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Un sequestro di libri e di democrazia: il caso Sally Rooney
C’è qualcosa di profondamente sinistro nel vedere i romanzi di una delle scrittrici più celebrate della sua generazione scomparire dagli scaffali di un Paese occidentale. Chiunque entri oggi in una libreria di Londra o Manchester non troverà più le ultime copie di Intermezzo, né i longseller Persone normali o Parlarne tra amici. Non siamo di fronte a un falò dei libri di stampo inquisitorio, né a una censura moralistica sui testi. Eppure l’effetto pratico è lo stesso: Sally Rooney e la sua casa editrice Faber & Faber hanno dovuto ritirare ogni sua opera dal mercato del Regno Unito per evitare un cortocircuito penale spaventoso. Ne hanno dato l’annuncio la stessa autrice e il suo editore mercoledì scorso. PERCHÉ QUESTO? Il motivo non risiede in ciò che Rooney scrive, ma in ciò che Rooney pensa, dice e finanzia liberamente dalla Repubblica d’Irlanda, dove risiede. La scrittrice ha pubblicamente dichiarato di voler devolvere le proprie royalty a Palestine Action, un movimento di protesta britannico che da anni contrasta la complicità bellica del Regno Unito nel massacro di Gaza. Ma oltremanica, dal luglio 2025, quella sigla non è più considerata un collettivo di attivisti: il Ministero dell’Interno l’ha inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche vietate ai sensi del Terrorism Act 2000. Di conseguenza, versare sterline a quel gruppo equivale a finanziare Al-Qaeda o l’Isis. Un reato da quattordici anni di galera che ha costretto l’editore al blocco preventivo della distribuzione e l’autrice a cancellare i suoi viaggi nel Paese per il concreto rischio di arresto. Questo scenario rappresenta il punto di non ritorno di una spaventosa metamorfosi autoritaria delle democrazie liberali occidentali. Quando le leggi speciali nate formalmente per contrastare le stragi di civili e l’estremismo religioso vengono piegate fino a criminalizzare la solidarietà politica e la dissidenza culturale, significa che lo Stato di diritto ha abdicato alle sue funzioni, trasformandosi in uno strumento di intimidazione di massa. LA DISTRUZIONE DELLE COSE NON È TERRORISMO Il cuore del problema risiede nella decisione, giuridicamente abnorme e politicamente speculativa, di etichettare come “terrorista” un gruppo che pratica esclusivamente l’azione diretta non violenta contro la proprietà industriale. Fin dalla sua nascita nel 2020, il modus operandi di Palestine Action è stato pubblico e trasparente: sit-in, occupazioni pacifiche di tetti, scritte con vernice rossa sulle facciate e sabotaggi mirati ai macchinari delle fabbriche di armamenti della Elbit Systems, azienda israeliana che produce droni ed equipaggiamenti militari esportati anche a Tel Aviv. Si può essere d’accordo o meno con il sabotaggio industriale, ci si può aspettare che venga sanzionato civilmente o penalmente come danneggiamento materiale (reato comune presente in ogni codice penale), ma chiamarlo “terrorismo” è una deliberata e pericolosa distorsione del linguaggio e del diritto. Come ha solennemente ricordato persino l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Volker Türk, gli standard internazionali più basilari confinano la nozione di terrorismo ad atti che causano intenzionalmente la morte, gravi lesioni fisiche o la presa di ostaggi. Palestine Action non ha mai ferito nessuno, non ha mai preso ostaggi, né ha mai pianificato azioni contro l’incolumità delle persone. La sua violenza – se così si può definire il danneggiamento di un bullone o l’imbrattamento di un muro – è rivolta esclusivamente contro le infrastrutture che producono strumenti di morte. > Dichiarare terroristico un movimento del genere significa tracciare una linea > d’ombra intollerabile: uno Stato decide che la protezione del profitto e della > filiera delle industrie belliche private è un valore prioritario rispetto alla > tutela dei diritti civili fondamentali. È l’equivalente