Tag - genova g8

[entropia massima] Collettiva
Puntata 35 di EM, ultima della stagione. Ricapitoliamo, in una collettiva di saluti, gli argomenti trattati nella stagione. Cominciamo da "Estrattivismo dei Dati" e a seguire "Emergenza0". Poi un nostro pensiero su Carlo Giuliani, a 25 anni dalla sua uccisione in Piazza Alimonda. Proseguiamo ripercorrendo alcuni episodi significativi avvenuti durante i giorni del g8 e seguendo un filo che parte da Genova e arriva fino ai nostri giorni. Perché la storia della tecnologia degli ultimi 25 anni è anche la storia di un progressivo spostamento del potere: dalla rete distribuita delle origini, alle piattaforme di concentrazione del capitalismo dei dati, dagli spazi autogestiti, alle Big Tech. Una storia cominciata con la repressione degli spazi digitali e continuata con un lungo ed insesorabile processo di omologazione e controllo. Chiudiamo con gli argomenti trattati nei cicli "LIbera Scienza in Libero Stato" e "AntropoLogica". La carrellata è stato un buon modo di presentare gli argomenti di cui trattiamo ad Entropia Massima, tutti insieme. Ottimo anche come riassuntone per chi se ne è perso qualcuno!
July 20, 2026
Radio Onda Rossa
La storia dell’archivio del G8. Che non si trova a Genova ma a Bologna, accolto dal Vag61
Lo spazio autogestito nel quartiere Cirenaica ha salvato l’immenso archivio del controvertice del 2001, che ha dovuto cambiare Regione per il disinteresse delle istituzioni. Centinaia di documenti, fotografie e video, fondamentali anche nei processi, sono custoditi dal febbraio 2021 nel Centro doc intitolato a Francesco Lorusso e Carlo Giuliani. Non è un semplice magazzino ma un luogo che incrocia il lavoro storico, la ricerca e la costruzione del conflitto_ “Non sono passati due anni dal G8 di Genova ma venticinque. Ci sono stati dei processi che hanno accertato una verità, per quanto parziale, che fa parte della nostra storia. E questa storia ci dice che Genova non ha voluto accogliere l’archivio del G8 che ora si trova a Bologna”. Per più di dieci anni il documentarista Carlo Bachschmidt ha raccolto insieme ai volontari della Segreteria legale del Genoa social forum articoli, documenti e testimonianze utili alla difesa dei manifestanti coinvolti nei processi sulle giornate di luglio 2001: 310 faldoni contenenti gli atti dei processi -quello contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, quelli per i fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto- una rassegna stampa composta da 6.275 articoli di giornale e ore e ore di materiale audiovisivo. Un patrimonio enorme che, terminati i processi e dopo i tentativi falliti con il Comune e l’Università di trovargli una sistemazione, nel 2021 è stato trasferito a Bologna. Oggi la memoria di Genova è custodita tra gli scaffali del Vag61, da più di vent’anni un riferimento della cultura indipendente bolognese. Nel cuore del quartiere Cirenaica, in quella stessa via Paolo Fabbri che Francesco Guccini cantava negli anni Settanta, il Vag61 porta avanti progetti di cooperazione sociale guidati dai principi del mutualismo e dell’autogestione. Ha ospitato eventi in collaborazione con Mediterranean saving humans, ha dato vita al portale di informazione Zeroincondotta e ha creato il Centro di documentazione dei movimenti Lorusso-Giuliani, dove cinque anni fa sono confluiti i materiali relativi a Genova. “Il Centro doc esiste dal 2004 e lo abbiamo dedicato a due ragazzi entrambi uccisi in manifestazioni di piazza”, spiega Valerio Monteventi, attivista del Vag61 e volto storico della militanza bolognese. “Francesco Lorusso è stato ucciso da un carabiniere durante una manifestazione studentesca a Bologna, nel 1977, Carlo Giuliani durante il controvertice di Genova nel 2001. Seppur siano due momenti distanti tra loro, c’è una continuità nelle forme e nei contenuti di quelle lotte. Io -continua Monteventi, con la lucidità di chi ha vissuto le stagioni più calde dell’Italia