Il disagio della decolonizzazione: Abdulrazak Gurnah
Inizi del Novecento, Tanganica, all’epoca colonia tedesca. In un villaggio
dell’entroterra, governato dal capotribù Chatu, la carovana del mercante Aziz è
stata derubata delle merci che trasportava per scambiarle con prodotti del
territorio (schiavi inclusi). Se vedeste uno accanto all’altro Chatu e Aziz
probabilmente per voi sarebbero due africani neri, punto (per non usare
quell’altra parola, ma ci torneremo). Agli occhi di Chatu, però, Aziz è di
tutt’altra razza. Il capotribù è autoctono, l’altro discendente dei
conquistatori arabi che, venuti dall’Oman, si sono insediati a Zanzibar, la
grande isola di fronte al Tanganica, e si arricchiscono con le spedizioni nel
cuore dell’Africa nera.
Charu e Aziz sono davanti alla tenda del comandante di una colonna di ascari, i
soldati coloniali africani al servizio dei governi europei che si sono spartiti
tutto il continente (all’epoca con pochissime eccezioni); il mercante ha chiesto
che l’ufficiale tedesco alla guida del reparto intervenga a dirimere la lite tra
lui e il capotribù. L’ufficiale non parla la lingua locale: comunica tramite il
capo degli ascari che funge da interprete, e così apostrofa il capotribù:
“Tu, Chatu. Sei diventato un grand’uomo? È questo che credi? … Com’è che stai
derubando la gente dei loro averi? Non hai paura della legge del governo?”
Chatu osa chiedere quale governo, di cosa sta parlando l’interprete, e la
risposta che riceve è questa:
“Quale governo? Vuoi vedere quale governo? Faresti meglio a non gridare quando
parli con me, amico. Non hai sentito di altra gente insolente come te che il
governo ha fatto stare zitti e messo in catene? … Porta tutta la roba che
appartiene a questa gente. … altrimenti conoscerai presto quello che può fare il
governo. … Può fare tutto quello che vuole. Ma adesso se non fai quello che dice
lui ti farà mangiare la merda.”
Questa scena, presa da Paradiso (1994), quarto romanzo dello scrittore
anglo-tanzaniano Abdulrazak Gurnah, presenta il rapporto coloniale in tutta la
sua brutalità e complessità. Non bisogna dimenticare che quel che leggiamo è la
resa in inglese di battute dette in kishwahili; ma soprattutto non si può
trascurare il fatto che a parlare sia un africano che fa da tramite tra un
tedesco e un altro africano quasi certamente di diversa etnia. Fino a che punto
la traduzione del capo degli ascari è letterale? Fino a che punto è distorta?
Ovviamente questa scena è immaginaria, ma uno scrittore bilingue come Gurnah,
nato a Zanzibar nel 1948, emigrato forzatamente nel 1966 e residente nel Regno
Unito dal 1968 è ben consapevole della dimensione interlinguistica e
interculturale del colonialismo. Quest’ultimo è stato un fenomeno che non ha
visto gli africani solo come semplici oggetti passivi del dominio europeo, ma
anche come soggetti attivi – esattamente come la tratta degli schiavi, che tanti
africani hanno subito, ma molti altri hanno gestito. Senza nulla togliere alle
responsabilità dei vari paesi europei coinvolti, è stata una tragedia con molti
attori dalla pelle scura, non tutti in catene.
Gurnah, per data di nascita e interessi, può ben essere definito scrittore
postcoloniale: il suo paese d’origine, Zanzibar, divenne indipendente nel 1963,
quando lui era quindicenne. Eppure la sua narrativa si è interessata
ripetutamente al periodo coloniale; la dominazione tedesca è rappresentata in
Paradiso e Voci in fuga (2020); quella inglese è sullo sfondo ne Il disertore
(2005). Nel lungo periodo in cui Gurnah ha insegnato all’Università del Kent, si
è concentrato sulla letteratura africana di lingua inglese, che deve
inevitabilmente porsi la questione coloniale; e anche quando ci si concentra su
narrazioni che parlano del dopo, del post-, le ripercussioni del colonialismo
non si possono ignorare – un po’ come nella letteratura statunitense la
questione della schiavitù.
