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Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo?
La tesi di partenza di Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei, a partire dalla quale viene raccontata la città antica con una attenzione particolare agli aspetti della religiosità, del sacro, e quindi anche, per contrappunto, dell’estremamente profano e dell’osceno, è che in quella seconda metà del I secolo d.C., negli ultimi anni prima dell’eruzione del Vesuvio, a Pompei ci fossero già tutti gli indizi della fine del mondo antico; che quella del 79 d.C. sia stata l’ultima estate non soltanto di una città ma, idealmente, della cultura classica e pagana, per quanto come istituzione l’impero romano avrebbe vissuto ancora molti decenni. Secondo Gabriel Zuchtriegel quegli anni, che pure siamo abituati a considerare tranquilli anzi l’età d’oro dell’Impero romano, albergavano una profonda crisi spirituale e gli dèi pagani avevano già iniziato ad abbandonare il mondo. A esergo del testo è riportata la stessa citazione – da una lettera di Gustave Flaubert – che Marguerite Yourcenaur pone all’inizio dei suoi “Taccuini di appunti”, pubblicati in coda a Memorie di Adriano: «Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio. C’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo». Yourcenar scrive di aver trascorso una gran parte della sua vita a cercare di definire e descrivere quell’uomo solo, e legato a tutto, che per lei è stato l’imperatore Adriano. Zuchtriegel forse ha inteso in altro modo quella frase, soffermandosi soprattutto sulla solitudine, sull’isolamento dell’uomo antico, nel tramonto della classicità. Solitudine che non ha tardato ad essere colmata e ridefinita. Dal 2021 direttore del Parco Archeologico di Pompei, Zuchtriegel in questo nuovo libro (nel 2023, sempre per Feltrinelli, era uscito Pompei. La città incantata) mescola reportage giornalistico, storia delle religioni e diario di scavo (il racconto delle principali scoperte archeologiche avvenute nel 2024 e 2025) con alcuni accenni, poco scontati, alla sfera personale e familiare. Il volume è diviso in capitoli che esplorano vari aspetti di Pompei a partire da un luogo, da un tempio, da una divinità: il culto di Iside, di Diana, di Dioniso (una megalografia dipinta con il corteo di Dioniso è emersa negli scavi del 2025 nella Casa del Tiaso), Venere e la prostituzione (Pompei era chiamata “città di Venere”, Colonia Veneria Pompeianorum). Le pitture e la cultura materiale mostrano a ripetizione le divinità pagane ma secondo l’autore queste permeano soltanto la superficie del quotidiano, usate ma non più comprese fino in fondo. Si vagheggia e si mostra quello che non si esperisce, gli dèi (come Diana in un’epoca in cui la caccia non era più fondamentale per la sopravvivenza) al pari dei paesaggi bucolici; nella religione pre-classica le divinità vivevano negli elementi naturali finché, di fronte alla crescente antropizzazione del paesaggio, sono state “traslocate” nei templi in muratura costruiti a partire dal 600 a.C., in Grecia. Si è tuttavia continuato a temere, per lungo tempo, che gli dèi non gradissero affatto la crescente frattura tra l’uomo e la natura, e che potessero scatenare la loro ira. Lo dimostra, ad esempio, la pratica dei sacrifici animali, in seguito strumentalizzata dagli autori cristiani al fine di ridicolizzare i culti politeisti. Scrive l’autore: «in origine l’offerta sacrificale non significa affatto che si uccide in modo arbitrario un animale per un dio, per mangiarne poi anche una parte della carne. L’animale, piuttosto, viene ucciso per nutrirsi, ma l’uccisione, benché necessaria alla propria sopravvivenza, rappresenta una violazione rispetto alla vita e dev’essere riparata con la restituzione di una parte della