
Il diritto di scomparire
Assopace Palestina - Tuesday, October 27, 2026di Ashraf Hazeyen,
The Electronic Intifada, 21 luglio 2026.
Un soldato israeliano scatta una foto a un uomo palestinese durante un raid nel villaggio di al-Mughayyir, nella Cisgiordania centrale, gennaio 2025. Avishay MoharActiveStillsA Gaza, la sorveglianza spesso arriva dall’alto. I droni israeliani rimangono sospesi sulla vita quotidiana per ore e ore, unendo la loro ricognizione con la loro permanenza. Molte persone a Gaza ora parlano dei droni come altri parlano del tempo: come una condizione permanente che circonda la vita quotidiana. I sistemi di puntamento assistiti dall’Intelligenza Artificiale, le tecnologie di mappatura digitale e la produzione ininterrotta di dati visivi trasformano il movimento di persone e veicoli nella loro esposizione.
In Cisgiordania, l’architettura di sorveglianza è più visibile sul terreno: posti di blocco biometrici, telecamere di riconoscimento facciale e un sistema di permessi regolano la mobilità attraverso l’identificazione e la verifica. I pendolari attendono in lunghe file ai posti di blocco, dove i telefoni vengono perquisiti e i volti verificati tramite scanner biometrici.
Tra queste geografie frammentate di Gaza e della Cisgiordania, operano tecnologie diverse che tuttavia producono sempre più la stessa condizione politica: la vita dei palestinesi rimane soggetta a sistemi di monitoraggio.
Il dominio coloniale dipende dal conoscere dove si trovano le persone, come si muovono e come possono essere classificate. Questo controllo sulla mobilità palestinese rimane centrale nella struttura dell’occupazione. Mentre i posti di blocco riorganizzano i ritmi ordinari degli spostamenti attraverso ispezioni e autorizzazioni, e mentre i droni sorvolano Gaza, ogni passeggiata non registrata, ogni raduno anonimo e ogni silenzio che non lascia tracce digitali si restringono sotto uno scrutinio continuo.
La visibilità non esiste più solo nei momenti di confronto diretto. Si insedia nei comportamenti quotidiani e altera il modo in cui le persone parlano, si muovono, si riuniscono e scompaiono dalla vista. Helga Tawil-Souri ha descritto questa estensione della sorveglianza ai ritmi ordinari della vita palestinese come una forma di «occupazione digitale». I residenti raccontano di evitare certe conversazioni al telefono, di limitare l’attività online e di cambiare i propri percorsi perché presumono di essere osservati.
Gli esseri umani hanno bisogno di spazi pubblici che rimangano al riparo dal controllo. La vita quotidiana dipende da momenti che sfuggono alla documentazione: la passeggiata non pianificata, la conversazione privata e la temporanea scomparsa dalla vista. Édouard Glissant, in Poetica della relazione, descrive l’opacità come la forza che «protegge il Diverso» dalle pretese della «trasparenza riduttiva».
La vita palestinese rivela l’importanza politica di questa intuizione. L’occupazione estende la sorveglianza ai ritmi della vita quotidiana e trasforma la privacy ordinaria in un luogo regolamentato.
L’opacità diventa una condizione di dignità psicologica e libertà politica.
Prova di esistenza
Un popolo costantemente sorvegliato impara alla fine a vivere l’esposizione come una condizione della vita quotidiana.
Il controllo costante altera il comportamento, il linguaggio, i movimenti e persino la vita emotiva. Le persone iniziano a calcolare come appaiono, dove appaiono e se la stessa scomparsa attirerà sospetti.
In queste condizioni, l’opacità smette di sembrare normale. Comincia a sembrare rischiosa.
Tra i ripetuti attacchi a Gaza, famiglie, giornalisti e operatori umanitari hanno spesso documentato le vittime tramite fotografie, video, numeri di identificazione e dati di geolocalizzazione in previsione di future controversie su ciò che è realmente accaduto.
