Il diritto di scomparire
di Ashraf Hazeyen,
The Electronic Intifada, 21 luglio 2026.
Un soldato israeliano scatta una foto a un uomo palestinese durante un raid nel
villaggio di al-Mughayyir, nella Cisgiordania centrale, gennaio 2025. Avishay
MoharActiveStills
A Gaza, la sorveglianza spesso arriva dall’alto. I droni israeliani rimangono
sospesi sulla vita quotidiana per ore e ore, unendo la loro ricognizione con la
loro permanenza. Molte persone a Gaza ora parlano dei droni come altri parlano
del tempo: come una condizione permanente che circonda la vita quotidiana. I
sistemi di puntamento assistiti dall’Intelligenza Artificiale, le tecnologie di
mappatura digitale e la produzione ininterrotta di dati visivi trasformano il
movimento di persone e veicoli nella loro esposizione.
In Cisgiordania, l’architettura di sorveglianza è più visibile sul terreno:
posti di blocco biometrici, telecamere di riconoscimento facciale e un sistema
di permessi regolano la mobilità attraverso l’identificazione e la verifica. I
pendolari attendono in lunghe file ai posti di blocco, dove i telefoni vengono
perquisiti e i volti verificati tramite scanner biometrici.
Tra queste geografie frammentate di Gaza e della Cisgiordania, operano
tecnologie diverse che tuttavia producono sempre più la stessa condizione
politica: la vita dei palestinesi rimane soggetta a sistemi di monitoraggio.
Il dominio coloniale dipende dal conoscere dove si trovano le persone, come si
muovono e come possono essere classificate. Questo controllo sulla mobilità
palestinese rimane centrale nella struttura dell’occupazione. Mentre i posti di
blocco riorganizzano i ritmi ordinari degli spostamenti attraverso ispezioni e
autorizzazioni, e mentre i droni sorvolano Gaza, ogni passeggiata non
registrata, ogni raduno anonimo e ogni silenzio che non lascia tracce digitali
si restringono sotto uno scrutinio continuo.
La visibilità non esiste più solo nei momenti di confronto diretto. Si insedia
nei comportamenti quotidiani e altera il modo in cui le persone parlano, si
muovono, si riuniscono e scompaiono dalla vista. Helga Tawil-Souri ha descritto
questa estensione della sorveglianza ai ritmi ordinari della vita palestinese
come una forma di «occupazione digitale». I residenti raccontano di evitare
certe conversazioni al telefono, di limitare l’attività online e di cambiare i
propri percorsi perché presumono di essere osservati.
Gli esseri umani hanno bisogno di spazi pubblici che rimangano al riparo dal
controllo. La vita quotidiana dipende da momenti che sfuggono alla
documentazione: la passeggiata non pianificata, la conversazione privata e la
temporanea scomparsa dalla vista. Édouard Glissant, in Poetica della relazione,
descrive l’opacità come la forza che «protegge il Diverso» dalle pretese della
«trasparenza riduttiva».
La vita palestinese rivela l’importanza politica di questa intuizione.
L’occupazione estende la sorveglianza ai ritmi della vita quotidiana e trasforma
la privacy ordinaria in un luogo regolamentato.
L’opacità diventa una condizione di dignità psicologica e libertà politica.
Prova di esistenza
Un popolo costantemente sorvegliato impara alla fine a vivere l’esposizione come
una condizione della vita quotidiana.
Il controllo costante altera il comportamento, il linguaggio, i movimenti e
persino la vita emotiva. Le persone iniziano a calcolare come appaiono, dove
appaiono e se la stessa scomparsa attirerà sospetti.
In queste condizioni, l’opacità smette di sembrare normale. Comincia a sembrare
rischiosa.
Tra i ripetuti attacchi a Gaza, famiglie, giornalisti e operatori umanitari
hanno spesso documentato le vittime tramite fotografie, video, numeri di
identificazione e dati di geolocalizzazione in previsione di future controversie
su ciò che è realmente accaduto.
Quando la sofferenza palestinese deve essere filmata, archiviata, verificata e
diffusa per diventare politicamente innegabile, la documentazione diventa sia
testimonianza che difesa contro la cancellazione.
