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Un’autentica educazione alla pace richiede una concezione diversificata della pace
Prima di affrontare la questione dell’educazione alla pace, essenziale per ProMosaik da un punto di vista interculturale e interreligioso, vorrei tentare di definire il concetto della pace, calato nella cultura del mosaico. A mio parere, un buon approccio consiste nell’approccio etimologico sotto forma di un polilogo che comprende diverse prospettive, in cui diversi approcci etimologici si riuniscono e collegano tra loro. Il termine germanico “vride” si riferisce alla riconciliazione, vicinanza, unità e armonia. “Vride” indica l’assenza di guerra, ma una connotazione più antica che non dovremmo ignorare riguarda anche la demarcazione, la recinzione, ovvero indirettamente la conservazione della mia identità all’interno del mosaico delle culture. Quindi non cambio colore e mantengo la mia sfumatura cromatica all’interno del mosaico. Il termine latino “pax” invece risale al termine sanscrito “pak/pag” che significava allacciare, legare insieme, connettere. Questo termine mette in luce l’unità, sopprimendo in parte gli aspetti legati alla differenziazione e all’alterità. La pace unisce le persone, creando armonia tra loro. Il termine pak/pag indica un rimando all’utopia del cosmopolitismo armonico, in cui la pace sociale e universale è il riflesso dell’armonia interiore dell’individuo, quindi del microcosmo. Nelle lingue semitiche arabo ed ebraico, il concetto della pace si riferisce al benessere sul versante personale, sociale e politico, all’unità e all’integrità e quindi anche alla salute in senso lato. Una società pacifica significa dunque una società unita, sana e intatta. Di conseguenza, la pace dipende da tutti noi ed è un compito socio-politico di ogni individuo. Perché un tiranno è solo tiranno perché viene sostenuto. E la guerra non è più una guerra se nessuno ci va e nessuno prende parte agli atti di guerra. Si tratta di attivare la nostra capacità di pacificazione, visto che questo desiderio di pace secondo le analisi etimologiche sopra riportate sonnecchia in ognuno di noi. Noi tutti possiamo dare il nostro contributo per promuovere la pace socio-politica nel nostro piccolo e nel mondo. Abbiamo il diritto di interferire, di mostrare coraggio morale e di criticare apertamente gli abusi a danno della pace commessi nella nostra comunità e nella nostra società. Chi tace è complice della dittatura, della schiavitù e dell’assenza di pace. Chi tace, contribuisce a degli sviluppi fascisti all’interno di una società. Allo stesso tempo, si tratta di ricerca sulla violenza. Dobbiamo affrontare la violenza e le sue giustificazioni nelle culture e nelle religioni di questo mondo. La pace è il prodotto socio-politico dell’educazione alla pace. L’educazione, l’educazione alla pace, permette la nostra emancipazione dalla violenza. L’educazione non dovrebbe avvenire secondo il senso etimologico di “educare” o “educere”, ma piuttosto secondo l’etimologia araba “tarbiya”. “Tarbiya”, infatti, si ricollega ai concetti del miglioramento, della crescita, del sublime e dell’autonomia. Non ti spingo in una direzione, ma ti permetto di crescere. Ti accetto. Ti rispetto. Chi non viene accettato, uccide. É Caino ad uccidere Abele e non viceversa. Ecco il fulcro di un’autentica educazione alla pace nel quadro di una cultura del mosaico. I bambini vanno coinvolti sul piano emotivo. L’educazione nel senso di “tarbiya” si basa anche sull’autocritica e su un’educazione olistica del carattere all’insegna della verità, della rettitudine e della giustizia. L’oppressione in ambito pedagogico instaura una relazione fallita con sé stessi. Alfred Adler parla di un sentimento di inferiorità. E questo sentimento di inferiorità ha un legame incredibile con la guerra. Chi si sente inferiore sviluppa un bisogno insaziabile di uscire fuori dalla “palude” della propria inferiorità. Questa persona, dunque, farà di tutto per conquistare il potere secondo il principio machiavellico del fine che giustifica i mezzi. E uno dei metodi privilegiati per mantenere il potere è la guerra. Se invece dico di sì a me stesso, amo me stesso e sono stato “educato” come essere