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VENERDÌ 23 OTTOBRE: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
  Appuntamento del venerdì, su Radio Onda d’Urto, con il nostro collaboratore e economista Andrea Fumagalli. Venerdì 23 ottobre 2026 abbiamo analizzato tre temi: l’incremento record dei permessi di soggiorno rilasciati nel 2025 in Italia; il cosiddetto decreto aiuti del Consiglio dei Ministri per la protesta in tutto il Centro-Sud di autotrasportatori, agricoltori e pescatori; l’affanno continuo delle economie europee. PERMESSI DI SOGGIORNO – Nel 2025 in Italia rilasciati 426.956 nuovi permessi di soggiorno, +47,2% rispetto al 2024. Si tratta di un record, secondo l’Istat, che parla del totale più elevato registrato nell’ultimo quindicennio subito dopo il picco del 2022, dovuto in realtà al massiccio afflusso di profughi dall’Ucraina. L’aumento è più accentuato per le donne rispetto agli uomini (+56,5% e +41,6%). La crescita interessa tutti gli ambiti: ricongiungimenti famigliari (+61,2%), studio (+76%) e motivi di lavoro (+45,9%). PROTESTE CAROVITA – Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto-legge cosiddetto “Aiuti”, con “misure a sostegno degli autotrasportatori, degli agricoltori e dei pescatori”, da giorni e giorni in piazza al CentroSud contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e più in generale del costo della vita, tra pompe di benzina a secco e scaffali dei supermercati vuoti. Nel dettaglio il decreto legge prevede per i camionisti  45,2 milioni di euro sul credito d’imposta legato al gasolio già acquistato, tra marzo e agosto 2026; altri 60 milioni per il periodo dal 1 settembre al 5 ottobre, a cui aggiungere 21,2 milioni di euro del “decreto bollo”. Sospese inoltre le rate dei leasing per i “padroncini”. Per la pesca c’è invece un contributo a fondo perduto del 10% delle spese sostenute dal 1° giugno al 15 ottobre, con un tetto però di 10 milioni di euro sul 2026. Agli agricoltori, infine, vanno complessivamente 60 milioni di euro a rimborso di parte dei costi già sostenuti tra giugno e il 15 ottobre. Presidi e blocchi, per ora, sono in gran parte sospesi, anche per effetto dell’ondata di identificazioni, denunce e multe delle scorse ore, mentre lunedì si fermano i taxi, con presidio sotto al Mef di Roma. Sempre nella Capitale, martedì 27 ottobre incontro fissato tra le categorie in lotta e il Governo, Salvini in primis. EUROECONOMIA – Nuovo campanello per l’economia dell’Eurozona, alle prese con conti pubblici in affanno, spese monstre per il riarmo, incertezza politica, elezioni in diversi Paesi alle porte e tensioni sociali, con le proteste continentali contro il carovita.  In mezzo il continuo aumento dei costi di gas e petrolio che, uniti ai timori per la tenuta dei Paesi ad alto debito a seguito del rialzo costante dei rendimenti dei titoli di Stato. Su questa scorta, negli ultimi giorni tutti i mercati azionari europei sono in negativo, con la milanese Piazza Affari maglia nera, al  -2,54%. La conversazione di venerdì 23 ottobre 2026 su Radio Onda d’Urto con Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’università di Pavia. Ascolta o scarica
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto
LA PROTESTA DEI TIR PROSEGUE IN TUTTA ITALIA NONOSTANTE LE MINACCE DEL GOVERNO. BLOCCHI DAL LAZIO ALLA SICILIA, A COSENZA STUDENTI IN PIAZZA
