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Ricomporre visioni di città: cosa ci dice il nuovo rapporto IFEL sulle politiche urbane italiane
UN VOLUME CHE, ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DIRETTE DI AMMINISTRATORI E TECNICI, RICOSTRUISCE QUINDICI ANNI DI POLITICHE URBANE ITALIANE, METTENDO IN LUCE LA DISTANZA TRA STRATEGIE NAZIONALI, STRUMENTI DI FINANZIAMENTO E CAPACITÀ DEI COMUNI DI GOVERNARE LE TRASFORMAZIONI DELLE CITTÀ. Ci sono rapporti tecnici che restano confinati agli addetti ai lavori e rapporti che, pur nascendo come strumenti di lavoro per amministratori e uffici tecnici, finiscono per dire qualcosa di più ampio sul modo in cui lo Stato italiano governa, o non governa, le proprie città. Ricomporre visioni di città, pubblicato da IFEL nella collana Trasformazioni Urbane e curato da Federico Sartori e Dalila Riglietti con il contributo di Mecenate 90, appartiene alla seconda categoria. Sotto la veste di un lavoro di documentazione su politiche urbane, coesione e PNRR, il rapporto restituisce un quindicennio di tentativi, spesso disorganici, di dare all’Italia una politica nazionale per le città, e lo fa attraverso un metodo insolito per questo tipo di pubblicazioni: non le tabelle aggregate degli osservatori nazionali, ma le voci dirette di sindaci, assessori e dirigenti tecnici di nove città, da Bologna a Napoli, chiamati a raccontare come quella politica, sul territorio, si sia effettivamente tradotta in scelte. Il titolo è già un programma. Ricomporre significa ammettere che qualcosa si è scomposto, e il rapporto lo individua con chiarezza nella distanza tra la retorica della rigenerazione urbana, che da almeno un decennio informa i documenti strategici europei e nazionali, e la frammentazione degli strumenti attraverso cui quella rigenerazione viene concretamente finanziata e attuata. Il volume ricostruisce la genesi di questa frammentazione a partire dai primi programmi di riqualificazione urbana degli anni Novanta, passando per la stagione dei Contratti di quartiere e i Programmi integrati, fino ad arrivare, negli ultimi anni, alla sovrapposizione tra fondi di coesione europea, PON Metro, PN Metro Plus e, infine, PNRR: una sequenza di strumenti che si sono succeduti senza mai comporsi in una politica urbana nazionale stabile, lasciando ai Comuni il compito di adattarsi di volta in volta a regole di accesso, tempistiche e priorità decise altrove. Il volume è costruito in tre parti che meritano di essere lette come un unico ragionamento più che come sezioni indipendenti. La prima ricostruisce la cornice delle politiche urbane europee e nazionali, dalla nascita dell’Agenda urbana europea fino all’intreccio, negli ultimi anni, tra fondi di Coesione e PNRR, tracciando quindici anni di provvedimenti nazionali sulle città che raramente si sono succeduti secondo una logica coerente. È una parte utile proprio perché resiste alla tentazione di raccontare il PNRR come un punto di partenza, mostrando invece come il Piano si innesti su una stratificazione di strumenti precedenti, spesso mai del tutto conclusi né valutati, che continuano a produrre effetti sul modo in cui i Comuni oggi si rapportano ai nuovi fondi disponibili. La seconda parte, quella su cui si concentra la maggior parte del volume, raccoglie le prospettive di nove città raggruppate in tre contesti regionali: l’Emilia-Romagna di Bologna, Parma e Modena, la Toscana di Firenze, Livorno e Pistoia, la Campania di Napoli, Benevento e Salerno. La scelta di non limitarsi alle grandi aree metropolitane, includendo capoluoghi di dimensione media come Pistoia o Benevento, è probabilmente la decisione editoriale più significativa del rapporto, perché permette di verificare se le tensioni individuate valgano solo per le città più strutturate o attraversino l’intero sistema urbano italiano indipendentemente dalla scala. Le interviste raccolte, del resto, non si limitano al racconto dei progetti finanziati, ma restituiscono anche il punto di vista degli amministratori sui vincoli procedurali, sulle difficoltà di coordinamento tra uffici e sulla percezione, spesso esplicita, di rincorrere un’agenda decisa altrove più che di guidarla. È in questo secondo blocco che si inserisce l’analisi del PNRR, trattato non come un’anomalia ma come l’ultimo, più imponente, capitolo di questa storia. I numeri aggregati raccontano un afflusso di risorse senza precedenti verso i territori: nel solo perimetro campano analizzato nel volume, oltre 12 miliardi di euro assorbiti, pari a più di 2.250 euro per abitante. Ma è nei nove casi di studio, non nei totali regionali, che il rapporto individua il vero nodo, quello che le sintesi ministeriali tendono a lasciare in ombra: la distanza, cioè, tra le risorse che un Piano nazionale fa atterrare su un territorio e la quota di quelle risorse che l’amministrazione di quel territorio governa effettivamente in prima persona. A Napoli, città che riceve tre miliardi di euro di finanziamenti PNRR distribuiti su oltre quattromila progetti, il Comune ne amministra direttamente solo una parte minoritaria; a Benevento la sproporzione è ancora più marcata. Sono numeri che il rapporto non enfatizza in chiave polemica, restituendoli piuttosto come materiale di lavoro, ma che parlano da soli a chi li legge con un minimo di attenzione amministrativa. La terza parte, meno citata ma non meno rilevante, prova a tirare le conclusioni assumendo il Comune come nodo di ricomposizione delle politiche urbane, l’ente cioè che nella pratica amministrativa quotidiana si trova a dover tenere insieme strumenti, fondi e tempistiche pensati altrove. È qui che il rapporto propone alcune piste operative per governare questa complessità, dal rafforzamento delle strutture di missione interne fino a una maggiore stabilità degli strumenti di finanziamento nel tempo, prima di