
Cambiamento climatico, una questione di classe
Jacobin Italia - Wednesday, October 28, 2026
Il cambiamento climatico viene spesso raccontato come un fenomeno che si sta formando e che si concretizzerà in futuro, ponendoci l’obiettivo di mitigare tali nefasti effetti entro la fatidica data del 2050. Ma l’innalzamento delle temperature e il concretizzarsi dei suoi effetti sono già realtà. Com’è stato notato durante quest’ultima estate 2026, una delle più calde mai registrate, il cambiamento climatico è già in atto e le sue conseguenze si stanno già riverberando sulle persone e sulle comunità. Su quelle più vulnerabili, a essere precisi.
In particolare, quando il caldo anomalo entra negli appartamenti popolari (ufficialmente noti sotto il titolo di Edilizia Residenziale Pubblica, Erp) si accumula nel cemento e resta intrappolato anche di notte. Diventa disidratazione, insonnia, tachicardia, ansia. Diventa una bolletta che non si può pagare, una finestra che non si può aprire perché affaccia sull’asfalto rovente, un condizionatore che non si può installare o, se installato, si teme di accendere.
La retorica secondo cui «siamo tutti sulla stessa barca» non vale più: il cambiamento climatico attraversa una società divisa in classi e ne moltiplica le disuguaglianze. C’è chi affronta un’ondata di calore in una casa isolata, ombreggiata e climatizzata, come c’è chi può permettersi di lasciare la città per settimane o mesi. E c’è invece chi non può scegliere né dove abitare né quando smettere di lavorare, vive in quartieri con verde quasi inesistente e torna la sera in un alloggio che ha assorbito calore per tutto il giorno. Per gli ultimi della società, l’estate è diventata sinonimo di tortura.
Se il ceto medio-basso è quello che soffre maggiormente le conseguenze e gli effetti del cambiamento climatico e di queste estati invivibili, è soprattutto nelle case popolari che questa realtà diventa insostenibile. Lo Stato non è un osservatore esterno: Comuni ed enti gestori possiedono o amministrano gli edifici e conoscono benissimo le condizioni degli alloggi popolari. A queste responsabilità si affiancano gli obblighi statali internazionali, sia climatici che di protezione dei diritti umani. Che cosa significa, allora, proclamare obiettivi di adattamento se migliaia di famiglie continuano a vivere in abitazioni incapaci di proteggerle da un caldo ormai intollerabile?
Il caldo che uccide
Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato che nell’estate 2024 siano morte per cause legate al caldo circa 62.800 persone in Europa, oltre 19 mila delle quali in Italia: il numero più alto tra i trentadue paesi analizzati. Sono numeri da crisi sanitaria. Eppure il caldo continua a essere trattato come una parentesi stagionale, quasi fosse un disagio da sopportare con pazienza fino al ritorno dell’autunno. Già durante l’estate del 2003, a Roma, secondo alcuni studi, l’aumento più marcato della mortalità dovuta alle ondate di calore si concentrò, guarda caso, nelle aree socio-economiche più svantaggiate, andando a colpire soprattutto gli over 65 di questa fascia, dimostrando che le vulnerabilità sono intrinsecamente interconnesse.
Anche il classico consiglio estivo dei telegiornali di «restare a casa nelle ore più calde» rivela una politica costruita intorno a un cittadino astratto, o comunque facente parte di una fascia minoritaria della popolazione. Anche assumendo per vera l’ipotesi di avere orari di lavoro flessibili, questo suggerimento presume che tutti abbiano a casa una stanza fresca, possano pagare l’elettricità e non vivano in condizioni di sovraffollamento. Ma che cosa accade quando la casa non protegge? Cosa accade quando l’emergenza climatica smette di essere esterna e occupa lo spazio nel quale una persona dovrebbe poter riposare, curarsi e sentirsi al sicuro?
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Quando la casa diventa una trappola
Per una fascia consistente della popolazione, l’estate non rappresenta più il classico momento del recupero e della vacanza, ma è vista come il periodo peggiore dell’anno, in cui anche restare a casa è uno strazio. Questo è dovuto a diversi fattori, fra cui, certamente, il fatto che per decenni le politiche climatiche abbiano guardato agli edifici soprattutto come fonti di emissioni da ridurre. Una casa però è anche la prima infrastruttura di adattamento: dovrebbe proteggere dal freddo, dal caldo, dall’umidità e dagli eventi estremi. Quando non lo fa, il diritto all’abitare perde il suo contenuto materiale. Avere un tetto non significa necessariamente avere un luogo sicuro.