Continua la protesta dei Tir contro il caro gasolio nonostante i miseri interventi del governo. In serata riunione a Palazzo Chigi con Meloni: il Viminale ha scelto di mandare la polizia a identificare 1700 camionisti attivi nei blocchi in Campiania e denunciare oltre 70 lavoratori chiedendo di vigilare su non meglio identificate ‘infiltrazioni criminali’. Contemporaneamente l’esecutivo mette a punto un decreto che dovrebbe essere varato nel Cdm convocato per oggi. Opposizioni all’attacco e chiedono che ‘La premier riferisca in aula’. Di fronte alle minacce del governo alcune organizzazioni in Sicilia e Calabria hanno nella notte sospeso i blocchi, ma  le proteste proseguono. Continua quella dei camionisti contro il caro carburanti a Frosinone, Ferentino e Valmontone, Roma, mentre si segnalano rallentamenti ai caselli, monitorati dalla polizia. In agitazione anche gli agricoltori. Da Valmontone, Matteo, contadino in protesta raggiunto ai nostri microfoni. Ascolta o scarica Fermi anche gli autotrasportatori a Gela, Sicilia, lungo il tratto della strada statale 117 bis. “I prezzi del gasolio non scendono e noi non abbiamo ricevuto neanche un centesimo. Andiamo avanti fino a quando non ci saranno risultati concreti. Degli annunci non ce ne facciamo nulla”, fanno sapere. Restano i presidi degli autotrasportatori anche sulle strade campane, dove nel Casertano l’epicentro della protesta diventa il casello sull’A1 Milano-Napoli di Caianello. Proteste che proseguono anche a Napoli. Dal capoluogo campano Eddy del movimento di lotta – disoccupati 7 Novembre. Ascolta o scarica In Calabria, dove si sono aggiunti i blocchi dei pescatori, gli studenti di Cosenza si sono uniti alla protesta di tir e trattori, convocando per questa mattina uno sciopero con un corteo partito da Piazza Kennedy. Dal corteo studentesco Federico, de La Base di Cosenza e di Usb. Ascolta o scarica  
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
VIMINALE IDENTIFICA I CAMIONISTI PER RIMUOVERE I PRESIDI. “NON CI FERMIAMO”, I BLOCCHI A SUD CONTINUANO
Contro il caro-carburanti Scaffali vuoti in Calabria, Basilicata, Campania (bloccata la A1) e in alcuni casi anche in Puglia e Sicilia; in queste 2 ultime Regioni solo alcune sigle sindacali hanno ritirato i blocchi, mentre il governo, per bocca del ministro Urso, ha iniziato a identificare i camionisti “per rimuovere tutti i presidi nelle prossime ore”. Per ora la situazione più critica resta quella in Calabria, dove sono fermi anche 870 panificatori, mentre gli aeroporti di Crotone e Reggio Calabria sono senza carburante; l’Enav avverte gli aerei di “pianificare il rifornimento in precedenza e in quantità sufficiente per le tratte successive”. Le proteste, comunque, continuano e si aggiunge la mobilitazione dei pescatori. Una panoramica di quanto sta accadendo in Calabria con Peppe Marra, compagno di Reggio e direnge di Usb Calabria che sta seguendo le mobilitazioni. Ascolta o scarica. Non ha per ora sortito troppi effetti quindi l’incontro di alcune sigle sindacali con Salvini, che ha annunciato lo stanziamento di 480 milioni agli autotrasportatori (soldi già stanziati in estate ma mai sbloccati) per far fronte al caro-carburante per il periodo da marzo a ottobre. “Sono arrivate 32mila domande e da oggi cominciano i pagamenti”, dice il leghista; a fargli da sponda c’è Coldiretti, da anni braccio agricolo della destra di governo, che ha annullato la manifestazione con i trattori fissata per domani a Napoli dopo la mancia di Salvini. Sempre a Napoli, però, da domani l’intera Università L’Orientale – il più grande ateneo del CentroSud – entra in didattica a distanza, a causa dei blocchi e della mancanza di carburante per raggiungere le aule. Da Napoli Raul del Si Cobas, lavoratore di un’azienda di logistica. Ascolta o scarica.
October 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Trasportatori meridionali, un doppia croce
Molti chiedono come mai lo sciopero si stia facendo soprattutto al Sud. Naturalmente la mia è una supposizione, basata sulla mia esperienza personale in quasi 30 anni di carriera. Al Nord il trasporto è completamente diverso dal Sud. Negli ultimi mesi ho lavorato fisso nel porto di Genova, per trasportare […] L'articolo Trasportatori meridionali, un doppia croce su Contropiano.
