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“LA RESISTENZA HA FERMATO, PER ORA, I PIANI DELLE POTENZE CAPITALISTE CONTRO L’AUTOGOVERNO IN ROJAVA”, INTERVISTA AD HAVIN GUNESER
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici dell’assemblea dell’Academy of Social Science e già portavoce della campagna “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan”. Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan. Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est all’interno di quella che il movimento di liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale. Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli. Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine, abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca di Imrali. Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano. Ascolta o scarica. Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin Guneser. Listen or download.   Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser: Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e all’accordo di cessate il fuoco? Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i curdi, il popolo curdo. Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come saranno le cose in Medio Oriente. E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o luoghi simili. Questo è un livello. Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100 anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su come risolvere i conflitti in Medio Oriente. Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni. Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh. Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran, sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente. Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale, sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse. Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento. È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un soffio. Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più. Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona, dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli propone. Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto, l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono “avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo. Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere qualche guerra per conto loro. Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del Medio Oriente. Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno. Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché una volta iniziato è impossibile fermarlo. Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo, l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente. Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno, mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle donne e la nazione democratica nella regione. Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero fretta di concludere tutto molto rapidamente. Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con grande sicurezza. Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche diversi media occidentali. Perché? Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti milioni di dollari sulla sua testa. Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha permeato ogni angolo delle procedure statali. Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria. Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi, con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto rapidamente. E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel – ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti, ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si sono trasformati. Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire, abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la combattente fosse giovane. Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è tutta una questione di “campismo”. Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo. Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo. Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste settimane? Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente, mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione. Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio, il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme genocidio, di una resistenza e lotta in Siria. Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15 febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi. Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede. Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire, quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi. Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era così. Questa informazione non era stata divulgata. Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile, realistico, diciamo… Quello realistico sul campo. Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50 anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’. E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di cui stiamo parlando. La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.
February 9, 2026
Radio Onda d`Urto
ROJAVA: COSA PREVEDE IL CESSATE IL FUOCO TRA AMMINISTRAZIONE AUTONOMA E DAMASCO? COME CI SI È ARRIVATI?
Oggi, lunedì 2 febbraio 2026, in Siria sono stati compiuti i primi passi per implementare sul terreno l’accordo di cessate il fuoco annunciato nei giorni scorsi dal cosiddetto governo di transizione di Damasco e dall’Amministrazione autonoma del Rojava. L’intesa è stata raggiunta dopo un mese di offensiva su larga scala da parte delle milizie di Al Jolani e di resistenza da parte delle Forze Democratiche Siriane. L’accordo prevede un cessate il fuoco permanente, con l’allontanamento di entrambi gli eserciti dalla linea del fronte, e una road map per l’integrazione delle strutture militari e civili costruite dalla rivoluzione confederale all’interno dello stato siriano. Secondo il testo, le Forze democratiche siriane verrano integrate dal Ministero della Difesa siriano in blocco, come brigate che si occuperanno della difesa del cantone di Cizire (Heseke, Qamishlo, Derik) e del cantone dell’Eufrate, quello di Kobane. Anche le Ypj, le Unità di protezione delle donne, non dovranno sciogliersi, anche se su questo punto le trattative sulle modalità di integrazione sono ancora in corso. Le Forze democratiche siriane non potranno entrare nelle città di Heseke e Qamishlo, ma dovranno limitarsi alle basi fuori città. Così come non vi potranno entrare le truppe di Al Jolani/Al Sharaa. La sicurezza interna delle città sarà garantita dalle forze di sicurezza interna dell’Amministrazione autonoma (Asayish), che verranno integrate dal Ministero dell’Interno di Damasco. Sul piano civile l’intesa prevede il passaggio della gestione di alcune infrastrutture (come i pozzi petroliferi e l’aeroporto di Qamishlo) e dei confini (Semalka, con la regione del Kurdistan in Iraq, e Nusaybin, con lo stato turco) a Damasco, con il mantenimento dei funzionari e dipendenti dell’Ammministrazione autonoma, cui verrà garantito il mantenimento del posto di lavoro. Le istituzioni dell’autogoverno, organizzate da 14 anni secondo il modello del confederalismo democratico, non verranno sciolte e continueranno a svolgere le loro funzioni. In base all’accordo, inoltre, i diplomi e i certificati rilasciati dalle istituzioni educative dell’Amministrazione autonoma saranno riconosciuti dal governo centrale. In questa cornice oggi, lunedì 2 febbraio, un primo contingente di truppe del cosiddetto governo di transizione siriano è entrato – in maniera simbolica e sotto la supervisione delle Forze democratiche siriane – nella grande città di Heseke. Il centinaio di uomini di Damasco, spiegano le Forze democratiche siriane, se ne andranno non appena avranno portato a termine il proprio incarico di supervisione delle prime fasi dell’accordo. Lo stesso dovrebbe accadere domani a Qamishlo. “A questo accordo si è arrivati con la Resistenza. Per un anno Al Jolani ha cercato di imporre una debacle totale alle conquiste della rivoluzione. La resistenza sul terreno e la mobilitazione generale, in Kurdistan e in Europa, di queste settimane hanno fatto capire al regime e i suoi padrini occidentali che non avrebbe conquistato le regioni a maggioranza curda con la stessa facilità con cui ha preso le regioni a maggioranza araba del sud dell’Amministrazione autonoma”, commenta Mattia Berera, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Ovviamente è un compromesso: oggi la rivoluzione è abbastanza forte da non accettare meno di questo, ma non è abbastanza forte da ottenere di più”, aggiunge Berera. “Il fatto che l’accordo venga implementato e rispettato è tutto da vedere, perché è stato stipulato con un nemico tra i più feroci. Non è detto che lo stato siriano mantenga la parola data. L’unica garanzia sono la mobilitazione generale della società del Rojava e la Resistenza“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, dell’Accademia della modernità democratica. Ascolta o scarica.