umano, mi oppongo a qualsiasi cultura della guerra e della giustificazione della violenza. L’educazione alla pace sostiene la pluralità, la diversità di opinioni e diversi punti di vista presenti in me stesso. La democrazia è in me. In me non esiste una dittatura che permette una sola opinione. Non si deve sopprimere il dubbio. La pace non è un ordine statico, ma consiste nell’accettazione della pluralità come la intende Erich Fried. In questo senso, ProMosaik si occupa della violenza insita nell’essere umano che si manifesta in numerose violazioni dei diritti umani, come le mutilazioni genitali femminili, l’uccisione di feti femminili, lo stiramento del seno, la schiavitù, la prostituzione coatta, lo stupro, l’abuso sessuale di bambini, la guerra, il terrorismo, il colonialismo, l’imperialismo, il razzismo, l’antisemitismo e l’islamofobia. La pace significa il riconoscimento del fatto che la vita è un conflitto. I miei impulsi e le mie passioni appartengono a me e alla mia pace. La pace non è qualcosa di statico. La pace non significa riposo, ma dinamismo, polilogo, polifonia e quindi contatto con le mie passioni più profonde. La politica è piena di aspetti legati all’emozionalità. E la politica deve essere legata alla dimensione dell’emozionalità. La sessualità fa parte della pace. E la stessa cosa vale per la mia disponibilità ad affrontare i conflitti. Perché se sono insoddisfatto, cado in preda alla guerra. Le persone felici creano una pace dinamica con un potenziale di cambiamento e un’estetica della sovversione. La pace statica, invece, a mio avviso costituisce la fase preliminare della dittatura e della guerra. Gli spauracchi sorgono perché sopprimiamo le nostre contraddizioni e poi non vediamo più gli aspetti negativi in noi stessi e li proiettiamo sugli altri per poi puntare il dito contro questi altri, che non mostrano e rendono visibile nient’altro che ciò che è in noi stessi. Di Milena Rampoldi, ProMosaik. ProMosaik
June 26, 2026
Pressenza
Napoli, dal dolore del lutto all’attivismo collettivo
Dall’esperienza di Paolo Siani e dalla memoria di Giancarlo Siani nasce una riflessione sulla legalità come spazio di cura, responsabilità e trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il pensiero critico dona, a mio parere, la facoltà di analisi delle cose del mondo non solamente per come appaiono all’individuo, ma per la loro stessa sostanza e per l’essenza di cui sono fatte. Questo pensare indipendente, libero e profondo costituisce la scena del dubbio e della riflessione e non necessariamente rompe d’improvviso gli equilibri stabiliti, ma può costruire, invece, il legame con la verità dell’umano e strutturarne una rete comunitaria nuova che tenta la via del giusto e del bene. A Napoli l’incontro con Paolo Siani – pediatra, politico, fratello di Giancarlo Siani, giornalista assassinato dalla camorra – ha svelato l’importanza dei sentimenti e il senso di una memoria viva che immagina il passato come esperienza di cambiamento e fonte centrale di un futuro ricco di vita. Probabilmente, è qui che si trova il senso delle Piazze della Legalità come proposta di luoghi in cui si incontrano pratiche educative e culturali che diventano espressioni spontanee della realtà. Spazi che animano i cittadini in un dialogo comprensivo delle diversità e in ascolto dell’eterogeneità. La Legalità intesa come costruzione di relazioni di pace per la pace, in cui l’altro, sentito tante volte inquietante, resta vivo in ognuno di noi: sono i quartieri deprivati di Napoli derubati della parola e delle emozioni, quartieri in cui proliferano cicatrici simbolo di emarginazione e di degrado, dove la speranza, però, è sempre sognata come conquista di libertà. L’idea della Legalità sembra dirci che il dolore della perdita può diventare energia trasformata e trasformabile in attivismo collettivo che, attraverso il processo del lutto, sia al servizio di uno Stato di diritto e di un governo-in-agorà di condivisioni e dibattiti, di una società in cui circoli la δικαιοσύνη, virtù dell’essere giusti e dell’equilibrio interiore, legame tra bellezza, armonia e giustizia dove etica ed estetica sono in contiguità per il buon vivere comune. A. Camus, nel 1951, scrive: “Il ribelle respinge