preda». Per questo nell’età classica non c’è traccia dell’esistenza dei macellai, non ci si poteva dedicare a questa attività come professione: in tutte le culture arcaiche del Mediterraneo l’uccisione di animali era legata a pratiche rituali, perché altrimenti si sarebbe incappati nella collera di Diana-Artemide. Ma così non era già più nella Pompei del I secolo, quando la professione del macellaio e la vendita nelle taverne di carne si svolgevano liberamente. Le divinità erano ormai diventate nani da giardino. È una visione, questa, che rischia di considerare con nostalgia un tempo, se esso è effettivamente esistito, in cui nani non lo erano affatto. Come evidenzia Zuchtriegel, nel mantenimento del sacro conta soprattutto quello che si fa nel quotidiano, gli “esercizi di fiducia” di fronte alla divinità; ma che nella religiosità pagana il rispetto per i riti abbia una grande importanza – atteggiamento che spiega la durezza delle istituzioni romane verso i primi cristiani che hanno rifiutato quei riti – non è un elemento di debolezza della fede, piuttosto l’ammissione che di fronte a tutto quello che non siamo in grado di comprendere e controllare si può soltanto partecipare, svolgere una pratica. Una religione di questo tipo si mantiene viva non perché le persone hanno fede, ma perché condividono la quotidianità del rito (come accade in certe religioni contemporanee come l’induismo). È il malcontento sociale, più che l’aspirazione a una spiritualità profonda, che può indebolire o rompere quel meccanismo comunitario di religiosità. Interrogandosi sul perché il cristianesimo abbia fatto breccia e sia riuscito, nel lungo periodo, a sostituirsi al paganesimo, l’autore ritiene che potesse trarre vantaggi dal messaggio cristiano chi non aveva niente da perdere. Il messaggio proponeva il Regno di Dio come una liberazione interiore, ma ad aderire al Cristianesimo degli inizi sono stati soprattutto coloro che aspiravano a ribaltare realmente la propria condizione di subordinazione, in una società come quella romana dove il trenta per cento della popolazione era schiava. Lo scavo archeologico del quartiere servile di una grande villa romana a Civita Giuliana, a pochi chilometri da Pompei, mostra la materializzazione della gerarchia, persino all’interno della condizione servile (i diversi gradi di schiavitù). Nel primo cristianesimo la famiglia biologica (se pure “allargata” al modo romano, ovvero la gens, ben più ampia della famiglia mononucleare composta da due genitori) era subordinata a quella spirituale: chi seguiva davvero Gesù avrebbe dovuto abbandonare la propria casa e la famiglia, una condizione che nei secoli a venire verrà molto edulcorata. L’autore presagisce possibili critiche, e le anticipa nell’introduzione: «so bene che questo libro contiene tesi piuttosto controverse e che potrebbero suscitare ancora una volta l’interrogativo se l’autore sia credente e, in caso affermativo, quale sia la sua confessione. Per principio non rispondo […] Tuttavia, due parole in merito mi sento di dirle: scrivere di storia delle religioni senza essere, in qualche modo, religiosi è come redigere la guida turistica di un paese dove non si è mai stati». Sulle prime, stupisce che Zuchtriegel si ponga questa domanda. Perché qualcuno dovrebbe accusare l’autore di non essere credente? Per discettare di storia delle religioni bisogna conoscerle a fondo, non avere fede in esse, viene da pensare; a ben vedere, però, portare la questione su questo piano – a che cosa crediamo – non è affatto banale. Sigmund Freud, come ricorda l’autore, ha interpretato Pompei come materializzazione gigantesca dell’inconscio collettivo, un residuo psichico rimosso che può tornare alla luce con il lavoro della vanga. Inconscio materiale: un ossimoro calpestato ogni anno da