repubblicana- ero un adolescente nel 1968, un ragazzo nel 1977 e un uomo nel 2001. Chi come me è stato testimone di quei momenti non era soddisfatto del modo in cui i media raccontavano le proteste, con descrizioni banali e strumentali. Così abbiamo iniziato a raccogliere volantini, fanzine, riviste pubblicate dalla fine degli anni Sessanta in poi, per restituire la ricchezza culturale di quegli anni”. Da questa raccolta, iniziata casa per casa, è nato il Centro doc, “che non è un archivio -specifica Monteventi- perché non è stato pensato come un museo della resistenza movimentista ma come una struttura viva, dove la trasmissione della memoria serva a rafforzare il presente. Dopo tutti questi anni -conclude- sono ancora convinto che si possa fare politica senza avere un partito alle spalle”. A ricostruire il viaggio delle testimonianze di Genova, prima del loro arrivo al Vag, è Nicola Pezzi che ogni martedì sera si ritrova insieme ai volontari e ai tirocinanti dell’Università di Bologna per continuare la digitalizzazione avviata dalla Segreteria legale. “Siamo stati contattati da Bachschmidt in pieno lockdown -racconta Pezzi con alle spalle una parte dei 300 faldoni blu che contengono le copie degli atti processuali-. Ci conosciamo perché qui ogni anno ospitiamo iniziative su Genova. Dopo la chiusura dei processi, nel 2012, l’attenzione era calata e lui era rimasto solo ad occuparsi dell’archivio. Ha continuato per qualche anno ma quando il contratto di locazione dell’ufficio è scaduto, si è rivolto alle istituzioni genovesi. Di fronte al loro disinteresse, su consiglio di Heidi Giuliani, che ci aveva affidato la documentazione relativa all’uccisione del figlio Carlo, si è rivolto a noi. Così nel febbraio del 2021 siamo andati a prelevare il materiale a Genova”. Nei faldoni c’è il lavoro di avvocati e volontari che negli anni hanno analizzato migliaia di video, fotografie e comunicazioni radio per prepararsi alle udienze dei processi. Il G8 di Genova, infatti, è stata la prima grande manifestazione in Italia ad essere ripresa da ogni lato e questo ha prodotto una quantità sterminata di materiale che è stata utilizzato, prima, per identificare parte dei manifestanti e accusarli di aver “devastato” la città; dopo, per smentire le ricostruzioni ufficiali e dimostrare l’uso ingiustificato e sproporzionato della forza da parte delle autorità. Questo ha reso possibile anche l’accertamento giudiziario dei pestaggi nella scuola Diaz e delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto. “La scannerizzazione degli atti dei processi è un lavoro lungo ma necessario -continua Pezzi-. Su internet mettiamo solo gli indici perché ci teniamo al rapporto con le persone. Genova ci permette di fare dei ragionamenti sul presente e questo è il senso di un archivio militante. Tutto quello che conserviamo qua è una base per le lotte attuali”. Il movimento del Sessantotto, quello del Settantasette, il processo del 7 aprile 1979 contro i vertici dell’Autonomia operaia, il fondo del poeta Roberto Roversi e la stagione dei Social forum conclusasi con Genova: il patrimonio custodito tra le pareti del Vag61 è immenso e attraversa mezzo secolo di storia. “Dal 2021 sono passati da qui 94 studenti, anche dall’estero. Ne sono venuti fuori -racconta Pezzi con orgoglio- molti lavori di tesi. Abbiamo ospitato una compagnia teatrale francese, fatto laboratori con le scuole e siamo finiti in un podcast sul ventennale di Genova”. Tante soddisfazioni che, però, non hanno destato grande attenzione a livello istituzionale. “Nel 2015 la Soprintendenza dei beni archivistici dell’Emilia-Romagna, che è un organo di Stato, ha riconosciuto il valore storico dell’archivio ma è un atto puramente simbolico. Dal Comune di Bologna non è arrivato nulla”. Nemmeno quando si è arricchito del materiale arrivato da Genova. Anche Carlo Bachschmidt, che negli anni si è interfacciato più volte con le autorità del capoluogo ligure, si