensa della lingua curda si sta verificando nel Bakur. Lo Stato turco non solo vieta l’istruzione nella lingua madre, ma utilizza anche le tecnologie della comunicazione e dell’informazione per accelerare l’assimilazione della lingua curda. L’esistenza di un’emittente come TRT Kurdî e il lieve allentamento della pressione sulla lingua curda in alcune aree vengono utilizzati per mascherare l’assimilazione che sta distruggendo la lingua curda. L’assimilazione mirata alla lingua curda è aumentata esponenzialmente rispetto al passato, grazie ai nuovi strumenti di assimilazione impiegati dallo Stato. È in corso un vero e proprio genocidio linguistico. Sebbene lo Stato turco si riferisca occasionalmente ai cosiddetti “nostri fratelli curdi”, la sua politica di genocidio dei curdi non è stata abbandonata. I curdi continuano a non esistere nell’ordinamento giuridico turco. Ciò equivale alla completa cancellazione dei curdi sotto ogni aspetto. Finché la presenza curda rimarrà in questo stato, anche se si afferma che i curdi esistono di fatto, ciò non impedirà l’assimilazione della lingua curda o il genocidio dei curdi. Di fatto queste affermazioni servono da copertura per il meccanismo di assimilazione e genocidio in atto. La politica relativa alla lingua curda rimane improntata all’assimilazione distruttiva. Tuttavia, i curdi non sono più i curdi di un tempo. Attraverso la lotta che conducono da decenni, i curdi sono riusciti ad affermare la propria esistenza. Questa affermazione si sta sviluppando – e deve svilupparsi – anche nella rivendicazione della proprietà della propria lingua. Senza attendere che lo Stato accetti l’istruzione nella lingua madre, l’intero popolo curdo deve impegnarsi in una campagna educativa per far rivivere la lingua curda e garantire che venga parlata ovunque, proprio come la parlavano le nostre madri e i nostri antenati. La lotta per restituire alla lingua curda la sua antica vitalità deve essere condotta parallelamente alla lotta per la libertà in ogni ambito. È dovere di ogni istituzione curda assumersi la responsabilità dell’insegnamento e della diffusione della lingua. A tal fine, è necessario dare risposta alle esigenze del nostro popolo attraverso la creazione di istituzioni linguistiche. Oltre alle comunità da istituire in ambito sociale, è opportuno moltiplicare le comunità linguistiche ovunque. L’uso del curdo in tutte le istituzioni e attività, in particolare in ambito culturale, artistico e letterario, dovrebbe essere considerato una lotta contro l’assimilazione. L’affermazione di Rêber Apo, secondo cui “abbracciare la lingua curda significa abbracciare l’identità curda”, deve essere adottata come principio guida da ogni istituzione. La promozione della lingua curda dovrebbe essere considerata anche una dimensione importante della lotta nell’ambito del processo di pace e di costruzione di una società democratica. La lotta per la pace e per una società democratica raggiunge il successo quando ogni istituzione e ogni iniziativa adempie alle proprie responsabilità al meglio delle proprie capacità. L’appello alla pace e alla società democratica si realizza non solo grazie agli sforzi di Rêber Apo [il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan], del nostro movimento e di alcune strutture, ma anche grazie agli sforzi e alle lotte dell’intero popolo curdo, di tutte le strutture organizzative e di tutte le forze democratiche. Anche gli sforzi relativi alla lingua curda dovrebbero essere considerati parte di questa lotta e dovrebbero essere prioritari e sviluppati ovunque. Co-presidenza del consiglio esecutivo della KCK L'articolo Abbracciare la lingua curda significa abbracciare l’identità curda proviene da Retekurdistan.it.