migliaia e migliaia di turisti e studenti in gita. Una città in rovina che desta preoccupazioni e polemiche per ogni porzione di muro che crolla, e che teniamo stretta a noi come scenografia necessaria per i viaggi e per la rappresentazione contemporanea della profondità (e dell’ordinarietà) del tempo. Ma il libro di Zuchtriegel, pur non esente da osservazioni che taluni vorranno criticare, mostra bene come quella solida materialità si disfi rapidamente in memoria fluida e pastosa che riempie e satura i “programmi di verità” (l’espressione è di Paul Veyne, in I Greci hanno creduto ai loro miti?) che ogni volta costruiamo diversi, per il presente e per l’antico: la forma che diamo alla verità delle cose. Le verità, ha scritto Veyne, sono esse stesse delle immaginazioni. Nel leggere delle visioni e delle liturgie infrante della civiltà pagana, in quell’ultima estate di Pompei, ci possiamo domandare cosa si sia rotto oggi nella nostra civiltà laica e illuminista, che di nuovo, forse, ci rende deboli di fronte a chi potrebbe domandarci in cosa crediamo, qual è la forma della nostra verità. Verranno a chiederci del nostro amore, cantava De Andrè. Verranno a chiederci anche in che cosa credevamo, a quale categoria del divino aderivamo, in un mondo innervato sulle ingiustizie sociali e politiche. Non è una domanda scorretta; non nella misura in cui pensiamo ancora che il sacro, in qualsivoglia forma, e a livello non puramente individuale, intrida l’esistenza.     L'articolo Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo? proviene da Pulp Magazine.
July 16, 2026
Pulp Magazine
Archeologia repressiva – di Gianni Giovannelli
Breve premessa per i più giovani. Il 4 giugno 1975 fu sequestrato dalle Brigate Rosse l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, morto poi nel 2022. Era rinchiuso in una cascina nei pressi di Aqui Terme, chiamata Spiotta, oggi ristrutturata dai nuovi proprietari, con un bel cancello all’ingresso. Il Gancia fu liberato da quattro carabinieri; uno (D’Alfonso) morì [...]
July 9, 2026
Effimera
Centro Archeologico Monumentale: lo stato dell’arte raccontato in Commissione Giubileo
Centro Archeologico Monumentale: non sono le perle che fanno il collier ma il filo. di Paolo Gelsomini Riflessioni a margine della Commissione Speciale Giubileo presieduta da Dario Nanni tenutasi lo scorso 2 aprile con interventi di Walter Tocci, Delegato del Sindaco al Piano di Riqualificazione dell’area dei Fori Imperiali e del Progetto CArMe (Centro Archeologico Monumentale) e del Sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce. Vai alla registrazione della Commissione Speciale Giubileo del 2 aprile 2026 Vai alla scheda del progetto CArMe su romasitrasforma E’ in fase di attuazione il Programma Operativo che ha individuato le opere realizzabili entro il triennio 2025-27. Questo primo intervento complessivo, che prelude al successivo Piano Strategico finalizzato a proiettare nelle prossime consiliature gli sviluppi successivi, ha utilizzato i fondi del PNRR, correggendone però la logica frammentata di interventi puntuali legati ad opere non inserite in un contesto di trasformazione urbana complessiva dell’area archeologico-monumentale centrale. Per ribadire questa finalità è stata significativa la citazione di Parisi Presicce della frase di Flaubert: “ Non sono le perle che fanno il collier ma il filo”. Quale sia questo filo si può capire dagli obiettivi, enunciati dallo stesso Sovrintendente, che sono stati alla base del lavoro di riqualificazione dell’area centrale portata avanti dal progetto CArMe di Walter Tocci. Innanzitutto tutti gli interventi sono stati concepiti per creare le condizioni per una visione più completa dei monumenti e delle loro relazioni con il contesto spaziale e temporale dei luoghi. La percezione