è interrogato su questo silenzio: “Io non cercavo un semplice magazzino dove lasciare il materiale -spiega- ma un soggetto che finanziasse un lavoro storico. Se questo progetto dell’archivio non è andato in porto è perché, da una parte, noi del movimento non abbiamo trovato una sintesi delle nostre posizioni; dall’altra però il Comune ha lasciato cadere la questione. In realtà l’allora direttrice dell’archivio di Genova si era interessata ma il problema non era tecnico, bensì politico: una volontà dell’amministrazione non di rifiutare il progetto ma di disinteressarsene. A quel punto, dopo anni, ero stanco di ribadire che quello era un pezzo della storia di Genova. Così mi sono rivolto ai bolognesi”. una delle tavole del fumetto di Christian Mirra Quel lavoro di memoria, oggi, lo porta avanti il Vag61, nella convinzione che i temi delle piazze di Genova siano ancora attuali: la privatizzazione della sanità, la precarietà lavorativa, la denuncia di un mondo in cui le merci circolano liberamente mentre si innalzano muri contro le persone. Gestito interamente dal basso, il fondo “Lorusso-Giuliani” permette di studiare i fatti di Genova a partire dalla verità scritta delle sentenze, e interrogarsi su ciò che di questa verità rimane fuori. L’archivio custodisce anche la documentazione relativa all’omicidio di Carlo Giuliani, avvenuto il 20 luglio 2001, per il quale non c’è mai stato nessun processo. “L’accusa è stata archiviata -spiega Monteventi- perché il carabiniere che sparò, Mario Placanica, fu prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. Allo stesso modo, il collega che nel 1977 uccise Francesco Lorusso, fu protetto dalla Legge Reale del 1975. Oggi questa legge è ancora in vigore, anzi è stata inasprita dall’ultimo “Decreto sicurezza”. Il problema è che lo Stato, a prescindere dai governi, continua ad affrontare la conflittualità sociale con una logica emergenziale e del nemico, sia esso un militante o un migrante”. altreconomia
July 15, 2026
Pressenza
Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026
In quei giorni di luglio 2001 l’asfalto delle strade di Genova si scioglieva. Una vampata mai sentita si stendeva su ardesie e animi, perfino Sottoripa e i vicoli ne erano impestati. Nessuno era immune da quell’inferno, tranne i potenti asserragliati nel palazzo Ducale o nelle suite milionarie. Protetti nei suv raggiungevano le sale potenziate di microfoni mentre all’esterno i residenti non riuscivano a rientrare nei loro appartamenti a causa della foresta di barriere metalliche e container messi in fila e di traverso sulle vie principali e presidiate da forze dell’ordine e militari in assetto antisommossa. Ancora non si sapeva, il primo giorno, che la vampata avrebbe sciolto manti stradali e resistenze umane, e martoriato le carni di ragazzi e ragazze trasportati e rinchiusi in una caserma. A Bolzaneto, 13 chilometri a nord del centrocittà. Militanza e violenze, mondi che diventano cose, dove l’umano è sconfitto, dove solo la voce di Primo Levi si può ancora sentire. Stefano Valenti, valtellinese, traduttore e narratore, s’immerge nella storia selvaggia di Genova, a 25 anni dalle oscure “giornate” del G8. Partendo dalla poesia di Rimbaud del “battello ebbro”, la storia di questo libro è misurata dalle parole del narratore intorno all’amico Francesco, professore universitario adepto di Walter Benjamin che non regge il veleno delle violenze, delle torture. Dopo il suicidio, la testimonianza di quanto accaduto, della realtà a cui – come in Thomas Bernhard – meccanicamente si soccombe, investe il superstite che ora fa risuonare non solo la mente di Francesco (piena di Benjamin, Marcuse, Kafka, Bernhard) ma anche quella di Carlo che detesta la letteratura e che con la stoffa e il talento genovese dell’attivista trovava la morte proprio sui selciati di Genova. Compito arduo dove vocazione, debolezza e qualità di intelligenza s’uniscono in un processo sotterraneo