approdare, nelle pagine finali, alla sintesi interpretativa più originale del volume: quattro tensioni che, secondo gli autori, attraversano oggi qualunque politica urbana in Italia, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione o dalla dimensione della città. Una prima tensione oppone la visione strategica di medio periodo alla logica di spesa imposta da un Piano scandito da milestone e target trimestrali, che ha spinto molte amministrazioni a inseguire le opportunità di finanziamento più che a costruire un disegno urbano autonomo. Vi si affianca la frammentazione delle politiche settoriali, urbanistica, sociale, abitativa, ambientale, chiamate a misurarsi con problemi urbani che per loro natura sono integrati e non si lasciano governare per compartimenti stagni. Più scomoda, politicamente, è la tensione che mette a confronto le responsabilità crescenti attribuite ai Comuni con le loro capacità amministrative reali, spesso insufficienti a reggere il carico di coordinamento e rendicontazione che il nuovo modello di governance richiede. Resta, infine, il nodo del ruolo che dati e conoscenza tecnica giocano nelle scelte urbane, con il rischio che modelli previsionali e infrastrutture informative, per quanto necessari, finiscano per sostituirsi silenziosamente alla deliberazione politica, spostando altrove il luogo reale della decisione. Non è un caso che tra i temi ricorrenti nei casi di studio compaia con insistenza l’edilizia residenziale pubblica: a Napoli oltre un terzo dei progetti PNRR di trasformazione territoriale riguarda l’edilizia sociale, a Benevento la quota supera la metà. È il settore in cui le quattro tensioni si sommano con più evidenza. La casa pubblica è infrastruttura sociale di lungo periodo, eppure si trova vincolata a un cronoprogramma europeo che ne scandisce i tempi; richiede manutenzione ordinaria costante, e però compete per gli stessi fondi straordinari destinati alla rigenerazione; è terreno di diritti soggettivi degli assegnatari, ma sempre più spesso anche variabile di un processo decisionale che si consuma altrove rispetto agli enti che quel patrimonio gestiscono quotidianamente. Anche le città della Toscana e dell’Emilia-Romagna, pur muovendosi in contesti amministrativi generalmente più solidi di quelli campani, restituiscono varianti dello stesso schema: Bologna e Firenze, città con uffici tecnici storicamente più strutturati, riescono a governare quote più ampie dei propri interventi, ma anche lì il rapporto segnala tensioni analoghe tra la programmazione di lungo periodo, costruita in anni di piani strategici comunali, e la logica emergenziale imposta dai tempi del PNRR. È un dato che conferma come le quattro tensioni non siano il sintomo di un’arretratezza amministrativa localizzata, ma una caratteristica strutturale del modo in cui il Piano nazionale si è innestato sulle autonomie locali italiane, dal Nord al Sud, indipendentemente dalla qualità pregressa delle amministrazioni coinvolte. Il valore civico di un rapporto come questo, al di là della sua funzione tecnica per gli addetti ai lavori, sta proprio nell’aver reso leggibile, attraverso il racconto diretto di chi amministra, un problema che i grandi numeri nazionali tendono a nascondere: che la qualità di una politica urbana non si misura solo dalle risorse stanziate, ma dalla distanza, spesso enorme, tra chi decide dove va la trasformazione di una città e chi quella trasformazione la vive ogni giorno. Colmare quella distanza, più che accelerare ulteriormente la spesa, dovrebbe essere il criterio con cui si giudicherà, tra qualche anno, se questa stagione di investimenti straordinari avrà lasciato alle città qualcosa di più della somma dei cantieri completati in tempo, e se il metodo scelto da IFEL, dare la parola diretta a chi amministra invece di limitarsi ai numeri aggregati, diventerà uno standard anche per le prossime valutazioni sulla programmazione europea 2028–2034. Fonti * IFEL – Ricomporre visioni di città (scheda della pubblicazione) * IFEL – Online il Rapporto «Ricomporre visioni di città» Francesco Russo
July 5, 2026
Pressenza
Dalla rivolta antirazzista all’irruzione municipale. La sfida dei contropoteri
Saint-Denis, Ile-de-France, marzo 2026. All’annuncio della vittoria al primo turno di Bally Bagayoko – candidato sindaco del movimento La France Insoumise, sostenuto anche dal Partito Comunista – una nutrita folla, riunita nella hall della mairie, esplode in urla di gioia. Risuonano i cori più diffusi delle manifestazioni degli ultimi anni: Siamo tutti antifascisti (in italiano) e, soprattutto, Nous sommes tous des enfants de Gaza (“Siamo tutti bambini di Gaza”). Poco distante, nel comune di La Courneuve, il neoeletto Ali Diouara e i suoi compagni fanno lo stesso. Scene simili accompagnano la vittoria di candidati insoumis in altri comuni popolari delle periferie metropolitane e in alcune città segnate dalla deindustrializzazione: a Roubaix, alla frontiera con il Belgio; a Creil, poco a nord di Parigi; a Vénissieux, Vaulx-en-Velin e Saint-Fons, nella cintura urbana e periurbana di Lione. IL GIORNO DOPO La reazione non si fa attendere: l’indomani, durante un’intervista televisiva, un giornalista, scandalizzato, incalza Bagayoko: «non le pare curioso scandire cori del genere dopo una vittoria alle elezioni municipali?». Il neosindaco si mostra sorpreso: «curioso? Questo significa non comprendere nulla della situazione attuale. Con il genocidio in corso a Gaza c’è un termometro diverso in territori come Saint-Denis». Perché «si tratta di uomini e donne eredi dell’immigrazione, che si identificano con la situazione della Palestina; ma non solo, anche a quella del Congo e di tanti altri paesi». «Saint-Denis –, conclude – è da sempre un territorio di resistenza contro l’imperialismo e il neocolonialismo». Le tendenze più recenti del lungo ciclo di