Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdiAll’alba del 7 gennaio, le strade del nord di Aleppo iniziano a svuotarsi.
Famiglie curde lasciano Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh portando con sé
l’essenziale, mentre altre restano. Fino a pochi giorni fa erano quartieri
pienamente abitati, con scuole, negozi e una vita quotidiana intensa; oggi sono
attraversati da attacchi e evacuazioni. Ancora una volta, questi quartieri
tornano a essere zone di guerra.
Nel primo pomeriggio, l’esercito arabo siriano ha dichiarato entrambe le aree
«zona militare chiusa», imponendo un ultimatum affinché i civili lasciassero
immediatamente i quartieri e designando tutti i posti di fatto controllati dalle
forze curde – le Syrian Democratic Forces (SDF) e l’apparato di sicurezza
Asayish – come obiettivi militari legittimi. Centinaia di colpi d’artiglieria e
raid hanno risuonato tra le strade strette di questi distretti urbani,
costringendo oltre 40.000 persone a cercare rifugio altrove mentre scuole,
uffici e l’aeroporto di Aleppo restano chiusi.
> Le famiglie in fuga parlano di esplosioni continue, di mortai che colpiscono
> le case, di persone anziane e bambine e bambini trascinate fuori dai letti
> nella notte.
Nonostante i bombardamenti, gli assalti e l’assedio, le Asayişh continuano a
presidiare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, respingendo ogni
tentativo di infiltrazione armata. L’artiglieria e i missili lanciati dalle
fazioni affiliate al governo di Damasco hanno colpito aree residenziali, edifici
civili e, in alcuni casi, anche i convogli con cui si stava evacuando la
popolazione. Filmati circolati nelle ultime ore mostrano l’uso di droni contro
edifici abitati, l’avanzata di mezzi corazzati ai margini dei quartieri e, allo
stesso tempo, civili che scelgono di restare, nonostante il rischio, per non
abbandonare le proprie case.
Le Asayish attribuiscono gli attacchi a fazioni armate filo-turche, già in
passato accusate di gravi violazioni contro la popolazione civile. In
particolare, queste formazioni sono state chiamate in causa per uccisioni,
saccheggi e violenze contro civili drusi nella provincia di Suwayda e contro
civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni costiere della Siria,
soprattutto nelle aree di Latakia e Tartus, in episodi che hanno alimentato
forti tensioni settarie e denunce di impunità.
Le autorità governative giustificano l’offensiva come una risposta a presunti
attacchi con mortai e razzi imputati alle forze di difesa curde nelle settimane
precedenti, che avrebbero colpito posti di blocco e aree sotto controllo
governativo in altre zone di Aleppo. Le leadership curde respingono le accuse e
denunciano invece l’avvio di una operazione punitiva contro quartieri civili,
parlando di una guerra di annientamento contro popolazioni già fragili dopo anni
di isolamento e violenze.
In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio 2026, il Comando Generale delle SDF
afferma che Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono sottoposti a un assedio prolungato
e ribadisce che non rappresentano in alcun modo una minaccia militare per
Aleppo. Le accuse di attività armate curde vengono definite “false e costruite
ad arte”, mentre viene ricordato che le SDF non hanno alcuna presenza militare
nella città, da cui si sarebbero ritirate apertamente nell’ambito dell’accordo
locale siglato il 1° aprile 2025 con le autorità di Damasco. La dichiarazione si
chiude con un appello agli attori regionali e internazionali affinché
intervengano per fermare l’assedio, segnalando che la prosecuzione
dell’offensiva contro i civili rischia di produrre conseguenze che vanno ben
oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala
nazionale.
Non è la prima volta che questi quartieri attraversano la tempesta. Per capire
perché oggi Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh tornino a essere inghiottiti dalla
guerra, bisogna risalire di oltre un decennio e guardare al percorso che li ha
plasmati.