giuridico di equiparare le suffragette o i movimenti ecologisti radicali ai commando stragisti. Se il sabotaggio di una fabbrica di droni è terrorismo, domani lo sarà anche il blocco di una miniera di carbone da parte degli attivisti del clima. A ogni modo, la cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, contesterà la messa al bando davanti alla Corte Suprema a partire dall’udienza del 4 novembre prossimo. LA REPRESSIONE NON FERMA IL DISSENSO: MIGLIAIA DI CITTADINI NEL MIRINO Nonostante il tentativo del governo britannico e delle successive sentenze d’appello di normalizzare questo abuso liberticida, la risposta della società civile è stata gigantesca, sebbene largamente silenziata dai media mainstream. Tra il 2025 e il 2026, la polizia britannica ha eseguito oltre 3.000 arresti di normali cittadini colpevoli soltanto di aver manifestato solidarietà a Palestine Action. > Secondo i dati forniti dallo stesso Ministero dell’Interno, gli arresti legati > a reati di terrorismo sono aumentati del 1.553% nell’ultimo anno, e il 94% di > essi è collegato al sostegno a Palestine Action. Migliaia di persone – insegnanti, pensionati, studenti, impiegati, addirittura religiosi o ex ufficiali delle forze armate britanniche – hanno sfidato le leggi draconiane partecipando a sit-in pacifici in Parliament Square, a Trafalgar Square o organizzando veglie silenziose. Cittadini che si sono autodenunciati, firmando petizioni e manifesti pubblici in cui dichiaravano apertamente: «Se sostenere chi blocca i mercanti di morte è terrorismo, allora arrestate anche me». Questa incredibile ondata di disobbedienza civile dimostra che la coscienza collettiva ha rifiutato la narrazione della criminalizzazione. Quando migliaia di persone scelgono il rischio della fedina penale pur di non piegarsi a un’ingiustizia di Stato, non siamo di fronte a una cellula eversiva, ma a un movimento di massa che difende i principi elementari della morale umana e della libertà d’espressione. SE LA CULTURA FA PAURA ALLO STATO In questo contesto, il gesto di Sally Rooney brilla per coerenza e dignità etica. In un’epoca in cui l’industria culturale preferisce il silenzio prudente e il posizionamento di comodo per non disturbare gli algoritmi e i mercati, Rooney ha scelto di pagare il prezzo più alto per le proprie idee. Ha accettato la scomparsa dei propri libri dal suo mercato editoriale di riferimento e ha rinunciato a ritirare premi prestigiosi oltremanica per non legittimare una legge ingiusta. Il paradosso politico è totale: la Repubblica d’Irlanda considera Palestine Action un’organizzazione perfettamente legale, mentre il Regno Unito la considera terroristica. Attraversare il mare d’Irlanda trasforma istantaneamente un’intellettuale pacifista in una latitante. Quello di Sally Rooney non è un caso isolato, ma il tassello di una strategia repressiva sistemica. Lo sa bene Mo Chara, membro del gruppo rap irlandese Kneecap, finito nel mirino dell’antiterrorismo britannico con l’accusa di “sostegno al terrorismo”. Una persecuzione di Stato crollata definitivamente solo nel marzo 2026, quando l’Alta Corte di Londra ha respinto l’ennesimo ricorso del governo, confermando l’archiviazione di un processo farsa nato solo per intimidire la band. Se contro i Kneecap lo Stato ha perso la sua battaglia legale per vizi di forma, con Sally Rooney l’apparato ha trovato il modo di colpire per via finanziaria, costringendola all’esilio editoriale. Non a caso quindi, dal gruppo nordirlandese è arrivata subito la solidarietà alla scrittrice. Anche divers* parlamentari di Westminster hanno preso posizione a sostegno della scrittrice: da John McDonnell e Richard Burgon della sinistra laburista, a Zarah Sultana di Your Party, fino al giornalista Owen Jones. L’ex-leader laburista (ora Your Party) Jeremy Corbyn, insieme ad altri parlamentari indipendenti pro-palestinesi eletti ai Comuni, ha espresso solidarietà all’autrice e ha denunciato l’uso del Terrorism Act come un’arma