A tredici anni dal Rana Plaza, la sicurezza nelle fabbriche resta un’emergenza e la crisi climatica la aggrava
Venerdì 24 aprile 2026 ricorre il tredicesimo anniversario del crollo del Rana
Plaza in Bangladesh. Il peggior incidente mai verificatosi nell’industria della
moda è costato la vita ad almeno 1.138 persone, per la grande maggioranza
lavoratrici e lavoratori delle cinque fabbriche di abbigliamento che ospitava.
Un disastro completamente evitabile, come rischiano di essere quelli che
verranno, se le condizioni strutturali che lo hanno reso possibile non cambiano
radicalmente. Oggi la rete globale della Clean Clothes Campaign (CCC) ribadisce
la propria solidarietà a tutte le persone colpite da questa tragedia ed esorta
le grandi aziende del settore a trarre le dovute lezioni da quanto accaduto,
garantendo sicurezza e dignità a chi lavora nelle proprie filiere.
Nel dettaglio, la CCC chiede:
* ad aziende come Decathlon, Ikea, Wrangler e Mayoral di garantire la sicurezza
di lavoratrici e lavoratori del settore abbigliamento firmando l’Accordo
vincolante su incendi e sicurezza (d’ora in poi: l’Accord), nato proprio
all’indomani di questa tragedia;
* alle aziende che hanno già firmato l’Accordo di (a) estenderne la copertura a
un numero maggiore di persone, (b) includere nel suo mandato i rischi per la
salute legati al clima, e (c) garantire che i datori di lavoro non
interferiscano in alcuna fase della sua applicazione;
* a Hugo Boss e LPP di rinnovare il proprio impegno per la sicurezza dei
lavoratori in Pakistan;
* al governo del Bangladesh di dare attuazione alle raccomandazioni della
Commissione per la riforma del lavoro.
Progressi reali, ma il lavoro non è finito
L’Accordo — il cui nome completo è International Accord for Health and Safety in
the Garment and Textile Industry — è firmato da oltre 290 brand internazionali e
copre attualmente più di 1.700 fabbriche. Il programma è nato in Bangladesh dopo
il crollo del Rana Plaza ed è stato esteso al Pakistan nel 2023. Pur avendo
apportato enormi miglioramenti alla sicurezza di chi lavora nel settore, il
lavoro è tutt’altro che concluso. Allo stato attuale, il 46% delle fabbriche in
Bangladesh non ha ancora completato gli interventi di adeguamento necessari ai
sistemi di rilevazione e allarme antincendio, e il 27% deve ancora portare a
termine le misure che garantiscono un’evacuazione sicura in caso di emergenza.
La sicurezza è inoltre un processo continuo, che richiede un monitoraggio
costante da parte di ispettori qualificati e indipendenti. Poiché il programma
Bangladesh è in scadenza alla fine di quest’anno, questo è un momento cruciale
per assicurarsi che tuteli il maggior numero possibile di persone.
«Per il rinnovo dell’accordo in Bangladesh è fondamentale che lavoratrici,
lavoratori e le loro organizzazioni possano presentare reclami su qualsiasi
problematica in modo sicuro, sapendo che le decisioni verranno prese in modo
indipendente», afferma Rashadul Alum Raju, Segretario Generale della Bangladesh
Independent Garment Union Federation (BIGUF).
Il calore come questione di salute e sicurezza
Un punto caldo dell’Accordo è lo stress da calore, oggi un rischio concreto
nelle fabbriche di abbigliamento del subcontinente, ma che non è ancora tra gli
oggetti di ispezione. Lo mette bene in evidenza il nuovo rapporto sulle
“fabbriche verdi” in Bangladesh realizzato dall’organizzazione FAIR insieme al
Center for Worker Solidarity (BCWS) per la Campagna Abiti Puliti (sezione
italiana di CCC) nell’ambito del progetto Fashioning a Just Transition: anche
negli stabilimenti che si fregiano di certificazioni ambientali, le temperature
interne raggiungono livelli pericolosi per la salute. Lo stress da calore causa
già oggi malattie, cali di produttività forzati e, nei casi più gravi, decessi.