February 2, 2026
Radio Onda d`Urto
ROJAVA: DAVIDE GRASSO, “IL MOVIMENTO CONFEDERALE IN SIRIA PAGA LA SUA AMMIREVOLE COERENZA”
“Il movimento confederale paga la sua ammirevole coerenza: pensiamo a quanti soldi, oltre che posti di rilievo nel nuovo governo, sono stati offerti in questi mesi ai rappresentanti delle Sdf e della Daanes in cambio dell’abbandono della propria causa ideologica, per porre fine alle tensioni in Siria e permettere ai capitali internazionali di arrivare, cominciare la depredazione delle risorse e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro siriana secondo i crismi del FMI, cui Al-Sharaa ha aderito dopo che per anni la Siria non ne aveva fatto parte. Ora, invece, stanno rischiando moltissimo e si stanno preparando a proteggere le comunità in caso di un eventuale attacco. È un movimento che non fa dichiarazioni roboanti ma, se si guarda ai fatti, mantiene ferme le sue convinzioni e in questo è un esempio“. Sono le parole con cui Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, ha commentato quanto sta accadendo in Siria del nord-est e Rojava in queste ore ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Nell’intervista abbiamo parlato dell’attacco totale delle milizie salafite di Damasco contro la rivoluzione del confederalismo democratico, anche a partire dall’articolo da lui pubblicato su Dinamo Press dal titolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo. Con lui abbiamo commentato le enormi conquiste politiche e sociali ottenute dalla rivoluzione confederale nei territori dell’Amministrazione autonoma, ma anche le contraddizioni e i limiti che caratterizzano “ogni rivoluzione che ha luogo nel mondo reale”. Nell’intervista, Davide Grasso spiega anche perché, a suo avviso, “non ha senso stupirsi che l”Occidente’ abbia ‘abbandonato’ i ‘curdi’ suoi ‘alleati'” ma, al contrario, avrebbe senso stupirsi del fatto “che per un decennio un movimento socialista e democratico sia stato supportato, sia pur solo militarmente, perché contro un nemico come Daesh gli islamisti ostili ad Assad non avevano e non hanno avuto capacità o voglia di combattere”. Infine, abbiamo affrontato il tema di una delle fake-news sulle quali la propaganda turco-jihadista – e in generale dei nemici della rivoluzione del Rojava – insiste particolarmente: la presunta alleanza tra l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est e lo stato di Israele. “Essa non è mai stata provata perché non è mai esistita, ma conferma ancora una volta la povertà e la pateticità del discorso politico contemporaneo, in Medio oriente non meno che in Europa”, commenta Davide Grasso. Al contrario, aggiunge Grasso, “è davvero rimarchevole che la Daanes, nonostante l’assedio diplomatico sempre più soffocante da parte di Damasco (e di Turchia e Giordania) non abbia mai ceduto alle lusinghe israeliane, accettando l’isolamento globale piuttosto che tradire i valori che ispirano le sue avanguardie (i primi martiri del Pkk caddero al fianco dei Palestinesi in Libano nel 1982)”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Davide Grasso, ricercatore al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. Ascolta o scarica.