E siccome di narrativa si sta parlando, va detto che ciò che resta del
colonialismo oggi sono anche e soprattutto le storie – incluse le Empire
stories, come quella raccontata dall’anonimo protagonista di Admiring Silence
(1996), uno dei romanzi non ancora tradotti. Anche qui, come in Paradiso, è
importante avere ben presente chi parla a chi: in questo caso l’anonimo
narratore in prima persona, uno zanzibariano emigrato nel Regno Unito, si trova
in un pub col signor Willoughby, padre di Emma, la ragazza assolutamente bianca
e totalmente inglese con la quale convive. I genitori di Emma, specialmente la
madre, stanno facendo il possibile per convincere la figlia a ripensarci, a non
fare un figlio con l’africano: come le ha detto la signora Willoughby, “Ma pensa
al bambino … Cosa penserà di se stesso? Non sarà né una cosa né l’altra. E pensa
come sarà essere nato da una coppia che neanche è sposata”. A un certo punto il
signor Willoughby ha preso l’aspirante genero e se l’è portato al pub per un
discorso tra uomini, mentre madre e figlia continuano a discutere diciamo
animatamente. Il povero zanzibariano emigrato vuole fare una buona impressione
sul futuro suocero, e non trova niente di meglio che raccontare di come, al
tempo in cui l’isola era governata dagli inglesi, ogni giorno agli scolari dalla
pelle scura, prima di cominciare le lezioni, veniva servito latte caldo a spese
del governo, aromatizzato con cannella e cardamomo, consumato all’ombra
dell’albero di mango davanti alla scuola. Solo dopo questa generosa elargizione,
conclude il narratore: “entravamo nelle nostre aule ben illuminate per spezzare
le catene dell’ignoranza e della malattia che ci avevano tenuti nelle tenebre
per così tanto tempo, e dalle quali l’Impero era venuto a liberarci”. A sentire
questa storia edificante, che attesta le buone intenzioni del governo di sua
maestà, gli occhi del signor Willoughby si illuminano.
Questo racconto non è affatto innocente: e forse neanche del tutto attendibile.
L’Empire story serve a compiacere il futuro suocero inglese, a confermare i suoi
pregiudizi, e cioè che il Regno Unito era andato a Zanzibar solo a fare del bene
(avete presente tutte le storie a tema “italiani brava gente” che hanno per anni
occultato gli aspetti più atroci del nostro colonialismo?). Non a caso il signor
Willoughby è talmente commosso dalla bontà dell’impero che alla fine commenta
“Non è stato giusto, abbandonarli in quel modo … Crudele. Pensa a tutte quelle
cose terribili che si sono fatti da quando ce ne siamo andati”. Ecco, quando
arriva il momento dell’autocritica non è per deprecare la dominazione coloniale,
ma per averla interrotta troppo presto, perché ovviamente gli africani lasciati
a se stessi possono fare solo disastri.
Non che Gurnah ignori i problemi dell’Africa post-coloniale. Potremmo dire che
tutta la sua narrativa ruota attorno a un singolo evento, o meglio, a una
singola catena di eventi che fecero dello scrittore quello che è: tutto ciò che
accadde dal dicembre del 1963 all’aprile del 1964, a partire dall’indipendenza
di Zanzibar, seguita dalla rivolta che provocò la caduta del sultano Jamshid bin
Abdullah a gennaio, che portò all’istituzione di un governo socialista (o
preteso tale) responsabile del massacro di circa ventimila tra arabi e indiani,
e infine alla fusione col Tanganica per costituire quel paese che oggi chiamiamo
Tanzania (detto più semplicemente, il povero ma grande Tanganica si prese la
ricca ma piccola Zanzibar). Proprio per sfuggire alla persecuzione degli arabi
di colore (che spesso di arabo avevano – a parte la religione islamica – solo il
nome) la famiglia di Gurnah abbandonò il suo paese e si stabilì in Inghilterra;
non a caso le tragiche vicende di Zanzibar tornano ossessivamente nell’opera
dello scrittore, a partire dal primissimo romanzo, Memory of Departure (1987),
passando per uno dei suoi capolavori, Sulla riva del mare (2001), per arrivare
alla sua ultimissima fatica, Furto (2025), ambientata nel presente, e animata
dalla volontà se non di perdonare o dimenticare, di mostrare come la vita riesca
comunque a tirare avanti, potremmo dire a tirare a campare, col turismo
globalizzato che porta finalmente un po’ di benessere.