a cui pochi resistono. Come farfalla a luglio è la storia di amicizie, di ragionamenti filosofici di esseri unici al mondo che si scontrano nelle nuvole nere dei lacrimogeni, partendo dal “ventre gravido di vita” delle tende allestite allo stadio Carlini nella Genova blindata, villaggio di anime del Milano social forum e “donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e cittadini, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale”. Le grate alte cinque metri hanno diviso la città (Don Gallo chiede: “come si fa a dialogare con le sbarre?”), chi ha voluto contrastare pacificamente l’attacco dei black bloc riceve minacce e calci, dal 19 al 22 luglio le camionette vanno veloci come gli scatti dei manganelli, qualcuno racconta che sembra di essere piombati in Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Tutto scritto, nelle pagine di Genova. Il libro bianco. E in molti furono portati alla caserma di Bolzaneto. Un benvenuto di ginocchia a terra, calci e manganellate. Parole irripetibili. E nessuno cada, che è peggio. Poche tracce di umanità dentro qualcosa che niente più assomiglia al “normale”. Mentre Bernhard va a trovare in sogno il narratore, e gli ricorda che i morti ricordano mancanze, errori e fallimenti, nelle pagine del libro di Valenti emerge il terrore delle celle e dei corridoi insanguinati. La paura dello stupro per le donne, crudeltà concrete le cui implicazioni sorpassano il senso comune. Nessuno ne è immune. E il narratore vuole rendere omaggio all’amico che ha sversato l’anima. Più che ricordare i fatti, più che dare spazio e luce a Francesco impiccato e a Carlo steso a terra. Sentiamo ancora, noi che lavoravamo negli ospedali del Centro, gli elicotteri volteggiare dall’alba al tramonto – mentre tutto decadeva, e alla caserma di Bolzaneto accadevano cose in una sospensione dell’agibilità umana. Valenti si chiede: come si improvvisa un tale “montaggio della crudeltà”? La città è sfibrata, nucleo del “tempo devastato e vile” fortemente voluto dai poteri – il gioco duro e sporco trova compimento a Bolzaneto, 13 chilometri a nord del Centro. È scritto. L'articolo Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026 proviene da Pulp Magazine.
July 5, 2026
Pulp Magazine
Una lunga genealogia della violenza di Stato
Il nuovo libro di Turi Palidda e la continuità militaresca della sicurezza italiana. Recensione di 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860_ Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda appartiene decisamente alla seconda categoria. A venticinque anni dal G8 di Genova, mentre si moltiplicano commemorazioni, iniziative pubbliche, pubblicazioni e tentativi di rilettura di quelle giornate, il sociologo siciliano sceglie una strada diversa da quella della memoria celebrativa o del semplice racconto testimoniale. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: dimostrare che Genova non è stata un’eccezione, un incidente di percorso, un cedimento momentaneo della democrazia italiana, ma l’espressione di una lunga continuità storica che attraversa l’intera vicenda dello Stato unitario. La tesi del libro è chiara fin dalle prime pagine: il governo della sicurezza e le polizie italiane sono state forgiate, fin dall’Unità d’Italia, da un’impronta profondamente militaresca e da una concezione dell’ordine pubblico che ha avuto come funzione principale la difesa dell’ordine sociale esistente e la repressione delle classi subalterne e dei movimenti di protesta. È una tesi forte, destinata a suscitare discussione, ma sostenuta da una mole impressionante di riferimenti storici, documenti, dati e studi accumulati dall’autore in decenni di ricerca. GENOVA COME CHIAVE DI LETTURA DEL PRESENTE Il G8 del 2001 rappresenta il punto di partenza e, allo stesso tempo, il punto di arrivo del libro. Per Palidda le violenze della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i depistaggi, le false prove, la mancata collaborazione dei vertici di polizia con la magistratura e la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia democratica. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, culture autoritarie e pratiche repressive che hanno attraversato tutte le stagioni politiche italiane. In questa prospettiva Genova assume un significato diverso. Non è semplicemente il luogo della più grave sospensione dei diritti democratici avvenuta in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, secondo la definizione di Amnesty International. È anche il momento in cui si rende visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: la persistenza di apparati dello Stato che continuano a concepire il conflitto sociale come una minaccia da neutralizzare e non come una dimensione fisiologica della democrazia. Da qui deriva una delle intuizioni più importanti del volume: la continuità tra il G8 e ciò che è accaduto successivamente. Le torture di Santa Maria Capua Vetere, le morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Davide Bifolco, Hasib Omerovic, le violenze documentate nelle carceri, i pestaggi nei CPR, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, le lesioni permanenti inflitte a manifestanti come “Lince” a Bologna, non sono episodi separati. Sono tasselli di un quadro più ampio che interroga il rapporto tra democrazia, impunità e apparati coercitivi. UNA STORIA LUNGA CENTOSESSANT’ANNI L’elemento più originale del libro è però il suo respiro storico. Palidda costruisce una vera e propria genealogia della sicurezza italiana che parte dal Risorgimento e arriva ai giorni nostri. Le repressioni delle rivolte popolari del XIX secolo, i massacri dei Fasci siciliani, la repressione del brigantaggio, il colonialismo italiano, il fascismo, la mancata epurazione degli apparati dopo il 1945, le stragi di Stato, le torture praticate durante la lotta al terrorismo, vengono letti come momenti differenti di una stessa storia. Secondo l’autore, l’Italia repubblicana non ha mai realmente democratizzato il proprio sistema di sicurezza. La mancata epurazione dei fascisti dagli apparati dello Stato, l’influenza statunitense nel dopoguerra, la conservazione di dispositivi normativi ereditati dal fascismo, la permanenza di una cultura gerarchica e militaresca all’interno delle forze di polizia avrebbero impedito la costruzione di un modello di sicurezza realmente democratico. È un giudizio severo, ma che trova sostegno in una ricostruzione storica minuziosa e nella capacità dell’autore di tenere insieme processi apparentemente lontani tra loro. SICUREZZA PER CHI? Uno dei contributi più interessanti del volume riguarda la critica al paradigma dominante della sicurezza. Palidda rovescia la domanda che normalmente accompagna il dibattito pubblico. Non si chiede semplicemente come aumentare la sicurezza, ma di quale sicurezza stiamo parlando e chi viene effettivamente protetto dalle politiche securitarie. L’autore mostra come l’ossessione per l’ordine pubblico e per la repressione della criminalità diffusa abbia progressivamente oscurato altre forme di insicurezza ben più gravi e mortali: le morti sul lavoro, le devastazioni ambientali, le contaminazioni tossiche, la povertà, il supersfruttamento, la precarizzazione delle condizioni di vita. L’Italia, sostiene Palidda, è uno dei paesi europei più sicuri sotto il profilo della criminalità, ma al tempo stesso uno di quelli in cui le istituzioni si dimostrano meno capaci di affrontare le grandi insicurezze sociali. La sicurezza, in questa prospettiva, diventa un dispositivo di governo delle classi popolari e delle marginalità più che uno strumento di tutela della collettività.   