January 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Siria, le forze governative s’impadroniscono del nord-est curdo
L’esercito siriano avanza nel territorio controllato dai curdi . Le Forze Democratiche Siriane (SDF) accusano le forze siriane di violare l’accordo di ritiro, attacando città chiave e giacimenti petroliferi. Gli Stati Uniti hanno esortato le truppe siriane a interrompere l’avanzata attraverso il territorio controllato dai curdi nel nord della Siria, mentre continuano degli scontri con le forze a guida curda per il controllo di postazioni strategiche e giacimenti petroliferi lungo il fiume Eufrate. Durante il fine settimana, le forze governative siriane si sono impossessate del giacimento petrolifero di al-Omar, il complesso del gas Conoco nel governatorato di Deir Az Zor e della diga di Tabqa, nel governatorato di Raqqa. L’operazione è stata annunciata come un risultato militare, ma il suo significato arriva ben oltre le mappe e le linee militari. Tocca la struttura stessa dell’economia politica della Siria e la fragile architettura degli accordi mentre le Forze Democratiche Siriane (SDF) accusano le forze siriane di violare l’accordo di ritiro, attaccando città chiave e giacimenti petroliferi. Nel frattempo, la perdita di controllo delle SDF sulle aree ricche di risorse riduce la loro indipendenza finanziaria e vincola la governance nelle zone precedentemente autonome. Ne parliamo con Murat Cynar
January 20, 2026
Radio Blackout - Info
SIRIA: ROJAVA SOTTO ATTACCO. JACOPO BINDI: “È UNO SCONTRO POLITICO TRA OPZIONI DIVERSE PER IL MEDIO ORIENTE”
In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese. Quello appena trascorso è stato un fine settimana di durissimi scontri su tutta la linea di contatto tra le Forze siriane democratiche – l’esercito rivoluzionario del Rojava – e le truppe del governo di transizione di Al-Jolani/Al-Sharaa. “Questa guerra ci è stata imposta. È stata pianificata da molte forze”, ha dichiarato la sera di domenica 18 gennaio Mazloum Abdi, il comandante in capo delle Sdf. Il riferimento è all’evidente intesa tra i sostenitori di Damasco – dagli Usa alla Turchia, dagli stati dell’Ue a Israele – per dare il via libera alle milizie filoturche e liquidare l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est. Dopo l’avanzata, i bombardamenti indiscriminati sui civili, i massacri e le torture nei quartieri a maggioranza curda di Aleppo tra il 6 e l’11 gennaio, le milizie salafite di Damasco hanno ammassato per giorni uomini e mezzi su vari punti del confine tra i territori controllati dal governo autoproclamato e quelli dell’Amministrazione autonoma settentrionale e orientale. Nel fine settimana è iniziata l’escalation. Sabato 17 gennaio, i miliziani dell’esercito siriano hanno teso un’imboscata alla colonna delle Forze siriane democratiche che abbandonava la città di Deir Hafer, a ovest del fiume Eufrate, come concordato per raggiungere un cessate il fuoco. Contemporaneamente, decine di migliaia di uomini delle milizie hanno attaccato le città a maggioranza araba di Tabqa, Raqqa e Deirezzor, entrate a far parte dell’Amministrazione autonoma tra il 2017 e il 2019 nell’ambito della guerra di liberazione dall’occupazione degli jihadisti di Isis. Dopo ore di combattimenti intensi – con pesanti perdite per le Forze siriane democratiche ma anche per l’esercito di Damasco – le forze di autodifesa del Rojava hanno lasciato Tabqa, Deirezzor e una parte del territorio di Raqqa per, ha spiegato Mazloum Abdi, “evitare la guerra civile, con ulteriori uccisioni, in particolare tra i civili, fermare le morti prive di senso e un conflitto i cui esiti non sarebbero stati positivi”. Proprio dall’area di Raqqa ancora sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma, la mattina di lunedì 19 gennaio le Forze siriane democratiche e le Ypj (le Unità di protezione delle donne) hanno riferito di attacchi delle milizie governative alle postazioni di guardia della prigione di al-Aqtan, dove sono detenuti miliziani jihadisti dell’organizzazione Isis. Grazie al riposizionamento delle Sdf