del singolo monumento non si può cogliere solo a livello planimetrico, ma con la restituzione della terza dimensione ottenuta con dei rialzi di colonne, capitelli e trabeazioni – per quanto possibile – come è stato fatto alla Basilica Ulpia e al Tempio della Pace. Ma occorre restituire anche una dimensione spaziale alle opere, inserendole in un paesaggio storico, con attraversamenti trasversali che superino la lettura direzionale dell’asse dello stradone che per quasi cento anni ha spaccato la valle dei Fori, separandoli artificiosamente ed interrompendo quella narrazione continua che era alla base dell’urbanistica romana. Così l’intervento di via dei Fori è stato diviso in vari sub interventi: * la sistemazione dell’area pedonale tra piazza Venezia e Largo Corrado Ricci, con la sistemazione dei marciapiedi che non avranno più la funzione di separazione con la carreggiata centrale utilizzata per gli autobus, almeno fino al completamento della stazione Venezia della metro C che renderà inutile il trasporto pubblico su gomma; * la pavimentazione in sanpietrini con inserti in travertino disegnati sopra le tracce dei perimetri degli antichi Fori imperiali; * la creazione di terrazze di affaccio sopra i Fori imperiali, i cui lavori partiranno dopo il completamento delle prime due fasi che permetteranno lo svolgimento della parata del 2 giugno; * il ripristino del collegamento trasversale sulla via Bonella per unire l’area dei Fori alle chiese dei SS. Luca e Martina e di San Giuseppe dei Falegnami al carcere Mamertino, con l’intenzione di ricondurre quell’area all’innesto con l’anello della nuova Passeggiata archeologica; * la creazione di un altro collegamento trasversale da Campo Carleo passando sopra l’area di S.Urbano; * un collegamento funzionale tra Largo Corrado Ricci e la parte pedonale dell’ultimo tratto di via Cavour. Tutta la visione dell’area dei Fori è inserita nel contesto perimetrato dall’anello della nuova Passeggiata archeologica tracciata dai lati del quadrilatero formato dalle già completate via di San Gregorio sotto il colle Celio, via San Teodoro che apre verso il Campidoglio e il Velabro, dalla via dei Cerchi già cantierizzata, con nuovo ingresso al Palatino e con la prevista realizzazione del Museo della Città e di un Laboratorio del CArMe, e naturalmente dalla via dei Fori Imperiali con le sue trasformazioni sopra accennate. Naturalmente non vanno sottaciute le opere già realizzate, come l’apertura del Belvedere Cederna, la riqualificazione della Casina Vignola Boccapaduli a Porta Capena con destinazione d’uso di infopoint e punto di cerniera con l’Appia Antica, la Casina Salvi al Parco del Celio, con il recupero dell’originale funzione di cafe du parc che il primo ottocento gli aveva assegnato, ma anche come luogo di studio per i giovani, il museo della Forma Urbis e dell’annesso giardino vitruviano, l’infopoint al Clivo di Acilio, tra un ingresso della stazione Colosseo della metro C e il Belvedere Cederna. All’interno del Parco del Celio è in fase di realizzazione un intervento di consolidamento strutturale, risanamento e restauro conservativo finanziato dal PNRR per un importo di 10 milioni, ma alle spalle dell’Antiquarium è comparsa una grande struttura in travi e pilastri in acciaio che contiene un notevole volume vista Palatino, ben visibile da via San Gregorio, di cui ancora non ci risulta chiara la funzione e la destinazione d’uso. Inoltre al Parco del Celio ancora non appare chiara la relazione con il soprastante Tempio del Divo Claudio e del collegamento con l’ottocentesca via Claudia della vasta area verde che lambisce il Tempio, e che è ancora divisa da una recinzione dall’area dell’Antiquarium, e dei futuri terrazzamenti con vista Colosseo, Palatino ed arco di Costantino. In forte ritardo la