Eppure non figura tra i parametri ispezionati.
«Ho visto direttamente l’impatto dello stress da calore sulle giovani
lavoratrici e quello che fa ai loro corpi e alla loro salute. Ogni giorno sono
costrette a lavorare senza pause sufficienti e persino senza acqua da bere»,
afferma Kalpona Akter del Bangladesh Center for Worker Solidarity (BCWS).
Una copertura più ampia per salvare più vite
L’Accordo in Bangladesh copre attualmente solo le fasi finali della produzione
di abbigliamento, lasciando senza tutele chi lavora nelle filature, nelle
tintorie, nelle lavanderie e nelle aziende che producono tessuti per la casa e
accessori. Che questi lavoratori siano ancora esposti a rischi concreti lo
dimostrano i continui incendi ed esplosioni di caldaie che si verificano in
questi stabilimenti non coperti dall’accordo.
«Tutti i 290 brand e retailer che hanno firmato l’Accordo, insieme alle
organizzazioni sindacali firmatarie, hanno voce in capitolo sulla gestione del
programma: dovrebbero adoperarsi affinché questo protegga un numero ancora
maggiore di lavoratrici e lavoratori», sostiene Deborah Lucchetti, coordinatrice
e portavoce della Campagna Abiti Puliti. Oltre all’estensione della copertura e
alla non interferenza dei datori di lavoro, Lucchetti punta l’attenzione sullo
stress da calore: «Deve essere riconosciuto esplicitamente come problema di
salute e sicurezza sul lavoro. Le ispezioni dovrebbero includere la rilevazione
sistematica delle temperature interne e dei rischi correlati, e le fabbriche
dovrebbero essere obbligate ad adottare misure concrete e verificabili».
Questo tema è centrale anche nel Manifesto per una transizione giusta nella moda
che la CCC lancerà a livello internazionale il 1° maggio, in occasione della
Festa dei Lavoratori. La sezione italiana non ha scelto a caso di lanciare il
Manifesto a Prato, con Sudd Cobas e a fianco dei lavoratori sfruttati del
distretto: il nesso tra crisi climatica e sfruttamento del lavoro è globale, ma
si annida anche nelle periferie produttive d’Europa.
Nessuna interferenza padronale nel funzionamento dell’Accordo
Un altro nodo cruciale è che i brand firmatari garantiscano l’assenza di
interferenze dei datori di lavoro in qualsiasi fase delle operazioni — dalle
ispezioni alle sessioni formative, fino al meccanismo di reclamo. Come
evidenziato nel memo pubblicato lo scorso anno da CCC e dalle altre
organizzazioni firmatarie in qualità di testimoni, questa pressione rappresenta
ancora oggi un rischio serio per l’integrità dell’accordo.
I brand che ancora non hanno firmato
Nonostante i progressi dell’Accordo, numerosi brand internazionali non hanno
ancora aderito. In diversi paesi europei, tra cui Spagna e Francia, sono in
corso iniziative rivolte proprio a questi brand per chiedere loro di assumersi
le proprie responsabilità, anche alla luce di una crescente consapevolezza
sull’impatto del cambiamento climatico nei luoghi di lavoro.
Azioni in Bangladesh
Il 24 aprile, le organizzazioni sindacali partner della CCC in Bangladesh
commemoreranno le vittime e i feriti del crollo. Rivolgono inoltre un appello al
nuovo governo affinché dia attuazione alle raccomandazioni della Commissione per
la riforma del lavoro, istituita dopo che una rivolta studentesca ha portato
alla caduta del governo Hasina, con particolare riferimento a salari, libertà di
organizzazione sindacale, diritto alla contrattazione collettiva e istituzione
di tribunali del lavoro equi.
Redazione Italia