
Il disagio della decolonizzazione: Abdulrazak Gurnah
Pulp Magazine - Tuesday, January 6, 2026Inizi del Novecento, Tanganica, all’epoca colonia tedesca. In un villaggio dell’entroterra, governato dal capotribù Chatu, la carovana del mercante Aziz è stata derubata delle merci che trasportava per scambiarle con prodotti del territorio (schiavi inclusi). Se vedeste uno accanto all’altro Chatu e Aziz probabilmente per voi sarebbero due africani neri, punto (per non usare quell’altra parola, ma ci torneremo). Agli occhi di Chatu, però, Aziz è di tutt’altra razza. Il capotribù è autoctono, l’altro discendente dei conquistatori arabi che, venuti dall’Oman, si sono insediati a Zanzibar, la grande isola di fronte al Tanganica, e si arricchiscono con le spedizioni nel cuore dell’Africa nera.
Charu e Aziz sono davanti alla tenda del comandante di una colonna di ascari, i soldati coloniali africani al servizio dei governi europei che si sono spartiti tutto il continente (all’epoca con pochissime eccezioni); il mercante ha chiesto che l’ufficiale tedesco alla guida del reparto intervenga a dirimere la lite tra lui e il capotribù. L’ufficiale non parla la lingua locale: comunica tramite il capo degli ascari che funge da interprete, e così apostrofa il capotribù:
“Tu, Chatu. Sei diventato un grand’uomo? È questo che credi? … Com’è che stai derubando la gente dei loro averi? Non hai paura della legge del governo?”
Chatu osa chiedere quale governo, di cosa sta parlando l’interprete, e la risposta che riceve è questa:
“Quale governo? Vuoi vedere quale governo? Faresti meglio a non gridare quando parli con me, amico. Non hai sentito di altra gente insolente come te che il governo ha fatto stare zitti e messo in catene? … Porta tutta la roba che appartiene a questa gente. … altrimenti conoscerai presto quello che può fare il governo. … Può fare tutto quello che vuole. Ma adesso se non fai quello che dice lui ti farà mangiare la merda.”
Questa scena, presa da Paradiso (1994), quarto romanzo dello scrittore anglo-tanzaniano Abdulrazak Gurnah, presenta il rapporto coloniale in tutta la sua brutalità e complessità. Non bisogna dimenticare che quel che leggiamo è la resa in inglese di battute dette in kishwahili; ma soprattutto non si può trascurare il fatto che a parlare sia un africano che fa da tramite tra un tedesco e un altro africano quasi certamente di diversa etnia. Fino a che punto la traduzione del capo degli ascari è letterale? Fino a che punto è distorta? Ovviamente questa scena è immaginaria, ma uno scrittore bilingue come Gurnah, nato a Zanzibar nel 1948, emigrato forzatamente nel 1966 e residente nel Regno Unito dal 1968 è ben consapevole della dimensione interlinguistica e interculturale del colonialismo. Quest’ultimo è stato un fenomeno che non ha visto gli africani solo come semplici oggetti passivi del dominio europeo, ma anche come soggetti attivi – esattamente come la tratta degli schiavi, che tanti africani hanno subito, ma molti altri hanno gestito. Senza nulla togliere alle responsabilità dei vari paesi europei coinvolti, è stata una tragedia con molti attori dalla pelle scura, non tutti in catene.
Gurnah, per data di nascita e interessi, può ben essere definito scrittore postcoloniale: il suo paese d’origine, Zanzibar, divenne indipendente nel 1963, quando lui era quindicenne. Eppure la sua narrativa si è interessata ripetutamente al periodo coloniale; la dominazione tedesca è rappresentata in Paradiso e Voci in fuga (2020); quella inglese è sullo sfondo ne Il disertore (2005). Nel lungo periodo in cui Gurnah ha insegnato all’Università del Kent, si è concentrato sulla letteratura africana di lingua inglese, che deve inevitabilmente porsi la questione coloniale; e anche quando ci si concentra su narrazioni che parlano del dopo, del post-, le ripercussioni del colonialismo non si possono ignorare – un po’ come nella letteratura statunitense la questione della schiavitù.