sede tranviaria dell’Archeotram, linea importante che collegherà il percorso archeologico-monumentale che dal Museo Archeologico Nazionale vicino alle Terme di Diocleziano porterà a Piramide transitando attraverso i palazzi imperiali di Esquilino, la Porta Appia, il Celio (con un tratto di binari inerbati da via Claudia alla Forma Urbis), il Palatino, Il Circo Massimo (con interconnessioni trasportistiche verso l’Appia Antica), e appunto a Piramide, con possibilità di proseguimento verso piazza dei Partigiani con interconnessione con la Stazione Ostiense. Infine, un’idea già formulata nel progetto CArMe e ripetuta da Walter Tocci nella Commissione: quella di riqualificare in ciascuno dei Municipi un’area archeologica connessa simbolicamente con i Fori, come una sorta di gemellaggio, ma anche con un collegamento fisico mediante linee su ferro e percorsi ciclopedonali. Le aree saranno definite in accordo con le istituzioni municipali sulla base di due criteri: punti di innesto di più ampie riqualificazioni di reti ecologiche e di itinerari culturali; luoghi espressivi di centralità sociali e culturali, come fossero dei “Fori” dei rispettivi Municipi. Ultima, ma non ultima per importanza, la questione delle alberature. Non ci addentriamo qui in questa complessa e delicata questione, ma registriamo che del verde si è parlato in Commissione solo riguardo alla nuova vegetazione a bassa manutenzione situata sul lato Palatino della via San Gregorio con scelta accurata delle specie da parte dell’Università, e della progettazione della riqualificazione vegetazionale del Parco del Celio da parte del Dipartimento Ambiente. In proposito ricordiamo che il verde fa parte del contesto e del paesaggio archeologico e come tale andrebbe trattato.  Paolo Gelsomini Vai a. Progetto CArMe – Centro Archeologico Monumentale di Roma – cronologia e materiali 7 aprile 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
April 7, 2026
carteinregola
Nuove misure israeliane per annettere “di fatto” della Cisgiordania
Il gabinetto di sicurezza di Israele l’8 febbraio ha approvato una serie di provvedimenti volti a consolidare il controllo di Tel Aviv sulla Cisgiordania occupata. Le misure puntano a modificare il quadro giuridico e civile delle attività nella West Bank e a favorire ulteriori insediamenti illegali. Si tratta di un’iniziativa […] L'articolo Nuove misure israeliane per annettere “di fatto” della Cisgiordania su Contropiano.
February 10, 2026
Contropiano
Fabrizio Mollo: la Calabria al centro del mondo
Recensione di Pierluigi Pedretti all’ultimo libro dell’archeologo dell’Università di Messina ed edito da Rubbettino. Le epoche più gloriose nella storia di ogni cultura sono quelle di apertura verso gli altri popoli Tzvetan Todorov Chiamatela come vi pare la Calabria (nome uscito fuori alle soglie dell’anno Mille), terra di re Italo, Enotria, Ausonia, Magna Grecia, terra dei Bruttii (nomen omen)…, resta
January 14, 2026
La Bottega del Barbieri
Perché ri-studiare la storia oggi, dentro e oltre la scuola
Connessioni fra ricerca storica e pace nel mondo In Italia, lo studio della storia è parte integrante di tutti i programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado. Eppure, molto spesso questa materia viene considerata non così importante, in quanto non strettamente connessa con l’attualità che viviamo. Ovviamente, questo è un pensiero radicato nelle persone comuni o in molte di esse, non da addetti ai lavori: gli storici e le storiche, che con grande fatica fanno costantemente ricerca in questo campo, inorridiscono rispetto a tale sentire. Una delle motivazioni alla base di questa convinzione invalsa sta nel fatto che, oggi, a causa della mancanza di tempo, i programmi scolastici non riescono ad essere svolti per intero e, conseguentemente, gli