A Gaza i genitori scrivono i nomi dei propri figli sulle braccia e sulle gambe.
Le informazioni identificative vengono registrate sui telefoni e i dettagli
vengono condivisi attraverso le reti prima che le persone scompaiano tra numeri
controversi e narrazioni contrastanti. Immagini di case distrutte, corpi feriti,
fame, sfollamento e dolore circolano sulle piattaforme dei social media e sulle
reti di informazione internazionali come prove intese a contrastare
l’incredulità e la smentita ufficiale.
La testimonianza rimane necessaria in contesti in cui la violenza viene spesso
minimizzata, distorta o cancellata, ma questa pressione produce anche una
situazione preoccupante in cui la vita dei palestinesi è sempre più legata alla
necessità di fornire prove continue.
Una popolazione ferita si trova costretta a dimostrare la propria sofferenza più
e più volte per rimanere visibile agli occhi del mondo. La morte richiede
documentazione. La fame richiede immagini. Lo sfollamento richiede fotografie,
registri anagrafici o testimonianze oculari.
Persino la sopravvivenza stessa diventa una prova presentata davanti a un
pubblico globale che esige prove continue.
Esser visti come bersagli o come testimoni
I palestinesi si trovano spesso di fronte a richieste da parte di giornalisti,
organizzazioni umanitarie e pubblico dei social media di ulteriori filmati,
ulteriori identità, ulteriori registrazioni, ulteriori testimonianze e ulteriori
conferme visive prima che la loro umanità venga riconosciuta.
Devono dimostrare ripetutamente esperienze che, in molti altri contesti, vengono
semplicemente date per scontate.
Il problema più profondo è la condizione che si crea quando un popolo deve
rimanere permanentemente visibile per continuare a essere credibile. Sotto
queste pressioni, la leggibilità imposta non funziona più solo come esposizione
alla sorveglianza dall’alto. Diventa anche un requisito imposto dalla politica
internazionale del riconoscimento.
Una società organizzata attorno alla sorveglianza permanente erode gradualmente
le forme ordinarie di scomparsa umana. James C. Scott, in Seeing Like a State,
mostra come gli stati moderni espandano la loro capacità di governare rendendo
le popolazioni sempre più leggibili attraverso sistemi di classificazione,
registrazione e semplificazione amministrativa.
La sorveglianza permanente estende questa logica alla vita quotidiana. Lo spazio
pubblico si restringe sotto l’occhio delle telecamere, delle banche dati, dei
droni e delle registrazioni digitali che trasformano il movimento in
informazione. Persino la vita privata comincia ad anticipare l’osservazione
prima ancora che questa avvenga. Le persone imparano ad autoregolarsi attraverso
la possibilità di essere viste.
Per i palestinesi, questa condizione comporta una violenza ancora più acuta
perché l’essere visti si presenta sempre più spesso in due sole forme: o come
bersagli o come testimoni.
Il primo caso (bersagli) si realizza attraverso i sistemi di sorveglianza
gestiti dall’esercito israeliano e dalle autorità di occupazione che monitorano,
classificano ed espongono i corpi al controllo. L’altro caso (testimoni) emerge
attraverso l’infinita esigenza di documentare la sofferenza per dimostrare che
essa esiste davvero.
Si tratta, quindi, di una questione che va oltre la privacy. Riguarda le
condizioni politiche in cui un popolo può esistere senza essere costantemente
esposto a sistemi di monitoraggio o a continue richieste di prove.
Una società che deve rimanere visibile per rimanere credibile occupa una
posizione fragile all’interno della moderna politica del riconoscimento. Alcune
vite sono monitorate. Ad altre viene chiesto di dimostrare di essere esistite.
Ashraf Hazeyen è un filosofo e scrittore palestinese che vive negli Stati Uniti.
I suoi scritti vertono sul colonialismo, il pensiero politico, l’istruzione
superiore e la Palestina.
https://electronicintifada.net/content/right-disappear/51541
Traduzione a cura di AssopacePalestina
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