lotte di classe francese di questi anni sono racchiuse in questa sequenza di immagini. Anzitutto, l’estensione dello scontro politico al piano istituzionale. Sarebbe in effetti riduttivo leggere la conquista da parte della France Insoumise dei suoi primi comuni nei termini di un mero successo elettorale. > Frutto di un’ampia mobilitazione delle classi popolari, capace di coinvolgere > i francesi di seconda e terza generazione, queste vittorie sono il sintomo > della tensione, potenzialmente esplosiva, tra “costituzione materiale” e > “costituzione formale” della Quinta Repubblica – tra la composizione sociale > che vive e produce i suoi territori e le forme politico-istituzionali supposte > rappresentarla. Non è secondario, in questo senso, che l’epicentro di questo processo politico si trovi nella Seine-Saint-Denis: il dipartimento più giovane della Francia metropolitana, nel quale circa il 35% della popolazione ha meno di venticinque anni. Ma anche il dipartimento con la più alta percentuale di popolazione immigrata. Nei suoi comuni si concentrano alcune delle più importanti genealogie postcoloniali della Francia contemporanea, ma anche tassi elevati di povertà e disoccupazione e una quota rilevante di quella forza-lavoro del terziario –  dei trasporti, del commercio, della logistica, ma anche dei servizi di cura – che assicura quotidianamente il funzionamento del lavoro essenziale della metropoli parigina. Se la partecipazione al voto municipale di fasce della popolazione in cui l’affluenza è tradizionalmente bassa costituisce in sé una controtendenza alla torsione autoritaria della repubblica presidenziale, essa delinea soprattutto una nuova, più avanzata figura delle lotte. > Dalla sollevazione dei Gilet Gialli al movimento della Palestina Globale, > passando per l’insurrezione delle banlieues seguita all’omicidio poliziesco di > Nahel Marzouk, nel comune di Nanterre, è un nuovo assetto territoriale del > contropotere ad affermarsi e, ora, a esprimersi nelle urne. Lungi dal > costituire eventi isolati, queste ondate vanno lette come tappe successive di > un processo di soggettivazione politica che ha interessato soprattutto > un’intera generazione di francesi razzializzati, racisés, di cui i sindaci > insoumis costituiscono una prima sedimentazione.  Coerentemente con questo assetto territoriale delle lotte, le elezioni di marzo delineano i contorni di una nuova strategia municipalista – o “comunalista”, per usare la formula privilegiata in Francia, riecheggiando la Comune di Parigi – che potremmo provvisoriamente definire come costruzione di avamposti insieme difensivi e offensivi contro l’avanzata fascista, la svolta autoritaria dello Stato e il razzismo strutturale della République. Sono molte le affinità che, al netto delle differenze, sembrano legare queste esperienze alla vittoria di Zohran Mamdani – candidato DSA (Democratic Socialists of America), appoggiato dai sindacati autonomi degli inquilini e dal movimento per la Palestina – nella città di New York. Delle analogie che disegnano forse i contorni di una nuova ondata internazionale di neomunicipalismi in cui la composizione sociale immigrata e la lotta contro la violenza neocoloniale assumono un ruolo centrale.  UNA NUOVA STAGIONE “COMUNALISTA” Questi nuovi esperimenti sembrano segnare uno scarto rispetto all’ultima grande stagione municipalista, rappresentata dalle esperienze spagnole e italiane dei primi anni Dieci. Se, in effetti,  quel municipalismo designava anzitutto il tentativo di «occupare le istituzioni locali» – per riprendere la formula resa celebre da Barcelona en Comú – di utilizzarle come leva per avviare un processo di riforme radicali, il comunalismo introduce un’esigenza ulteriore: mantenere aperto il campo di tensione tra il governo municipale e il suo “fuori”, vale a dire le assemblee, le associazioni, i collettivi e i contropoteri territoriali capaci di controllarne l’operato, criticarlo, spingerlo più avanti e radicalizzarlo. Esso non si concretizza solo nella conquista delle municipalità, ma anche nella costruzione di istituzioni porose rispetto ai conflitti sociali e nel fare delle città dei punti di appoggio per una dinamica politica che le oltrepassi. Sarà la riflessione su queste differenze, e sulle virtù e i limiti dell’autogoverno di città come Napoli e Barcellona, che si potranno individuare gli assi programmatici intorno ai quali costruire lotte capaci di estendere il processo e radicalizzare blocco degli sfratti abitativi, accesso alla casa e ai servizi pubblici, smilitarizzazione dei territori (a partire dal disarmo della polizia municipale, come annunciato a Saint-Denis), ecologia sociale e popolare, antirazzismo politico e internazionalismo. Questa esperienza in formazione aggiunge un capitolo sostanzialmente nuovo al ciclo lungo delle lotte francesi di questi ultimi dieci anni, costituendo più in particolare un’evoluzione del modo in cui si è articolato in esse il rapporto tra movimenti e partito. > Non si tratta solo di riconoscere una dialettica virtuosa tra La France > Insoumise e diverse anime del movimento francese, ma di comprendere questo > rapporto come una articolazione espansiva tra lotte e piattaforma elettorale. > Articolazione, più che dialettica, perché LFI non si è rapportata ai movimenti > con una logica egemonica; non ha agito secondo il principio della cooptazione > dei suoi portavoce; né si è accontentata di assicurare una traduzione del > movimento in consenso. Si tratta, piuttosto, di un meccanismo circolare di > risonanza, nel quale il riferimento politico amplifica la forza delle lotte, > senza con ciò intaccarne l’autonomia. L’elemento di novità del nascente municipalismo insoumis risiede nel fatto che esso costituisce una prima materializzazione di un ecosistema trasformativo – composto da movimenti, collettivi, associazioni, basi sindacali, ma anche istituti culturali, seminari di ricerca militante, percorsi di educazione popolare e gruppi di lettura – nel quale il partito esercita una funzione di “leadership provvisoria” (cfr. Rodrigo Nunes, Né verticale né orizzontale: una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, Roma, 2025). D’altronde, molti dei neosindaci insoumis provengono da un ricco tessuto di associazionismo e collettivi di democrazia partecipativa, come On s’en mêle. Le vittorie insoumis alle elezioni municipali testimoniano del loro radicamento e costituiscono, al tempo stesso, un salto di qualità che impone nuovi equilibri di (contro)potere territoriale, in parte eredi delle occupazioni delle rotatorie di movimenti dei Gilet Gialli e della sua densa rete di assemblee locali. Equilibri di cui andranno esplorate tutte le potenzialità.  