May 15, 2026
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Abbracciare la lingua curda significa abbracciare l’identità curda
Il 15 maggio si celebra la Giornata della lingua curda, in cui porgiamo i nostri auguri a tutto il popolo curdo e ai suoi amici internazionali. Il curdo è una delle lingue più antiche e ancora vive dell’umanità. Elementi fondamentali della cultura umana sono sempre stati veicolati attraverso questa lingua. Oggi sono in atto numerosi tentativi di assimilare la lingua curda, con l’obiettivo di sottoporre il popolo curdo al genocidio. Ciò rappresenta lo sradicamento di una delle culture fondanti dell’umanità. Pertanto, il genocidio della lingua curda e del popolo curdo costituisce un attacco contro l’intera umanità. Il curdo, parlato per migliaia di anni in un’area geografica vastissima, è oggi confinato in una zona ristretta da stati colonialisti genocidi. A tal punto che il kirmancki-dimili, uno dei primi dialetti curdi ampiamente diffusi, è giunto sull’orlo dell’estinzione. Tutti questi fatti dimostrano la natura della politica di genocidio attuata contro il popolo curdo e la lingua curda. Non molto tempo fa, il divieto di predicare in curdo a Bakur [nel Kurdistan settentrionale] e il tentativo di sradicare l’istruzione curda nel Rojava sono manifestazioni concrete e quotidiane della pressione esercitata sulla lingua curda. Attualmente, l’assimilazione più intensa della lingua curda si sta verificando nel Bakur. Lo Stato turco non solo vieta l’istruzione nella lingua madre, ma utilizza anche le tecnologie della comunicazione e dell’informazione per accelerare l’assimilazione della lingua curda. L’esistenza di un’emittente come TRT Kurdî e il lieve allentamento della pressione sulla lingua curda in alcune aree vengono utilizzati per mascherare l’assimilazione che sta distruggendo la lingua curda. L’assimilazione mirata alla lingua curda è aumentata esponenzialmente rispetto al passato, grazie ai nuovi strumenti di assimilazione impiegati dallo Stato. È in corso un vero e proprio genocidio linguistico. Sebbene lo Stato turco si riferisca occasionalmente ai cosiddetti “nostri fratelli curdi”, la sua politica di genocidio dei curdi non è stata abbandonata. I curdi continuano a non esistere nell’ordinamento giuridico turco. Ciò equivale alla completa cancellazione dei curdi sotto ogni aspetto. Finché la presenza curda rimarrà in questo stato, anche se si afferma che i curdi esistono di fatto, ciò non impedirà l’assimilazione della lingua curda o il genocidio dei curdi. Di fatto queste affermazioni servono da copertura per il meccanismo di assimilazione e genocidio in atto. La politica relativa alla lingua curda rimane improntata all’assimilazione distruttiva. Tuttavia, i curdi non sono più i curdi di un tempo. Attraverso la lotta che conducono da decenni, i curdi sono riusciti ad affermare la propria esistenza. Questa affermazione si sta sviluppando – e deve svilupparsi – anche nella rivendicazione della proprietà della propria lingua. Senza attendere che lo Stato accetti l’istruzione nella lingua madre, l’intero popolo curdo deve impegnarsi in una campagna educativa per far rivivere la lingua curda e garantire che venga parlata ovunque, proprio come la parlavano le nostre madri e i nostri antenati. La lotta per restituire alla lingua curda la sua antica vitalità deve essere condotta parallelamente alla lotta per la libertà in ogni ambito. È dovere di ogni istituzione curda assumersi la responsabilità dell’insegnamento e della diffusione della lingua. A tal fine, è necessario dare risposta alle esigenze del nostro popolo attraverso la creazione di istituzioni linguistiche. Oltre alle comunità da istituire in ambito sociale, è opportuno moltiplicare le comunità linguistiche ovunque. L’uso del curdo in tutte le istituzioni e attività, in particolare in ambito culturale, artistico e letterario, dovrebbe essere considerato una lotta contro l’assimilazione. L’affermazione di Rêber Apo, secondo cui “abbracciare la lingua curda significa abbracciare l’identità curda”, deve essere adottata come principio guida da ogni istituzione. La promozione della lingua curda dovrebbe essere considerata anche una dimensione importante della lotta nell’ambito del processo di pace e di costruzione di una società democratica. La lotta per la pace e per una società democratica raggiunge il successo quando ogni istituzione e ogni iniziativa adempie alle proprie responsabilità al meglio delle proprie capacità. L’appello alla pace e alla società democratica si realizza non solo grazie agli sforzi di Rêber Apo [il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan], del nostro movimento e di alcune strutture, ma anche grazie agli sforzi e alle lotte dell’intero popolo curdo, di tutte le strutture organizzative e di tutte le forze democratiche. Anche gli sforzi relativi alla lingua curda dovrebbero essere considerati parte di questa lotta e dovrebbero essere prioritari e sviluppati ovunque. Co-presidenza del consiglio esecutivo della KCK