di censura culturale ideata dal precedente governo Tory e pigramente ereditata e applicata dai laburisti, definendo il ritiro dei libri un «giorno nero per la libertà d’espressione nel Paese». Alcuni rappresentanti dei Verdi, fra cui il segretario Zack Polanski, hanno apertamente criticato l’automazione burocratica della legge che colpisce la filiera culturale, sottolineando l’assurdità di equiparare il boicottaggio pacifista e il supporto a gruppi non violenti a minacce di carattere terroristico internazionale. Infine, in Irlanda mentre lo Sinn Féin (TDs) non ha ancora emesso comunicati ufficiali, Cian O’Callaghan, deputato e portavoce dei Social Democrats nel parlamento irlandese, ha portato il caso in aula sollevando una formale obiezione contro la censura e chiedendo al Ministro degli Esteri irlandese di intervenire direttamente presso il suo omologo britannico: «In un momento in cui il diritto internazionale viene violato in modo così palese da Israele e altri, coloro che si schierano contro il genocidio e i crimini di guerra dovrebbero essere sostenuti, non puniti». Gli esponenti della sinistra socialista irlandese hanno chiesto al governo di Dublino una presa di posizione diplomatica ufficiale a tutela degli artisti irlandesi all’estero. Hanno definito la legge del Regno Unito come «draconiana», evidenziando come l’esecutivo britannico stia attivamente «privando i propri stessi cittadini della libertà di leggere opinioni dissenzienti pur di proteggere l’industria delle armi e l’asse strategico con Israele». Nel mondo della cultura, numerose librerie indipendenti nel Regno Unito stanno protestando contro la normativa esponendo cartelli vuoti o allestendo vetrine provocatorie. Molti librai hanno dichiarato alla stampa che l’assenza forzata dei libri di Rooney è «l’emblema di una censura burocratica asfissiante» e che l’autrice ha fatto l’unica scelta moralmente degna. La testata britannica indipendente Novara Media ha pubblicato un editoriale video di enorme successo intitolato “Sally Rooney ha umiliato la Gran Bretagna su Palestine Action“. Nel pezzo viene spiegato come la mossa dell’autrice abbia tolto la maschera al governo, costringendolo ad “arrossire” di vergogna davanti all’opinione pubblica globale, mostrando al mondo che pur di proteggere le fabbriche di armi è disposto a far sparire la letteratura. Nelle ultime ore, piattaforme di artisti europei hanno rilanciato i discorsi di Rooney ai summit pacifisti internazionali (come il People’s Summit), usandoli come manifesto attraverso i canali social per lanciare una call-to-action immediata: «Gli artisti devono parlare ora per la Palestina, seguendo l’esempio di coraggio di Sally». Un forte parallelismo testuale su quanto espresso («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio…») arriva anche dalla massiccia lettera aperta firmata da oltre 300 scrittori ed editori nelle ultime 48 ore. Nel loro manifesto congiunto a sostegno di Rooney e Faber, la comunità letteraria accusa direttamente il governo del Regno Unito, scrivendo: «È inaccettabile che un governo possa oggi bandire di fatto una singola autrice per aver protestato contro la sovrapposizione deliberata compiuta dallo Stato tra la protesta e il terrorismo». La stessa Palestine Action ha rilasciato una nota ufficiale in cui ringrazia l’autrice, sottolineando come la decisione di Faber e Rooney smascheri la natura «politica ed economica» della legge anti-terrorismo britannica, nata per blindare i profitti dell’industria bellica («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio, ma Rooney ha dimostrato che non ci si può comprare tutti»). Ciò che sta accadendo nel Regno Unito non è comunque solo una faccenda interna britannica, ma un severo ammonimento per tutte le democrazie occidentali. La libertà d’espressione non si misura dalla nostra tolleranza verso le opinioni innocue o di facciata, ma dalla protezione del diritto al dissenso radicale, all’azione diretta e all’opposizione intransigente