Da questo punto di vista, la traiettoria insoumise si distingue ormai sempre più da quella spagnola di Podemos. Il confronto richiede cautela, poiché le congiunture nazionali, le strutture istituzionali e le temporalità non sono sovrapponibili. Una differenza appare tuttavia rilevante. Nel quadro aperto delle lotte degli indignados del 2011, Podemos ha tentato di costruire un partito-movimento: una forma organizzativa capace di tradurre sul terreno istituzionale la forza delle piazze occupate del 15M, mantenendo aperta una relazione con i movimenti dai quali era emersa. La progressiva integrazione nelle logiche della competizione elettorale e del governo, accompagnata da una crescente centralizzazione e da conflitti interni particolarmente distruttivi, ha tuttavia indebolito questa ambizione iniziale. > La France insoumise sembra muoversi secondo una traiettoria in parte diversa. > Più che configurarsi come un partito-movimento, essa tende a delineare la > forma anfibia – e certo contraddittoria, ma forse proprio per questo dinamica > ed efficace? – di un movimento-partito. Non si tratta semplicemente di un’organizzazione che rappresenta le mobilitazioni sociali, ma di una forma politica ibrida che tenta di proteggere sotto il suo ombrello – “parti-parapluie” (partito-ombrello) è uno dei concetti utilizzati per descriverne la struttura – e di combinare una pluralità di campagne, lotte territoriali, collettivi, associazioni e soggetti politici all’interno di un dispositivo comune, capace anche di intervenire sul terreno elettorale e istituzionale. Questa ipotesi non elimina le contraddizioni evidenti della forma insoumise, tra le quali la più importante resta l’ambivalenza tra una struttura partitica decentrata e di piattaforma per le lotte e le istanze che provengono dai territori, e una classe dirigente fortemente centralizzata intorno alla figura carismatica di Jean-Luc Mélenchon. Né tantomeno può interamente supplire alla necessità di un movimento sociale ampio e costituente che sostenga, accompagni e contribuisca a radicalizzare la campagna presidenziale insoumise, per esempio sugli effetti della guerra in termini di carovita e impoverimento, proprio nei mesi centrali della campagna elettorale. Essa permette tuttavia di cogliere la sfida che le recenti elezioni municipali hanno reso più visibile: la possibilità che il partito non si limiti a captare elettoralmente la forza delle lotte territoriali, ma venga utilizzato da esse come uno strumento tattico per costruire nuove forme di contropotere istituzionale. Una sfida determinante per impedire l’arrivo dell’estrema destra all’Eliseo e attivare il processo costituente – creolo e popolare – della “Nuova Francia”. Immagine di copertina e interna all’articolo sono della France Insoumise dal comizio a Saint-Denis del 7 giugno 2026 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Dalla rivolta antirazzista all’irruzione municipale. La sfida dei contropoteri proviene da DINAMOpress.
June 17, 2026
DINAMOpress
Il prezzo del dissenso: nei piccoli comuni la legalità è a carico delle minoranze
I comuni sotto i 5.000 abitanti in Italia rappresentano circa il 70% del totale e 2.000 di questi sono sotto i 1.000 abitanti. Circa 10 milioni di persone abitano in questi piccoli centri, il cui territorio copre la metà del territorio nazionale. In un sistema democratico sano, il diritto di critica e il dovere di controllo dovrebbero essere garantiti e protetti come pilastri costituzionali anche e soprattutto in queste realtà. Eppure è proprio qui che si consuma una disparità silenziosa, che trasforma la politica in una sfida tra chi ha le chiavi della cassa e chi deve attingere alle proprie risorse per difendere la legalità e i diritti di tutti e tutte. È qui che nasce la democrazia sospesa: un regime in cui le regole esistono sulla carta, ma la loro applicazione pratica dipende dalla disponibilità economica di chi le deve far rispettare. La disparità delle armi determina una lotta impari Il paradosso è evidente e brutale. Quando una Giunta approva una delibera controversa, ha alle spalle l’intero apparato comunale: dirigenti, tecnici e avvocati pagati con i soldi dei contribuenti. Se quella delibera è viziata, il consigliere o la consigliera di opposizione che intende impugnarla si trova davanti a un bivio drammatico: tacere o pagare. Mentre il Sindaco e gli Assessori resistono in giudizio utilizzando fondi di bilancio (soldi di tutti e tutte, inclusi quelli di chi dissente), il consigliere o la consigliera di minoranza deve affrontare le spese di un ricorso al TAR — tra contributi unificati esorbitanti e parcelle legali — attingendo ai propri risparmi personali o ricorrendo alle sottoscrizioni dei cittadini e delle cittadine che rappresenta. È una democrazia “per censo”, dove la tutela del bene pubblico è subordinata alla capacità patrimoniale del singolo eletto. Il rischio è che sia imposto un “silenzio forzato” > Questa asimmetria non è solo una questione di soldi; è una precisa