la servitù e si afferma uguale al padrone. Vuol essere padrone a sua volta”. “L’essere contro”, molte volte, non basta e il restare in opposizione non è sempre sufficiente. Bisognerebbe, forse, includere la parte del mondo escluso e tenuto ai margini, progettare una terza strada garante del diritto alla continuità della vita, uno Stato che nel suo esistere pratichi il fare eterogeneo e differente, plurale. Non credo che Camus demonizzi la rivolta e il moto di ribellione interiore, ci allerta, però, rispetto all’azione collettiva quando insorge e prova a indicarci un sentiero che va oltre e al di là del rivoluzionario. Sembra farci intravedere, tra le righe del discorso, un passaggio incompiuto e capace di avviare uno sforzo nell’uomo che cerca la propria umanità smarrita, una possibilità come terza via, appunto, oltre il male e il bene. L’alternativa sarebbe fermarsi, purtroppo, alla rabbia distruttiva di un lutto mai elaborato, ripetitivo e, perciò, mortale che va verso il nulla e l’annichilimento. Immaginiamo un processo di accettazione di ciò che è mancante e fragile, che appartiene a ogni essere umano che desidera arrivare alla virtù dell’essere giusti: ebbene, in ognuna di queste persone esisterà una lotta interiore tra la parte buona e quella cattiva e la risposta sarà, spesso, che è l’altro il cattivo, non noi. È a questo punto che ci viene in soccorso l’antica Grecia, di nuovo, con il concetto di ἁμαρτία. L’individuo compie un errore tragico in cui non c’è colpa né peccato, ma una valutazione inesatta o distorta della realtà che innesca rovina e catastrofe. Il crimine e le azioni criminali sono, in questo senso, segni indelebili di rotture nei quartieri marginali e tenuti abbandonati; in questo senso, il significato della Legalità diventa un’azione verso un presidio che sia spazio accessibile per la prevenzione dell’atto criminale e del vivere con il male, nel senso del fare nocivo, un luogo che accoglie non solo chi già conosce un buon modo di stare al mondo, ma anche chi vuole comprendere una nuova lingua, un linguaggio d’amore e non di morte per non morirne. Ci chiediamo se esiste un dolore che non rivendica altro male ed esclusione sociale, ma che agisca per il superamento del sentire bruto dell’uomo. La speranza è che si continui a lottare insieme con chi non ha avuto mai voce, con chi ha avuto la parola e l’ha usata solo come lettera morta e desolata, con chi ha solo distrutto e non ha ancora costruito. Nessuno, in definitiva, è un giustiziere e nessuno, al tempo stesso, può tracciare una linea netta tra il buono e il cattivo perché è su questo confine delicato che si gioca la posta della vita, sulla soglia di un lavoro verso il divenire animale umano in cui si possa evolvere e provare a non lasciare indietro nessuno, o quasi. La Legalità ha molto a che fare, quindi, con le azioni in soccorso dei più fragili, degli ultimi, degli esclusi e degli svantaggiati in attesa che il proprio desiderio possa nascere e svegliarci tutti, finalmente. Può significare, però, stare in rapporto con l’eroe del negativo e il suo legame con la pulsione di morte, un’energia distruttiva in cui “l’alternarsi di illusione e delusione” ripete infinitamente un circolo di frustrazioni che rimandano a un futuro assente e che mai arriverà per lui, un eroe che, in fondo, nel suo opporsi senza freni alla vita, in una ripetizione di sofferenza per sé e per gli altri, cerca l’amore come forza generatrice che superi l’onnipotenza e la perdita. Quanto è difficile, allora, aver fiducia in una società buona, giusta e responsabile, in una comunità “benevola” in cui pesa l’aspetto costruttivo dell’uomo che non resta imprigionato dentro un dolore che muove solo rabbia e distruzione: è il giusto che rischia, qualche volta, di diventare esso stesso un crimine se è un’azione senza pensiero in cui l’altro-estraneo-diverso è ucciso e fatto fuori dentro un modo-di-fare esso stesso impoverito. M. Serao ci ricorda molto bene la mancanza di uno Stato giusto quando scrive: “Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, […], per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, […], non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla”. È una donna che prende parola, un