Il farmaco di Moderna contro il melanoma supera la fase tre e l’azienda vola in borsa
Moderna torna a infiammare Wall Street grazie a un trattamento sperimentale
contro il melanoma. Il 19 agosto, l’azienda statunitense e Merck hanno
annunciato risultati preliminari positivi per intismeran autogene, terapia
personalizzata a mRNA testata insieme all’immunoterapico Keytruda su pazienti
operati per melanoma ad alto rischio. Il titolo Moderna è schizzato del 177% in
una sola seduta, aggiungendo oltre 40 miliardi di dollari alla capitalizzazione
della società, prima di perdere il 23,5% il giorno successivo. Una corsa
vertiginosa che celebra il primo esito positivo di fase tre per il farmaco, ma
precede la pubblicazione dei dati clinici completi e l’esame delle autorità
regolatorie.
Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma negli stadi
IIB-IV, sottoposti alla rimozione chirurgica completa del tumore, ma ancora
esposti a un elevato rischio di recidiva. I partecipanti sono stati assegnati,
in rapporto di due a uno, alla combinazione di intismeran e pembrolizumab,
commercializzato da Merck come Keytruda, oppure a placebo più Keytruda. Secondo
il comunicato congiunto, un’analisi ad interim ha mostrato il raggiungimento
dell’obiettivo primario della sopravvivenza libera da recidiva e di quello
secondario della sopravvivenza libera da metastasi a distanza. La
sperimentazione proseguirà per valutare gli altri parametri, compresa la
sopravvivenza globale. Le aziende definiscono il miglioramento rispetto al solo
Keytruda «statisticamente significativo e clinicamente rilevante» e sostengono
che non siano comparsi effetti avversi nuovi o inattesi rispetto a quelli già
rilevati negli studi precedenti, ma i dati completi sulla sicurezza non sono
ancora stati pubblicati. La parola “vaccino”, ripresa nei titoli dei media in
questi giorni, può tuttavia generare un equivoco: non si tratta di un prodotto
preventivo destinato alla popolazione sana, ma di una terapia sperimentale per
persone che hanno già sviluppato il melanoma e sono state operate. Il tessuto
tumorale asportato viene analizzato per individuarne le mutazioni; sulla base di
queste informazioni si prepara un trattamento personalizzato che dovrebbe
insegnare al sistema immunitario a riconoscere e colpire eventuali cellule
maligne residue.
Il risultato segna un passaggio decisivo per Moderna: è il primo studio di fase
tre positivo per una terapia oncologica personalizzata a mRNA. Per la società
guidata da Stéphane Bancel rappresenta soprattutto la possibilità di rilanciare
la piattaforma resa celebre dalla pandemia, dopo il crollo della domanda di
vaccini anti-Covid. Wall Street ha reagito come se la nuova stagione fosse già
cominciata: il 19 agosto il titolo ha guadagnato quasi il 177%, passando in una
sola seduta da circa 63 a oltre 174 dollari. L’euforia si è però rapidamente
scontrata con le prese di profitto e il giorno successivo Moderna ha ceduto il
23,5%, fermandosi a 133,32 dollari. Nonostante la correzione, il valore resta
più che doppio rispetto alla vigilia dell’annuncio. La febbre finanziaria
riflette la speranza che la stessa piattaforma possa essere applicata ad altre
neoplasie. Moderna e Merck stanno, infatti, studiando intismeran anche contro
tumori del polmone, del rene e della vescica.
I dati completi, compresi quelli sulla sopravvivenza globale, devono ancora
essere pubblicati e sottoposti alle autorità regolatorie. Intismeran resta,
quindi, una terapia sperimentale, di cui non sono noti costi e accessibilità.
Anche il profilo di sicurezza richiede cautela. I rischi associati ai vaccini
anti-Covid non possono essere trasferiti automaticamente a questo trattamento,
ma dimostrano che la tecnologia a mRNA non è esente da criticità: nel 2025, la
FDA ha aggiornato le avvertenze su miocardite e pericardite, soprattutto tra i
giovani maschi. Nello studio oncologico di fase 2b, gli eventi più comuni sono
stati affaticamento e dolore nel sito dell’iniezione, entrambi nel 59,6% dei
pazienti, e brividi nel 51%, prevalentemente lievi o moderati. Gli effetti
immuno-correlati sono comparsi nel 45,2% dei pazienti trattati con intismeran e
Keytruda e nel 44% di quelli sottoposti al solo immunoterapico. Una differenza
minima, che secondo le aziende non indica un aggravamento del rischio dovuto
all’mRNA. Restano gli effetti anche gravi già associati a Keytruda, tra cui
pneumonite immunomediata, colite, epatite e disturbi endocrini immunomediati.
Barclays stima per intismeran circa 3 miliardi di dollari di vendite annuali nel
melanoma entro il 2035. Una prospettiva ben lontana dalle aspettative
incorporate nel balzo del titolo: secondo UBS, la nuova valutazione di Moderna
sembrava scontare ricavi annui vicini ai 20 miliardi, un livello giudicato
difficilmente realistico. È questa distanza tra aspettative finanziarie ed
evidenze disponibili a imporre cautela. Moderna ha già trasformato risultati
preliminari in una nuova promessa miliardaria. Dopo la consacrazione dell’mRNA
durante la pandemia, anche in oncologia la narrazione del progresso rischia così
di precedere la verifica scientifica. Wall Street, intanto, ha già attribuito un
prezzo a una rivoluzione ancora tutta da confermare.
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