arma > politica. Una maggioranza consapevole di questa disparità può sentirsi > legittimata a forzare la mano su atti di dubbia regolarità, sapendo che > l’opposizione difficilmente potrà permettersi il lusso di un’azione > giudiziaria. La partecipazione alla vita pubblica e alle scelte politiche nei piccoli comuni è una risorsa cruciale, che spesso si sviluppa attraverso forme di cittadinanza attiva e volontariato per migliorare la comunità. La difficoltà di opporsi a scelte fatte dall’amministrazione che si ritengono illegittime rende spesso inutile l’impegno e la partecipazione. Il risultato è una democrazia sospesa, che produce effetti devastanti come l’indebolimento del controllo in quanto si rinuncia a contestare atti illegittimi per timore del tracollo finanziario personale. La legalità diventa un lusso che non ci si può permettere. Inoltre chi è competente ma non può contare su risorse economiche proprie rinuncerà a candidarsi, sapendo di non poter esercitare il mandato con pienezza. Il consiglio comunale rischia di diventare un club esclusivo, non il luogo del confronto democratico. Si assisterà alla fuga dall’impegno civile. Gli uffici tecnici, sentendosi meno “osservati” da una minoranza finanziariamente sotto scacco, rischiano di appiattirsi sulle volontà della politica anziché sul rigore della norma e potranno agire in regime di impunità. C’è poi una beffa ulteriore che offende l’etica pubblica. I cittadini e le cittadine che sostengono le ragioni dell’opposizione pagano due volte: finanziando con le proprie tasse la difesa legale dell’Ente (anche quando l’Ente agisce contro la legge) e dovendo, se vuole, contribuire a raccolte fondi per permettere ai propri rappresentanti di chiedere giustizia. Così pagano due volte. È un cortocircuito che vede il denaro pubblico usato per blindare il potere e il denaro privato usato per cercare la verità. > Una riforma è urgente e necessaria per riattivare la democrazia. Non si può > chiedere a un consigliere comunale, che spesso percepisce un gettone di > presenza simbolico, di farsi carico di costi giudiziari nell’ordine delle > migliaia di euro. Quando il controllo è impedito dal costo della giustizia, la > democrazia è, di fatto, sospesa. È necessario un riequilibrio strutturale. > Servirebbero forme di tutela legale per le minoranze, l’esenzione dal > contributo unificato per i ricorsi legati all’esercizio del mandato, o la > possibilità di adire organi di controllo con poteri reali, rapidi e a costo > zero. Fino ad allora, la funzione di controllo nei piccoli comuni resterà un atto di eroismo civile, una battaglia contro i mulini a vento combattuta con la spada di legno del diritto contro la corazzata del bilancio pubblico. La democrazia non può avere un prezzo d’ingresso. Quando controllare chi governa diventa un privilegio per pochi, a perdere non è solo l’opposizione, ma l’intera comunità. 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June 5, 2026
DINAMOpress
La crisi delle edicole in Italia
In venti anni le edicole sono passate da 35 mila a 20 mila (- 42.8%). E il loro giro di affari si è ridotto dal picco massimo del 2005 di 4,53 miliardi di euro a 1,11 miliardi a fine 2024 (- 76%). Semplificando sono in media circa 55 mila euro a punto vendita. Con un aggio medio del 23.11% del prezzo di vendita, dunque al lordo di IVA, si genera un margine lordo di circa 12.710 euro annui. Tutto per stare aperti 28/29 giorni su 30/31 al mese, pagare l’affitto del locale, o le imposte se si tratta di un chiosco su suolo pubblico, e lavorare dalle 6 del mattino, quando mediamente vengono consegnati giornali,  periodici e altri “prodotti” editoriali, alle 19 o alle 20, quando finalmente si chiude. Fanno 1.059 euro al mese, lordi, per circa 13 ore di lavoro, ovvero 2,94 euro di “retribuzione” oraria lorda. Sono numeri che danno una dimensione di quanto grave sia la situazione delle edicole, con quelle “pure” in particolare che rischiano di fare la fine delle cabine telefoniche, scomparendo progressivamente dal paesaggio. Sono i numeri del Rapporto “Le Edicole del Futuro, il Futuro delle Edicole” di Associazione Stampa Romana e DataMediaHub, realizzato da Viviana D’Isa e Pier Luca Santoro, con Stefano Ferrante e Lazzaro Pappagallo. Su 7.896 Comuni in Italia ben 4.974, ossia circa due terzi del totale (63%), non hanno un’edicola. In Molise ben il 94.11% dei Comuni non ha un’edicola. Seguono il Trentino – Alto Adige (85.91%) e la Valle d’Aosta (82.43%). Meno peggio di tutte le regioni l’Emilia-Romagna in cui “solamente” un terzo (32.12%) dei Comuni non ha un’edicola. Secondo lo studio “Commercio e servizi: le oasi nei centri urbani” di Confesercenti, quasi 3,5 milioni di persone non possono più comprare giornali o riviste nel loro Comune. Nei centri sino a 15 mila abitanti dal 2014 al 2024 hanno chiuso i battenti circa un terzo delle edicole (30.30%). In quelli da 15 a 50 mila abitanti, nello stesso arco temporale, hanno dismesso l’attività il 36.90% dei giornalai. Nei Comuni con un numero compreso tra 60 e 250 mila abitanti, sempre dal 2014 al 2024, si arriva addirittura al 38% di chiusure. E nelle grandi città, quelle con più di 250 mila abitanti, hanno chiuso nello stesso periodo il 34.20% delle edicole. In Italia vi sono circa 5.543 Comuni che hanno meno di 5 mila abitanti. Nei Comuni di tale ampiezza vi sono, a fine 2024, 1.412 giornalai. In pratica solo un quarto dei piccoli Comuni ha un’edicola. Secondo i dati di Confersercenti nel 2014 vi erano 17.516 edicole “pure”. A fine 2024 queste sono diventate 11.450. Il 34.63% in meno. Il Rapporto passa in rassegna anche ciò che accade oltre i nostri confini, in particolare in Francia e in Spagna. In base ai dati del Ministero della Cultura francese gli aiuti al trasporto e alla distribuzione della stampa sono stati pari complessivamente a 130,1 milioni di euro nel 2024, contribuendo a ridurre il prezzo finale di vendita delle pubblicazioni e a favorire una più ampia diffusione dei titoli e quindi delle correnti di pensiero e di opinione che essi veicolano. A questi si aggiunge il sostegno statale mirato a rafforzare la modernizzazione e gli investimenti nel settore, per un importo pari a 21,7 milioni di euro. I contributi rafforzano anche il legame sociale insito nella presenza di punti vendita (chioschi, edicole, ecc.) negli spazi pubblici, nonostante il loro numero sia diminuito del 27% in dieci anni (6.893 punti vendita hanno chiuso tra il 2014 e il 2024). 