è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco. Da qui, il presidente siriano Al Sharaa ha annunciato la firma di un accordo per l’integrazione delle Forze siriane democratiche non come battaglioni, ma come singoli combattenti, oltre all’acquisizione del controllo, da parte di Damasco, sulle istituzioni del nord-est, sulle risorse idriche e petrolifere, sui confini. Nessuna conferma, sui termini dell’accordo, dall’Amministrazione autonoma. Sempre Mazloum Abdi ha chiarito ieri sera che si recherà oggi a Damasco proprio per discutere le condizioni del cessate il fuoco e dell’integrazione nello stato siriano. “Questa è una lotta a lungo termine – ha aggiunto Abdi – credo che il nostro popolo, la nostra organizzazione e i nostri compagni vinceranno questa guerra e questa sfida, proprio come hanno trionfato in altre negli ultimi 14 anni”. Gli fa eco l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico: “Lo spirito della resistenza di Kobane deve sollevarsi!” “Quanto sta accadendo in Siria è un tentativo di sabotare il processo per la pace e una società democratica”, ha commentato dall’isola-carcere di Imrali, in Turchia, il leader e cofondatore del Pkk Abdullah Öcalan, raggiunto domenica 18 gennaio da una delegazione di parlamentari del Partito Dem. “L’esistenza stessa dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est, un’opzione politica fondata sull’autogoverno, su idee di libertà e socialiste, che cerca di proporsi come un’alternativa per tutti i popoli della regione superando le divisioni storiche imposte dalle potenze coloniali, è un problema molto grosso per gli interessi delle potenze capitaliste – globali e regionali – rappresentati invece dal governo di transizione siriano di Al-Sharaa“, commenta Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Sul piano della solidarietà internazionale, Rise up 4 Rojava chiama alla mobilitazione, non soltanto a supporto della resistenza nella Siria del nord-est, ma per colpire, con azioni e manifestazioni, tutto l’apparato, militare, politico, informativo, della guerra globale voluta dalle potenze imperialiste e coloniali per i loro interessi. Gli aggiornamenti e l’analisi su Radio Onda d’Urto di Jacopo Bindi, dell’Accademia della modernità democratica. Ascolta o scarica.
January 19, 2026
Radio Onda d`Urto
SIRIA: DAMASCO ANNUNCIA L’INVASIONE DEL ROJAVA. LA RIVOLUZIONE CONFEDERALE È SOTTO ATTACCO. “RISE UP FOR ROJAVA” CHIAMA LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE
Gli jihadisti al potere a Damasco annunciano di voler invadere l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES). Dichiarata “zona militare chiusa” l’area di Deir Hafer, non distante da Aleppo ma che fa parte dell’autogoverno della Siria settentrionale e orientale. Un attacco sarebbe l’inizio della guerra su larga scala di Al Jolani – sostenuto dalla Turchia – contro la Rivoluzione confederale dei popoli del Rojava e di tutta la Siria nordorientale. Nella sua dichiarazione, il Governo di transizione siriano adotta il linguaggio dello Stato turco, affermando che le Forze siriane democratiche “combattono al fianco del Pkk e persino dei resti di Assad e delle forze…iraniane”. Si trata di un tentativo di legittimare gli attacchi dopo i movimenti di truppe dell’esercito di occupazione turco nella campagna orientale di Aleppo in seguito all’assalto turco-jihadista ai quartieri curdi della grande città siriana. Allo stesso tempo si registra un’intensificazione dei bombardamenti di artiglieria in diversi punti di contatto, compresa la Diga di Tishrin, nel cantone di Kobane, fondamentale per l’approvvigionamento elettrico del Rojava. “Chiediamo – denuncia la campagna internazionale Rise Up For Rojava – a tutti di mobilitarsi contro la guerra e i suoi sostenitori in Siria”. A Brescia raccolgono la chiamata Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca, che hanno lanciato un presidio per le 18.30 di oggi, martedì 13 gennaio, in Piazza Rovetta/Largo Formentone. Su Radio Onda d’Urto, per spiegare le ragioni del presidio a Brescia è intervenuto Giuseppe, compagno del centro sociale Magazzino 47. Ascolta o scarica.