animo giovane che attraversa il tempo e i confini e sembra dirci che una città è sicura se vive la bontà del suo essere umano che ci restituisce la capacità di sentire l’altro amico e non nemico. Così vive Napoli quando il lutto traccia la via per la costruzione e la riparazione dei suoi morti ammazzati: come può vivere la perdita una città che da sempre è divisa tra buoni e cattivi? La dinamica del lutto vuole uno sconfinamento del narcisismo e dell’onnipotenza e solo se diventiamo mortali conquistiamo il diritto di pensare il limite, garanzia di una vita viva che inglobi la necessità di non avere martiri né eroi, ma uomini e donne che siano di riferimento per la storia. Forse, è proprio la bontà e l’essere giusti insieme che abilitano l’uomo a non addormentarsi evolvendo il suo essere originario-primitivo. L’augurio è che il Presidio/Piazza di Legalità sia in difesa e fonte di acquisizione dei diritti e dell’accoglienza del diverso, un luogo di equità in cui l’istituzione viva del suo imparare a stare con la bellezza come ingrediente unico di disarmo. Probabilmente, è “dal basso” che si può ricevere, in via preventiva, un patto di non belligeranza, è nella possibilità di nutrire il pensiero analitico e libero all’interno delle scuole, delle università, delle associazioni culturali e politiche, dei centri di sperimentazione delle arti e mestieri, delle società di ricerca filosofica, medica e psicologica: luoghi attivi per una comunità che educa con la pace e alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, sempre. Fonti * Camus A. (1951). L’uomo in rivolta. Bompiani, Milano, 1976. * Fabozzi P. Dispiegando margini. Nei dintorni di D.W. Winnicott. E oltre. FrancoAngeli, Milano, 2024. * Fraire M. / Baldassarro A. (a cura di). Perché il male. La psicoanalisi e i processi distruttivi. Mimesis, Milano, 2017. * Freud S. (1907). Gradiva. Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen. Bollati Boringhieri, Torino, 2015. * Serao M. (1884). Il ventre di Napoli. BUR, Milano, 2018. Antonella Musella
June 22, 2026
Pressenza
Fiabe per la pace – ProMosaik Children intervista la redattrice Mariya Traore dall’Ucraina
ECCO L’INTERVISTA DI MILENA RAMPOLDI CON LA CAPOREDATTRICE DI PROMOSAIK CHILDREN, MARIYA TRAORE DALL’UCRAINA, CHE SI OCCUPA DELLA PUBBLICAZIONE DI FIABE DA TUTTO IL MONDO. IN QUESTA INTERVISTA, MARIYA CI PARLA DELLE FIABE UCRAINE E DEL LORO POTENZIALE PER L’EDUCAZIONE ALLA PACE. -------------------------------------------------------------------------------- Perché cooperi con ProMosaik Children? Mariya Traore: Per me, ProMosaik Children è un piccolo raggio di speranza in un mondo dominato dalla guerra e dal militarismo. Io stessa ho vissuto questa cultura della guerra quando ho dovuto lasciare il mio paese natale, l’Ucraina, dopo l’invasione russa. In questi anni di pubblicazione di fiabe sono giunta alla conclusione che una cultura di pace inizia con l’educazione dei bambini. Perché come affermò il grande scrittore russo Lev Tolstoj nel suo romanzo “Guerra e Pace”: > “Tutto dipende dall’educazione.” Credo fermamente che non ci possa essere pace senza una vera pedagogia interculturale della pace. Pertanto, nell’ambito delle nostre modeste possibilità, mi sforzo di pubblicare libri di fiabe da tutto il mondo. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ho cercato di attirare l’attenzione sulla necessità di un’autentica cultura della pace nel mio paese pubblicando fiabe ucraine. Hai anche pubblicato due volumi russi. Quanto è importante il dialogo tra i due popoli? Mariya Traore: Credo che le differenze etniche e culturali non siano un ostacolo alla pace. Perché le somiglianze sono più delle differenze. Le differenze possono essere messe in rilievo in modo costruttivo. Ma allo stesso tempo, sono positivamente eclissate dalle somiglianze dovute al fatto che siamo tutti esseri umani. Se guardiamo le fiabe raccontate in tutto il mondo in tutte le tradizioni culturali, oltre alle differenze culturali specifiche, notiamo enormi intersezioni che ci aiutano a trovare la nostra strada verso una pedagogia della pace costruttiva e culturalmente diversificata. Anche le tematiche legate al dialogo interreligioso possono essere integrate nell’educazione