Il vento della rivolta giovanile

Jacobin Italia - Monday, October 26, 2026

Un sondaggio della Stampa pubblicato il 26 ottobre, dice che a livello nazionale «l’81,1% degli intervistati è favorevole a un inasprimento delle sanzioni per i minori», percentuale che tra i 18 e i 24 anni scende al 56,1%. «Il sondaggio ci dice quindi – scrive Alessandra Ghisleri – che la distanza tra le generazioni è forte ed è reale». Sulle responsabilità, gli italiani sono altrettanto netti. «Il 73,7% degli intervistati ritiene che vadano riviste l’età imputabile e le pene previste, mentre l’82,5% pensa che dei danni debbano rispondere anche genitori, famiglie o tutori». Sono dati perfettamente in linea con le scelte prese dal governo Meloni dopo i riot del 17 ottobre e gli assalti ai negozi e alle vetrine di Milano. Un chiaro segnale che le misure governative hanno un audience a cui parlare e probabilmente sanno farlo molto bene. Una parvenza di Italia progressista emerge solo quando un italiano su tre (33,6%), riconosce che «tra le misure più efficaci ci sono percorsi educativi e lavori socialmente utili obbligatori». Insomma, una domanda di recupero sociale. 

Non sappiamo quanto il sondaggio sia attendibile, ma anche se presentasse delle esagerazioni e andasse corretto un po’ al ribasso, quei numeri aiutano a cogliere una delle questioni che è tornata in ballo il 24 ottobre quando migliaia di ragazzini hanno saputo mettere sotto scacco Giorgia Meloni e la sua coalizione. Viviamo in un’Italia «vecchia», anzi, come scrive sempre sulla Stampa Massimo Cacciari, in un continente interamente «vecchio» che ha un problema serio con le nuove generazioni. Le avversa, in parte le odia, non ha nessuna idea di integrazione sociale, nessuna risorsa da offrire, e i ragazzi e le ragazze dell’ultima generazione hanno deciso di presentare il conto.

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Il conto è stato presentato il 17 e 18 ottobre nelle modalità già ampiamente analizzate e discusse e ha visto come protagonisti soprattutto giovanissimi delle periferie cittadine, in particolare a Milano con un’alta componente di seconde generazioni. Sabato 24 a prendere la piazza sono state soprattutto le generazioni studentesche, quelle che avevano già riempito lo sciopero del 16 ottobre, ma con una componente altissima di prima politicizzazione e una dose di radicalità e determinazione inedite. I e le giovani hanno capito l’inconsistenza delle promesse che vengono fatte loro, la pochezza del futuro che viene loro preparato e stanno imparando a riconoscere la contraddizione descritta, appunto, da Cacciari nell’articolo citato: quella tra «un’Europa vecchia» e «una generazione cresciuta nel tracollo delle speranze di fine secolo». 

Si potrebbe riempire di più contenuti questo gap: la contraddizione che viene al pettine è quella tra un’Europa che si è sottomessa ai diktat dell’austerità, in nome del monetarismo e di un capitalismo trainato dagli Stati più forti, e di un corpo sociale pensato solo come laboratorio su cui sperimentare ricette economiche pesantissime. Ma anche la contraddizione tra uno spazio geopolitico, tra i più ricchi al mondo, che rimanda all’esterno ancora una luce di benessere tra i più alti mai raggiunti dall’umanità e l’umanità medesima che arriva da ogni parte giustamente desiderosa di partecipare a quella agiatezza. E che per questo viene respinta. L’Europa vecchia è fatta così di popolazioni che si rinchiudono, che accettano la versione autoritaria della convivenza civile che viene loro proposta – in Italia da Meloni, in Francia da Le Pen, in Germania dall’AfD e così via – e che hanno deciso di tirare giù la saracinesca del dialogo e dell’apertura.

Questo è lo scontro che si è aperto a Milano e in altre città del nord e che è destinato a proseguire. La giornata del 24 ha visto una capacità di azione politica da parte dei più giovani che non era scontata in un tale clima di intimidazione repressiva: capacità di cogliere il momento e il vuoto che si era creato; di gestire la piazza; di non farsi stringere nella trappola del minoritarismo, per quanto le manifestazioni non siano state oceaniche. Il fatto che anche dal traballante ed esitante centrosinistra siano venute parole di parziale sostegno alle «ragioni dei giovani» dicono quanto certe manifestazioni abbiano radici nelle contraddizioni del reale e invece nulla abbiano a che vedere con le fantasie, la propaganda razzista e il richiamo all’ordine pubblico delle destre e dei suoi giornali farsa.

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Anche la vicenda dell’arresto del ricercatore Youssef Siher è emblematica di una situazione kafkiana. La «mente» del 17 ottobre è stato arrestato per un presunto reato che, secondo quanto scrive l’ordine di fermo da parte del Pubblico ministero, è stato creato dopo il 17 ottobre. In quel documento, infatti, si legge che il fermo è stato disposto «in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri».