January 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi
All’alba del 7 gennaio, le strade del nord di Aleppo iniziano a svuotarsi. Famiglie curde lasciano Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh portando con sé l’essenziale, mentre altre restano. Fino a pochi giorni fa erano quartieri pienamente abitati, con scuole, negozi e una vita quotidiana intensa; oggi sono attraversati da attacchi e evacuazioni. Ancora una volta, questi quartieri tornano a essere zone di guerra. Nel primo pomeriggio, l’esercito arabo siriano ha dichiarato entrambe le aree «zona militare chiusa», imponendo un ultimatum affinché i civili lasciassero immediatamente i quartieri e designando tutti i posti di fatto controllati dalle forze curde – le Syrian Democratic Forces (SDF) e l’apparato di sicurezza Asayish – come obiettivi militari legittimi. Centinaia di colpi d’artiglieria e raid hanno risuonato tra le strade strette di questi distretti urbani, costringendo oltre 40.000 persone a cercare rifugio altrove mentre scuole, uffici e l’aeroporto di Aleppo restano chiusi. > Le famiglie in fuga parlano di esplosioni continue, di mortai che colpiscono > le case, di persone anziane e bambine e bambini trascinate fuori dai letti > nella notte. Nonostante i bombardamenti, gli assalti e l’assedio, le Asayişh continuano a presidiare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, respingendo ogni tentativo di infiltrazione armata. L’artiglieria e i missili lanciati dalle fazioni affiliate al governo di Damasco hanno colpito aree residenziali, edifici civili e, in alcuni casi, anche i convogli con cui si stava evacuando la popolazione. Filmati circolati nelle ultime ore mostrano l’uso di droni contro edifici abitati, l’avanzata di mezzi corazzati ai margini dei quartieri e, allo stesso tempo, civili che scelgono di restare, nonostante il rischio, per non abbandonare le proprie case. Le Asayish attribuiscono gli attacchi a fazioni armate filo-turche, già in passato accusate di gravi violazioni contro la popolazione civile. In particolare, queste formazioni sono state chiamate in causa per uccisioni, saccheggi e violenze contro civili drusi nella provincia di Suwayda e contro civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni costiere della Siria, soprattutto nelle aree di Latakia e Tartus, in episodi che hanno alimentato forti tensioni settarie e denunce di impunità. Le autorità governative giustificano l’offensiva come una risposta a presunti attacchi con mortai e razzi imputati alle forze di difesa curde nelle settimane precedenti, che avrebbero colpito posti di blocco e aree sotto controllo governativo in altre zone di Aleppo. Le leadership curde respingono le accuse e denunciano invece l’avvio di una operazione punitiva contro quartieri civili, parlando di una guerra di annientamento contro popolazioni già fragili dopo anni di isolamento e violenze. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio 2026, il Comando Generale delle SDF afferma che Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono sottoposti a un assedio prolungato e ribadisce che non rappresentano in alcun modo una minaccia militare per Aleppo. Le accuse di attività armate curde vengono definite “false e costruite ad arte”, mentre viene ricordato che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città, da cui si sarebbero ritirate apertamente nell’ambito dell’accordo locale siglato il 1° aprile 2025 con le autorità di Damasco. La dichiarazione si chiude con un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervengano per fermare l’assedio, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva contro i civili rischia di produrre conseguenze che vanno ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale. Non è la prima volta che questi quartieri attraversano la tempesta. Per capire perché oggi Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh tornino a essere inghiottiti dalla guerra, bisogna risalire di oltre un decennio e guardare al percorso che li ha plasmati. Entrambi i quartieri rappresentano un’anomalia geopolitica incastonata nella seconda città della Siria: una enclave curda urbana sopravvissuta a guerra, assedi e compromessi. Si estendono nella parte nord e nord-orientale di Aleppo – Sheikh Maqsoud, più ampio e arroccato su un’altura che domina la città, e Ashrafiyeh, più compatto, immediatamente a ovest. Insieme costituiscono un’area a maggioranza curda che, pur completamente circondata da quartieri sotto il controllo di Damasco, ha conservato nel tempo istituzioni locali e un apparato di sicurezza legato all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Questa singolarità affonda le sue radici nella storia urbana di Aleppo. Nel secondo Novecento la città cresce rapidamente, assorbendo vaste ondate di migrazione interna. In questo processo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh diventano progressivamente un punto di approdo per famiglie curde provenienti dalle campagne del nord e del nord-est del Paese. Negli anni più recenti, a questa popolazione si aggiungono migliaia di sfollati interni, in particolare dopo le operazioni militari turche e il collasso di altre aree a maggioranza curda, come Afrin.  