La fotografia dell’Erp italiano è particolarmente eloquente. Secondo l’Osservatorio nazionale Erp 2024-2025 di Federcasa e Nomisma, gli enti associati gestiscono complessivamente 823.734 alloggi, pari al 2,3% dello stock abitativo nazionale, dei quali 797.034 appartengono all’edilizia residenziale pubblica. L’84,7% degli alloggi Erp censiti è stato costruito prima del 1991. Sull’intero patrimonio Erp censito, soltanto il 12% è stato interessato da interventi di efficientamento energetico, mentre 61.300 alloggi restano vuoti perché richiedono manutenzione straordinaria. Dietro questi dati c’è un patrimonio pubblico lasciato invecchiare mentre i canoni sociali non coprono i costi e lo Stato e le Regioni non garantiscono risorse strutturali sufficienti.
In estate, tetti e facciate non adeguatamente isolati accumulano calore; infissi deteriorati e assenza di schermature impediscono di controllarlo; asfalto e mancanza di alberi lo trattengono anche dopo il tramonto. Il tutto si somma. Nel 2024, inoltre, il 45,3% degli immobili residenziali provvisti di attestato energetico ricadeva nelle classi F e G, secondo il rapporto Enea, mostrando quanto sia estesa l’inefficienza di edifici progettati per un clima che non esiste più. A conferma di ciò, il 6 agosto 2026, il governo italiano ha trasmesso alla Commissione europea il suo Piano Sociale per il Clima (Psc), evidenziando che il numero di famiglie in Erp intercetta con certezza un perimetro di famiglie in condizioni di disagio socioeconomico e rientranti nel perimetro della povertà energetica, e quindi destinando 1,95 miliardi di euro alla riqualificazione energetica dell’Erp.
Tuttavia, la povertà energetica è solo parte del problema. La risposta non può essere «comprare un condizionatore». Chi ha un reddito basso, anche nell’ipotesi in cui abbia un condizionatore installato, spesso ha paura di accenderlo. Parimenti, un inquilino di una casa popolare non può isolare il tetto, rifare la facciata o piantare alberi nel cortile. Ridurre i consumi di un edificio non significa necessariamente aver identificato e protetto chi, al suo interno, è maggiormente esposto alle temperature estreme. Non basta. Una politica di adattamento socialmente giusta dovrebbe affiancare alla classe energetica dell’edificio anche indicatori di esposizione al caldo, qualità dell’ambiente urbano e vulnerabilità socio-economica e sanitaria degli abitanti. È l’intersezione di questi fattori di diseguaglianza economica che produce una diseguale esposizione al rischio climatico.
L’estate è tortura
Per la classe operaia e per i ceti a reddito medio-basso, l’estate è diventata la stagione della sofferenza. Ondate di calore sempre più lunghe, afa persistente e temperature che impediscono perfino di uscire nelle ore centrali trasformano, per settimane o mesi, la vita quotidiana in una prova di resistenza. Chi vive in un’abitazione incapace di proteggerlo dal caldo estremo è costretto a sopportare giornate che non finiscono mai, a temperature estremamente elevate, mettendo a serio rischio la salute fisica e mentale. Secondo un report di Housing Europe, infatti, il patrimonio dell’Erp italiano presenta oggi un significativo fabbisogno di adattamento alle temperature estreme e alle ondate di calore. Una parte consistente degli alloggi richiede ancora interventi di riqualificazione: il Piano Casa 2026 prevede il recupero di circa 60.000 abitazioni popolari. La questione riguarda dunque anche la capacità concreta di queste abitazioni di proteggere chi vi vive durante ondate di calore sempre più intense: schermature solari, ventilazione, isolamento adeguato al caldo estivo, verde e ombreggiamento, oltre a sistemi di raffrescamento accessibili. Per le famiglie economicamente più fragili, adattare l’edilizia pubblica significa impedire che la capacità di proteggersi dal caldo dipenda semplicemente dalla possibilità individuale di comprare un condizionatore e pagarne la bolletta.