Non che la vita in Inghilterra sia rose e fiori. Due romanzi che attendono
ancora una traduzione in italiano, Pilgrims Way (1988) e Dottie (1990),
raccontano della difficile e dolorosa integrazione di due inglesi dalla pelle
scura, un uomo e una donna, e contemporaneamente presentano uno straordinario
affresco di storia dell’Inghilterra dal secondo dopoguerra fino agli anni
novanta, vista dalla prospettiva di quelli che a prima vista venivano
qualificati come estranei (una situazione che stiamo vivendo in Italia adesso,
mutatis mutandis).
Uno dei meriti di Gurnah è la capacità di incarnare l’esclusione nelle scene dei
suoi romanzi; senza prediche, senza proclami, semplicemente fotografando la
quotidianità, semmai con una sottile e, tutto sommato, britannica ironia. E quei
momenti restano incisi nella memoria del lettore. Come quando, in Cuore di
ghiaia (2017) il giovane Salim, emigrato da Zanzibar nel Regno Unito, si
innamora di Billie, padre inglese madre indiana, pensando che se le donne
bianche non sono alla sua portata, potrà almeno ambire alla mano di una bella e
intelligente mulatta. I due convivono per qualche tempo, finché la madre di
Billie non mangia la foglia e inizialmente pare accettare Salim, lo invita
addirittura a casa sua per farne la conoscenza. Il giorno dopo la madre convoca
la figlia e le ingiunge di lasciare il negro (Gurnah ci tiene a usare quella
parola, nigger, a scanso d’equivoci). E non è solo questione di religione (Salim
è musulmano e la madre di Billie induista): il problema è anche e soprattutto
che Salim è un africano ed è nero. Questi sono i momenti in cui Gurnah manda
all’aria i luoghi comuni, gli stereotipi, le semplificazioni manichee: ma come,
non eravamo noi occidentali i razzisti, quelli fissati col colore della pelle?
Gli indiani scuri fanno questioni se la figlia vuole convivere con uno un po’
più scuro? Ma Gurnah ha fatto esperienza del razzismo degli africani neri verso
gli arabi altrettanto neri, e sa che il veleno della discriminazione circola su
tutto il pianeta. C’è un razzista dentro ognuno di noi che lotta per uscire.
Nei suoi romanzi la grande storia entra sempre, se non dalla porta dalla
finestra, ma c’è, e condiziona le vite dei singoli. Certe volte ci sono accenni
al limite del criptico: sempre in Cuore di ghiaia (uno dei romanzi che
consiglierei di leggere per primo, assieme a Paradiso e Sulla riva del mare) si
allude all’11 settembre semplicemente dicendo “quelle uccisioni a New York”, cui
fa seguito un commento memorabile: “Parlano un familiare linguaggio di libertà
ma progettano di applicarlo con la violenza”. Più o meno quel che s’è visto tra
la caduta delle torri e l’invasione dell’Iraq. Anche la guerra fredda incide
sull’esistenza dei personaggi di Gurnah: uno di loro, Latif Mahmud in Sulla riva
del mare (2001), pur di lasciare la Tanzania accetta una borsa di studio per
andare a laurearsi in odontoiatria nella Germania Est, nel momento in cui il
paese si è allineato al blocco orientale; una scelta che cambierà la sua vita,
anche se in modo imprevisto, facendolo finire in Inghilterra. Certe volte gli
effetti sono comici: come quando, in Cuore di ghaia, vi viene spiegato che
quando la Tanzania si avvicina all’Unione Sovietica non vengono più proiettati
nei cinema i filmoni di Hollywood, ma arrivano “melodrammatici musical indiani
nei quali le eroine esplodevano in energiche danze ogni minuto, stridenti opere
cinesi nelle quali piccole donne magre pesantemente truccate strillavano per
ore, e versioni italiane svestite dei mitici eroi greci con effetti speciali
ridicoli”.
Lo spazio in cui si registrano le scosse spesso devastanti dei sommovimenti
storici sono le vite individuali, ma non tanto e non solo nella loro
individualità; i grandi eventi disfano soprattutto le trame dei rapporti
famigliari, come si vede bene già nel primo romanzo di Gurnah, Memory of
Departure, dove il protagonista scoprirà le ragioni dell’abbrutimento del padre
alcolizzato e violento solo andando a trovare lo zio ricco emigrato in Kenya, o
anche in Sulla riva del mare, nel quale i due esuli tanzaniani, Latif e Saleh,
riusciranno a ricostruire la storia delle rispettive famiglie solo nel momento
in cui si incontreranno in Inghilterra e confronteranno le rispettive storie. In
effetti, i romanzi di Gurnah sono in gran parte costituiti da un attento e
paziente intreccio di narrazioni famigliari, che pian piano ricostruiscono
vicende rimosse, nascoste, negate, ignorate. Spesso gli eventi più drammatici
non sono rappresentati in presa diretta, perché sono sepolti nel passato e
riportati alla luce da chi li racconta – qualcuno che talvolta neanche ne è
protagonista, talvolta testimone, quando non riferisca un “sentito dire”. In
questo modo Gurnah coniuga le modalità di narrazione orale caratteristiche della
sua terra d’origine con le strategie narrative della letteratura inglese del
Novecento, in primis l’idea del narratore inaffidabile.