Con l’inizio della guerra civile, a partire dal 2012, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh entrano in una fase di isolamento forzato. Mentre Aleppo si frammenta tra aree controllate dal regime, gruppi ribelli e formazioni jihadiste, i due quartieri passano sotto l’influenza delle forze curde (YPG) e delle strutture di sicurezza locali, gli Asayish. > Negli anni più duri del conflitto urbano, in particolare tra il 2013 e il > 2016, diventano bersaglio di assedi e bombardamenti da parte dei gruppi > islamisti che controllano l’est della città. È in questo contesto che prende > forma una pratica di autogoverno di quartiere: amministrazione locale, > autodifesa armata e gestione autonoma dei servizi essenziali come risposta > diretta alla guerra. Quando, alla fine del 2016, Aleppo torna sotto il controllo delle forze governative siriane e dei loro alleati, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh non vengono pienamente reintegrati nell’assetto politico del regime. Restano, piuttosto, un’isola all’interno di una città riconquistata: oggi l’amministrazione locale continua a essere legata alle strutture della DAANES, mentre la sicurezza rimane affidata alle Asayish. La convivenza con Damasco è tesa, ma regolata da un fragile equilibrio fatto di accordi, posti di blocco condivisi, corridoi di accesso e negoziati intermittenti. Negli anni successivi, questi quartieri diventano uno degli esempi più evidenti di giurisdizione ibrida nel nord della Siria. I cambiamenti che maturano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 si collocano dentro un tornante politico ben preciso che va dall’uscita di scena di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024, dopo l’avanzata delle forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), all’avvio di una nuova fase di transizione a Damasco. In parallelo, nel nord del Paese, la priorità dichiarata del nuovo centro di potere diventa quella di ricomporre il mosaico delle aree rimaste autonome, cioè non pienamente integrate nelle istituzioni statali: un obiettivo che passa anche dal nodo curdo e dalla questione SDF, in quanto principale attore politico-militare curdo, chiamato ora a ridefinire il proprio ruolo dentro il nuovo assetto dello Stato siriano. È in questo contesto che si intensifica la spinta verso una fase negoziale. Da un lato Damasco rivendica il rientro sotto l’autorità centrale di confini, aeroporti, risorse e apparati di sicurezza; dall’altro le leadership curde cercano di mettere in sicurezza i propri diritti e margini di autogoverno dentro la nuova architettura dello Stato. Il punto di svolta è l’accordo del 10 marzo 2025 tra governo di transizione e SDF, presentato come un’intesa per integrare istituzioni civili e militari del nord-est nello Stato siriano e aprire una traiettoria di unificazione, con comitati incaricati dell’attuazione entro fine 2025.  > Questa cornice aiuta a capire perché, pochi mesi dopo, Sheikh Maqsoud e > Ashrafiyeh vengano letti come un “laboratorio” politico fondamentale: sono uno > dei luoghi in cui quell’accordo – e la sua promessa di integrazione negoziata > – tenta di tradursi in pratica sul terreno.  Il già citato accordo locale del 1° aprile su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh prevede il rientro formale dei due quartieri sotto l’autorità dello Stato siriano, accompagnato da una riorganizzazione della sicurezza e da una progressiva smilitarizzazione dello spazio urbano. In base all’accordo, le SDF si sono ritirate completamente dalle strade e dagli spazi pubblici dei quartieri, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico al Ministero dell’Interno siriano, in coordinamento con gli Asayish. L’amministrazione, i servizi civili e le istituzioni educative sarebbero rimasti in funzione in attesa di una piena integrazione. In cambio, alle comunità locali venivano promesse garanzie sulla rappresentanza, sulla libertà di movimento e sulla tutela dell’identità culturale e linguistica. Fin dall’inizio, tuttavia, l’attuazione dell’accordo procede in modo diseguale. Alcuni punti vengono avviati – la rimozione parziale dei posti di blocco, il ridimensionamento visibile delle forze armate curde, l’apertura di canali amministrativi con la città – ma altri restano sospesi o affidati a comitati congiunti mai pienamente operativi. La questione della sicurezza, in particolare, si rivela il nodo più fragile: la sovrapposizione di competenze, la diffidenza reciproca e l’assenza di meccanismi di garanzia rendono l’equilibrio instabile. Oltre al nodo della sicurezza, anche altri pilastri dell’accordo restano in larga parte inattuati: dall’integrazione amministrativa alla rappresentanza