Quando la sofferenza palestinese deve essere filmata, archiviata, verificata e diffusa per diventare politicamente innegabile, la documentazione diventa sia testimonianza che difesa contro la cancellazione.
A Gaza i genitori scrivono i nomi dei propri figli sulle braccia e sulle gambe. Le informazioni identificative vengono registrate sui telefoni e i dettagli vengono condivisi attraverso le reti prima che le persone scompaiano tra numeri controversi e narrazioni contrastanti. Immagini di case distrutte, corpi feriti, fame, sfollamento e dolore circolano sulle piattaforme dei social media e sulle reti di informazione internazionali come prove intese a contrastare l’incredulità e la smentita ufficiale.
La testimonianza rimane necessaria in contesti in cui la violenza viene spesso minimizzata, distorta o cancellata, ma questa pressione produce anche una situazione preoccupante in cui la vita dei palestinesi è sempre più legata alla necessità di fornire prove continue.
Una popolazione ferita si trova costretta a dimostrare la propria sofferenza più e più volte per rimanere visibile agli occhi del mondo. La morte richiede documentazione. La fame richiede immagini. Lo sfollamento richiede fotografie, registri anagrafici o testimonianze oculari.
Persino la sopravvivenza stessa diventa una prova presentata davanti a un pubblico globale che esige prove continue.
Esser visti come bersagli o come testimoni
I palestinesi si trovano spesso di fronte a richieste da parte di giornalisti, organizzazioni umanitarie e pubblico dei social media di ulteriori filmati, ulteriori identità, ulteriori registrazioni, ulteriori testimonianze e ulteriori conferme visive prima che la loro umanità venga riconosciuta.
Devono dimostrare ripetutamente esperienze che, in molti altri contesti, vengono semplicemente date per scontate.
Il problema più profondo è la condizione che si crea quando un popolo deve rimanere permanentemente visibile per continuare a essere credibile. Sotto queste pressioni, la leggibilità imposta non funziona più solo come esposizione alla sorveglianza dall’alto. Diventa anche un requisito imposto dalla politica internazionale del riconoscimento.
Una società organizzata attorno alla sorveglianza permanente erode gradualmente le forme ordinarie di scomparsa umana. James C. Scott, in Seeing Like a State, mostra come gli stati moderni espandano la loro capacità di governare rendendo le popolazioni sempre più leggibili attraverso sistemi di classificazione, registrazione e semplificazione amministrativa.
La sorveglianza permanente estende questa logica alla vita quotidiana. Lo spazio pubblico si restringe sotto l’occhio delle telecamere, delle banche dati, dei droni e delle registrazioni digitali che trasformano il movimento in informazione. Persino la vita privata comincia ad anticipare l’osservazione prima ancora che questa avvenga. Le persone imparano ad autoregolarsi attraverso la possibilità di essere viste.
Per i palestinesi, questa condizione comporta una violenza ancora più acuta perché l’essere visti si presenta sempre più spesso in due sole forme: o come bersagli o come testimoni.
Il primo caso (bersagli) si realizza attraverso i sistemi di sorveglianza gestiti dall’esercito israeliano e dalle autorità di occupazione che monitorano, classificano ed espongono i corpi al controllo. L’altro caso (testimoni) emerge attraverso l’infinita esigenza di documentare la sofferenza per dimostrare che essa esiste davvero.
Si tratta, quindi, di una questione che va oltre la privacy. Riguarda le condizioni politiche in cui un popolo può esistere senza essere costantemente esposto a sistemi di monitoraggio o a continue richieste di prove.
Una società che deve rimanere visibile per rimanere credibile occupa una posizione fragile all’interno della moderna politica del riconoscimento. Alcune vite sono monitorate. Ad altre viene chiesto di dimostrare di essere esistite.
Ashraf Hazeyen è un filosofo e scrittore palestinese che vive negli Stati Uniti. I suoi scritti vertono sul colonialismo, il pensiero politico, l’istruzione superiore e la Palestina.
https://electronicintifada.net/content/right-disappear/51541
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.