
“Il respiro degli antenati”, una poesia di Birago Diop (1947)
L'INDIPENDENTE - Saturday, October 31, 2026che le persone.
Ascolta la voce del fuoco
ascolta la voce dell’acqua
e ascolta nel vento
i singhiozzi della boscaglia :
sono il respiro degli antenati.
Quelli che sono morti
non sono mai partiti,
sono nell’ombra che s’illumina,
e nell’ombra che scende
nella profonda oscurità.
Sono nell’albero minaccioso
e nel bosco che geme,
sono nell’acqua che scorre,
sono nell’acqua che dorme,
sono nelle capanne,
sono nelle piroghe.
I morti non sono morti.
I morti esistono, non sono mai partiti,
sono nel seno della donna
sono nel bimbo portato dal suo corpo
sono nel tizzone che si accende
non sono sotto terra
sono nell’incendio che si spegne
sono nelle erbe che piangono
sono nelle rocce che gemono
sono nella foresta, nelle abitazioni,
nelle barche.
I morti non sono morti.
I versi di Birago Diop, importante poeta senegalese, vivono di risonanze etniche, celebrano quella continuità cosmica che attraversa tutta l’Africa, soprattutto quella subsahariana, e che riserva all’invisibile uno speciale grado di evidenza non così lontano dalla constatazione empirica della realtà.
Una leggenda kenyota della cultura kikuyu racconta di un uomo, famoso per le sue visioni mistiche e le sue profezie, che aveva la facoltà di scomparire senza lasciare traccia, per recarsi probabilmente nella terra degli spiriti della quale raccontava le meraviglie: «Sentivo voci dalla strada e dalle case ma non vedevo nessuno. Voci di donne che tornavano dal fiume con l’acqua giunsero alle mie orecchie. Le seguii su per la collina ma non vidi nulla. Lontano, nella foresta, sentivo voci di uomini che tagliavano alberi. Vedevo i tronchi cadere ma non le persone che li abbattevano. Mentre vagavo nella foresta sentii rumori terrificanti di animali selvaggi: il barrito dell’elefante, il rombo del rinoceronte che carica, l’urlo del leone ma degli animali nessuna traccia».
È dunque in gioco un modo di fantasticare e poetare che disgiunge ogni linguaggio razionale da una corrispondenza oggettiva con le cose. Diciamo anche che il discorso sulla morte/non-morte apre la strada a nuove razionalità mettendo in sospensione i dati sperimentabili.
Jung sosteneva che esistono due forme del pensare: il pensare indirizzato, sostenuto da codici espressivi socialmente riconosciuti come il linguaggio, e il sognare e fantasticare, guidato da motivi inconsci: «Il primo crea acquisizioni nuove, adattamenti, imita la realtà e cerca di influire su di essa. Il secondo invece volge le spalle alla realtà, mette in libertà forze soggettive».
Gli antropologi, per parte loro da Lévi-Strauss a Dan Sperber parlano del ‘pensiero selvaggio’ ovviamente non come pensiero dei selvaggi ma piuttosto come una forma espressiva che fa a meno di logiche determinate, come la parola, la scrittura, l’algebra ma che punta su rappresentazioni mentali, anche soggettive, che possono avere un valore culturale suggerendo il richiamo anche a esperienze particolari.
Sotto questo aspetto poesia e magia possono intrecciarsi, la poesia perché, pur servendosi di materiale verbale di dominio comune ne sospende la corrispondenza puntuale a dati effettivi, la magia perché è il risultato di trasformazioni, di accostamenti creativi che svelano nuove parentele tra oggetti, sensazioni e persone.
Giacomo Leopardi, poeta, fu giovane studioso, erudito e minuzioso, degli errori popolari degli antichi e allestì traduzioni di autori classici preparandosi così alla grande lirica della sua maturità.
La poesia ha appunto i suoi riferimenti nelle due forme del pensare, il razionale e l’inconscio, e appartiene a forme singolari di intelligenza, coglie spessori e ramificazioni anche incognite e inattese.
La poesia dà soprattutto spazio alla voce che va ascoltata anche quando non è reale ma illusoria. La poesia prende la parola, manda segnali come la voce, quello strumento misterioso e imponderabile, corporeo o evanescente, che esprime le armonie e le disarmonie della mente e dell’anima.
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