E siccome di narrativa si sta parlando, va detto che ciò che resta del colonialismo oggi sono anche e soprattutto le storie – incluse le Empire stories, come quella raccontata dall’anonimo protagonista di Admiring Silence (1996), uno dei romanzi non ancora tradotti. Anche qui, come in Paradiso, è importante avere ben presente chi parla a chi: in questo caso l’anonimo narratore in prima persona, uno zanzibariano emigrato nel Regno Unito, si trova in un pub col signor Willoughby, padre di Emma, la ragazza assolutamente bianca e totalmente inglese con la quale convive. I genitori di Emma, specialmente la madre, stanno facendo il possibile per convincere la figlia a ripensarci, a non fare un figlio con l’africano: come le ha detto la signora Willoughby, “Ma pensa al bambino … Cosa penserà di se stesso? Non sarà né una cosa né l’altra. E pensa come sarà essere nato da una coppia che neanche è sposata”. A un certo punto il signor Willoughby ha preso l’aspirante genero e se l’è portato al pub per un discorso tra uomini, mentre madre e figlia continuano a discutere diciamo animatamente. Il povero zanzibariano emigrato vuole fare una buona impressione sul futuro suocero, e non trova niente di meglio che raccontare di come, al tempo in cui l’isola era governata dagli inglesi, ogni giorno agli scolari dalla pelle scura, prima di cominciare le lezioni, veniva servito latte caldo a spese del governo, aromatizzato con cannella e cardamomo, consumato all’ombra dell’albero di mango davanti alla scuola. Solo dopo questa generosa elargizione, conclude il narratore: “entravamo nelle nostre aule ben illuminate per spezzare le catene dell’ignoranza e della malattia che ci avevano tenuti nelle tenebre per così tanto tempo, e dalle quali l’Impero era venuto a liberarci”. A sentire questa storia edificante, che attesta le buone intenzioni del governo di sua maestà, gli occhi del signor Willoughby si illuminano.
Questo racconto non è affatto innocente: e forse neanche del tutto attendibile. L’Empire story serve a compiacere il futuro suocero inglese, a confermare i suoi pregiudizi, e cioè che il Regno Unito era andato a Zanzibar solo a fare del bene (avete presente tutte le storie a tema “italiani brava gente” che hanno per anni occultato gli aspetti più atroci del nostro colonialismo?). Non a caso il signor Willoughby è talmente commosso dalla bontà dell’impero che alla fine commenta “Non è stato giusto, abbandonarli in quel modo … Crudele. Pensa a tutte quelle cose terribili che si sono fatti da quando ce ne siamo andati”. Ecco, quando arriva il momento dell’autocritica non è per deprecare la dominazione coloniale, ma per averla interrotta troppo presto, perché ovviamente gli africani lasciati a se stessi possono fare solo disastri.
Non che Gurnah ignori i problemi dell’Africa post-coloniale. Potremmo dire che tutta la sua narrativa ruota attorno a un singolo evento, o meglio, a una singola catena di eventi che fecero dello scrittore quello che è: tutto ciò che accadde dal dicembre del 1963 all’aprile del 1964, a partire dall’indipendenza di Zanzibar, seguita dalla rivolta che provocò la caduta del sultano Jamshid bin Abdullah a gennaio, che portò all’istituzione di un governo socialista (o preteso tale) responsabile del massacro di circa ventimila tra arabi e indiani, e infine alla fusione col Tanganica per costituire quel paese che oggi chiamiamo Tanzania (detto più semplicemente, il povero ma grande Tanganica si prese la ricca ma piccola Zanzibar). Proprio per sfuggire alla persecuzione degli arabi di colore (che spesso di arabo avevano – a parte la religione islamica – solo il nome) la famiglia di Gurnah abbandonò il suo paese e si stabilì in Inghilterra; non a caso le tragiche vicende di Zanzibar tornano ossessivamente nell’opera dello scrittore, a partire dal primissimo romanzo, Memory of Departure (1987), passando per uno dei suoi capolavori, Sulla riva del mare (2001), per arrivare alla sua ultimissima fatica, Furto (2025), ambientata nel presente, e animata dalla volontà se non di perdonare o dimenticare, di mostrare come la vita riesca comunque a tirare avanti, potremmo dire a tirare a campare, col turismo globalizzato che porta finalmente un po’ di benessere.
