La nuova rivoluzione francese ha bisogno della working class

Jacobin Italia - Thursday, October 22, 2026

Il 17 ottobre 2026, centinaia di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di tutta la Francia. Partita dai giovani e dalle scuole superiori, la mobilitazione ha riunito altri settori della società attorno alla questione del potere d’acquisto, fuori dai tradizionali contesti sindacali e politici. Il potere macronista ha risposto con una repressione senza precedenti: un numero di fermi mai raggiunto dall’inizio del movimento studentesco, un coprifuoco parziale, con all’ordine del giorno lo scioglimento di organizzazioni politiche e con morti le cui circostanze restano da chiarire.

La Francia non è un caso isolato. In Belgio, in Italia – dove il governo di Giorgia Meloni ha deciso di inviare l’esercito a Milano per reprimere le manifestazioni –, in Albania, in Spagna o in Portogallo, dove lo slogan dello sciopero generale è sulla bocca di tutti, i giovani si ribellano contro governi sempre più ricchi e sempre più autoritari. Nelle strade di Parigi, in particolare, orchestre improvvisate intonano La Marsigliese, ma anche «El pueblo unido jamás será vencido», L’Internazionale e «Va, pensiero», il coro degli schiavi ebrei del Nabucco di Verdi sotto i gas lacrimogeni. Tanti canti di emancipazione carichi delle promesse delle lotte del passato, come lo slogan che risuonava il 17 ottobre, a 65 anni dal massacro degli algerini perpetrato a Parigi dalla polizia del prefetto Maurice Papon, condannato nel 1998 per complicità in crimini contro l’umanità a causa del suo ruolo nella deportazione degli ebrei della Gironda durante l’occupazione: «Siamo i figli di coloro che non avete annegato». Mentre è stata indetta una giornata di mobilitazione interprofessionale per il 5 novembre, Olivier Besancenot ripercorre questa fase, le sue radici storiche, dalla Rivoluzione francese alla Comune di Parigi, e le ragioni per crederci. Intervista realizzata il 20 ottobre 2026.

Cosa c’è di nuovo e sorprendente nella mobilitazione sociale dei giovani in Francia e nell’unione che si è creata con altri settori della società attorno alla questione del potere d’acquisto, questione che credo rimandi alla crisi della riproduzione sociale?

Ciò che c’è di nuovo e di sorprendente nella mobilitazione del 17 ottobre e nel collegamento che si è creato è che essa si svolge al di fuori delle strutture tradizionali. Avevamo già assistito a esplosioni sociali, settoriali o tematiche, che ovviamente sfuggivano alle organizzazioni del movimento operaio, fossero esse sindacali, sociali o politiche — i Gilet Gialli, ad esempio. Ma che inizi a realizzarsi, al di fuori di questi contesti, un’unione tra settori della società completamente diversi, con il sostegno e la partecipazione, implicita o esplicita, di alcune strutture, a memoria è qualcosa di mai visto prima.

Questo spiega sia perché il potere politico sia colto di sorpresa, sia i limiti del movimento in termini di organizzazione democratica. Penso che ciò rimandi davvero alla crisi globale in cui viviamo, che è anche una crisi delle organizzazioni del movimento operaio, a un’evoluzione della società e a un nuovo tipo di proletariato che, di fatto, sta nascendo attraverso questo tipo di esperienza.

Leggi anche…

FRANCIA

Il Macron minore

Filippo Ortona

Spesso evochi la Rivoluzione francese e la Comune di Parigi, le loro aspirazioni sociali e democratiche portate avanti dagli strati popolari, per riflettere sulla fase che stiamo vivendo oggi. In che modo questi richiami storici si impongono?