politica, dalle garanzie culturali alla normalizzazione dei servizi. Secondo le autorità locali curde, molte delle promesse avanzate da Damasco sono rimaste vaghe, applicate solo formalmente o rinviate, alimentando la percezione di un ritorno sotto l’autorità centrale privo di reali contropartite. Il fragile compromesso costruito su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si incrina anche alla luce del mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Se negli anni precedenti la presenza americana – legata al sostegno delle forze curde impegnate nella lotta contro l’ISIS – aveva rappresentato, almeno indirettamente, un fattore di deterrenza e una garanzia politica per le leadership curde, già dal 2019 Washington ha ritirato ogni forma di copertura a ovest dell’Eufrate, limitando la propria presenza e influenza ad alcune aree del Nord-Est. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 questo ombrello si è ridotto ulteriormente. La linea statunitense è quella di un disimpegno netto dai dossier urbani più sensibili, Aleppo compresa, lasciando alle autorità curde il peso di negoziare da sole con Damasco e riducendo di fatto ogni margine di protezione politica esterna. In questo vuoto di garanzie, l’accordo su Aleppo perde rapidamente solidità. Per il governo di Damasco, l’assenza di una mediazione americana attiva riduce i costi politici e strategici di una linea più assertiva; per le autorità curde, diventa evidente che le intese raggiunte non sono sostenute da un meccanismo di garanzia internazionale capace di farle rispettare. Le promesse di integrazione e autonomia restano così appese a un equilibrio precario, esposto alle pressioni militari e alla sfiducia reciproca. > Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh finiscono per incarnare proprio questo punto di > rottura: quartieri troppo simbolici per essere lasciati in una zona grigia, ma > troppo isolati per essere difesi senza un sostegno esterno esplicito. Quando > l’accordo locale inizia a vacillare, la gestione della crisi torna rapidamente > sul terreno militare. È su questo equilibrio fragile – un’autonomia di fatto, circondata e negoziata, mai davvero risolta – che si innesta l’escalation di questi giorni. I combattimenti e i bombardamenti attorno a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si sono progressivamente intensificati, accompagnati da evacuazioni di massa e da una crescente militarizzazione dei quartieri. I tentativi di tregua appaiono ancora una volta precari, esposti a un equilibrio che continua a cedere, e il destino di questi quartieri torna a interrogare non solo Aleppo, ma l’intero processo di ricomposizione della Siria. Immagine di copertina concessa da UIKI ONLUS – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi proviene da DINAMOpress.
January 9, 2026
DINAMOpress
SIRIA: PESANTI ATTACCHI GOVERNATIVI SUI QUARTIERI CURDI DI ALEPPO. VITTIME CIVILI E ABITAZIONI DISTRUTTE
Nel nord della Siria, ad Aleppo, le milizie di Damasco stanno di nuovo attaccando i quartieri autogovernati, a maggioranza curda, Sheikh Maqsoud e Ashrefiye, che fanno parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES) anche se sono divisi, a livello territoriale, dal resto della Siria nordorientale. In corso da ieri, martedì 6 gennaio 2026, pesanti bombardamenti di artiglieria. Le milizie, inquadrate nell’esercito siriano, avanzano anche con tank e altri mezzi militari. Le forze di sicurezza interna (Asayish) dei due quartieri curdi resistono e riferiscono di aver respinto 5 tentativi di incursione. L’autodifesa dell’area è stata affidata, infatti, alla sicurezza interna e alla popolazione dopo che le Forze democratiche siriane, le Ypg e le Ypj, si erano ritirate nell’aprile 2025 in seguito a un accordo con Damasco. Gli attacchi delle milizie hanno provocato diverse vittime e decine di feriti tra i civili. In tutto i morti sarebbero 9, tra i quali due donne e un bambino. Significativi anche i danni materiali, con circa 130 abitazioni che risultano parzialmente distrutte dai colpi di artiglieria. Ad Aleppo, in teoria, è in vigore un cessate il fuoco da aprile 2025. Due giorni fa, i vertici militari delle Forze democratiche siriane si erano recati a Damasco per un nuovo round di negoziati con il governo dell’autoproclamato presidente siriano Al-Sharaa. Ieri, il ministro della Difesa della Turchia – grande sponsor di Damasco – ha ribadito che tutti i gruppi armati legati al Pkk devono deporre le armi, comprese le Forze democratiche siriane. Intanto, con la mediazione degli Stati Uniti, Siria e Israele accelerano i colloqui per la normalizzazione dei rapporti. Damasco e Tel Aviv avrebbero concordato l’istituzione di una cellula di intelligence congiunta. Washington propone inoltre una zona demilitarizzata nel sud del Paese (cioè la cessione a Tel Aviv dei territori che ha occupato militarmente). Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki). Ascolta o scarica.