Non che la vita in Inghilterra sia rose e fiori. Due romanzi che attendono ancora una traduzione in italiano, Pilgrims Way (1988) e Dottie (1990), raccontano della difficile e dolorosa integrazione di due inglesi dalla pelle scura, un uomo e una donna, e contemporaneamente presentano uno straordinario affresco di storia dell’Inghilterra dal secondo dopoguerra fino agli anni novanta, vista dalla prospettiva di quelli che a prima vista venivano qualificati come estranei (una situazione che stiamo vivendo in Italia adesso, mutatis mutandis).
Uno dei meriti di Gurnah è la capacità di incarnare l’esclusione nelle scene dei suoi romanzi; senza prediche, senza proclami, semplicemente fotografando la quotidianità, semmai con una sottile e, tutto sommato, britannica ironia. E quei momenti restano incisi nella memoria del lettore. Come quando, in Cuore di ghiaia (2017) il giovane Salim, emigrato da Zanzibar nel Regno Unito, si innamora di Billie, padre inglese madre indiana, pensando che se le donne bianche non sono alla sua portata, potrà almeno ambire alla mano di una bella e intelligente mulatta. I due convivono per qualche tempo, finché la madre di Billie non mangia la foglia e inizialmente pare accettare Salim, lo invita addirittura a casa sua per farne la conoscenza. Il giorno dopo la madre convoca la figlia e le ingiunge di lasciare il negro (Gurnah ci tiene a usare quella parola, nigger, a scanso d’equivoci). E non è solo questione di religione (Salim è musulmano e la madre di Billie induista): il problema è anche e soprattutto che Salim è un africano ed è nero. Questi sono i momenti in cui Gurnah manda all’aria i luoghi comuni, gli stereotipi, le semplificazioni manichee: ma come, non eravamo noi occidentali i razzisti, quelli fissati col colore della pelle? Gli indiani scuri fanno questioni se la figlia vuole convivere con uno un po’ più scuro? Ma Gurnah ha fatto esperienza del razzismo degli africani neri verso gli arabi altrettanto neri, e sa che il veleno della discriminazione circola su tutto il pianeta. C’è un razzista dentro ognuno di noi che lotta per uscire.
Nei suoi romanzi la grande storia entra sempre, se non dalla porta dalla finestra, ma c’è, e condiziona le vite dei singoli. Certe volte ci sono accenni al limite del criptico: sempre in Cuore di ghiaia (uno dei romanzi che consiglierei di leggere per primo, assieme a Paradiso e Sulla riva del mare) si allude all’11 settembre semplicemente dicendo “quelle uccisioni a New York”, cui fa seguito un commento memorabile: “Parlano un familiare linguaggio di libertà ma progettano di applicarlo con la violenza”. Più o meno quel che s’è visto tra la caduta delle torri e l’invasione dell’Iraq. Anche la guerra fredda incide sull’esistenza dei personaggi di Gurnah: uno di loro, Latif Mahmud in Sulla riva del mare (2001), pur di lasciare la Tanzania accetta una borsa di studio per andare a laurearsi in odontoiatria nella Germania Est, nel momento in cui il paese si è allineato al blocco orientale; una scelta che cambierà la sua vita, anche se in modo imprevisto, facendolo finire in Inghilterra. Certe volte gli effetti sono comici: come quando, in Cuore di ghaia, vi viene spiegato che quando la Tanzania si avvicina all’Unione Sovietica non vengono più proiettati nei cinema i filmoni di Hollywood, ma arrivano “melodrammatici musical indiani nei quali le eroine esplodevano in energiche danze ogni minuto, stridenti opere cinesi nelle quali piccole donne magre pesantemente truccate strillavano per ore, e versioni italiane svestite dei mitici eroi greci con effetti speciali ridicoli”.
Lo spazio in cui si registrano le scosse spesso devastanti dei sommovimenti storici sono le vite individuali, ma non tanto e non solo nella loro individualità; i grandi eventi disfano soprattutto le trame dei rapporti famigliari, come si vede bene già nel primo romanzo di Gurnah, Memory of Departure, dove il protagonista scoprirà le ragioni dell’abbrutimento del padre alcolizzato e violento solo andando a trovare lo zio ricco emigrato in Kenya, o anche in Sulla riva del mare, nel quale i due esuli tanzaniani, Latif e Saleh, riusciranno a ricostruire la storia delle rispettive famiglie solo nel momento in cui si incontreranno in Inghilterra e confronteranno le rispettive storie. In effetti, i romanzi di Gurnah sono in gran parte costituiti da un attento e paziente intreccio di narrazioni famigliari, che pian piano ricostruiscono vicende rimosse, nascoste, negate, ignorate. Spesso gli eventi più drammatici non sono rappresentati in presa diretta, perché sono sepolti nel passato e riportati alla luce da chi li racconta – qualcuno che talvolta neanche ne è protagonista, talvolta testimone, quando non riferisca un “sentito dire”. In questo modo Gurnah coniuga le modalità di narrazione orale caratteristiche della sua terra d’origine con le strategie narrative della letteratura inglese del Novecento, in primis l’idea del narratore inaffidabile.