È vero che il mio punto di riferimento affettivo è sempre stato la Comune di Parigi del 1871, molto più della Rivoluzione francese, che sto imparando a scoprire, o a riscoprire, a partire dalle lotte, in particolare quella dei Gilet Gialli. Questo movimento ha rappresentato un punto di svolta: quella storia è tornata a farsi sentire nella mobilitazione in modo subliminale – o forse non poi così subliminale. Le grandi manifestazioni del mese di dicembre, che risalivano rue de Rivoli fino a Place de la Concorde per raggiungere a tutti i costi l’Eliseo e puntare a Macron, hanno naturalmente evocato le grandi rivolte contadine, guidate in particolare dalle donne, che andavano a prendere il re nel suo castello per riportarlo, ad esempio, a Parigi. Per non parlare della bandiera francese, che non era semplicemente l’espressione della presenza delle correnti di estrema destra presenti all’inizio del movimento, né della Marsigliese, cantata a squarciagola, che ho imparato ad ascoltare con occhi diversi.

Questa Marsigliese si sente, ad esempio, nelle scuole superiori, nei licei mobilitati, in particolare nei quartieri popolari e nelle periferie. C’è quindi una storia sotterranea. E quando si impara a riscoprirla — come mi sta accadendo in questo momento, leggendo in particolare la Storia della Rivoluzione francese di Jules Michelet —, si capisce che è successo davvero qualcosa di straordinario: il popolo, dal basso, ha posto fine a secoli di dominio, di organizzazione e al modo di produzione della monarchia, e ha deciso di mettervi fine, e a più riprese ; nell’ottobre del 1789 si andava a prendere il re per riportarlo a Parigi – un sequestro di massa come non se ne fanno più; più tardi, poi gli si taglia la testa; ancora più tardi, l’organizzazione di giornate insurrezionali e comunaliste. Ciò lascia inevitabilmente delle tracce, che, da parte mia, avevo sottovalutato. Apparteniamo a una corrente molto marcata, fortemente plasmata dal secolo politico inaugurato dalla rivoluzione d’ottobre del 1917 e conclusosi nel 1989, e ci rendiamo conto che lì c’è, nonostante tutto, qualcosa di profondo.

Chi ha paura della Gen Z

Acquista l’ultimo numero della rivista

Cosa dice la portata della repressione odierna in Francia – da parte di un governo apparentemente centrista, che non ha nulla da invidiare a quella del potere di estrema destra di Giorgia Meloni – sul ravvicinamento delle destre più o meno estreme in Europa e nel mondo?

La portata della repressione è, in questo caso, senza precedenti. In termini di numero di fermi di polizia dall’inizio del movimento studentesco, è di gran lunga superiore a quella registrata dal movimento dei Gilet Gialli, che a sua volta aveva superato di gran lunga le mobilitazioni contro il contratto di primo impiego (CPE) o quelle degli anni ’90. In realtà, i quartieri popolari sono stati il laboratorio di un dispositivo repressivo che ora si sta moltiplicando in ogni tipo di esplosione sociale. Questo ci dice innanzitutto qualcosa sul liberalismo e sulle sue misure, che hanno bisogno di una svolta autoritaria. Ci dice poi qualcosa sulla fascistizzazione in corso — è così che la chiamo nonostante tutto, anche se si può discutere sul termine, perché ha almeno il merito di mettere in luce ciò che sta accadendo: tutta una serie di misure è già stata messa in atto dal potere macronista, prima ancora che l’estrema destra arrivasse al potere. Nel mese di luglio, ad esempio, la presunzione di legittima difesa è stata concessa per via legislativa alle forze dell’ordine, il che rappresenta una vecchia rivendicazione dell’estrema destra. E si potrebbero moltiplicare questi esempi. In questo processo, si vede anche quanto la « Macronie » stia perdendo il controllo del proprio apparato repressivo. C’è quindi una perdita di controllo della situazione e, in questa corsa sfrenata, si verifica ciò che Daniel Bensaïd definiva la «discordanza dei tempi»: tra il tempo sociale, che si sta radicalizzando, e il tempo politico, che invece non è affatto a quel punto.

Leggi anche…

FRANCIA

Francia, crisi di regime

Fabien Escalona

I media hanno insistito molto sulle violenze senza precedenti della giornata del 17 ottobre, che testimoniano senza dubbio una rabbia esacerbata. Ma la nostra sorpresa è stata piuttosto quella di vedere convergere centinaia di migliaia di manifestanti in tutta la Francia, uniti da un unico rifiuto dell’ingiustizia sociale e della negazione democratica. Quale bilancio trai da questa giornata?