verso le politiche di guerra dei nostri stessi governi. > Quando i libri spariscono perché i loro autori rifiutano di allinearsi ai > decreti di sicurezza nazionale, la democrazia smette di essere tale e diventa > un guscio vuoto. L’ostracismo forzato di Sally Rooney non spegnerà la sua voce; al contrario, rimarrà come un monumento all’ipocrisia di un governo (prima Starmer e ora Burnham) che, nel tentativo di proteggere l’export di armi, ha finito per mettere all’indice anche la grande letteratura. Immagine di copertina da Magdalena Vassilleva Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. 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October 19, 2026
DINAMOpress
Le associazioni di infermieri e farmacisti britannici boicottano l’azienda israeliana Teva
Nel giro di una settimana il Royal College of Nursing e il Royal College of Pharmacy, due delle principali organizzazioni professionali della sanità britannica, hanno chiuso i rapporti commerciali con Teva UK, filiale del colosso farmaceutico israeliano, dopo una campagna portata avanti da gruppi di operatori sanitari. Gli infermieri si sono mossi per primi con una lettera in cui Carmel O’Boyle, presidente del consiglio direttivo dell’RCN, che conta oltre mezzo milione di iscritti, ha comunicato la fine della partnership e tolto a Teva la sponsorizzazione del convegno su emicrania e cefalee, c... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.   ABBONATI / SOSTIENI   L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Le associazioni di infermieri e farmacisti britannici boicottano l’azienda israeliana Teva appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Teva: il boicottaggio contro Israele funziona
di Lavinia Marchetti (*) Il boicottaggio contro Israele funziona. Chiedete a Teva Il caso Teva, la rivolta dei sanitari britannici e la rispettabilità che le multinazionali cercano di acquistare attraverso chi dovrebbe tutelare la nostra salute. Quindicimila sterline. Era la somma concordata fra Teva UK, filiale britannica della multinazionale farmaceutica israeliana, e il Royal College of Pharmacy, che è l’organismo
October 13, 2026
La Bottega del Barbieri
Regno Unito, farmacisti e infermieri rompono i rapporti con la Teva
Il Royal College of Pharmacy britannico ha interrotto i suoi accordi di sponsorizzazione e partecipazione a mostre con l’azienda farmaceutica israeliana Teva, il più grande produttore mondiale di farmaci generici, a seguito delle pressioni esercitate da Nurses for Palestine e Uk Healthcare Petitions to Royal Colleges, come riportato venerdì 2 ottobre dal Guardian. Gli attivisti esortavano il collegio ad applicare alle collaborazioni con aziende israeliane lo stesso rigoroso controllo etico che il suo predecessore, la Royal Pharmaceutical Society, aveva riservato alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. L’associazione, che rappresenta 34.000 farmacisti e scienziati farmaceutici, ha dichiarato che una verifica ha sollevato dubbi sulla coerenza delle attività di Teva con i suoi valori, senza però fornire ulteriori dettagli. Il Royal College of Nursing, il più grande sindacato di infermieri del mondo, con 500.000 iscritti nel Regno Unito, ha annunciato la scorsa settimana di aver interrotto ogni legame di sponsorizzazione e fornitura con la Teva a causa dei suoi stretti rapporti con l’esercito israeliano.     Redazione Italia
October 11, 2026
Pressenza
L’intesa tra università britanniche e industria delle armi per reprimere i pro-Pal
Tredici università del Regno Unito hanno concordato con BAE Systems, il principale colosso britannico della difesa, misure di sicurezza e strategie comunicative per gestire e contenere le manifestazioni studentesche filopalestinesi nei campus. A svelarlo è un’inchiesta congiunta condotta da Liberty Investigates e Al Jazeera, basata su decine di comunicazioni interne, […] L'articolo L’intesa tra università britanniche e industria delle armi per reprimere i pro-Pal su Contropiano.