Non si pensi però che nella narrativa di Gurnah sia all’opera qualche semplice
dicotomia in bianco e nero, del tipo famiglia/comunità buona contro
individualismo cattivo. La famiglia è a volte un ambiente protettivo e
rassicurante, a volte una prigione che condanna all’infelicità, esattamente come
la terra del dispatrio (grazie, Luigi Meneghello!), che può essere luogo di
realizzazione personale (come è stato per lo stesso Gurnah) ma anche spazio
desolato di solitudine e marginalità, come è per Dottie, protagonista
dell’omonimo romanzo, che lotta disperatamente per tenere insieme una famiglia
disfunzionale e alla fine deve rassegnarsi a lasciare che fratello e sorella
vadano incontro al loro destino.
Ultimo, ma non in ordine d’importanza, il lato metaletterario di uno scrittore
che è stato per tutta la vita un professore universitario. Non c’è solo
l’attenzione alla letteratura post-coloniale, che Gurnah ha studiato e della
quale ha scritto ripetutamente; c’è anche il portato della tradizione letteraria
di lingua inglese, sia britannica che americana. Ma in Voci in fuga (2020,
titolo che non rende benissimo l’originale Afterlives) la parte del leone la fa
Rilke, i cui versi vengono pazientemente insegnati da un ufficiale coloniale
tedesco a un ascaro tanzaniano – e qui non riesco a non vedere un discreto,
quasi camuffato omaggio di Gurnah a un altro scrittore, che già nel 1963
riesumava dai polverosi archivi della storia i misfatti del colonialismo
tedesco. Mi riferisco ovviamente a V., romanzo d’esordio di Thomas Pynchon, nel
quale lo sterminio degli Herero nell’Africa di Sudovest, non ancora Namibia,
corre parallelo alla descrizione della guerra coloniale altrettanto spietata e
sanguinosa che devastò il Tanganica tra il 1914 e il 1918, ricostruita
magistralmente proprio in Voci in fuga. Ma anche Paradiso vuole essere a suo
modo una risposta al conradiano Cuore di tenebra, Pilgrims Way ha come
sottotesto i Racconti di Canterbury del buon vecchio Chaucer, e Sulla riva del
mare cita ripetutamente ed espressamente il Bartleby di Melville (nome questo
ricorrente nelle pagine di Gurnah).
Spero di aver reso l’idea, per chi ancora non ha aperto un libro di Abdulrazak
Gurnah, premio Nobel ampiamente meritato. Ma mi rendo ovviamente conto che la
mia modesta prosa non può competere con quella dello scrittore anglo-tanzaniano,
ed è proprio la prosa del nostro che va assaporata direttamente, leggendola,
lasciandosi andare al suo andamento apparentemente modesto e piano, con le
occasionali parole arabe e kishwahili a fare da spezie, con il tono parlato che
di tanto in tanto si articola in passaggi di pura poesia o sentenze lapidarie da
scolpire sulla pietra. In fondo, la grande letteratura si presenta benissimo da
sé.
Nota bibliografica
Prima che Abdulrazak Gurnah vincesse il premio Nobel nel 2021 almeno un editore
italiano, Garzanti, si era accorto di lui, e aveva pubblicato tra il 2002 e il
2007, Sulla riva del mare, Il disertore e Paradiso il primo tradotto da Alberto
Cristofori, i restanti da Laura Noulian. Quando però arriva il Nobel si sveglia
Elisabetta Sgarbi che ripubblica i tre romanzi (il secondo e il terzo ritradotti
da Cristofori) per La nave di Teseo. Seguono per la stessa casa editrice Voci in
fuga (2022), Cuore di ghiaia (2023), L’ultimo dono (2024) e Furto (2025), tutti
tradotti da Cristofori. I brani citati nel saggio li ho tradotti io per ragioni
pratiche.
L'articolo Il disagio della decolonizzazione: Abdulrazak Gurnah proviene da Pulp
Magazine.