January 7, 2026
Radio Onda d`Urto
SIRIA: PROTESTE, NEGOZIATI E TENSIONI. IL PUNTO SULLA SITUAZIONE CON MURAT CINAR
In Siria le forze di sicurezza del governo di transizione di Damasco hanno arrestato 21 persone nella regione costiera di Latakia per aver partecipato alle manifestazioni dei giorni scorsi per federalismo e autodeterminazione. La mobilitazione di migliaia di persone era culminata domenica in scontri tra le milizie che compongono l’esercito di Damasco e i manifestanti. Il bilancio è stato di almeno 8 morti. Da ieri, a Latakia, le forze di sicurezza hanno imposto anche il coprifuoco. Le milizie filoturche affiliate a Damasco, intanto, hanno di nuovo violato il cessate il fuoco attaccando con i droni le Forze democratiche siriane – l’esercito dell’autonomia democratica a guida curda nel nord-est – vicino la diga di Tishreen. Le Sdf hanno fatto sapere ieri sera di aver risposto al fuoco causando vittime e feriti tra i nemici supportati dalla Turchia. Il tutto mentre, sulla carta, scade in queste ore l’accordo di cessate il fuoco tra l’attuale governo siriano e le Sdf. I relativi negoziati sull’integrazione delle istituzioni autonome civili e militari del Rojava nello stato siriano, però, sono pressoché fermi, nonostante i contatti tra le parti proseguano. Su questo, ieri, dall’isola-carcere di Imrali è intervenuto Ocalan esortando lo stato turco – grande sponsor di Damasco – a svolgere un ruolo di facilitazione e non di ostacolo verso un accordo che eviti una nuova guerra. Il punto con il giornalista e nostro collaboratore Murat Cinar che oltre alle notizie dalla Siria, ci racconta le manifestazioni che si sono svolte in Turchia la scorsa domenica 28 dicembre, a Istambul e Ankara, contro gli abusi sessuali all’interno delle carceri israeliane. Ascolta o scarica
December 31, 2025
Radio Onda d`Urto
SIRIA: L’ESERCITO DI DAMASCO (HTS) ATTACCA I QUARTIERI CURDI DI ALEPPO. UNA VITTIMA E DIVERSI FERITI, MA L’OFFENSIVA È STATA RESPINTA
Le milizie salafite legate alla Turchia, inquadrate nell’esercito di Damasco, hanno attaccato di nuovo – martedì 22 dicembre 2025 – i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrefyie. Si tratta del secondo tentativo in pochi mesi di entrare in quella porzione della seconda città siriana che è autogovernata secondo il modello del confederalismo democratico ed è parte dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, con la quale però non c’è continuità territoriale. Come nello scorso mese di ottobre, l’attacco è stato respinto dalla popolazione e dalle forze di sicurezza interna confederali. Le Forze siriane democratiche, le Ypg e le Ypj si sono infatti ritirate dai quartieri curdi di Aleppo in seguito a un accordo di cessate il fuoco specifico per la situazione della città nord-occidentale siglato dalle Sdf e Damasco in aprile. Da allora, l’autodifesa dei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrefyie è dunque affidata ai loro oltre 200mila abitanti (in maggioranza curdi, ma anche arabi siriani della minoranza cristiana), alle istituzioni politiche civili e alle forze di sicurezza interna. Oggi, martedì 23 dicembre, nei due quartieri la situazione è di calma relativa, ma l’aggressione – con tank e artiglieria – ha causato l’uccisione di una donna e il ferimento di altri 19 civili, tra i quali un bambino di 9 anni. Lo scorso 10 marzo, il comandante in capo delle Forze democratiche siriane, Mazloum Abdi, e l’autoproclamato presidente siriano, Ahmed Al-Sharaa, hanno firmato un accordo di cessate il fuoco su tutto il territorio siriano. In teoria, però, il patto prevede l’implementazione – entro fine anno – di una serie di punti verso l’integrazione delle istituzioni autonome della Siria del nord-est nel nuovo assetto istituzionale della Siria “post-Assad”. I negoziati, tuttavia, vanno a rilento. Difficile trovare una mediazione tra le parti, soprattutto per quanto riguarda il nodo principale: l’integrazione delle Forze democratiche siriane, l’esercito de facto della Siria settentrionale e orientale (composto dalle Ypg/Ypj a maggioranza curda e da diversi consigli militari delle aree a maggioranza araba), nell’esercito di Damasco. Il governo siriano e la Turchia (suo principale sponsor e alleato) vorrebbero che il potere – anche militare – fosse centralizzato a Damasco. Le Sdf e l’Amministrazione autonoma del nord-est insistono sul modello di una Siria unita ma con un sistema decentralizzato, che riconosca l’autonomia, l’autogoverno e l’autodifesa (anche militare) alle comunità locali… In sostanza, sul modello del confederalismo democratico. Mediano tra le due posizioni gli Usa e gli stati europei della Coalizione internazionale anti-Isis, interessati a stabilizzare il Paese. Da alcune settimane i negoziati siriani sono – anche ufficialmente – uno dei temi sul tavolo delle trattative in corso da più di un anno tra lo stato turco e il leader del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan, da 26 anni detenuto sull’isola-carcere di Imrali, in Turchia. Su Radio Onda d’Urto abbiamo fatto il punto della situazione con Jacopo Bindi dell’Accademia della Modernità Democratica. Ascolta o scarica.
December 23, 2025
Radio Onda d`Urto