Entrambi i quartieri rappresentano un’anomalia geopolitica incastonata nella
seconda città della Siria: una enclave curda urbana sopravvissuta a guerra,
assedi e compromessi. Si estendono nella parte nord e nord-orientale di Aleppo –
Sheikh Maqsoud, più ampio e arroccato su un’altura che domina la città, e
Ashrafiyeh, più compatto, immediatamente a ovest. Insieme costituiscono un’area
a maggioranza curda che, pur completamente circondata da quartieri sotto il
controllo di Damasco, ha conservato nel tempo istituzioni locali e un apparato
di sicurezza legato all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della
Siria (DAANES).
Questa singolarità affonda le sue radici nella storia urbana di Aleppo. Nel
secondo Novecento la città cresce rapidamente, assorbendo vaste ondate di
migrazione interna. In questo processo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh diventano
progressivamente un punto di approdo per famiglie curde provenienti dalle
campagne del nord e del nord-est del Paese. Negli anni più recenti, a questa
popolazione si aggiungono migliaia di sfollati interni, in particolare dopo le
operazioni militari turche e il collasso di altre aree a maggioranza curda, come
Afrin.
Con l’inizio della guerra civile, a partire dal 2012, Sheikh Maqsoud e
Ashrafiyeh entrano in una fase di isolamento forzato. Mentre Aleppo si frammenta
tra aree controllate dal regime, gruppi ribelli e formazioni jihadiste, i due
quartieri passano sotto l’influenza delle forze curde (YPG) e delle strutture di
sicurezza locali, gli Asayish.
> Negli anni più duri del conflitto urbano, in particolare tra il 2013 e il
> 2016, diventano bersaglio di assedi e bombardamenti da parte dei gruppi
> islamisti che controllano l’est della città. È in questo contesto che prende
> forma una pratica di autogoverno di quartiere: amministrazione locale,
> autodifesa armata e gestione autonoma dei servizi essenziali come risposta
> diretta alla guerra.
Quando, alla fine del 2016, Aleppo torna sotto il controllo delle forze
governative siriane e dei loro alleati, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh non vengono
pienamente reintegrati nell’assetto politico del regime. Restano, piuttosto,
un’isola all’interno di una città riconquistata: oggi l’amministrazione locale
continua a essere legata alle strutture della DAANES, mentre la sicurezza rimane
affidata alle Asayish. La convivenza con Damasco è tesa, ma regolata da un
fragile equilibrio fatto di accordi, posti di blocco condivisi, corridoi di
accesso e negoziati intermittenti. Negli anni successivi, questi quartieri
diventano uno degli esempi più evidenti di giurisdizione ibrida nel nord della
Siria.
I cambiamenti che maturano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 si collocano
dentro un tornante politico ben preciso che va dall’uscita di scena di Bashar
al-Assad l’8 dicembre 2024, dopo l’avanzata delle forze ribelli guidate da Hayat
Tahrir al-Sham (HTS), all’avvio di una nuova fase di transizione a Damasco. In
parallelo, nel nord del Paese, la priorità dichiarata del nuovo centro di potere
diventa quella di ricomporre il mosaico delle aree rimaste autonome, cioè non
pienamente integrate nelle istituzioni statali: un obiettivo che passa anche dal
nodo curdo e dalla questione SDF, in quanto principale attore politico-militare
curdo, chiamato ora a ridefinire il proprio ruolo dentro il nuovo assetto dello
Stato siriano.
È in questo contesto che si intensifica la spinta verso una fase negoziale. Da
un lato Damasco rivendica il rientro sotto l’autorità centrale di confini,
aeroporti, risorse e apparati di sicurezza; dall’altro le leadership curde
cercano di mettere in sicurezza i propri diritti e margini di autogoverno dentro
la nuova architettura dello Stato. Il punto di svolta è l’accordo del 10 marzo
2025 tra governo di transizione e SDF, presentato come un’intesa per integrare
istituzioni civili e militari del nord-est nello Stato siriano e aprire una
traiettoria di unificazione, con comitati incaricati dell’attuazione entro fine
2025.
> Questa cornice aiuta a capire perché, pochi mesi dopo, Sheikh Maqsoud e
> Ashrafiyeh vengano letti come un “laboratorio” politico fondamentale: sono uno
> dei luoghi in cui quell’accordo – e la sua promessa di integrazione negoziata
> – tenta di tradursi in pratica sul terreno.