IMMIGRAZIONE E RAZZIALIZZAZIONE DELLA SICUREZZA Particolarmente efficaci sono anche le pagine dedicate all’immigrazione. Da anni Palidda lavora sul rapporto tra migrazioni, razzismo e pratiche di polizia e il libro riprende molte delle sue ricerche precedenti. L’autore mostra come gli immigrati e le persone marginalizzate costituiscano i principali bersagli dei controlli di polizia e denuncia l’esistenza di pratiche di profilazione razziale che contribuiscono a produrre una rappresentazione distorta del rapporto tra immigrazione e criminalità. La costruzione del migrante come soggetto pericoloso diventa così uno degli strumenti attraverso cui il sistema di sicurezza legittima la propria espansione e la propria funzione repressiva. È un’analisi che acquista ulteriore forza nell’attuale contesto europeo, segnato dalla crescita delle destre radicali, dalla diffusione di discorsi xenofobi e dalla trasformazione delle politiche migratorie in politiche di polizia. OLTRE LA DENUNCIA Il libro non si limita però alla denuncia. Nelle conclusioni Palidda propone una riflessione politica sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra sicurezza e democrazia. La sua proposta – che si colloca all’interno del dibattito internazionale sul defund the police e sulle prospettive abolizioniste – consiste nello spostamento di risorse dalle spese militari e di polizia verso la sanità, la scuola, i servizi sociali, la prevenzione, gli ispettorati del lavoro e le politiche pubbliche di tutela dei diritti sociali. Si può condividere o meno questa prospettiva, ma il merito del libro è quello di costringere il lettore a interrogarsi su questioni troppo spesso rimosse dal dibattito pubblico. Perché in Italia le richieste di trasparenza delle forze di polizia incontrano ancora forti resistenze? Perché i meccanismi di accertamento delle responsabilità degli agenti continuano a mostrare enormi limiti? Perché, a distanza di venticinque anni da Genova, il tema dell’impunità continua a essere così attuale? Perché le politiche di sicurezza si espandono proprio mentre i dati sulla criminalità mostrano un andamento decrescente? UN LIBRO NECESSARIO Il volume di Turi Palidda è, prima di tutto, un libro scomodo. Perché rifiuta le letture consolatorie della storia repubblicana. Perché mette in discussione l’idea che la democratizzazione delle istituzioni coercitive sia un processo già compiuto. Perché mostra come la violenza di Stato non sia un residuo del passato ma una possibilità sempre presente all’interno delle democrazie contemporanee. Soprattutto, il libro ci ricorda che Genova non appartiene al passato. La Diaz e Bolzaneto non sono soltanto luoghi della memoria. Sono ancora oggi una chiave per comprendere il presente: la criminalizzazione del dissenso, l’espansione dei dispositivi securitari, la riduzione degli spazi democratici, l’impunità delle violenze istituzionali. Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dalle oltre ottanta pagine del volume: se vogliamo capire cosa è accaduto nel luglio del 2001 e perché continua a parlarci ancora oggi, dobbiamo smettere di considerare Genova un’eccezione. Per Turi Palidda, e probabilmente anche per chi in questi venticinque anni ha continuato a interrogarsi su quelle giornate, Genova è stata piuttosto una rivelazione. Il momento in cui è diventata visibile una lunga storia italiana di repressione, continuità autoritarie e impunità che, sotto forme diverse, continua ancora a interrogare la qualità della nostra democrazia. TURI PALIDDA, 25 ANNI DAL G8: CONTINUITÀ MILITARESCA DELLA SICUREZZA E DELLE POLIZIE DAL 1860, COLLANA I QUADERNI DELL’OSSERVATORIO SULLA REPRESSIONE, MULTIMAGE EDIZIONI, PAG. 168,  12 EURO Osservatorio Repressione
July 2, 2026
Pressenza
18,19,20 luglio 2025: Per non dimentiCarlo.
A Genova, dal 18 al 20 luglio, si tengono le giornate ‘Per non dimentiCARLO’, tre giorni di memoria attiva per ricordare Carlo Giuliani, ucciso durante il G8 del 2001, e per riflettere su tutto ciò che quei giorni hanno rappresentato — e continuano a rappresentare — nella società di oggi. Ne parliamo con Elena Giuliani, sorella di Carlo. Per maggiori info sulla 3 giorni: https://www.carlogiuliani.it/
July 17, 2025
Radio Onda Rossa