750 edicole hanno ricevuto 3,3 milioni di euro di sostegno finanziario nel 2024 per migliorare i loro spazi di vendita e i sistemi informatici. In Spagna invece esistono sussidi per le edicole, ma solitamente sono locali e destinati a scopi specifici, come la modernizzazione o il potenziamento della loro attività. I Consigli Comunali locali, come quello di Madrid, hanno annunciato programmi per modernizzare le edicole e promuovere l’imprenditorialità. Il Consiglio Comunale della capitale spagnola ha avviato un programma di sovvenzioni con un importo massimo di 30 mila euro per chiosco per incentivare il miglioramento, l’ammodernamento o la sostituzione delle edicole. È stata inoltre modificata l’Ordinanza che regolamenta le edicole e la tariffa per l’occupazione degli spazi pubblici è stata completamente eliminata. Il Rapporto, tra gli altri interventi necessari per rilanciare il settore, punta sull’informatizzazione delle edicole, che oltre a consentire risparmi per milioni di euro sui resi, consentirebbe finalmente di conoscere i lettori, implementare attività e servizi di marketing a partire banalmente, a titolo esemplificativo, dalla realizzazione di fidelity card. Infatti, intorno all’informatizzazione delle edicole e alla card è possibile sviluppare una serie di altri servizi innovativi. “In buona sostanza sono due, si legge nel Rapporto, le aree di vantaggio possibili grazie all’informatizzazione: miglioramenti immediati grazie a informazioni aggiuntive; miglioramenti a tendere dei processi distributivi e degli strumenti operativi in dotazione alla filiera. I dati in tempo reale potranno consentire agli editori e ai distributori nazionali di studiare e analizzare le proprie curve di vendita e potranno consentire ai distributori locali ottimizzazioni puntuali dei piani distributivi. I dati in tempo reale potranno anche alimentare panel statistici per rilevamenti migliorativi rispetto ai “prodotti”, agli applicativi attualmente disponibili. Gli editori e la distribuzione nazionale potranno analizzare i dati e migliorare le proprie strategie diffusionali I distributori locali potranno utilizzare i dati di vendita puntuali per ottimizzare puntualmente ogni edicola per realizzare al meglio la strategia diffusionale dell’editore e/o della distribuzione nazionale”. Per quanto riguarda la realizzazione di card editoriali per la profilazione dei lettori e sviluppo di azioni di marketing e promozionali, la proposta prevede: “Mini-card” editoriali prepagate, come nuove forme di abbonamento, competitive rispetto all’attuale offerta postale e Servizi extra-editoriali, come nuova linfa e traffico sul capillare canale delle edicole. “Ipotizzando entro 24 mesi dall’avvio dell’informatizzazione di ridurre l’incidenza dei resi allo stesso livello di quella francese, che si attesta attorno al 14%, si sottolinea nel Rapporto, il recupero di efficienza garantito, stimato in 20 punti percentuali a regime, consentirebbe un risparmio che è ragionevole ipotizzare possa ammontare a non meno di 480 milioni di euro. Una cifra che da sola basta sia a giustificare la fine di qualsiasi resistenza all’implementazione dell’informatizzazione, che a fornire risorse ingenti al sistema che consentirebbero di guardare al futuro con maggior respiro”. Qui il Rapporto “Le Edicole del Futuro, il Futuro delle Edicole” di Associazione Stampa Romana: https://www.italianostraroma.org/files/report_le_edicole_del_futuro_il_futuro_delle_edicole-compressed.pdf. Giovanni Caprio
February 22, 2026
Pressenza
Quasi 1 Comune su 2 è interessato da almeno un procedimento di bonifica
Il 46% dei Comuni d’Italia, pari a 3.619 Comuni, è interessato da almeno un procedimento di bonifica in corso al I gennaio 2024. La distribuzione dei procedimenti di bonifica mostra una concentrazione degli stessi nei Comuni della media e bassa val Padana, in alcuni capoluoghi del centro e nord Italia, in diversi Comuni della Toscana, dell’area metropolitana di Napoli e della Puglia. Questa evidenza è giustificata dalle caratteristiche delle banche dati regionali, nonché dalle pressioni ambientali dovute alla presenza di attività antropiche. Viceversa, le aree del paese ove i procedimenti sono assenti o poco diffusi sono le aree montane alpine, appenniniche e dell’arco calabro, fatto da non collegare necessariamente all’assenza di pressioni ambientali. Il 70% dei procedimenti di bonifica regionali si è concluso senza necessità di intervento di bonifica e/o di messa in sicurezza e ogni anno vengono attivati sul territorio nazionale in media 1.190 nuovi procedimenti di bonifica. E’ quanto emerge dal IV Rapporto sulle bonifiche dei siti regionali pubblicato da ISPRA, che illustra e analizza i dati relativi ai procedimenti di bonifica aggiornati al I gennaio 2024 sulla base dei dati trasmessi da SNPA, dalle Regioni e dalle Province Autonome per il popolamento 2024 di MOSAICO, la banca dati nazionale sui procedimenti di bonifica. Le elaborazioni riguardano 16.365 procedimenti di bonifica in corso e 22.191 procedimenti di bonifica conclusi. L’avvio di un procedimento di bonifica non comporta l’automatica necessità di un intervento di bonifica, ma solo a seguito dei dovuti accertamenti emerge tale obbligo. Infatti, l’esecuzione di