September 27, 2026
Contropiano
Manifestazione per la Palestina a Liverpool in occasione del congresso laburista
Migliaia di persone hanno marciato a Liverpool in una manifestazione nazionale in occasione dell’inizio del congresso annuale del Partito Laburista. Organizzata dalla Palestine Solidarity Campaign, insieme alla Stop the War Coalition, a Friends of Al-Aqsa, alla Muslim Association of Britain, al Palestinian Forum in Britain e alla Campaign for Nuclear Disarmament, la manifestazione ha attraversato pacificamente le strade della città. All’inizio di settembre il governo britannico ha annunciato nuove misure contro i coloni israeliani in Cisgiordania in risposta all’espansione degli insediamenti e all’aumento della violenza contro i palestinesi. I manifestanti chiedevano però un’espansione delle sanzioni e del boicottaggio, lo stop all’invio degli armamenti a Israele e una posizione più chiara riguardo al genocidio a Gaza.   Davide Schmid
September 26, 2026
Pressenza
Il congresso dei sindacati britannici vota a favore del boicottaggio di Israele
I delegati al Trade Union Congress (TUC) a Brighton hanno votato all’unanimità la mozione che per la prima volta esprime il sostegno al movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) a Israele. La mozione è stata proposta da Artists’ Union England (AUE) e appoggiata dall’Unison, il più grande sindacato britannico. In rappresentanza di oltre 5 milioni di lavoratori – dagli insegnanti ai vigili del fuoco, dagli artisti agli addetti del settore tecnologico, dai medici agli addetti alle pulizie – i delegati hanno votato per accogliere l’appello dei sindacati e delle organizzazioni della società civile palestinesi e per sostenere le misure BDS contro Israele, che continua a perpetrare crimini di genocidio, apartheid e occupazione. I delegati di alcuni dei sindacati più influenti del Paese sono intervenuti a favore della mozione, tra cui Unison, Unite, il National Education Union, il Communication Workers Union e il Public and Commercial Services Union (PCS). Il voto esercita una nuova pressione sul governo britannico, arrivando appena una settimana dopo che il ministro degli Esteri Ed Miliband aveva annunciato un regime di sanzioni completo che vieta gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani illegali nella Cisgiordania occupata. Il TUC ha inoltre votato a favore della prossima giornata di mobilitazione nei luoghi di lavoro e nelle università, indetta per giovedì 26 novembre, raccogliendo l’appello globale ai lavoratori promosso dai sindacati palestinesi, che invita la comunità internazionale a intensificare il sostegno alla liberazione della Palestina organizzando, aderendo e promuovendo iniziative anche sui luoghi di lavoro. Il testo della mozione approvata  Il congresso osserva quanto segue: La distruzione catastrofica di Gaza, comprese infrastrutture, ospedali, scuole e università, a seguito dell’attacco genocida di Israele dal 2023, che ha causato la morte di oltre 70.000 palestinesi, lo sfollamento di milioni di persone e l’aumento degli insediamenti illegali, dell’occupazione militare e dell’apartheid. I risultati di indagini condotte da organi delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani che documentano gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La violenza e gli attacchi dei coloni israeliani, sostenuti dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), contro le comunità palestinesi, hanno causato la morte di diversi bambini e la chiusura di molte scuole, terrorizzando studenti e personale docente. Il movimento globale guidato dai palestinesi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, avviato dalla società civile palestinese, compresi i sindacati. I continui sforzi del governo per scoraggiare e censurare la solidarietà con la Palestina, anche nell’ambito dell’arte e della cultura. Il congresso ritiene che: Sia necessario rispondere all’appello di solidarietà dei lavoratori palestinesi