studenti e le studentesse non arrivano ad approfondire, nel loro corso di studi – mi riferisco chiaramente alla platea della scuola ordinaria di secondo grado – gli accadimenti più recenti. In pratica, molte persone pensano che si dovrebbe studiare la storia del ’900 per comprendere meglio la nostra realtà e “sorvolare” su quella della età arcaica e classica, con particolare riguardo alla storia greca. Ce l’abbiamo molto con i Micenei: ma che studiamo a fare eventi accaduti nel II millennio avanti Cristo se poi non sappiamo cosa ha provocato la guerra fredda dal 1947 al 1990? E ancora, cosa c’era dietro l’attentato alle Torri Gemelle? Quest’ultimo è un argomento molto delicato e sentito fortemente dai nati nel terzo millennio ma che a scuola non si arriva nemmeno lontanamente ad affrontare. Ebbene, i Micenei non sono poi così inutili: ci consegnano un incipit della storia dell’uomo, il momento in cui si è creata una ininterrotta continuità culturale tra l’età del bronzo e l’età classica, attraverso l’uso di una lingua per redigere documenti amministrativi e la creazione di un sistema palaziale, embrionale sistema di Stato. Sapere come si sono creati gli Stati ha una grande importanza: ci serve per comprendere come viviamo oggi e, soprattutto, da cosa nascono le guerre. Senza l’esistenza degli Stati, infatti, le guerre non diventano fenomeno che riguarda intere popolazioni ma restano a livello di conflittualità locale tra gruppi di potere. In Italia, nella nostra quotidianità, le guerre, pur essendo costantemente presenti nei fatti di cronaca, sembrano ancora appartenere ad altri mondi. Eppure intorno a noi sono aperti vari fronti di guerra nel mondo, oltre cinquanta. Da notare la terminologia utilizzata dagli inviati speciali e dagli stessi studiosi: oggi, non si parla più di guerra globale ma di guerra “a pezzi”. Paradossalmente, quindi, anche se in tantissimi luoghi del pianeta c’è gente che muore a causa di un conflitto bellico, a noi sembra di vivere in un’epoca di pace perenne. Questa percezione è leggermente cambiata da quando, purtroppo, c’è stata l’invasione della Russia in Ucraina, essendo questo territorio molto vicino a noi, con tutte le implicazioni che questo comporta, anche per i legami che, dalla fine della seconda guerra mondiale, il nostro paese ha con la NATO, nonché della presenza in Italia di tante persone di nazionalità sia ucraina che russa. Il riflesso di queste dinamiche sulla vita di tutti i giorni è stato comunque estremamente residuale, se not per il fatto che esse sono confluite nel dibattito sull’approvazione, da parte dell’Unione Europea, del piano ReArm Europe. Tante sono le voci che si sono levate contro l’adozione di questa misura di intervento; ma, al di là di questo, l’impatto visibile sulla nostra vita non c’è stato. Il che costituisce sicuramente un problema, in quanto stiamo assistendo, più o meno consapevolmente, a uno spostamento delle risorse pubbliche sul rafforzamento dei sistemi di difesa e sugli armamenti. Questa, però, è un’altra questione che merita appositi approfondimenti. Torniamo ai Micenei e alla storia della civiltà greca. Abbiamo già detto delle novità che essi hanno portato sulla terra. Un altro aspetto rilevante, che avvalora la tesi dell’importanza di effettuare studi storici sull’antichità, è dato dal fatto che, proprio in relazione alla storia greca – e anche romana – è cambiato il modo di acquisizione delle informazioni: se, fino alla seconda metà del Novecento, si attingeva prevalentemente dalle fonti letterarie – le guerre persiane immortalate da Erodoto, la guerra in Peloponneso da Tucidide, solo per fare degli esempi – oggi si ritiene fondamentale lo studio dell’archeologia, che diventa essenziale documentazione storica. Per citare Marco Bettalli: “Un conto