un intervento si è resa necessaria solo per il 30% dei siti. Sul territorio nazionale sono censiti 3.243 procedimenti, in fase di intervento di bonifica, di cui 2.601 con intervento in corso e 642 con lavori terminati ma non ancora certificati. Il 28% dei procedimenti in fase di intervento/bonifica si trova in Lombardia, il 12% in Piemonte, l’11% in Toscana. A livello nazionale, risultano censiti 484 siti orfani, di cui 225 finanziati e 55 con procedimento concluso al primo gennaio 2024. Le percentuali di procedimenti significativamente maggiori della media nazionale (45%) si riscontrano per l’Emilia-Romagna (100%), per la Provincia Autonoma di Bolzano (95%) e per la Liguria (89%). La Regione Campania, che nella numerosità dei procedimenti censiti in MOSAICO spicca con oltre 3.800 procedimenti, ha un numero percentualmente molto basso di procedimenti di interesse dal punto di vista ambientale (solo il 17% del numero totale dei procedimenti censiti) a causa dell’elevato numero di procedimenti ricadenti nella perimetrazione degli ex SIN (Siti di Interesse Nazionale) che, al momento della deperimetrazione e conseguente passaggio alla competenza regionale, erano costituiti da molte aree per le quali non era stato ancora avviato il procedimento di bonifica. Per quanto riguarda i procedimenti in corso, 1.286 Comuni sono interessati da un solo procedimento in corso, pari a quasi il 57% del totale dei Comuni aventi procedimenti in corso; 783 Comuni hanno tra 2 e 5 procedimenti. Queste due categorie rappresentano da sole circa il 92% dei Comuni interessati da procedimento di bonifica in corso. In 113 Comuni sono presenti attualmente tra 6 e 10 procedimenti di bonifica in corso (5% dei comuni d’Italia), mentre i Comuni che hanno un carico significativo di procedimenti, maggiore di 10, sono 84, pari a poco più del 13% di tutti i Comuni italiani con procedimenti di bonifica in corso. In particolare, tra questi, quelli con oltre 100 procedimenti in corso sono solamente 2, ovvero, Milano, con 409 procedimenti in corso, e Torino, con 110. I siti orfani sono quelli per i quali nessun soggetto, a vario titolo, ha provveduto agli adempimenti previsti dalla norma per i procedimenti di bonifica. Si tratta prevalentemente di siti “storici”, per i quali la macchina dell’Amministrazione pubblica si è attivata recentemente stanziando finanziamenti collegati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La maggior parte dei siti per i quali sono disponibili informazioni sulle superfici ha dimensioni ridotte: il 70% delle superfici amministrative è inferiore ai 10.000 mq e il 30% è addirittura sotto i 1.000 mq; nel 18% dei casi la superfice è maggiore di 20 ettari- Ma qual è la durata dei procedimenti di bonifica in Italia? Secondo i dati nazionali, la metà dei procedimenti conclusi con intervento di bonifica o di messa in sicurezza terminano in meno di quattro anni, mentre solo nel 25% dei casi sono necessari almeno 8 anni. I soggetti privati sono maggiormente coinvolti nei procedimenti di bonifica rispetto ai soggetti pubblici. Il rapporto tra i due (numero di procedimenti con soggetti privati/ numero di procedimenti con soggetti pubblici) è 3:1 per i procedimenti in corso e 8:1 per quelli conclusi. Il “tipo di soggetto” risulta non disponibile (“ND”) per circa il 14% dei procedimenti in corso e per il 26,6% dei procedimenti conclusi. Qui per scaricare il rapporto dell’ISPRA: https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/lo-stato-delle-bonifiche-dei-siti-contaminati-in-italia-quarto-rapporto-sui-dati-regionali. Giovanni Caprio
February 2, 2026
Pressenza
Attivati nel tuo Comune: boicottiamo Teva nelle farmacie pubbliche
Teva è una multinazionale farmaceutica che trae profitto dall’occupazione israeliana, sostiene l’esercito e opera nelle colonie occupate illegalmente. Non è una posizione politica: è una violazione del diritto internazionale, riconosciuta anche dalle Nazioni Unite. Per questo lanciamo una petizione rivolta ai Comuni che gestiscono farmacie comunali. Chiediamo di interrompere i rapporti commerciali con Teva e di sospendere la distribuzione dei suoi prodotti. Il nostro boicottaggio non è contro un Paese o un popolo, ma contro chi fa soldi sui crimini. I soldi pubblici non devono finanziare l’occupazione. Questa campagna vive solo se diventa azione concreta nei territori. Stiamo costruendo una rete di volontarie, volontari e referenti locali per: * inviare una lettera ai sindaci * raccogliere firme (online e cartacee) * consegnare la petizione nei Comuni Mettiamo a disposizione un kit operativo con materiali e indicazioni pratiche. Sta già succedendo: Comuni come Sesto Fiorentino, Poggibonsi, Calenzano, Rosignano, Campi Bisenzio, Barberino Tavarnelle, Corinaldo, Rovereto, Jesi, Castelnuovo Rangone, Scicli e Carrara hanno già detto no a Teva o promosso percorsi pubblici di informazione. La pressione dal basso funziona. Funziona davvero. Ora è il momento di allargare Ogni Comune coinvolto è un precedente. Ogni firma raccolta è un messaggio politico. Ogni azione coordinata rende più difficile per Teva continuare a occupare spazi nei bandi e negli acquisti pubblici. Se pensi che indignarsi non basti più, se pensi che i diritti non siano negoziabili, se pensi che anche dal tuo Comune si possa fare la differenza, attivati con noi. Scrivici per diventare referente locale o volontaria/o: bdsitalia.teva@gmail.com sanitaripergaza@gmail.com digiunogaza@gmail.com   BDSItalia
January 29, 2026
Pressenza
Spighe Verdi 2025: crescono i Comuni sensibili allo sviluppo rurale sostenibile