May 15, 2026
UIKI ONLUS
CS 14 maggio 2026 – Dalla commissione Affari Costituzionali iniziano le procedure sull’autonomia differenziata presso le Camere
I Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti avevano già lanciato un grido d’allarme quando il ministro Calderoli aveva trasmesso alle Camere lo schema delle preintese con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per devolvere loro la potestà legislativa in quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare e sanità. Il ministro leghista Calderoli – come suo costume – spinge sull’acceleratore per siglare le Intese, che porteranno a prime forme di una secessione che parte da qui e si articolerà materia per materia, ambito per ambito, fino alla disgregazione dell’unità della Repubblica. Sta avvenendo un baratto vergognoso nella maggioranza del governo Meloni: la Lega appoggia lo scempio della legge elettorale maggioritaria e FdI dà il via libera ai processi di regionalismo competitivo e conflittuale. I tempi sono dettati dal Governo al Parlamento. Entro luglio, infatti, dovranno essere licenziati gli atti di indirizzo delle Camere – a cui, peraltro, il Governo non è tenuto ad attenersi; poi Governo e Regioni predisporranno le intese, una per ciascuna regione; infine, il disegno di legge, con allegate le Intese, sarà inviato alle Camere. Il Parlamento avrà una grande responsabilità e possibilità di intervento alla luce della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale: potrà emendare il ddl e sarà la regione, eventualmente insoddisfatta, a dover riprendere il negoziato col Governo. Si creerà uno spazio politico di lotta che non sarà lasciato vuoto e soprattutto un tempo utile a portare la discussione pubblica sui territori. Di che materie trattano le preintese? A sentire il ministro Calderoli, di materie che non toccano i livelli essenziali di prestazione (LEP) relativi ai diritti sociali e civili; altro discorso per la sanità, materia inequivocabilmente fondamentale, coinvolgendo il diritto alla salute: essa viene devoluta perché regolata dai livelli essenziali di assistenza (LEA). Come spesso accade le iniziative legislative del ministro Calderoli generano una grande confusione normativa; infatti, mentre al Senato è in discussione il ddl sui LEP (AS 1623), contemporaneamente, con queste preintese, si devolvono alle Regioni importanti competenze nella sanità, materia che – invece – richiederebbe una ridefinizione politica democratica dei suoi livelli di prestazione, regolati oggi da misure amministrative. Un altro passo avanti verso il suo definitivo smembramento e la differenziazione del diritto alla salute sulla base del certificato di residenza. Lo schema delle quattro preintese è illegittimo: mentre lo stesso articolo 116, terzo comma, pone come condizione necessaria della devoluzione l’individuazione di ragioni specifiche della differenziazione, le preintese prevedono per le quattro Regioni la devoluzione delle stesse identiche quattro materie. Sono il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, il Veneto Regioni identiche per popolazione, livelli produttivi, caratteristiche socio-economiche? La Corte Costituzionale, nella sentenza 192/2024, ha ribadito che occorrono, per procedere con la devoluzione, motivazioni e analisi specifiche funzione per funzione e territorio per territorio e ha esplicitamente ribadito che non si possono e non si devono trasferire materie, ma singole funzioni. Invece, con le preintese, si vogliono predisporre trasferimenti di competenze relative ad ambiti legislativi complessivi come la gestione della previdenza complementare, che attiene al diritto alla pensione e alla gestione del risparmio (materie di rango costituzionale!); la determinazione differenziata per territorio delle tariffe sanitarie, che tocca l’art. 32 della Costituzione; il riconoscimento delle qualifiche estere e la formazione professionale, che sono ambiti disciplinati a livello nazionale e di Unione europea; infine, la protezione civile, materia che può riguardare addirittura l’esercizio della libertà di movimento. I Comitati contro ogni autonomia differenziata hanno indetto, per il 6 giugno, un’assemblea nazionale a Napoli nella sede della Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria – v. Vittorio Emanuele III, 310 – Castel Nuovo (Maschio Angioino) per mobilitare le forze associative, sindacali e politiche. E’ necessario denunciare la “secessione dei ricchi”, perseguita attraverso l’AS 1623 e le Intese, e organizzare mobilitazioni e iniziative per contrastare e battere questo disegno di ulteriore divisione territoriale e sociale del Paese; per impedire la rottura dell’unità della Repubblica, a difesa dei diritti sociali e civili, e dell’uguaglianza tra tutti/e i/le cittadini/e. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l ’unità della Repubblica e Tavolo No AD