October 20, 2026
Contropiano
Il Sud Italia bloccato da agricoltori e autotrasportatori
Nel Sud Italia il traffico sulle principali arterie stradali è bloccato da giorni dalla protesta di agricoltori e trasportatori, colpiti da carovita e costo dei carburanti. Alla loro protesta si sono rapidamente aggiunte le componenti studentesche e di lavoratori e lavoratrici di altri settori, e anche le rivendicazioni hanno via via incluso temi come lo stop al trasporto e commercio di armi e all’economia di guerra. Ne abbiamo parlato in diretta da un presidio a Cosenza con Federico del movimento La Base. Ascolta la diretta:
October 19, 2026
Radio Blackout - Info
La rabbia degli operai della ex Ilva. No ai licenziamenti
A Genova gli operai della ex Ilva hanno occupato la prefettura entrando all’improvviso nel palazzo dopo tre giorni di presidio in largo Lanfranco. A Taranto nei giorni scorsi hanno bloccato strade e autostrade. Le organizzazioni sindacali Usb, Fim, Fiom, Uilm hanno deciso di prolungare lo sciopero di altre 48 ore, […] L'articolo La rabbia degli operai della ex Ilva. No ai licenziamenti su Contropiano.
October 15, 2026
Contropiano
Val di Susa. Posti di blocco e identificazioni di massa. Arrivano Meloni e Piantedosi
Questa mattina, le forze dell’ordine e la Digos di Torino hanno istituito massicci posti di blocco all’uscita del perimetro del Festival Alta Felicità. Su tutte le strade verso Susa non si passa se non identificati. Non a caso giunge notizia che sono attesi in visita al cantiere di Chiomonte Piantedosi […] L'articolo Val di Susa. Posti di blocco e identificazioni di massa. Arrivano Meloni e Piantedosi su Contropiano.
July 27, 2026
Contropiano
Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione
Di ANTONIO PIO LANCELLOTTI Il primo dibattito del lunedì di Sherwood Festival 2026 si è aperto con una formula che suona come necessità politica: oltre i blocchi. Sul Second Stage, voci dall’Iran, dal Venezuela e dall’Argentina hanno affrontato una delle principali domande che attraversano i movimenti in questa fase storica: come opporsi all’imperialismo senza trasformare l’anti-imperialismo in assoluzione dei regimi? Come rifiutare la grammatica delle potenze? Come costruire un internazionalismo che non sia la memoria statica del Novecento, ma pratica viva dentro le lotte di oggi? Sandro Mezzadra, introducendo e moderando l’incontro, ha collocato la discussione dentro l’attuale congiuntura di guerra. La proliferazione dei conflitti, il genocidio a Gaza, la militarizzazione dell’economia, della società e della politica compongono un regime globale che restringe gli spazi della possibilità ed è in aperto dialogo con i disegni neoautoritari che attraversano diverse aree del mondo.  Per questo, un progetto politico contro la guerra deve innanzitutto ricostruire un orizzonte internazionalista che nasca dalle lotte sociali, dai movimenti di resistenza, dalle soggettività che in diverse parti del pianeta si sottraggono alla logica dei blocchi. Iran, Venezuela, Argentina sono stati così attraversati non come “casi” geopolitici, ma come luoghi in cui il regime di guerra incontra corpi, territori e movimenti. La prima voce è stata quella di Sara, attivista iraniana per i diritti delle donne. Il suo intervento ha rifiutato ogni semplificazione, raccontando cosa significhi vivere in Iran dentro emozioni difficili da tradurre politicamente: l’amore per il proprio Paese, il desiderio di una vita dignitosa, la lotta contro un regime corrotto e repressivo, ma anche il terrore di vedere il proprio quartiere trasformato in bersaglio militare. Il suo attivismo, ha ricordato, è iniziato con il calcio: nel 2005, quando l’Iran si qualificò ai Mondiali, la richiesta era semplice e radicale insieme, il diritto delle donne di entrare negli stadi. Nella sua testimonianza, quella battaglia ha assunto un significato che andava ben oltre lo sport. Rivendicare l’accesso agli stadi significava affermare il diritto delle donne a occupare lo spazio pubblico e, allo stesso tempo, mostrare un volto dell’Iran diverso da quello che domina nel racconto internazionale. Attraverso questa esperienza, Sara ha cercato di riportare al centro la vita quotidiana di milioni di persone che studiano, lavorano, si innamorano, costruiscono relazioni e lottano per i propri diritti. Un modo per sottrarre l’Iran alle rappresentazioni che lo riducono esclusivamente a conflitto geopolitico, programma nucleare o repressione, cancellando la complessità della