Spighe Verdi è un programma per lo sviluppo rurale sostenibile rivolto ai Comuni che intendono valorizzare e investire sul proprio patrimonio rurale, migliorando le buone pratiche ambientali. Nel rapporto che si crea tra Comune, agricoltori e comunità locale sta il successo di Spighe Verdi, un programma flessibile e adattabile per promuovere buone pratiche ambientali in diversi contesti territoriali. Nel programma Spighe Verdi è centrale il ruolo che ha l’agricoltura nella difesa del paesaggio, nella tutela della biodiversità e nella produzione di alimenti di qualità. Il Comune, per ottenere la certificazione e il marchio Spiga Verde, deve autocandidarsi seguendo un protocollo in cui è prevista la rispondenza a criteri contenuti in diverse aree tematiche (acqua, energia, agricoltura, rifiuti, assetto urbanistico, tutela del paesaggio, ecc.). La candidatura è volontaria e gratuita e viene esaminata da una Commissione di Valutazione nazionale che riunisce esperti provenienti da diversi enti pubblici e privati. I Comuni che intendono intraprendere il percorso volto a ottenere la Spiga Verde devono registrarsi all’interno dell’area Registrazione del sito https://spigheverdi.net/ e scaricare gli allegati Questionario e Procedura Operativa relativi all’anno in corso. Il Referente del Comune per il programma Spighe Verdi potrà contattare la FEE Italia, sezione italiana della danese Foundation for Environmental Education, per ricevere supporto nella redazione della candidatura. Per ottenere il riconoscimento di Spiga Verde, il Comune dovrà riempire tutte le sezioni del Questionario e consegnarlo entro la data stabilita annualmente. Dopo la valutazione da parte di un’apposita Commissione, la FEE Italia rilascerà la certificazione Spiga Verde che avrà un anno di validità e che potrà essere mantenuta soltanto rinnovando il percorso di anno in anno. Lo scorso 24 luglio sono state assegnate le Spighe Verdi 2025, con 17 nuovi ingressi che dimostrano la crescente attenzione delle amministrazioni locali alla creazione di uno sviluppo rurale sostenibile. Essere Spighe Verdi non è un traguardo, ma un impegno continua dove l’agricoltura svolge un ruolo prioritario. In questa decima edizione 90 Comuni rurali hanno ricevuto il riconoscimento di Spighe Verdi 2025. Un aumento rispetto ai 75 premiati del 2024 (ci sono stati 17 nuovi ingressi e 2 Comuni non sono stati confermati). Le Spighe Verdi 2025 sono state assegnate in territori di 15 Regioni: in Piemonte sono state attribuite 18 Spighe Verdi (cinque nuovi ingressi), a Acqui Terme, Alba, Bra, Canelli, Carignano, Castiglione Falletto, Centallo, Cherasco, Chiusa di Pesio, Gamalero, Gavi, Guarene, Monforte d’Alba, Narzole, Poirino, Pralormo, Santo Stefano Belbo e Volpedo; alla Calabria sono andate 10 Spighe Verdi (tre nuovi ingressi), che hanno premiato Belcastro, Cariati, Crosia, Miglierina, Montegiordano, Roseto Capo Spulico, Santa Maria del Cedro, Sellia Marina, Trebisacce e Villapiana; nelle Marche le 9 Spighe Verdi sono state assegnate a Esanatoglia, Grottammare, Matelica, Mondolfo, Montecassiano, Montelupone, Numana, Senigallia e Sirolo; per la Toscana le 8 Spighe Verdi sono andate a Bibbona, Castellina in Chianti, Castiglione della Pescaia, Castagneto Carducci, Gambassi Terme, Grosseto, Massa Marittima e Orbetello; in Umbria le 8 Spighe Verdi (un nuovo ingresso e un’uscita) hanno premiato Deruta, Gubbio, Montecastrilli, Montefalco, Norcia, Scheggino, Todi e Trevi; la Puglia ha ottenuto 8 Spighe Verdi, che sono state attribuite a Andria, Bisceglie, Castellaneta, Carovigno, Maruggio, Nardò, Ostuni e Troia; per la Campania le 7 Spighe Verdi (un nuovo ingresso) sono andate a Agropoli, Ascea, Capaccio-Paestum, Foiano di Val Fortore, Massa Lubrense, Monteforte Cilento e Positano; il Lazio ha ottenuto 5 Spighe Verdi (un nuovo ingresso e un’uscita), per Canale Monterano, Gaeta, Rivodutri, Sabaudia e San Felice Circeo; le 4 Spighe Verdi (due nuovi ingressi) della Liguria sono andate a Andora, Borgio Verezzi, Lavagna e Sanremo; la Sicilia ha avuto 3 Spighe Verdi (due nuovi ingressi), per Modica, Ragusa e Vittoria; in Abruzzo le 3 Spighe Verdi (un nuovo ingresso) sono andate a Gioia dei Marsi, San Salvo e Tortoreto; ad essere premiati per il Veneto, che ha ottenuto 2 Spighe Verdi, sono stati Montagnana e Porto Tolle; la Basilicata ha ricevuto 2 Spighe Verdi (un nuovo ingresso), per Nova Siri e Pisticci; le 2 Spighe Verdi della Lombardia sono andate a Ome e Sant’Alessio con Vialone; l’Emilia-Romagna, infine, ha ottenuto 1 sola Spiga Verde, quella di Parma. La Foundation for Environmental Education – FEE, l’organizzazione presente in 81 Paesi che rilascia le bandiere blu alle località turistiche balneari, ha pensato di istituire un analogo riconoscimento per i Comuni rurali, le Spighe Verdi appunto, con hanno l’obiettivo di accompagnarli in un percorso virtuoso in cui le politiche di gestione del territorio sono indirizzate alla conservazione dell’ambiente e al miglioramento della vita della comunità. La valutazione per individuare i Comuni più virtuosi segue uno schema rigoroso a cui hanno partecipato, tra gli altri, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, il Ministero per il Turismo, il CNR, i Carabinieri e Confagricoltura. Sono 67 gli indicatori utilizzati per fotografare le politiche di gestione del territorio e farle diventare più sostenibili. Tali indicatori possono anche variare, in un’ottica di continuo miglioramento. Tra quelli attualmente considerati troviamo: la partecipazione pubblica; l’educazione allo sviluppo sostenibile; il corretto uso del suolo; la presenza di produzioni agricole tipiche, la sostenibilità e l’innovazione in agricoltura; la qualità dell’offerta turistica; l’esistenza e il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; la gestione dei rifiuti con particolare riguardo alla raccolta differenziata; la valorizzazione delle aree naturalistiche eventualmente presenti sul territorio e del paesaggio; la cura dell’arredo urbano; l’accessibilità per tutti senza limitazioni. Qui per approfondire: https://spigheverdi.net/.   Giovanni Caprio
August 5, 2025
Pressenza