Calore incessante, disidratazione e privazione del sonno possono provocare dolore, confusione, panico, perdita di autonomia e sofferenza mentale. Un’analisi di 114 studi ha stimato che, durante le ondate di calore, gli accessi e i ricoveri per problemi di salute mentale aumentino del 9,7%. Insonnia, irritabilità e sovraffollamento possono inoltre esasperare conflitti già esistenti. Ad esempio, uno studio sulle province italiane, nel 2026, ha associato l’aumento delle temperature massime alle chiamate al 1522 e alla violenza di genere, con prove di risposte differenziali lungo alcune dimensioni selezionate relative all’adattamento e al contesto socio-economico. Non sono dati casuali, non sono coincidenze.
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Redazione Jacobin ItaliaLa giustizia sostanziale comincia dalla casa
Trattare tutti allo stesso modo durante una canicola non produce uguaglianza. Il proprietario di casa può anticipare il costo di una riqualificazione; l’inquilino di una casa popolare no. Chi ha un’auto può raggiungere un luogo fresco; una persona anziana o disabile può restare isolata. Chi vive in una casa grande può spostarsi nella stanza meno calda; in un alloggio sovraffollato quella stanza non esiste.
È qui che il concetto di giustizia sostanziale smette di essere una formula da manuale. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà ed eguaglianza. Applicato alla crisi climatica, questo principio impone di chiedersi non soltanto se una misura esista sulla carta, ma chi possa davvero utilizzarla e chi, invece, resti escluso proprio perché più povero, più fragile o privo di potere sul luogo in cui abita.
La medesima detrazione per tutti può perfino allargare le disuguaglianze quando richiede di anticipare migliaia di euro. Una politica fondata sulla giustizia sostanziale deve quindi concentrare risorse pubbliche, dove l’esposizione è maggiore: riqualificare direttamente le case popolari, e assicurare rimedi rapidi quando un alloggio diventa pericoloso.
L’Italia ha inoltre ratificato l’Accordo di Parigi nel 2016. L’Accordo è un trattato giuridicamente vincolante, in cui si obbligano gli Stati a preparare, comunicare e mantenere contributi climatici successivi e a perseguire misure interne di mitigazione, e a impegnarsi nella pianificazione dell’adattamento e nell’attuazione delle relative azioni.
Nel luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha inoltre chiarito che l’obbligo di adattamento è vincolante e deve essere adempiuto con la dovuta diligenza, utilizzando i migliori sforzi alla luce della migliore scienza disponibile. In questo contesto, occorre ridurre concretamente la vulnerabilità di persone e luoghi, dando priorità a chi è più esposto. Tra le misure indicate dalla Corte compare anche l’adeguamento degli edifici alle condizioni climatiche.
Tuttavia, il percorso italiano mostra precisamente questa distanza. Una prima bozza del Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc) risale al 2017; il Pnacc è stato approvato soltanto il 21 dicembre 2023. L’Osservatorio incaricato di coordinarne l’attuazione e individuare i finanziamenti è stato istituito nel dicembre 2025, mentre il Comitato di indirizzo e coordinamento si è insediato a fine febbraio 2026. Nel frattempo, il patrimonio abitativo pubblico continua a invecchiare e le ondate di calore hanno continuato a colpire come mai prima.
Anche sul versante della mitigazione i risultati restano insufficienti. Il profilo italiano del Climate Action Progress Report 2025 della Commissione europea stima che, perfino con misure aggiuntive, l’Italia resterebbe al di sotto del proprio obiettivo 2030 nei settori dei trasporti, degli edifici, dell’agricoltura e dei rifiuti, accumulando emissioni eccedenti nel periodo 2021-2030. Il divario documentato dalla Commissione mette in discussione l’adeguatezza delle misure italiane e offre elementi concreti per valutare se lo Stato stia adempiendo con la dovuta diligenza agli obblighi assunti attraverso l’Accordo di Parigi. La Cig ha pure sottolineato che non basta prevedere quadri giuridici a contrasto del cambiamento climatico, ma che tali quadri vanno anche attuati, per non violare l’obbligo internazionale. Adattare le case popolari significa, in questo senso, trasformare un obbligo di protezione dal cambiamento climatico in una misura concreta di tutela della salute, della vita e del diritto a un’abitazione dignitosa e di espressione di uno Stato sociale.