società e le aspirazioni di chi cerca semplicemente di vivere una vita libera e dignitosa. La sua esperienza racconta il contrario. Durante le proteste di gennaio, mentre il regime interrompeva internet e comunicazioni, in strada si costruivano forme immediate di solidarietà: persone diverse marciavano insieme, si proteggevano, aprivano le case per offrire rifugio. Fuori dall’Iran, invece, prendevano spazio l’incitamento alla violenza, le molestie online, l’idea che chi non sosteneva il ritorno della monarchia fosse automaticamente dalla parte della Repubblica islamica. La guerra di questi mesi ha reso tutto ancora più chiaro: le bombe possono colpire figure del regime, ma non distinguono tra un comandante, un bambino a scuola, una persona in palestra o un vicino che dorme. La guerra ferma la vita, e quando la vita normale diventa impossibile è il regime stesso a trarne vantaggio.  > Si può combattere ogni giorno la Repubblica islamica e, allo stesso tempo, > rifiutare che la propria liberazione passi attraverso le bombe di un’altra > potenza.  Il passaggio al Venezuela ha mostrato una risonanza evidente. Anche qui la questione non è scegliere tra il governo Maduro e l’intervento imperialista. Ángel Arias, sociologo e sindacalista venezuelano, ha parlato da un Paese che definisce sottoposto a dominazione neocoloniale: una subordinazione imposta con le bombe e resa possibile dal collaborazionismo di un personale politico proveniente dal chavismo, un tempo capace di parlare il linguaggio dell’anti-imperialismo e oggi, secondo Arias, ridotto ad amministrare un protettorato statunitense. La sua posizione è stata netta: nessun sostegno al governo Maduro, combattuto duramente dai movimenti, ma nessun cedimento all’intervento degli Stati Uniti. Dopo i bombardamenti di gennaio, ha spiegato, si sarebbe aperto un controllo neocoloniale sull’economia venezuelana: appropriazione del petrolio, autorizzazioni concesse dall’esterno, pagamenti su conti statunitensi, modifiche legislative richieste da Washington. Il Venezuela diventa così un tassello della competizione globale per energia, oro, terre rare, risorse naturali. Dentro questi ingranaggi, ha detto Arias, la vita concreta delle persone non conta nulla. Arias ha poi spostato la questione sul terreno internazionale della lotta di classe: i rapporti di forza non si definiscono soltanto dentro i confini. Le mobilitazioni per la Palestina, il “blocchiamo” tutto in Italia, il movimento No Kings, le rivolte contro l’ICE in California e Minnesota, la ribellione popolare boliviana indicano che la crisi sistemica del capitalismo mondiale non produce solo fenomeni reazionari come Milei o Trump. Produce anche radicalizzazioni dal basso, possibilità di risposta, rotture. Per questo la resistenza è indispensabile ma non sufficiente: bisogna tornare a pensare una strategia che porti alla vittoria delle classi sfruttate e impoverite. L’Argentina ha portato il dibattito su un altro terreno della stessa guerra. Rosalia Pellegrini, militante delle organizzazioni contadine, del femminismo popolare e campesino e di Ni Una Menos, ha descritto l’ascesa di Milei come espressione di un malessere sociale profondo e di una crisi egemonica delle forme tradizionali di mediazione. L’Argentina aveva già conosciuto nel 2001, con l’Argentinazo, una crisi simile: allora ampi settori popolari risposero costruendo movimenti di disoccupati, fabbriche recuperate, assemblee di quartiere, organizzazioni comunitarie.  > Oggi la crisi prende la forma di un progetto ultraneoliberale che combina > posizioni proprie dell’estrema destra e una visione radicale del libero > mercato. Per Pellegrini le nuove destre non promettono davvero un miglioramento della vita della maggioranza. Propongono una società modellata dalla competizione individuale e dal mercato come principio ordinatore di ogni relazione. Non è casuale che il governo Milei parli continuamente di battaglia culturale, arrivando perfino a recuperare Gramsci per spiegare la necessità di costruire egemonia. La disputa è sul senso comune, e la destra riesce a condurla perché intreccia malesseri reali, frustrazioni accumulate, errori delle forze popolari, dei partiti, dei sindacati e delle stesse organizzazioni sociali. La promessa del libero mercato, ha sostenuto Pellegrini, è però anche la principale debolezza del progetto. Salute, istruzione, lavoro, cura, riproduzione quotidiana della vita non sono mai stati garantiti dal mercato. La vita si sostiene