
Jean Echenoz / Deviazioni
Pulp Magazine - Friday, October 23, 2026Un uomo nudo precipita da una finestra e si sfracella a pochi metri da Robert Bristol, che tira dritto. È assorto, ha un film da preparare, conti che non tornano, un’attrice da convincere e un treno da prendere. Il primo grido della portinaia non lo turba; solo quando si ripete e altre grida si aggiungono, Bristol si ferma e si volta. Comincia così Bristol: un avvenimento enorme (perlomeno per chi ci lascia le penne), una reazione fuori misura per difetto e tutte le premesse per un gustoso giallo.
Presto, però, ci accorgiamo che Jean Echenoz non ha nessuna fretta di occuparsi di quel morto. Lo lascia lì, come un pretesto narrativo sul quale tornare quando gli farà comodo, mentre il romanzo salta da un luogo all’altro, segue altri personaggi, si attarda su una mosca. È una libertà un po’ anarchica, ma esercitata con grande precisione: il narratore taglia, cambia inquadratura, commenta le proprie scelte e mostra senza complessi il montaggio del racconto. E noi lo seguiamo volentieri quando ci porta lontano dalla storia che pensavamo di leggere.
Una storia, comunque, c’è. Bristol è un regista non più giovane, con qualche riconoscimento, due matrimoni falliti e un pubblico che non si è mai accorto di lui. Vuole adattare Due cuori in purgatorio della prolificissima Marjorie des Marais: adulterio, mercenari, stregoni e miniere d’oro in un’Africa buona per tutte le avventure. Lui pretende savane e animali veri, la scrittrice mette i soldi, purché la protagonista sia la sua protetta Céleste Oppen. Si parte.
Le riprese si complicano subito. Un attore si paracaduta sul dorso di un elefante e resta appeso a testa in giù. L’elefante, invece, è bravissimo: Bristol gli amplia la parte, incurante delle spese. Arriva poi una milizia vera, ma il comandante, prima di offrire uomini e mezzi, tiene al regista una lezione sul cinema tedesco degli anni Settanta! La paura si scioglie in una conversazione su Fassbinder: ci preparavamo al peggio ed Echenoz ci ha già portati altrove. È un’arte che l’autore francese esercita da molto tempo. Da Cherokee a Lac, passando per le vite di Ravel, Zátopek e Tesla, ha preso i generi popolari (il noir, la spy story, l’avventura) e li ha smontati per rimetterli in moto a modo suo. In Bristol il cinema entra anche nel soggetto: il regista cerca di far funzionare la sua sceneggiatura, mentre il narratore si concede ogni libertà con la propria.
Si potrebbe temere un gioco compiaciuto, di quelli che tengono il lettore a distanza per mostrargli quanto è intelligente chi scrive. E invece ci si diverte, anche perché la voce narrante si assume il compito di farci compagnia. Ci informa che non ha voglia di descrivere un attore troppo occupato a contemplarsi da solo, tenta di raccontare un colpo di fulmine e subito si interroga sulla riuscita, taglia una scena d’amore ma dimentica di togliere il sonoro. Il romanzo procede attraverso queste confidenze, con una familiarità che permette al lettore di partecipare al lavoro della finzione. E poi ci sono le cose. Una scatola di tabacco trasformata in portamatite trattiene il racconto per un intero capitolo, grazie a una mosca che ne esplora i dintorni; un’auto a noleggio acquista il carattere premuroso di un cane guida; querce e platani si contendono l’ombra da proiettare sul prato. Gli oggetti si animano, gli animali osservano gli uomini, le descrizioni prendono iniziative proprie. Ogni deviazione offre qualcosa da guardare, una somiglianza inattesa, un dettaglio che cambia il tono della scena.
Dentro questa commedia rimane però la solitudine di Bristol. Il fallimento del film svuota il telefono, dirada le visite, lascia tempo da riempire e una casa che si impolvera. Echenoz gli concede gesti goffi e pensieri malinconici senza trasformarlo in un caso umano da compatire come invece è l’ispettore. Continuiamo a seguirlo anche quando ha perso quasi ogni iniziativa, perché abbiamo imparato a conoscere il suo modo distratto di stare al mondo e forse, un po’, ci riconosciamo.
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