Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini / Un labirinto di distopie
La fondazione dedicata allo storico Luigi Firpo si è distinta negli ultimi
decenni, fra le numerose tematiche affrontate, anche per una particolare
attenzione allo studio dell’immaginario utopico. L’utopia, infatti, costituì uno
dei principali interessi del grande studioso torinese, la cui prefazione
all’Utopia di More fu persino plagiata da Silvio Berlusconi. Fra le diverse
iniziative promosse dalla Fondazione su questa tematica, spicca il convegno
internazionale dell’anno 2000, i cui interventi confluirono poi nel volume
Nell’anno 2000. Dall’utopia all’ucronia, curato da Bruno Bongiovanni e Gian
Mario Bravo, che rappresenta ancora oggi un riferimento cruciale per chi si
occupi di scenari utopici/distopici/ucronici nell’ambito italiano e non solo.
In questa linea si pone il congresso internazionale del 2023, Contemporary
Dystopian Imaginaries, che vede fra i promotori proprio una delle autrici del
volume suddetto, cioè Manuela Ceretta – ora professoressa ordinaria di Storia
del pensiero politico presso l’Università di Torino. Recentemente, parte dei
lavori di questo evento è confluita in questo libro agevole (Immaginari
distopici contemporanei) che va oltre una mera raccolta dei soli atti del
convegno.
Il volume risulta di particolare interesse anche per il lettore non specialista,
nonostante il taglio accademico della pubblicazione, in virtù dell’accessibilità
sia dei saggi ivi contenuti sia dell’argomento trattato, ormai pienamente al
centro dell’immaginario della società contemporanea. Con un’impostazione
interdisciplinare che alterna saggi di comparatistica, pensiero politico, media
e cultural studies, la raccolta è segmentata in quattro nuclei tematici che
accompagnano il lettore nel delineare l’evoluzione degli scenari distopici dalla
loro comparsa definita – Zamjatin, Huxley e Orwell, con incursioni nella
letteratura anti-utopistica del Settecento (Swift e dintorni) – per arrivare
alla stretta contemporaneità, con particolare attenzione alla produzione
estetica nel suo complesso, letteraria, cinematografica e seriale.
Il primo nucleo, Distopie e società digitale, si concentra sul ruolo della
distopia nella società attuale condizionata dai social network, dalla
pervasività della rete e dalla comparsa delle intelligenze artificiali Large
Language Model. Prendendo spunto dall’analisi degli episodi più significativi di
Black Mirror e dei romanzi distopici di Dave Eggers – esempi ricorrenti in
diversi saggi dell’opera – gli interventi delineano subito quello che sarà il
vero leitmotiv della raccolta, ovvero il carattere ambiguo della distopia
contemporanea, rispetto a quella classica della prima metà del Novecento. Già
nel secondo dopoguerra, infatti, autrici come Ursula Le Guin e Margaret Atwood
fanno da apripista alla caratteristica peculiare delle distopie contemporanee
successive al crollo dei grandi totalitarismi: il sostanziale dissolvimento
della distinzione fra utopia e distopia, all’insegna dell’ustopia immaginata da
Atwood o della ambiguous utopia accennata da Le Guin nel suo capolavoro The
Dispossessed: se nel Racconto dell’ancella, la Repubblica di Gilead non può che
risultare desiderabile – e non certo distopica – per la galassia sovranista
rampante nel mondo occidentale, in The Dispossessed la società anarchica di
Anarres è tutto fuorché perfetta e ideale. Questa impossibilità di distinguere
nettamente nella contemporaneità la distopia dall’utopia – nonché il suo
collocarsi in un presente prossimo al nostro invece che in un futuro
relativamente lontano – viene ben circoscritta nella prima parte e risulta una
costante anche nelle altre tre: proprio perciò un po’ dispiace che, per ovvie
ragioni cronologiche legate ai tempi di elaborazione dei contenuti, non abbia
potuto trovare spazio negli interventi l’analisi di due delle serie TV
distopiche più conturbanti del panorama televisivo attuali, quali Severance di
Ben Stiller e la recentissima Pluribus di Vince Gilligan, nelle quali le
conclusioni cui giungono molti dei saggi dell’antologia risultano ancora più
evidenti.
Tenendo conto di questo aspetto fondamentale, gli altri nuclei risultano si
focalizzano maggiormente su tematiche più limitate. Nel secondo, Corpi, immagini
ed emozioni, il problema del corpo nella distopia contemporanea viene affrontato
attraverso la lente degli studi post-coloniali e di genere, ma anche di quelli
inerenti alla disabilità e all’invecchiamento – come nel saggio di Ceretta e
Doria, forse quello più significativo della sezione. Il terzo nucleo, Economia,
lavoro e ambiente, affronta invece le letture distopiche delle società
tardo-capitaliste e delle loro problematiche, come la fine del lavoro, la crisi
climatica ed ecologica e anche la retorica del merito nel saggio di Alessandro
Dividus: particolarmente interessante risulta il contributo di Valentina Romanzi
sulle distopie di Dick e Doctorow, soprattutto in merito a quanto scrive sul
capolavoro Ubik, al netto dei debiti dichiarati verso il lavoro critico di Carlo
Pagetti.
Chiude la raccolta la sezione più strettamente politica del volume, Potere,
conflitti e violenza, di cui si segnalano, in particolare, i saggi di Angelo
Arciero sulle distopie contemporanee della sorveglianza – e le loro affinità e
divergenze con quanto scritto da Orwell e Foucault – e quello di Federico
Trocini, il quale mette in relazione il pamphlet di William Luther Pierce, The
Turner Diaries (ormai lettura obbligata per il suprematismo bianco), con i
romanzi anti-islamici di Pierfrancesco Prosperi, una saga in sensibile anticipo
rispetto al testo più significativo del filone, ovvero Sottomissione di
Houellebecq. Completano la sezione i saggi di Lara Righi e Donatella Possamai
sulle distopie della Russia post-sovietica – da segnalare soprattutto il secondo
sull’opera di Dmitrij Glukhovsky (costretto all’esilio per sfuggire all’arresto
dopo le sue considerazioni sull’“operazione militare speciale” in Ucraina) – e
quello di Gabriele Catania sul rapporto controverso fra la lettura distopica e
le previsioni geopolitiche (un campo in cui gli scenari speculativi non
risultano molto lungimiranti).
Nonostante la densità degli argomenti affrontati in poco meno di trecento
pagine, va ribadita l’accessibilità dell’antologia anche per il lettore non
specialistico, sia per lo stile fluido degli interventi sia in virtù della
capillare diffusione presso il grande pubblico di molte delle opere esaminate,
ormai pienamente parte del nostro inconscio collettivo contemporaneo, come i
saggi contenuti in Immaginari distopici contemporanei non mancano di
evidenziare.
L'articolo Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini / Un labirinto
di distopie proviene da Pulp Magazine.