alla pace. In questo contesto, vorrei riportare due citazioni, la prima di Lev Tolstoj, che disse: > “Se tutti combattessero per le proprie convinzioni, non ci sarebbe la guerra.” La seconda è dell’autrice ucraina di libri per bambini Oksana Lushchevska che afferma: > “La guerra non riguarda nazioni, classi o identità razziali. La guerra rende > tutti i popoli uguali.” Perché le fiabe sono così importanti nell’educazione alla pace? Non esiste un mondo privo di conflitti e discussioni. E i bambini lo capiscono già alla scuola dell’infanzia, quando hanno i primi problemi nella lettiera o quando giocano con gli altri. Pertanto, esiste un potenziale naturale di conflitto nell’essere umano. E analizzando le fiabe, notiamo precisamente questo aspetto. Le fiabe parlano di conflitti e scontri tra il bene e il male. Alla fine, vince il bene, ma il conflitto nella fiaba viene affrontato. Sono convinta che la terapia delle fiabe rappresenti un’area importante della biblioterapia che viene spesso sottovalutata. I bambini vivono il conflitto che succede nella fiaba. Si identificano con il protagonista che rappresenta il bene e non con l’antagonista. Alla fine, la pace trionfa e il dialogo ferma i conflitti e la violenza. Quali sono le tematiche principali delle fiabe che hai pubblicato? La mia posizione al riguardo è la seguente: Dividerei tutte le fiabe che ho pubblicato finora in tre categorie. Da un lato ci sono le fiabe magiche, che si concentrano completamente sui protagonisti magici e sugli incantesimi magici e, per così dire, sono ambientate in un mondo magico al di fuori della realtà. Seguono poi i racconti sociali, che, d’altra parte, riflettono le condizioni sociali esistenti. E tra queste due categorie, vorrei posizionare le fiabe sociali magiche. Nelle fiabe, gli animali parlano e le persone si trasformano animali. Questo accade, ad esempio, nella fiaba intitolata “Рак-неборак ‹ його в‹ рна” (“Il povero cancro e la sua moglie fedele”), in cui un uomo si trasformò in cancro. Un altro esempio è la fiaba “Про жар-птицю та вовка” (“Sull’uccello di fuoco e il lupo”). Nelle fiabe sociali, d’altra parte, le persone normali appaiono come “eroi”. Ci troviamo dunque nel mondo dei cosiddetti eroi quotidiani. Queste fiabe trattano dello sfruttamento dei poveri da parte dei signori e dei latifondisti. In queste fiabe, i ricchi vengono derisi e puniti, mentre i poveri diventano i veri ricchi. Un tipico esempio di una fiaba sociale di questo tipo è “Лк Тимофщй вЛдвз панЛв до пекла” (“Come Timofij portò i cavalieri all’inferno”) o “Про бЛдного парубка ‹ Марка багатого” (“Su un povero e il midollo ricco”). Ci sono anche fiabe sociali magiche in cui accade un miracolo. Le persone si trasformano in animali e agiscono nel loro ambiente sociale. Nella fiaba “Свинка-Парасинка” (“Scrofa Parasynka”), una giovane donna si trasforma in una scrofa. Alla fine, un uomo che ha preso in giro il povero ragazzo durante il suo matrimonio con Parasynka viene punito per la sua stupidità e la sua arroganza. Quanto è importante la traduzione nell’ambito della cultura delle fiabe? La traduzione di fiabe è essenziale per promuovere il dialogo interculturale e interreligioso, che è cruciale per l’educazione alla pace fin dall’infanzia. Infatti, i bambini che amano la pace, da grandi non vanno in guerra. Questa idea non va respinta come banale o semplicistica, ma pensata fino in fondo: Se aumentiamo il numero di obiettori di coscienza al punto che nessun futuro adulto aspiri a una carriera militare, garantiremo questa meravigliosa pace attraverso l’educazione della prima infanzia. Più i bambini imparano a conoscere le fiabe di altri paesi attraverso le traduzioni nella loro lingua madre, più riconoscono le differenze e le somiglianze al di là delle differenze culturali, etniche, religiose e sociali/economiche che caratterizzano il fatto che siamo tutti esseri umani. di Milena Rampoldi ProMosaik
June 18, 2026
Pressenza
Scampia, in marcia per la pace i bambini delle scuole dell’infanzia