Per tracciare un bilancio del 17, è estremamente importante comprendere la portata di ciò che sta accadendo. Ho partecipato a questa manifestazione e non ne ho mai vista una simile in vita mia, in termini di imponenza, determinazione e mescolanza popolare. È stata un’ondata travolgente, una marea umana. Ovviamente, quando si torna a casa la sera e si vede il trattamento mediatico e politico dominante riservato a questi eventi — che, tra l’altro, sono realmente avvenuti —, si ha l’impressione di non aver preso parte allo stesso avvenimento. E questo, per il momento, viene occultato nel dibattito politico francese, poiché prevale lo stupore, insieme alla strumentalizzazione politica di quanto è accaduto: negozi devastati, a volte saccheggiati.

Ma tutto questo non può scomparire dall’oggi al domani, perché c’è qualcosa di troppo forte, di troppo profondo in ciò che si è appena espresso, che è stato convocato ancora una volta solo tramite i social network e che poi ha ricevuto sostegno da un certo numero di organizzazioni. Questo la dice lunga sulla nuova fase, che riapre ogni possibilità, ricca di nuove opportunità e che, nonostante l’inquietudine politica del momento, che persiste e che incombe su questa fase, deve darci motivi di speranza.

Le centinaia di migliaia di persone mobilitate ritengono senza dubbio oggi che le manifestazioni siano insufficienti per far cedere un governo che non esita a decretare un coprifuoco parziale. Lo slogan dello sciopero generale è sulla bocca di tutti, come in Spagna. Cosa ne pensi?

La mobilitazione porterà, infatti, a un esito che, per sua natura, non si può prevedere. Nulla è concluso, perché questo movimento non si fermerà: è troppo profondo, troppo radicato. Ha inoltre una dimensione internazionale. Quando si guarda oltre i confini, si vede infatti che, per quanto riguarda i giovani, stanno accadendo cose simili in Belgio, in Italia, in Albania. C’è anche il movimento che si sviluppa in Spagna. C’è anche qualcosa, dal punto di vista generazionale, che si sta verificando e che fa sì che questo movimento non si fermerà né con l’istituzione di un coprifuoco né con le altre misure autoritarie che, ne sono certo, non tarderanno ad essere adottate — forse persino lo scioglimento di alcune organizzazioni; non lo sappiamo ancora.

La sfida, infatti, è che il movimento operaio prenda il testimone, ovvero che la classe lavoratrice prenda il testimone. Se non ci sarà la forza del numero, in termini di richiamo al ruolo che i produttori e le produttrici occupano nella società, allora, purtroppo, non basterà, e non riusciremo a far sì che questa legittima rivolta sfoci in una coscienza di classe matura, fondata su vittorie parziali, o almeno su una visibilità che ci dia motivi per crederci. È questo che è in gioco dietro lo slogan dello sciopero generale. Per il 5 novembre è stata indetta una giornata di azione interprofessionale: la posta in gioco, ormai, è che i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese non siano spettatori e spettatrici di ciò che sta accadendo, che non rimangano paralizzati dalla situazione, tanto più che permangono zone d’ombra. Si parla di morti nel contesto delle manifestazioni, senza averne una spiegazione completa; vengono formulate testimonianze, tesi, ipotesi, ma siamo anche a questo livello di gravità. Siamo quindi solo all’inizio, e siamo naturalmente curiosi di vedere cosa ci riserverà il futuro, anche se d’altra parte siamo estremamente — come dire? — oppressi dall’inquietudine politica del momento, perché vediamo che tutti gli ingredienti di questo periodo, di questo brutto periodo in cui viviamo, stanno tornando a farsi sentire.

*Stefanie Prezioso è professoressa di storia contemporanea all’Università di Losanna. I suoi lavori si concentrano sulla guerra del 1914, sul fascismo e l’antifascismo e sugli usi pubblici e politici della storia.

Diamoci un taglio

La rivoluzione non si fa a parole.
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua. Abbonati
a Jacobin Italia

L'articolo La nuova rivoluzione francese ha bisogno della working class proviene da Jacobin Italia.