In tal senso, le azioni giudiziarie con oggetto la lotta al cambiamento climatico si sono diffuse a livello globale, e il 21 ottobre 2026, pure la Corte d’Appello di Roma si è pronunciata sulla causa denominata Giudizio Universale, promossa da A Sud e da oltre duecento ricorrenti, i quali contestavano l’inazione dello Stato italiano nei confronti del cambiamento climatico, e il riconoscimento di un diritto umano a un clima stabile e sicuro. La fiducia deriva anche dall’esito positivo del caso KlimaSeniorinnen contro Svizzera, in cui la Corte europea dei Diritti umani ha riconosciuto il diritto a una protezione effettiva contro i gravi effetti del cambiamento climatico, e dal fatto che negli ultimi anni diverse cause a livello nazionale hanno avuto esito positivo per i ricorrenti che lamentavano insufficienti politiche di contrasto climatico in capo ai rispettivi Stati.
Nelle case popolari l’autorità pubblica, lo Stato, è insieme proprietaria dell’immobile e responsabile dell’adattamento dell’Erp al cambiamento climatico. La sua responsabilità è diretta.
Il populismo non abbassa la temperatura
Mentre una parte del discorso politico presenta gli obblighi climatici come imposizioni buoniste o costi ambientalisti contrapposti alle esigenze dello sviluppo e del consumo, le temperature estreme ci stanno rendendo visibile una realtà molto più concreta: la crisi climatica distribuisce i propri effetti lungo diseguaglianze economiche e sociali già esistenti. La capacità di proteggersi dipende dal reddito, dalla qualità dell’abitazione in cui si vive e dalle risorse disponibili per affrontare temperature sempre più elevate. Affidare l’adattamento alla capacità economica individuale finisce così per amplificare queste differenze, trasformando la diseguaglianza sociale in una diseguale esposizione al rischio climatico.
Una politica realmente rivolta ai ceti popolari dovrebbe fare l’opposto. Dovrebbe finanziare tecniche di adattamento quali isolamenti, alberature e spazi pubblici climatizzati, impedendo che la riqualificazione aumenti i canoni o espella gli abitanti. Dovrebbe far pagare la transizione a chi ha tratto maggiori profitti dall’economia fossile, non a chi ha contribuito meno alla crisi. Sia chiaro, l’adattamento non può e non deve sostituire la riduzione delle emissioni: senza mitigazione, ogni opera sarà prima o poi superata da temperature più alte. Ciononostante, senza adattarsi, anche una transizione ambiziosa continuerà ad abbandonare chi subisce gli impatti già inevitabili.
In questo senso, gli obblighi internazionali, climatici e di tutela dei diritti umani possono svolgere un ruolo importante nell’imporre allo Stato di agire e adattarsi al cambiamento climatico. Lo Stato non può più restare inerte dinnanzi alla violenza di questa trasformazione climatica. Non possiamo continuare a parlare né di semplice disagio estivo né di emergenza climatica. Il cambiamento è già in atto e i suoi effetti sono gravissimi. Dobbiamo adattarci e lottare per contrastarlo. Chico Mendes, simbolo internazionale dell’ambientalismo, diceva che l’ecologismo, senza lotta di classe, non è altro che giardinaggio. Se ciò vale per la tutela dell’ambiente, negli ultimi anni stiamo riscontrando che è ancor più vero per il cambiamento climatico e per ciò che ne consegue.
*Valerio Sinaj è dottorando di Diritto Internazionale, Diritti Umani e Cambiamento Climatico presso IUSS Pavia e l’Università degli Studi di Roma UnitelmaSapienza, nel quadro del programma nazionale PhD SDC. La sua ricerca si occupa dell’identificazione delle vittime di cambiamento climatico. Ha svolto periodi di ricerca presso le Università Panthéon Sorbonne e Panthéon-Assas di Parigi, l’Università di Utrecht e l’Università di Cambridge.
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