Sehir è ancora in stato di fermo, scrive la Procura, per aver pubblicato contenuti del seguente tenore: «lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame»; oppure, «dobbiamo fare come la Francia, li sono ben organizzati e soprattutto attivi», mentre il manuale con le istruzioni per l’uso della Rivoluzione «è ispirato dal manuale della Rivoluzione Egiziana del 2011» e, come ammette la stessa Pm, «consistente in una sorta di vademecum per come affrontare gli scontri di piazza». Sono accuse per le quali qualche milione di cittadini o cittadine potrebbe essere fermato, limitandosi a opinioni politiche senza che sia al momento provata alcuna capacità di indirizzare, organizzare o sollecitare manifestazioni violente. 

La vicenda Sehir è sintomatica di uno Stato che ha sempre bisogno di un capro espiatorio, ma soprattutto di un sistema del discorso pubblico che deve rimuovere il problema di fondo e spostare l’attenzione su fattori esterni: l’’immigrazione incontrollata, il presunto radicalismo islamico – il cui pericolo è denunciato ormai da 25 anni, senza che abbia mai provocato danni in Italia –, i social network da vietare ai giovani e da lasciare a politici e giornalisti che ne fanno un uso abietto.

I e le giovani hanno invece chiaro che il problema del presente è il futuro a loro negato. Lo hanno capito in Francia e lo capiscono in Italia dove le manifestazioni sembrano ora muoversi in modo più o meno confuso, con piazze improvvisate, strutture collettive deboli o assenti, capacità di dialogo tra settori diversi ancora da costruire, piattaforme se non inesistenti per lo meno parziali. Sarà chi si mobilita a cercare le forme adeguate ai propri bisogni, non servono certo indicazioni esterne o lezioncine impartite da generazioni più anziane. Ma è anche un fatto concreto che le date di mobilitazione generale che si annunciano, come gli scioperi indetti il 30 ottobre dall’Usb e il 20 novembre dalla Cgil, sono già individuate dai manifestanti come piazze da attraversare. E quindi ancora una volta occasione di incontro e di connessioni sociali, sempre che i settori più organizzati e sperimentati vogliano facilitare questa disponibilità.

Si sta ricreando il clima dello scorso anno sulla Palestina: la gioventù in piazza è ancora quella, le forze anche, le lezioni di quelle giornate, purtroppo, non sono state mai tirate, in termini di modalità della mobilitazione, di sforzi unitari, di rivendicazioni in grado di far lievitare e sedimentare la mobilitazione e di non disperderla dopo l’ennesima manifestazione oceanica. Ma se si torna alla capacità di convergenza unitaria mostrata nello sciopero del 4 ottobre dello scorso anno si può davvero incidere sui rapporti di forza sociali. 

Nell’ultimo numero di Jacobin Italia dedicato alla Generazione Z, abbiamo colto con un po’ di anticipo sugli eventi le contraddizioni in atto, analizzando e raccontando la Gen Z nelle sue varie sfumature e gradazioni. Perché occorre guardare a fondo nelle striature sociali per leggere dinamiche che a loro volta indicano anche obiettivi di lotta.

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La «vecchia» Europa, ad esempio, aveva ampiamente promesso un piano di rilancio sociale e infrastrutturale durante la pandemia da Covid interamente dedicato alle nuove generazioni: NexGenerationEu. Quel piano è stato abilmente sotterrato per far posto a RearmEu, cioè al riarmo europeo inteso come propensione bellicista e aumento indiscriminato delle spese militari. Questa contraddizione da facilmente vita a una rivendicazione diretta: più soldi per l’ambiente e il futuro, meno per le armi. Ora, subito. L’altra grande questione aperta è la scuola e la formazione. La Francia è all’avanguardia, ma tocca un tasto scoperto ovunque in Europa, particolarmente in Italia. Fondi per l’istruzione, pratiche di democrazia interne alle scuole e università, programmi adeguati alla contemporaneità e non alle nostalgie da libro Cuore di Meloni e Valditara.  Così come centrale è divenuto il problema casa e l’utilizzo speculativo degli studentati sulla pelle di famiglie e giovani che devono quasi indebitarsi per studiare da fuori sede.

C’è poi un aspetto che ancora, sorprendentemente, non viene valorizzato fino in fondo: la sincronia internazionale. Per chi ha vissuto a pieno l’esperienza del movimento No global, l’idea di incontri internazionali tra movimenti che lottano sulla stessa lunghezza d’onda sarebbe naturale. Tanto più in presenza di fatti simbolici, come la vittoria degli studenti serbi in una partita del tutto inedita come le elezioni politiche, che danno ulteriore forza alle proteste giovanili. Il 26 ottobre alla Sapienza si tiene forse per la prima volta un incontro a distanza tra lotte francesi e studenti italiani e italiane: questa strada, se praticata con cura, potrebbe portare all’emersione di quella generazione che nella politica europea è totalmente esclusa e cancellata da qualsiasi preoccupazione anche formale. Imporrebbe sul piano generale le istanze politiche e generazionali che servono per rinnovare un continente, rimasto imprigionato nelle ricette neoliberali, intossicato da un capitalismo vetusto che si dibatte per non essere schiacciato dalla competizione mondiale e che sta preparando l’insorgenza di nuovi mostri. 

Serve una ramazza in grado di spazzare via quest’aria mefitica che imperversa sull’Europa, serve una rivolta giovanile.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Rivoluzione e libertà (Alegre, 2026).

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