è avere una forma mentis che stabilisce comunque una graduatoria… (tra fonti), altra cosa è servirsi dell’archeologia per fare storia nel senso più completo del termine; un tipo di storia senza avvenimenti, ma con l’ambizione di ricostruire modelli e strutture in cui operavano date comunità in un dato periodo”. In pratica, questa corrente storiografica ritiene che sia centrale acquisire le informazioni attraverso l’analisi delle stratificazioni fisiche che l’uomo ha prodotto nei luoghi. Quindi, sul campo. Però, affinché gli scavi siano effettivamente realizzabili, oltre ad avere disponibilità di risorse finanziarie da dedicarvi, è necessario che vi sia la possibilità di effettuarli: in particolare, che vi sia una cooperazione internazionale tra i governi in cui i siti sono presenti. A sua volta, la cooperazione internazionale può avvenire solo dove c’è la pace. In alcuni luoghi, ciò non solo è impossibile ma, addirittura, l’archeologia viene usata come arma: è il caso dello Stato di Israele, dove lo studio dell’archeologia viene effettuato secondo un metodo che viene definito “archeologia biblica”, in base al quale “l’archeologia è stata, cioè, chiamata a rinforzare le connessioni tra il moderno Stato e l’Israele antico che esiste nelle Scritture. Era questo il suo ruolo principale. Per ottenere questo obiettivo si è concentrata sui siti menzionati nella narrazione biblica, per poter fornire quei simboli nazionali e per creare una nuova narrazione che legasse gli israeliani di oggi all’antico popolo biblico. Questa si è rivelata, col tempo, un’operazione problematica. A segnalare l’esistenza di incongruenze non siamo stati solo noi archeologi palestinesi. Oggi ci sono anche archeologi israeliani, soprattutto giovani, che riscontrano problemi… Ecco, per un palestinese studiare archeologia in un’università ebraica rappresenta decisamente una sfida, perché bisogna continuamente scendere a patti con la propaganda sionista.” (Intervista a Mahmoud Hawari, 2011). È evidente che, in questo caso, si va in controtendenza rispetto a quanto affermato da Bettalli: la produzione storica non viene effettuata a partire dall’analisi dei reperti con metodo scientifico; a priori, è orientata a confermare tesi presenti in fonti letterarie (in questo caso specifico, testi religiosi) e funzionali all’affermazione di un tipo di politica o di ideologia. Ed allora: ri-studiare la storia è necessario. La storia, in questo senso, rappresenta un vero e proprio anticorpo contro i disastri della geopolitica. Non serve solo a farci sapere come siamo arrivati fino a qui, ma soprattutto a renderci consapevoli che il modo in cui vengono ricostruiti gli avvenimenti del passato – è nota l’affermazione secondo cui la storia la scrivono i vincitori – influenza il modo in cui interpretiamo i fatti di oggi. Per questo motivo, la storia arcaica è tanto importante quanto quella contemporanea e dovrebbero essere soprattutto le persone giovani a essere messe in condizione di desiderare di studiarla. https://www.corriere.it/opinioni/23_aprile_28/importanza-studiare-storia-vite-altri-memoria-fd2de200-e5db-11ed-b98e-227d9ceb5d4e.shtml https://youtu.be/_UdWqR5WPYk?si=ZuZBsw0DJ1Qqw4bm https://www.geopop.it/panoramica-dei-56-conflitti-in-corso-nel-mondo-e-davvero-la-terza-guerra-mondiale-a-pezzi/ https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-defence-readiness/ https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/rearm-europe-la-svolta-storica-nella-difesa-ue-e-il-ruolo-chiave-dellitalia/ https://altreconomia.it/rearm-europe-muove-il-primo-passo-ecco-come-si-costruisce-uneconomia-di-guerra/ https://www.youtube.com/live/DyELm603Bao?si=sfJWuW_N7g81Cc8g https://www.unacitta.it/it/intervista/2168- Nives Monda
December 8, 2025
Pressenza
Impronte di 115.000 anni !!