Il BDS sia una strategia efficace per fare pressione su Israele affinché ponga fine al genocidio in corso, al sistema di apartheid, all’occupazione e alla negazione del diritto al ritorno dei rifugiati. Il movimento sindacale vanti una lunga e gloriosa storia di campagne BDS contro l’oppressione, compresa quella contro il Sudafrica dell’apartheid. Il Congresso delibera di: Promuovere un cessate il fuoco permanente e un piano di pace giusto, che rispetti il diritto internazionale e le successive risoluzioni delle Nazioni Unite, prevedendo una soluzione a due Stati. Promuovere una campagna per una legislazione che vieti il commercio con gli insediamenti illegali e la sospensione dell’Accordo di partenariato commerciale tra Regno Unito e Israele, fino a quando non verrà rispettato il diritto internazionale. Sostenere il movimento BDS guidato dai palestinesi, le campagne sindacali a sostegno della Palestina, le giornate di azione sul posto di lavoro, il disinvestimento da aziende complici dei crimini di Israele contro i palestinesi, in collaborazione con i membri dei sindacati di tali aziende. Porre fine a ogni cooperazione militare e commercio di armi con Israele per conformarsi al diritto internazionale. Chiedere al governo di imporre sanzioni di vasta portata a Israele finché non si conformerà al diritto internazionale e impegnarsi a garantire la libertà di parola e a porre fine ai tentativi di censurare artisti e organizzazioni artistiche che esprimono solidarietà con la Palestina. Sostenere i sindacalisti, compresi artisti, operatori culturali e operatori dell’istruzione, che si rifiutano di gestire beni e servizi legati a violazioni del diritto internazionale.   Redazione Italia
September 17, 2026
Pressenza
Regno Unito, il fronte indipendentista sfida Londra: “il tempo di Westminster sta finendo”
Nella giornata di ieri, lunedì 14 settembre, i primi ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord si sono incontrati a Cardiff per firmare un memorandum, il primo di questo genere, nel quale rivendicano il diritto dei rispettivi Stati all’autodeterminazione. I firmatari chiedono a Londra di «preparare, pianificare e facilitare il cambiamento costituzionale in ciascuna delle tre nazioni» per spingere Downing Street ad autorizzare nuovi referendum sull’indipendenza. L’incontro ha un forte valore politico, dal momento che, per la prima volta da quando il governo di Tony Blair trasferì parte dei poteri di Londra ai parlamenti di Edimburgo, Cardiff e Belfast, alla fine degli anni ’90, a guidare le tre nazioni vi sono i rappresentanti di tre partiti indipendentisti: SNP (Scozia), Plaid Cymru (Galles) e Sinn Féin (Irlanda del Nord). Il memorandum riconosce che i tre partiti hanno posizioni costituzionali diverse e lascia a ciascuna nazione la scelta di tempi e modi. Allo stesso tempo li impegna a collaborare su economia, energia e rapporti con l’Unione Europea. Swinney (leader scozzese) e ap Iorwerth (primo ministro del Galles) hanno anche firmato un secondo accordo, stavolta tra i due governi e senza lo Sinn Féin irlandese, per chiedere a Londra più poteri e una distribuzione più equa delle risorse. Anche su questo punto le priorità divergono. Il Galles vuole riformare la formula Barnett, il meccanismo che determina i fondi trasferiti da Londra, perché lo considera penalizzante. La Scozia, che da quel sistema trae vantaggio, non ha appoggiato la richiesta. Le tre situazioni restano in ogni caso molto diverse. La Scozia ha già votato per l’indipendenza nel 2014, quando il 55% scelse di restare nel Regno Unito. Nel 2022 la Corte suprema del Regno Unito ha stabilito all’unanimità che la Scozia non può indire un nuovo referendum senza il consenso di Westminster, bloccando la consultazione che l’allora Primo ministro Nicola Sturgeon aveva fissato per l’ottobre 2023. Il Galles invece, non ha mai votato per l’indipendenza, ma solo per l’autonomia. Nel 1979 la proposta fu respinta con quasi l’80% di no, nel 