attraverso reti di cooperazione, solidarietà, mutualismo. La nuova destra, invece, offre un trasferimento di ricchezza e beni comuni verso i settori concentrati del potere economico e territoriale: indebolimento delle politiche pubbliche, attacco ai diritti conquistati, avanzata sui territori e sugli ecosistemi. La “politica della crudeltà” consiste nella normalizzazione dell’idea che i più poveri siano superflui, senza diritto a sostegno, diritti o vita dignitosa. Nonostante la repressione, il femminismo argentino resta per Pellegrini un esempio di capacità politica: organizzare la rabbia, costruire alleanze e scegliere l’assemblea come spazio di decisione. Non si tratta solo di resistere, ma di organizzare il comune. Produzione agroecologica, saperi indigeni e campesini, difesa degli ecosistemi, reti comunitarie di cura, solidarietà e cooperazione compongono una politica della sostenibilità della vita. Da qui nascono domande scomode, ma centrali: quante forme democratiche e istituzionali vanno difese, e quante invece hanno segnato i limiti dei progetti emancipatori? Difendere i diritti resta essenziale, ma il compito non può limitarsi a restaurare l’ordine precedente. Occorre immaginare nuove forme di democrazia, nuove organizzazioni collettive, nuove forme di potere popolare. È da queste risonanze che Michael Hardt, in collegamento da Seattle, ha raccolto il filo conclusivo. Sara e Arias, ha osservato, hanno mostrato che si può contestare nello stesso tempo l’imperialismo e il regime repressivo del proprio Paese. L’anti-imperialismo, da solo, non è una politica: deve essere riempito. E Angel e Rosalia hanno mostrato, ciascuno a suo modo, che la resistenza non basta se non apre un orizzonte di liberazione. Hardt ha poi allargato la riflessione al livello mondiale, a partire dal memorandum tra Iran e Stati Uniti emerso nelle notizie di quelle ore. Non una pace, piuttosto il possibile ritorno al regime di guerra precedente, ma comunque un passaggio utile a leggere due elementi fondamentali. Il primo è il limite del potere militare statunitense e israeliano, la rottura dell’immagine di invincibilità delle loro macchine di guerra. Il secondo è il ruolo del mercato mondiale nel produrre questi limiti.  > La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, ha spiegato, ha funzionato > come una forma di pressione globale: anche una potenza dotata di produzione > energetica interna come gli Stati Uniti non può sottrarsi al mercato mondiale > del petrolio.  In questo senso, la guerra non può essere compresa soltanto dentro la cornice nazionale o bilaterale: è sempre presa dentro catene, mercati, dipendenze e rapporti di forza globali. Da qui la necessità di pensare l’internazionalismo come pratica concreta e multilivello. La base, per Hardt, resta quella dei movimenti e delle resistenze: la lotta contro il genocidio in Palestina, le tende nei campus universitari statunitensi, i blocchi dei porti in Italia, le manifestazioni di piazza, la Flotilla come simbolo immediato di un internazionalismo di resistenza. Ma questo livello non esaurisce il campo. Hardt ha richiamato anche il ruolo di alcune iniziative statali e sovranazionali: il Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, le prese di posizione di Colombia, Spagna e Irlanda, il terreno ambiguo ma non irrilevante del diritto internazionale, che in questi anni ha mostrato insieme la propria impotenza e la possibilità di essere forzato, innovato, usato per legittimare parole e categorie politiche, a partire da quella di genocidio. L’internazionalismo, però, non nasce semplicemente dall’individuazione di un nemico comune. Non basta dire “imperialismo americano” per costruire una politica condivisa. Serve, ha detto Hardt, una vera e propria “macchina di traduzione”: non solo linguistica, ma politica. Tradurre significa mettere in relazione contesti differenti, lotte femministe, operaie, antirazziste, ecologiste, esperienze di resistenza che non sono identiche e non devono diventarlo. L’internazionalismo non cancella l’eterogeneità, la attraversa. Costruisce connessioni senza ridurre tutto a un’unica grammatica, sapendo che liberazione operaia, liberazione femminista, liberazione antirazzista e liberazione ecologica non coincidono automaticamente, ma possono imparare a parlarsi. L’ultimo passaggio è stato forse il più esigente.  > Se esiste già un internazionalismo della resistenza, oggi bisogna avere il > coraggio di pensare anche un internazionalismo della liberazione.  