Non si pensi però che nella narrativa di Gurnah sia all’opera qualche semplice dicotomia in bianco e nero, del tipo famiglia/comunità buona contro individualismo cattivo. La famiglia è a volte un ambiente protettivo e rassicurante, a volte una prigione che condanna all’infelicità, esattamente come la terra del dispatrio (grazie, Luigi Meneghello!), che può essere luogo di realizzazione personale (come è stato per lo stesso Gurnah) ma anche spazio desolato di solitudine e marginalità, come è per Dottie, protagonista dell’omonimo romanzo, che lotta disperatamente per tenere insieme una famiglia disfunzionale e alla fine deve rassegnarsi a lasciare che fratello e sorella vadano incontro al loro destino.
Ultimo, ma non in ordine d’importanza, il lato metaletterario di uno scrittore che è stato per tutta la vita un professore universitario. Non c’è solo l’attenzione alla letteratura post-coloniale, che Gurnah ha studiato e della quale ha scritto ripetutamente; c’è anche il portato della tradizione letteraria di lingua inglese, sia britannica che americana. Ma in Voci in fuga (2020, titolo che non rende benissimo l’originale Afterlives) la parte del leone la fa Rilke, i cui versi vengono pazientemente insegnati da un ufficiale coloniale tedesco a un ascaro tanzaniano – e qui non riesco a non vedere un discreto, quasi camuffato omaggio di Gurnah a un altro scrittore, che già nel 1963 riesumava dai polverosi archivi della storia i misfatti del colonialismo tedesco. Mi riferisco ovviamente a V., romanzo d’esordio di Thomas Pynchon, nel quale lo sterminio degli Herero nell’Africa di Sudovest, non ancora Namibia, corre parallelo alla descrizione della guerra coloniale altrettanto spietata e sanguinosa che devastò il Tanganica tra il 1914 e il 1918, ricostruita magistralmente proprio in Voci in fuga. Ma anche Paradiso vuole essere a suo modo una risposta al conradiano Cuore di tenebra, Pilgrims Way ha come sottotesto i Racconti di Canterbury del buon vecchio Chaucer, e Sulla riva del mare cita ripetutamente ed espressamente il Bartleby di Melville (nome questo ricorrente nelle pagine di Gurnah).
Spero di aver reso l’idea, per chi ancora non ha aperto un libro di Abdulrazak Gurnah, premio Nobel ampiamente meritato. Ma mi rendo ovviamente conto che la mia modesta prosa non può competere con quella dello scrittore anglo-tanzaniano, ed è proprio la prosa del nostro che va assaporata direttamente, leggendola, lasciandosi andare al suo andamento apparentemente modesto e piano, con le occasionali parole arabe e kishwahili a fare da spezie, con il tono parlato che di tanto in tanto si articola in passaggi di pura poesia o sentenze lapidarie da scolpire sulla pietra. In fondo, la grande letteratura si presenta benissimo da sé.
Nota bibliografica
Prima che Abdulrazak Gurnah vincesse il premio Nobel nel 2021 almeno un editore italiano, Garzanti, si era accorto di lui, e aveva pubblicato tra il 2002 e il 2007, Sulla riva del mare, Il disertore e Paradiso il primo tradotto da Alberto Cristofori, i restanti da Laura Noulian. Quando però arriva il Nobel si sveglia Elisabetta Sgarbi che ripubblica i tre romanzi (il secondo e il terzo ritradotti da Cristofori) per La nave di Teseo. Seguono per la stessa casa editrice Voci in fuga (2022), Cuore di ghiaia (2023), L’ultimo dono (2024) e Furto (2025), tutti tradotti da Cristofori. I brani citati nel saggio li ho tradotti io per ragioni pratiche.
L'articolo Il disagio della decolonizzazione: Abdulrazak Gurnah proviene da Pulp Magazine.