Una nuova scoperta, che fa discutere il mondo scientifico, sono le impronte fossilizzate ritrovate in Arabia Saudita in questi giorni. Esse mostrano un’importante movimentazione umana effettuata in un periodo molto particolare datato in un’epoca antecedente la prima era glaciale. Per datare questi reperti archeologici, si esegue una prima verifica del quantitativo di carbonio presente nel fossile, controllando la percentuale di isotopi e indizi contestuali per calcolarne una età approssimativa. Un’analisi visiva, invece, evidenzia che queste impronte umane, sette in totale, erano circondate da diverse tracce di animali, ma non selvaggina, bensì in prevalenza domestici. Questo sta ad indicare che, con probabilità, il gruppo era in quel luogo per bere alla pozza che ora contiene le suddette tracce nel limo fossile e che, ad oggi, sembrerebbero le impronte umane più antiche mai rinvenute e le meglio conservate nella Penisola Arabica e al mondo! Si stima, infatti, che esse risalgano ad almeno 115.000 anni fa. Gli archeologi hanno scoperto il sito, nel profondo del deserto del Nefud, in una località soprannominata “la traccia” in arabo, nel 2017, dopo che il tempo e le intemperie avevano spazzato via i sedimenti sovrastanti.  La caratteristica peculiare di queste impronte, è sicuramente il sedimento fangoso che le ha conservate poiché gli scienziati confermano che: “Uno studio sperimentale sulle impronte degli esseri umani moderni nelle piane fangose ha rilevato che i dettagli più minuti sono andati persi entro 2 giorni e le impronte sono diventate irriconoscibili entro quattro, osservazioni simili sono state fatte anche per altri tipi di impronte, ad esempio di mammiferi, o non necessariamente ominidi.” Ciò significa che il loro speciale, minuscolo lotto di impronte conservate è stato prodotto in condizioni uniche che formano anche una sorta di “impronta digitale” e le riconduce tutte allo stesso periodo temporale.  Da lì, gli scienziati hanno iniziato a indagare su chi le avesse lasciate.  Ovviamente l’Homo Sapiens non era l’unico “primate” eretto protagonista del gioco evolutivo, ma le prove, affermano gli scienziati, suggeriscono che la possibilità che un’altra specie avesse percorso il letto del lago ormai in secca non regge con l’evidenza delle impronte lasciate. Ecco una breve sintesi dell’analisi: “Sette impronte di ominidi sono state identificate con certezza e, date le prove fossili e archeologiche della diffusione dell’Homo Sapiens nel Levante e in Arabia durante l’era compresa tra 130.000 e 80.000 anni fa e l’assenza di Homo Neanderthalensis dal Levante a quel tempo, sosteniamo che l’Homo Sapiens sia stato responsabile delle impronte di Alathar. Inoltre, le dimensioni delle impronte di Alathar sono più coerenti con quelle dell’Homo Sapiens primitivo che con quelle dell’Homo Neanderthalensis.” Il lago, che oggi forma Alathar, faceva probabilmente parte di un’autostrada preistorica che attirava tutti i grandi animali della zona, formando un corridoio punteggiato da aree di sosta d’acqua dolce in cui gli esseri viventi potevano spostarsi durante le migrazioni, in base alle condizioni meteorologiche o ai cambiamenti climatici.  In questo caso, gli scienziati hanno trovato pochissimi degli altri fattori che accompagnano i viaggi umani preistorici, come segni di coltelli o utensili su ossa di animali che indicano la caccia. Secondo lo studio in corso questi Homo Sapiens, forse in cerca di acqua dolce durante un loro spostamento, potrebbero essere gli ultimi ad aver attraversato il luogo, temperato all’epoca, prima dell’imminente arrivo di un’era glaciale.  Questo spiegherebbe anche perché le loro tracce non siano state seguite da altri gruppi, almeno non prima che si accumulasse un intero nuovo strato di sedimenti con caratteristiche diverse e non più adatto alla conservazione così perfetta di tracce. Paolo Navone
July 19, 2025
Pressenza