L’iniziativa dell’Ottava Municipalità ha coinvolto alunni, insegnanti e famiglie delle scuole comunali. Si è svolta questa mattina a Scampia la prima Marcia della Pace delle scuole dell’infanzia comunali dell’Ottava Municipalità di Napoli. L’iniziativa, promossa dal coordinamento pedagogico e dalle insegnanti del territorio con il sostegno dell’Assessorato all’Istruzione e alle Famiglie del Comune di Napoli, ha coinvolto bambini, docenti, personale scolastico e famiglie. I partecipanti hanno attraversato le strade del quartiere con cartelloni e messaggi dedicati alla pace, dando vita a una manifestazione che si inserisce nel percorso avviato dalla città nell’ambito della Rete degli Enti Locali per la Pace. L’iniziativa fa seguito anche all’impegno assunto dall’amministrazione comunale in occasione della partenza, il 19 febbraio scorso da Napoli, del Giro d’Italia per la Pace. «Vedere i bambini delle nostre scuole dell’infanzia sfilare per la pace, proprio qui a Scampia, è il segno tangibile di una città che vuole costruire il proprio futuro sui valori dell’accoglienza, del dialogo e della convivenza civile», ha dichiarato l’assessora all’Istruzione e alle Famiglie, Maura Striano. Secondo il Comune, l’obiettivo dell’iniziativa è stato quello di promuovere nei più piccoli una riflessione sui temi della condivisione, del rispetto reciproco e della risoluzione pacifica dei conflitti quotidiani, attraverso un percorso educativo sviluppato all’interno delle scuole del territorio. Fonte: Comune di Napoli – Ufficio Stampa. Redazione Napoli
June 15, 2026
Pressenza
Impronte di pace: per chi ha fra 15 e 34 anni
il progetto gratuito (ma i posti sono limitati) lungo i cammini del Biellese Esplora. Cammina. Trasforma. Parte Impronte di Pace: un progetto gratuito per chi ha tra i 15 e i 34 anni e vuole vivere il territorio, imparare competenze nuove, partecipare ad attività artistiche, formative, ambientali e di cittadinanza attiva lungo i cammini del Biellese. È possibile partecipare ad
Diritto al gioco… di guerra?
MIR Napoli stigmatizza la presenza delle Forze Armate all’iniziativa ASL – UNICEF di Avellino per il diritto al gioco Si è svolta domenica 24 maggio ad Avellino l’iniziativa sul “diritto di giocare e crescere insieme”, promossa dal locale Comitato provinciale dell’UNICEF e dall’ASL territoriale. Insieme a varie iniziative ricreative, però, in quella occasione erano presenti anche postazioni di ben tre forze armate: Esercito Italiano, Carabinieri e Guardia di Finanza, mescolando impropriamente al concetto di ‘gioco’ esercitazioni al tiro col fucile, di lotta e di altre pratiche militari che nulla hanno a che vedere con un’attività ludica rivolta a bambini e ragazzi. «A nome del Movimento Internazionale della Riconciliazione, storica organizzazione italiana per la pace e il disarmo, esprimo sconcerto e riprovazione per questo subdolo tentativo di militarizzare ancora una volta non solo la cultura e la scuola, ma anche lo sport e le attività ricreative per l’infanzia – ha dichiarato Ermete Ferraro, presidente nazionale e coordinatore locale del MIR – Ancora una volta colpisce che a prestarsi a questa pericolosa commistione di gioco e attività di ambito militare sia l’organizzazione internazionale che, per statuto, più dovrebbe tutelare il diritto dei minori alla pace ed al benessere. Purtroppo, però, già in altri casi l’UNICEF regionale ha promosso iniziative che vedevano la partecipazione delle forze armate, contraddicendo alla missione della Fondazione che “ispira la sua attività al principio che tutti i bambini abbiano il diritto di sopravvivere, crescere e realizzare le proprie potenzialità per il beneficio di un mondo migliore per ogni bambino ovunque”.» Alcune sconcertanti immagini allegate – ricavate da un video sulla manifestazione https://www.youtube.com/watch?is=MRNF41DbY7afx8xv&v=hS0R0LR-TVo&feature=youtu.be mostrano infatti bambini che impugnano e puntano fucili più grandi di loro, esercitazioni alla lotta ed al pugilato ed un’inutile esibizione di uniformi, armi e attrezzature militari. «Che UNICEF, ASL e Consorzio Servizi Sociali A5 promuovano il diritto al gioco, alla salute ed alla socialità con una manifestazione dove si esibiscono strumenti di guerra è davvero intollerabile. Il MIR disapprova questa scelta ed invita invece a lanciare messaggi ben diversi, di educazione alla pace, a relazioni solidali ed a soluzioni dei conflitti prive di violenza» ha concluso Ferraro. CONTATTI Ermete FERRARO Cell. e WhatsApp: 349 3414190 Email: ermeteferraro@gmail.com – mirnapoli@virgilio.it Web: https://www.facebook.com/napolimir Redazione Napoli