Proprio nei tempi più duri, quando per molti popoli la sopravvivenza sembra l’unico obiettivo possibile, Hardt ha sostenuto la necessità di non abbassare l’orizzonte. Liberazione può voler dire inventare nuove forme democratiche di vita comune, nuove forme di cooperazione sociale, una rottura con l’individualismo obbligatorio che il capitalismo impone come destino. Per cercarne le tracce non serve nostalgia per i movimenti del passato, anche se la storia internazionalista delle lotte di liberazione resta una risorsa preziosa. Bisogna guardare piuttosto dentro le resistenze del presente: nel movimento Donna Vita Libertà in Iran, nelle pratiche femministe e comunitarie argentine, nelle lotte che già contengono nuclei di un mondo diverso. Il dibattito si è chiuso così, non con una sintesi, ma con un compito. Costruire un nuovo internazionalismo significa ripetere questo esercizio di traduzione politica: non scegliere tra blocchi, non scambiare l’anti-imperialismo per assoluzione dei regimi, non ridurre la solidarietà a dichiarazione morale. Significa tenere insieme resistenza e liberazione, sopravvivenza e organizzazione, difesa dei diritti e invenzione di nuove forme democratiche. Questo articolo è stato pubblicato su Global Project il 18/06/2026. Immagine di copertina: Belo (Sherwood Foto). I video degli interventi possono essere visti cliccando qui. L'articolo Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
Bolivia. Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz
Quella che è iniziata più di 40 giorni fa in Bolivia come protesta sindacale si è trasformata in una mobilitazione popolare e generale per le dimissioni del presidente Rodrigo Paz che minaccia lo stato di emergenza. Una giornata violenta di repressione della polizia ha scosso il centro della Capitale La Paz […] L'articolo Bolivia. Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz su Contropiano.
June 15, 2026
Contropiano
BOLIVIA: GOVERNO PROCLAMA LO STATO DI EMERGENZA CONTRO I BLOCCHI DEGLI INDIGENI. TESTIMONIANZA DA LA PAZ
È entrata in vigore in Bolivia la Legge 1740 che disciplina gli stati di eccezione, a oltre cinque settimane dall’inizio delle ampie proteste con blocchi che hanno paralizzato il Paese. Promulgata dal presidente Rodrigo Paz, la norma definisce il quadro giuridico per l’applicazione di misure straordinarie in situazioni di crisi che possano minacciare l’ordine costituzionale, la sicurezza pubblica, la sovranità nazionale o il funzionamento delle istituzioni democratiche. Con la pubblicazione della legge, le Forze Armate saranno autorizzate a reprimere le proteste, in particolare, togliere i blocchi stradali che caratterizzano le proteste boliviane. Rodrigo Paz, al potere da sette mesi, si trova ad affrontare settimane di malcontento da parte di diversi settori (operai, agricoltori, minatori, trasportatori e insegnanti) che hanno eretto decine di blocchi stradali a causa della rabbia per la grave crisi economica boliviana e ne chiedono le dimissioni. Tuttavia secondo l’intervista che Radio Onda d’Urto ha realizzato con Luis Arequipa, cittadino di La Paz, “il problema di fondo non risiede in una rivendicazione di carattere economico, né di carattere sociale. Le proteste in corso sono di carattere prettamente politico” e riguarda la rappresentanza dei popoli indigeni all’interno dei centri di potere.  Le proteste sono animate dagli strati popolari che abitano la Bolivia rurale e le periferie delle grandi città. Una larga fetta di popolazione che da anni continua ad impoverirsi anche a causa delle politiche liberali imposte dagli ultimi due governi, che hanno invece favorito i grandi latifondisti e il settore agroindustriale. Ad esacerbare la situazione era poi esploso lo scandalo della benzina contaminata, allungata con varie sostanze per contenere gli aumenti del costo del petrolio a causa della guerra degli Stati Uniti e Israele, all’Iran. La benzina contaminata che è stata distribuita in Bolivia, aveva rovinato o messo fuori uso i motori dei mezzi di trasporto pubblico e privato. Sullo scandalo è in corso un’inchiesta, ma il popolo ha incolpato il governo che aveva scelto la società che importava i carburanti dal Cile e che si è resa colpevole della contaminazione della benzina. Di tutto questo abbiamo parlato con Luis Arequipa, cittadino di La Paz, capitale della Bolivia. Ascolta o scarica La versión original de la entrevista en español con Luis Arequipa. Escuchar o descargar
June 11, 2026
Radio Onda d`Urto