1997 passò con il 50,3%. Il partito gallese Plaid esclude un referendum prima delle elezioni del 2030 e punta, nel frattempo, all’istituzione di una commissione nazionale e sul trasferimento di nuove competenze. In Irlanda del Nord l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 affida la scelta di indire una consultazione al solo governo britannico. L’unico precedente è il referendum del 1973, boicottato dai nazionalisti e vinto dagli unionisti con quasi il 99% dei voti contrari. I sondaggi indicano ancora una maggioranza favorevole a restare nel Regno Unito, anche se il divario si è ridotto dopo la Brexit. L’incontro di Cardiff è arrivato, solo temporalmente, dopo le parole di Donald Trump. In alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa mentre si trovava a Dublino, seduto accanto al premier irlandese Micheál Martin, il presidente statunitense ha detto: «Non voglio creare problemi, ma mi piacerebbe vederla (l’Irlanda, ndr) unita. Prima o poi succederà». A suo parere, sarebbe «una cosa fantastica, anche se il Regno Unito avrà qualcosa da dire». Poco dopo, davanti a imprenditori dei due Paesi, ha ammesso che sulla questione non esiste una buona risposta. Con queste frasi Trump – che ha ripetutamente criticato Londra per il mancato supporto all’aggressione condotto da USA e Israele contro l’Iran – ha rotto la storica neutralità di Washington sul tema. Martin non ha commentato e Londra ha fatto sapere che la propria posizione non cambia. Il leader del Democratic Unionist Party nordirlandese, Gavin Robinson ha replicato che il futuro dell’Irlanda del Nord lo decideranno i suoi abitanti, e non i commenti che arrivano da Londra, Dublino o Washington. The post Regno Unito, il fronte indipendentista sfida Londra: “il tempo di Westminster sta finendo” appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele
Il problema delle “internazionali nere” e delle alleanze tra nazionalisti è che alla fine devono fare i conti con le loro stesse regole, ovvero quelle del capitale, del massimo profitto e della competizione internazionale. È ciò che sembra tratteggiarsi all’orizzonte dello scontro per il petrolio delle isole Falkland (Malvinas per […] L'articolo Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele su Contropiano.
September 9, 2026
Contropiano
Il Regno Unito aggiorna i piani di difesa nazionale per prepararsi alle “minacce straniere”
Il Regno Unito aggiorna i piani di difesa nazionale e prepara i cittadini a una possibile aggressione straniera. Sullo sfondo, le minacce russe e il recente attacco informatico contro un impianto energetico britannico, attribuito ad hacker legati all’Iran. Il governo si prepara così a lanciare una campagna per invitare le famiglie ad accumulare cibo in scatola, acqua e altri beni essenziali con cui affrontare blackout, cyberattacchi e prolungate interruzioni dei servizi. Parallelamente, Londra sta riscrivendo il proprio “war book”, il manuale che stabilisce come reagire alle minacce esterne sul fronte civile e militare. «Non è allarmismo, è buon senso», assicurano fonti dell’esecutivo, ma quando persino la dispensa entra nella pianificazione bellica, è lo stesso governo ad alimentare la psicosi di una guerra presentata come un pericolo imminente. Secondo quanto riferito dal Financial Times, la nuova iniziativa, non ancora presentata ufficialmente nei dettagli, dovrebbe essere coordinata dal Cabinet Office e accompagnata da una campagna di sensibilizzazione sui social. L’obiettivo dichiarato del governo Burnham è rafforzare la «resilienza nazionale», consentendo alle famiglie di cavarsela autonomamente durante la prima fase di un’emergenza e lasciando allo Stato la possibilità di concentrare le risorse sui più vulnerabili. Il portale governativo Prepare raccomanda già di conservare batterie, medicinali, radio, almeno 2,5-3 litri d’acqua al giorno per persona e alimenti non deperibili che non richiedano cottura, indicazioni valide in caso di emergenze capaci