Il già citato accordo locale del 1° aprile su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh
prevede il rientro formale dei due quartieri sotto l’autorità dello Stato
siriano, accompagnato da una riorganizzazione della sicurezza e da una
progressiva smilitarizzazione dello spazio urbano. In base all’accordo, le SDF
si sono ritirate completamente dalle strade e dagli spazi pubblici dei
quartieri, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico al Ministero
dell’Interno siriano, in coordinamento con gli Asayish. L’amministrazione, i
servizi civili e le istituzioni educative sarebbero rimasti in funzione in
attesa di una piena integrazione. In cambio, alle comunità locali venivano
promesse garanzie sulla rappresentanza, sulla libertà di movimento e sulla
tutela dell’identità culturale e linguistica.
Fin dall’inizio, tuttavia, l’attuazione dell’accordo procede in modo diseguale.
Alcuni punti vengono avviati – la rimozione parziale dei posti di blocco, il
ridimensionamento visibile delle forze armate curde, l’apertura di canali
amministrativi con la città – ma altri restano sospesi o affidati a comitati
congiunti mai pienamente operativi. La questione della sicurezza, in
particolare, si rivela il nodo più fragile: la sovrapposizione di competenze, la
diffidenza reciproca e l’assenza di meccanismi di garanzia rendono l’equilibrio
instabile.
Oltre al nodo della sicurezza, anche altri pilastri dell’accordo restano in
larga parte inattuati: dall’integrazione amministrativa alla rappresentanza
politica, dalle garanzie culturali alla normalizzazione dei servizi. Secondo le
autorità locali curde, molte delle promesse avanzate da Damasco sono rimaste
vaghe, applicate solo formalmente o rinviate, alimentando la percezione di un
ritorno sotto l’autorità centrale privo di reali contropartite.
Il fragile compromesso costruito su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si incrina anche
alla luce del mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Se negli anni precedenti
la presenza americana – legata al sostegno delle forze curde impegnate nella
lotta contro l’ISIS – aveva rappresentato, almeno indirettamente, un fattore di
deterrenza e una garanzia politica per le leadership curde, già dal 2019
Washington ha ritirato ogni forma di copertura a ovest dell’Eufrate, limitando
la propria presenza e influenza ad alcune aree del Nord-Est. Tra la fine del
2024 e l’inizio del 2025 questo ombrello si è ridotto ulteriormente. La linea
statunitense è quella di un disimpegno netto dai dossier urbani più sensibili,
Aleppo compresa, lasciando alle autorità curde il peso di negoziare da sole con
Damasco e riducendo di fatto ogni margine di protezione politica esterna.
In questo vuoto di garanzie, l’accordo su Aleppo perde rapidamente solidità. Per
il governo di Damasco, l’assenza di una mediazione americana attiva riduce i
costi politici e strategici di una linea più assertiva; per le autorità curde,
diventa evidente che le intese raggiunte non sono sostenute da un meccanismo di
garanzia internazionale capace di farle rispettare. Le promesse di integrazione
e autonomia restano così appese a un equilibrio precario, esposto alle pressioni
militari e alla sfiducia reciproca.
> Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh finiscono per incarnare proprio questo punto di
> rottura: quartieri troppo simbolici per essere lasciati in una zona grigia, ma
> troppo isolati per essere difesi senza un sostegno esterno esplicito. Quando
> l’accordo locale inizia a vacillare, la gestione della crisi torna rapidamente
> sul terreno militare.
È su questo equilibrio fragile – un’autonomia di fatto, circondata e negoziata,
mai davvero risolta – che si innesta l’escalation di questi giorni. I
combattimenti e i bombardamenti attorno a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si sono
progressivamente intensificati, accompagnati da evacuazioni di massa e da una
crescente militarizzazione dei quartieri. I tentativi di tregua appaiono ancora
una volta precari, esposti a un equilibrio che continua a cedere, e il destino
di questi quartieri torna a interrogare non solo Aleppo, ma l’intero processo di
ricomposizione della Siria.
Immagine di copertina concessa da UIKI ONLUS – Ufficio di Informazione del
Kurdistan in Italia
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