May 26, 2026
Pressenza
LA PACE SI FA A SCUOLA
Riceviamo, da un’insegnante cagliaritana di scuola secondaria di primo grado, il racconto di una bella esperienza di “educazione alla pace” LA PACE SI FA A SCUOLA Giornate di primavera: poesia, pace, natura e solidarietà Il 1° aprile, le alunne e gli alunni della scuola secondaria di I grado “Antonio Cima” (con il coinvolgimento dei piccoli alunni di una classe seconda
A San Casciano a scuola si semina pace
Il 28 Marzo si è svolta la prima edizione di “SEMI DI PACE. DIALOGHI, STRUMENTI, LABORATORI SULL’EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA, PICCOLI SEMI PER COSTRUIRE LA PACE, DENTRO E FUORI LA SCUOLA”.   Un gruppo di docenti dei tre ordini di scuola dell’I.C “il Principe” di San Casciano in Val di Pesa (FI), ha lavorato per mesi, in sinergia con la Dirigente Scolastica, ad un evento che richiamasse la cittadinanza e la scuola al proprio impegno nella costruzione della Cultura di Pace, non come un concetto astratto, non come qualcosa di troppo arduo, ma come quell’insieme di competenze relazionali ed emotive che si esercitano attraverso l’ascolto empatico, l’accettazione dell’altro, il prendersi cura delle relazioni umane, la gestione nonviolenta dei conflitti. Alla scuola spetta il compito di essere il grande laboratorio di possibilità e trasformazione, allenando giorno dopo giorno il modo in cui adulti e ragazzi interagiscono.  Il lavoro di creazione ha portato a individuare alcuni di quei SEMI che, come società civile, abbiamo il dovere di custodire e di praticare, per dare un segno tangibile di impegno contro l’indifferenza e l’individualismo.  Quando entriamo in relazione con i ragazzi, Come ascoltiamo? Come rispondiamo? Come trasformiamo un conflitto? Come portiamo il i nostri corpi e i nostri pensieri nello spazio con l’altro? Come costruiamo fiducia nelle relazioni tra noi adulti e con i ragazzi di cui siamo le guide? Per rispondere a queste domande la giornata è stata organizzata come un ciclo di laboratori esperienziali condotti da formatori e formatrici di alto livello capaci di testimoniare, con la loro vita e la loro professione, alcune delle pratiche possibili, per grandi e per i più piccoli. Tra questi: Olivier Turquet e Camilla Mucè (Piccola Scuola di Pace G. Ontanetti Firenze), Ivan Radicioni (maestro di Aikido e meditazione), Martina Frullanti NINA (Death Education), Michele Redaelli e Fabrizio Martini (Teatro di Comunità -Le Piagge Firenze), Associazione Buriana, La Spiegatrice… Durante la giornata questi valori sono diventati non solo idee, ma esperienze, storie, parole, corpi, emozioni, strumenti, gesti, musica, lavoro di squadra, oltre le maschere dei ruoli. Una giornata che ha intrecciato pedagogia della Nonviolenza, educazione emotiva, giochi cooperativi, arti marziali non competitive, pratiche di crescita interiore e ascolto corporeo, intima scrittura e di espressione, Teatro dell’Oppresso, arti, musica, partecipazione, generazioni a confronto, collaborazione, risate, abbracci e lacrime di commozione. Chiunque sia passato a curiosare o abbia preso parte ai Laboratori Semi, ha potuto provare concretamente, mettendosi in gioco, che portare attenzione alle relazioni e prendersi  cura della comunicazione genera immediati e duraturi effetti positivi sulla qualità della vita, a testimonianza che la Pace si costruisce giorno per giorno nelle piccole azioni. Una giornata per ricordarci ancora e ancora che come insegnanti, docenti e genitori siamo chiamati a rispondere in modo concreto, attivo ed urgente alle domande del nostro tempo, come guide centrate, capaci di prendersi cura.  E di fare la differenza. Siamo convinte che sperimentare a più livelli gesti concreti di dialogo, presenza, gentilezza e rispetto sia ancora la via per trasformare scuola, famiglie e comunità. Vogliamo credere che, nel nostro piccolo, possiamo ancora fare la differenza, vogliamo tenere viva e accesa la Luce in  questi tempi tenebrosi. Chiara Li Vecchi, Gruppo Docenti Semi di Pace Redazione Toscana
April 15, 2026
Pressenza