di interrompere l’erogazione di acqua, energia o altri servizi essenziali. A cambiare oggi è la cornice nella quale queste misure vengono riproposte. Il National Risk Register 2026 passa in rassegna i principali pericoli per il Paese, mentre il rapporto governativo sul Resilience Action Plan descrive un ambiente sempre più «pericoloso e conteso», segnato da conflitti, cyberattacchi e azioni attribuite alla Russia mantenute al di sotto della soglia della guerra aperta. Il consiglio pratico si salda così alla rappresentazione di un nemico permanente: ogni blackout o anomalia può diventare l’anticamera di un attacco e ogni cittadino viene trasformato nel terminale domestico della mobilitazione nazionale. Il precedente più evidente risale al marzo 2025, quando la Commissione europea presentò la Preparedness Union Strategy, un pacchetto di trenta azioni per affrontare calamità naturali, pandemie, attacchi informatici e possibili aggressioni militari. La commissaria europea per l’Uguaglianza, la Preparazione e la Gestione delle crisi, Hadja Lahbib, mostrò in un video una borsa di emergenza con gli oggetti ritenuti utili per affrontare le prime 72 ore senza assistenza, contenente cibo, acqua e persino contanti. Il kit era soltanto la parte più scenografica del progetto: la strategia prevedeva anche esercitazioni periodiche, educazione alla preparazione nelle scuole, coordinamento tra strutture civili e militari, scorte strategiche e una giornata europea dedicata. La strada era stata anticipata dalla Svezia, dove nel novembre 2024 il governo aveva distribuito alle famiglie l’opuscolo In caso di crisi o di guerra, con istruzioni per resistere autonomamente almeno una settimana e l’avvertimento di prepararsi allo scenario peggiore: un attacco armato. Non mancano all’appello della pianificazione bellica neppure gli ospedali: dopo Francia e Germania, anche l’Italia si muove per garantire la sicurezza delle strutture sanitarie in caso si verificasse un conflitto militare. Dalle dispense ai reparti ospedalieri, prende forma quella “cultura della preparazione” che rischia di trasformare la crisi permanente nella condizione ordinaria dentro cui organizzare la società. La campagna britannica arriva nel pieno dell’escalation tra Londra e Mosca. Il governo ha autorizzato il gruppo europeo specializzato nella progettazione e produzione di missili e sistemi missilistici MBDA a trasferire informazioni classificate sulle componenti britanniche dello SCALP, la versione francese dello Storm Shadow, per consentirne l’assemblaggio in Ucraina. Il 27 agosto, Maria Zakharova ha avvertito che «Londra e Parigi giocano col fuoco» e che in risposta ad attacchi contro la Russia compiuti con armi britanniche, Mosca potrebbe colpire strutture e mezzi militari del Regno Unito «in Ucraina e oltre i suoi confini». Nel giro di poche ore, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha smorzato i toni, precisando che la Russia non ha nessuna intenzione di attaccare un Paese NATO. Il 25 agosto, il direttore della CIA John Ratcliffe ha incontrato a Mosca il capo dell’intelligence estera Sergei Naryshkin: secondo fonti citate da Reuters, avrebbe affrontato anche il rischio di operazioni russe contro la NATO, mentre Trump ha definito la missione «semi-routine». È precisamente nello spazio tra fatti accertati e scenari evocati che prospera il terrorismo psicologico e la cosiddetta “teoria dello shock”: la guerra diventa prima una possibilità, poi una previsione e, infine, un destino al quale adattarsi. Il panico rende accettabili il riarmo, la militarizzazione della società, l’imposizione di misure draconiane e nuove compressioni delle libertà. Quando i governi chiedono ai cittadini di prepararsi ogni giorno al peggio, il pericolo è che nessuno chieda più loro di lavorare per evitarlo. The post Il Regno Unito aggiorna i piani di difesa nazionale per prepararsi alle “minacce straniere” appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE